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Ex Libris 279 (innesto o morte)

25 giugno 2017

Secondo il diritto canonico dei giardinieri, a luglio si innestano le rose. Di solito si fa così: si prepara la rosa canina, che è la pianta selvatica o base sulla quale si deve innestare; poi una grande quantità di rafia e infine il coltello da giardinaggio o roncola. Quando è tutto pronto, il giardiniere prova il filo della roncola sul polpastrello del pollice; se la roncola è abbastanza affilata, incide il dito e lascia un taglio slabbrato e sanguinante. Questo poi si fascia con alcuni metri di garza, da cui nasce sul dito un bocciolo abbastanza grande e pieno. Tutto ciò si chiama innesto delle rose. Se non si ha per le mani una rosa canina, ci si può procurare l’incisione nel dito, descritta più sopra, in altre circostanze, come per esempio la realizzazione delle talee, il taglio dei getti selvatici o degli steli sfioriti, la cimatura degli arbusti e così via.

Come eravamo: Un giochino estivo da rispolverare

22 giugno 2017

Non sembra anche l’iPod ormai un cimelio d’epoca? (su di esso, tra l’altro, un prossimo Ex Libris). Qualche anno fa (fine anni 2000) ci divertivamo con questo quizzino musicale iPod centered.

L’estate (nonostante qualche irruzione monsonica) è arrivata.
Non sapete proprio che fare nelle lunghe serate calde?
Gradite un rinfrescante tuffo nostalgico per fuggire alla soffocante atmosfera di questi tempi bastardi?
Il gioco è servito.
Occorrente:

un i-pod (o simile lettore digitale);
un amplificatore (noi disponiamo di una bella Pal nera un po’ scrostata);
una cospicua dose di playlist che vadano a sviscerare le diverse facce musicali di un decennio (qui si parla di Eighties, ma lo schema si può senza colpo ferire applicare a 60, 70, 90 ecc.)

Ecco quelle da me ideate all’uopo (anche qui, ognuno si può sbizzarrire a piacere):
Australieni

Ballads

Black Power

Covers

Vive la France

Deutschland, Österreich über alles

Discoteque

Duets

Gentlemen

Girl Power

Groups

Hair Rock

Hymns (le canzoni simbolo)

Italia, Italia

Italo Disco

Ladies

New Wave

Prima erano, dopo sono

Resto d’Europa

Rock’n’roll

Sanremo

Soundtracks

Synth Power

This is pop

Videomusic

Movida

World Flavours

A questo punto, si assegna a ciascuna playlist un numero, si effettua un lancio di dadi per sceglierne una, e via con la bagarre. Chi riconosce la canzone si prenota e risponde. Se la risposta è sbagliata o incompleta, gli altri possono intervenire. I punteggi fissi sono 1 punto per chi indovina l’esecutore e 1 per il titolo del brano. Ma (a seconda del raggruppamento), si possono aggiungere punti extra. In Soundtracks ci sarà 1 punto supplementare per chi indovina la pellicola di cui il pezzo era colonna sonora (sempre se i titoli non coincidano). In Covers, punto in più a chi ricorda l’interprete originale. In Duets, si avrà 1/2 punto per ciascun interprete. In Sanremo, punti per chi azzecca l’anno, e magari pure la posizione in classifica al festivalone. In Prima erano…, riservata ai side projects e a solisti usciti dal gruppo, si può anche aggiungere qual’era la band originaria. E così via, aguzzando l’ingegno e integrando a piacere. Per ciascuna playlist si può scegliere, a gusto, quanti brani affrontare per volta, prima di passare a un’altro giro, un’altra corsa.
Che altro? Armatevi di buona memoria, e buon divertimento.
La sigla del tutto, ovvio, sarà questa.

Ex Libris 278 (premesse fantastiche)

18 giugno 2017

Spesso, prima di scrivere una sceneggiatura, mi dico che quella vicenda è stata già raccontata, esiste da qualche parte, e io devo semplicemente ricordarla. Invento delle piccole premesse narrative solo per me, che nel film non si vedranno ma di cui in qualche modo rimane traccia.
Era successo per “Tenebre”, dove mi ero immaginato che negli anni Cinquanta ci fosse stata una guerra nucleare che aveva ridotto drasticamente l’intera umanità. E così avevo ambientato la storia all’Eur, in uno scenario leggermente futuribile in cui era stato risolto il problema dell’inquinamento, e la gente abitava in ampie ville lussuose. Un mondo popolato da pochissime persone, immerse in un’atmosfera capace di suggerire l’inquietudine delle piazze metafisiche dipinte da De Chirico.
Adesso, per il nuovo film che andava lentamente componendosi durante le mie fantasie notturne, provai a figurarmi cosa sarebbe successo se i nazisti avessero vinto la guerra. Ci trovavamo negli anni Ottanta – come nella realtà -, dunque qualche decennio era trascorso: ormai il mondo s’era pacificato, però le ragazzine di questo collegio venivano trattate come le giovani reclute della Germania nazista.

10 anni

15 giugno 2017

Domenica si festeggiano 10 anni di matrimonio.

In realtà abbiamo posposto di un mese la data, per ragioni pratiche, ma il concetto è quello.

E insomma, che è successo nel frattempo?

In coincidenza con le auguste nozze, 10 anni fa ci trasferivamo nel paesello in cui ancora siamo. Stiamo fortemente cercando di andarcene, ma nel frattempo ci facciamo bastare la casetta con corte a Silent Hill, Alchermes, o come volete chiamarlo.

Più o meno in coincidenza con le suddette, passavamo a un regime veg. Negli anni, abbiamo sempre più, in progressione, eliminato i derivati animali dalla dieta e dall’abbigliamento. No, non siamo ancora vegan, al miele non abbiamo rinunciato e se capita ci adattiamo a qualche sgarro, ma l’idea è andare sempre più in quella direzione. Nel complesso, è la migliore decisione che abbiamo preso insieme, a tutti e due girava per la testa la cosa, anche prima di conoscerci, insieme è stato più facile e bello.

L’altra decisione migliore è stata di fare GB. Ci siamo girati intorno parecchio, c’erano resistenze, dubbi, riserve (soprattutto da parte di Vale). Alla fine, il bimbooshko è venuto fuori. Certo è dura, per tante ragioni, certo ci sono giorni che ci fa ammattire (soprattutto Vale che se lo spupattola la maggior parte del tempo), certo il futuro è assai nebuloso, ma il nostro GiordiMao ci ripaga anche con infinite bellezze quotidiane, e insomma ci piace proprio quell’apocalisse portatile che dice “no no no no no”.

Per il resto, andando sul banale, abbiamo visto tanti posti, abbiamo condiviso tanti momenti su e altrettanti giù; abbiamo avuto scleri e risate, momentanee disperazioni e prolungate gioie, svisate surreali, impennate epiche, squarci di opera buffa, atti di melodramma; abbiamo tanti sogni in comune, alcuni si sono avverati, altri no, altri chissà.

Ah, sì, abbiamo scritto un romanzo che non ha voluto nessuno, abbiamo scritto un libretto per bambini che chissà se qualcuno vorrà, abbiamo scritto racconti, sceneggiature, abbozzi di saghe, e tirato su un cantiere narrativo in progress che comprende una quindicina di progetti, a diversi stadi di elaborazione. Con entusiasmi, scoramenti, voglie di mollare, controvoglie di tenere duro. Gliela faremo, vogliamo credere.

Festeggiate con noi, comunque. Tutto è pieno d’amore.

Ex Libris 277 (siamo tutti l’uomo da spiaggia di qualcun altro)

11 giugno 2017

Gente strana, che al passaggio lascia solo una scia di nebbia che prontamente svanisce. Con Hutte chiacchieravo spesso di questi esseri di cui le orme si perdono. Nascono un bel giorno dal nulla e al nulla ritornano dopo un fugace brillio. Reginette di bellezza, gigolos, farfalle. La maggior parte, anche da vivi, non avevano più consistenza di un vapore destinato a non condensarsi mai. Hutte mi citava l’esempio di un tale che chiamava «l’uomo da spiaggia». Costui aveva passato quarant’anni della sua vita sulle spiagge o ai bordi delle piscine a conversare amabilmente con villeggianti e ricchi sfaccendati. Negli angoli e sugli sfondi di migliaia di fotografie di vacanze, lo si vede in costume da bagno fra gente allegra, ma nessuno potrebbe dirne il nome o il motivo per cui è lì. E nessuno si accorse quando smise di comparire nelle fotografie. Non osavo dirlo a Hutte, ma credevo di essere io, «l’uomo della spiaggia». Hutte d’altronde non si sarebbe meravigliato: secondo lui, lo siamo tutti, e la sabbia – cito le sue parole – «serba solo per qualche secondo le impronte dei nostri piedi».

Aggiornamenti giordaneschi

7 giugno 2017

Quando mia nipote era piccola, un anno e mezzo, due al massimo, tra i vari scherzetti che mi faceva ne aveva uno che preferiva su tutto: mi sfilava i libri dalle mani, se li piazzava davanti e con un dito iniziava a seguire le righe e… a leggere. Ad alta voce. “Wigo wigo wigo wigo”.

Non è che abbia mai pensato che una bambina di due anni non potesse esprimere una certa dose di ironia, i bambini hanno un senso dell’umorismo fuori dall’ordinario. Solo che per me era sorprendente*. Con Iris non facevo le cose che faccio con Giordano, mi limitavo a prepararle da mangiare, la lavavo, le facevo gli scherzetti e la rincorrevo per tutta casa per togliere gli oggetti pericolosi che qualcuno incautamente lasciava in giro e lei puntualmente afferrava. Era sorprendente perché – a parte che non avevo il minimo interesse per i bambini – non avevo idea che un bimbo così piccolo potesse cogliere esattamente lo spirito di quello che stavo facendo (studiare o anche semplicemente leggere). Con le parole crociate, per dire, non lo faceva.

Anche Giordano, quel tizio che oggi compie 20 mesi, ha iniziato a fare una cosa di questo tipo. Una sera Ale stava guardando non so che alla tele, e io cercavo (inutilmente) di far dormire Gio, che però a un certo punto ha preso, si è piazzato nella parte di letto di Ale e ha preso il suo libro, di Ale, dal comodino, ed è rimasto a far finta di leggere fino a che è tornato suo padre. In definitiva i bambini sono molto più svegli e perspicaci (dire “intelligenti” non mi piace molto) di quanto in genere si crede, nonostante un secolo di pedagogia da Montessori a Juul dovrebbe averlo insegnato un po’ a tutt*.

Ad ogni modo ora Giordano ha anche imparato a chiamare. Ogni volta che vuole attirare l’attenzione di qualcuno (Ale, io, i nonni) alza la voce e fa: Aaaam! Aaaam! Devo ancora interpretare bene il tono e le microvariazioni di voce, dato che mi sembra scontato che ogni persona abbia il suo richiamo specifico.

Ah, e ha scoperto i video. Per quanto abbia tentato di ritardarne la fruizione, non c’è stato niente da fare, anche lui è caduto nel gorgo dei video guardati mille volte. Abbiamo visto, finora:

Dogs like Socks degli Psychosticks

For the Birds, il video degli uccellini bulli della Pixar

Pigeons, un corto animato trovato per caso

Mahna mahna e Ode to Joy dei Muppets

Baby shark di Super Simple Songs

E dulcis in fundo, signore e signori: Rimini di Lu Colombo.

Ecco, appunto: mai sorprendersi.

*Lo so, lo so: con gatti, bambini e politici non si dovrebbe mai usare il “non pensavo che”. Si fanno solo danni. “Non pensavo che il gatto avrebbe buttato giù tutto dal tavolo”. “Non pensavo che Giordano potesse fare quel lago se messo in una bacinella piena d’acqua con qualche innocuo giochetto”. “Non pensavo che Trump avrebbe davvero tenuto fede alle sue promesse elettorali, di solito non lo fanno mai…”

Ex Libris 276 (l’ingegno umano non ha limiti)

21 maggio 2017

Il pollo è l’uccello più diffuso al mondo. È l’uccello più diffuso al mondo. È stato plasmato a piacere dall’uomo con anni di selezioni, perché diventasse una macchina produci-uova. Purtroppo il profitto delle uova è estremamente basso per le aziende, circa l’1,6%, perciò ogni incentivo alla loro produzione è accolto a braccia aperte dai pollicoltori.
[…] I polli non sopportano il sangue, impazziscono alla vista di esso e quando uno di essi sanguina, i vicini lo beccano a morte. Questo comportamento non è assolutamente normale, ma rappresenta una risposta allo stress indotto dall’allevamento intensivo; si manifesta in aziende dove le galline non sono allevate a terra, ma in condizioni di poco spazio. È frequente che il comportamento naturale di questi uccelli sociali venga alterato e sfoci in situazioni pericolose come quella del “cannibalismo” appena descritta. Per evitare ciò, i pollicoltori tagliano la parte finale del becco, quella più appuntita, con un coltello incandescente.
Nel 1989, però, una ditta statunitense chiamata Animalens propose una soluzione alternativa al costoso e faticoso taglio dei becchi: le lenti a contatto rosse per polli.
Sembra una battuta, ma il ragionamento è valido: applicando un filtro rosso agli occhi delle galline, avrebbero visto tutto di quel colore e non si sarebbero più accorte delle eventuali fuoriuscite di sangue. Grazie a quelle lenti miracolose, le galline sarebbero state più tranquille e non si sarebbero più beccate.
Come andò a finire? Le lenti a contatto effettivamente funzionavano, ma serviva una notevole manodopera per applicarle a ogni singola gallina dell’allevamento; soprattutto, esse non permettevano all’occhio degli uccelli di “respirare” e facevano fiorire comunità batteriche all’interno della lente. Gli uccelli diventavano ben presto ciechi. La ditta ritirò il prodotto sotto le pressioni delle associazioni animaliste […]

Terry

16 maggio 2017

Terrence, soprattutto quello lubezkiano, sempre più libero, documentaristico, improvvisatorio, arreso al flusso, da The New World in poi, lo ami o lo odi. Molti lo odiano con tutto il cuore, e soprattutto in occasione di quella meraviglia totale di To the Wonder hanno iniziato a dirlo ad alta voce. Da queste parti lo si ama, anche quando ci marcia (e in Song to Song ci marcia parecchio). Del resto, nei suoi ultimi film, o sei pronto alla deriva, stacchi gli ormeggi, respiri e ti fai arrivare tutto il vento in faccia, o non vai da nessuna parte. E ti perdi tanto.

Ti perdi stormi, tanti stormi, quanto ama gli stormi Malick (quanto noi).

Ti perdi un film musicale dove incontri, nella parte di loro stessi, John Lydon che lancia le sue massime e Iggy Pop che ti fa vedere la pelle da iguana, Flea che fa i salti col basso o Patti Smith che parla a lungo di suo marito Fred “Sonic”. Ma poi c’è Lykke Li, che non fa Lykke Li, bensì una tale Lykke che duetta con Ryan Gosling su un pezzo di Bob Marley, o si guarda un concerto dietro le quinte insieme a Florence Welch (2 secondi di Florence, non di più). E quindi? Per non parlare Val Kilmer che fa intravedere come avrebbe potuto invecchiare Jim Morrison, e sproloquia di scorte di uranio dal palco. WTF?

Ti perdi un film musicale dove dei festival texani (a parte una buona porzione di Patti Smith che horseggia) ti sono concessi spizzichi e bocconi, e però c’è una sountrack pazzesca di quelle che solo Malick (o Mann) può sfoderare, dove si passa da Mahler a Ravel, da Del Shannon all’Orchestra Baobab. (E dove anche, sì, del cantautore protagonista si sente giusto mezza canzone, mentre Rooney Mara si limita a far finta di strimpellare un par di volte la chitarra sul palco.)

Ti perdi un altro, come Mann, che col digitale (“These days, with modern technology, you can shoot a lot in 40 days”) ha portato all’estremo la propria concezione del cinema, rendendolo mai così aderente alla superficie cangiante del mondo, consegnandosi ad esso fin quasi all’informalità.

Ti perdi alberi, spiagge, albe, tramonti, scarti subacquei, squarci di luce, pedinamenti grandangolari dell’inattingibile. Le solite cose? Sì, le solite cose, eppure ogni volta negli occhi di Terrence ed Emmanuel (oltre che dei contributori esterni che allargano e sfrangiano ulteriormente le prospettive) diventano “la cosa”.

Ti perdi appunto la fotografia di Lubezki. La definizione di Christopher Hooton su “The Independent” mi pare geniale: “The notion of the “camera as a character” is cliché, but if it were one here it would simultaneously be a drunkard lost on the way to the canapé table, a fan reverentially documenting a star with an iPhone, and God himself.”

Ti perdi Christian Bale o Benicio Del Toro perché sono andati a far compagnia a tutti gli altri attori scartati in moviola.

Ti perdi quella svisata di inferno psichedelico compresa di frammenti di film muto che fa davvero paura.

Ti perdi Mara, Gosling e Fassbender che fanno gli scemi, ma proprio quando inizi a pensare “Terry, non è che mi stai un po’ a pigliare per i fondelli?”, bum, un colpo al cuore, tanti ai sensi, e l’impressione che l’infinito sia proprio lì a portata di sguardo.

Ti perdi le sue molteplici voice over, che ormai hanno quasi completamente soppiantato i dialoghi, e per molti sono pretenziose e ridondanti, ma in realtà sono pura musica ipnotica dentro cui perdersi e riperdersi, come nel profluvio di location, nel tempo dell’anima che sbriciola qualsiasi cronologia.

Se non ti perdi insomma ti perdi il lavoro di un uomo che (qui prendo a prestito le parole di Pietro Masciullo) “è alla disperata ricerca di una “nuova forma” che riconsegni credenza al gesto cinematografico: ogni sua inquadratura viaggia ostinatamente controcorrente, cercando senza sconti quel “qualcosa che deve essere ancora trovato”, un sentimento originario e puro, un singolo raccordo che possa giustificare tutto il caos dei segni di questo mondo”.

 

Ex Libris 275 (perché lo dice la “sciiienzia” e allora è e sarà per sempre così)

14 maggio 2017

I bravi giardinieri tendono a essere affatto pragmatici, senza lasciarsi troppo impressionare dalla scienza.
Il punto è che la scienza ha fatto poco per guadagnarsi il rispetto del giardiniere. I pesticidi miracolosi che ha messo a sua disposizione si sono rivelati una maledizione. Per quanto riguarda i meccanismi all’opera in un orto o in un giardino, e in modo particolare i rapporti tra piante e suolo, il quadro offerto dalla scienza è risultato frammentario e incompleto. Essa infatti ha sostituito l’immagine tradizionale che il giardiniere aveva del suo terreno, come di una cosa viva e straordinariamente complicata – un mistero della fertilità che andava ben oltre l’umana comprensione -, con un modello chimico che oggi sappiamo essere di gran lunga troppo riduttivo. La fecondità di un suolo, diceva la scienza, dipende semplicemente dal suo contenuto di azoto, fosforo e potassio; qualsiasi cosa mancasse, i fertilizzanti potevano fornirla. La verità dello scienziato, però, si è rivelata, se non falsa, comunque pericolosamente parziale: quegli elementi, di per se stessi, non producevano piante sane; può darsi che raccontino il 95 per cento della storia, ma non dicono tutto. Come il giardiniere aveva sempre sospettato, il suolo è di fatto un mistero, un complesso sistema biologico naturale (e non soltanto chimico)  che possiamo nutrire ma non simulare, come avrebbe invece voluto farci credere l’immagine in bianco e nero proposta dallo scienziato. Il pollice verde desidera un ritratto più intensamente colorato e sfumato del suo terreno, un ritratto che renda conto di quell’altro 5 per cento, e che gli indichi quanto è vivo il suo terreno. E così, in primavera, possiamo sorprenderlo mentre si porta al naso una manciata di terra, forse addirittura mentre l’assaggia e poi la strofina tra le mani per vedere che colore lascia asciugandosi. Quando si tratta delle condizioni e della fertilità del terreno, le evidenze fornitegli dai cinque sensi mettono a sua disposizione informazioni che nessun laboratorio potrebbe fornirgli.

Ecologia del linguaggio

9 maggio 2017

Forse dovremmo cambiare l’animale a cui paragoniamo le persone stupide e indifese: perché le pecore non sono così male, pare

Così lo stupendo (ironia mode on) sottotitolo di un noto giornale online per un articolo che commenta uno studio sulle pecore.

Quello giusto sarebbe stato:

Forse dovremmo smetterla di snocciolare idiozie speciste: perché gli animali non umani mica stanno lì per farsi insultare da quelli umani

E forse titoli del genere nascono per quel buco nero nel campo visivo di chi vede tutti i problemi tranne quello animale, perfetto contraltare di certi animalisti che vedono solo quello, scollegato da ogni altro. Per fortuna in mezzo ci stanno gli antispecisti che riflettono, che collegano, che hanno un quadro globale delle ingiustizie nel mondo del dominio, vero? Peccato per lo più siano litigiosissimi, sempre impegnati a questionare non solo con le categorie di cui sopra, ma tra di loro peggio ancora.

Noi, nel nostro piccolo, intanto ci limitiamo a ricordare la prima ventina di insulti specisti che ci vengono in mente, e che dovrebbero essere cassati per sempre dai modi di dire inveterati e incistati nel linguaggio quotidiano:

pecorone, asino, coniglio, capra/caprone, squalo, sciacallo, iena, cane/cagna, oca, gallina, gufo, scimmia (in tutte le sue varie declinazioni), topo di fogna, corvo, avvoltoio, pappagallo, maiale/porco, scarafaggio, zecca, vipera… (continuate voi)

Ex Libris 274 (bollicine)

7 maggio 2017

Come parlano i pesci? In bollicine. Gli uomini li credono muti perché non sanno leggere le parole nell’acqua, che è la sostanza da cui ha origine la vita. Noi discendiamo dai primi abitatori di quel regno, e un tempo il nostro linguaggio era simile al loro. Lo abbiamo dimenticato. Ma è una cattiva abitudine dell’uomo credere inesistente tutto ciò che ha dimenticato.
Parlano eccome, i pesci. Un pesce erudito, un trotone di Torino, aveva tradotto in bollicine tutti i dialoghi di Platone. E anche le lettere di Massimo d’Azeglio.
Questo è solo un esempio, naturalmente. Il loro linguaggio è ricco, articolato, spesso deliziosamente cantato.
Nessuno nel mondo animato lo avverte, tranne gli uccelli. Sì, gli abitanti dell’aria capiscono quelli dell’acqua, i migliori cantanti del creato intendono la lingua che noi crediamo muta. Anzi, s’intendono alla meraviglia, tra l’acqua e il cielo.

Divisione del lavoro

4 maggio 2017

Leggendo la rubrica di Elasti sul nostro giornale preferito (modalità ironica on) ci interrogavamo sulla nostra spartizione di compiti domestici.

Quindi, a quanto pare il “marxista barese” lava i piatti (noi per fortuna siamo dotati di lavastoviglie, prima se non erriamo ci dividevamo la fastidiosa incombenza), rassetta (più Ale che Vale), stende i panni (noi li si mette, a volte l’una a volte l’altro, nell’asciugatrice), spazza per terra (più Ale che Vale, che però più spesso lava), riordina (decisamente più Ale).

Quanto allo spingere la carrozzina, niente carrozzine da queste parti. Quando GB era piccolo lo si metteva nella fascia, e in quel caso la maggior parte delle volte toccava alla Vale, perché Ale era un po’ impedito nella vestizione; passati al marsupio, e cresciuto di peso il pargolo, le percentuali si sono invertite: adesso ormai lo porta quasi sempre lui, in braccio, laddove il piccolo non più tanto piccolo non abbia voglia di camminare.

Elasti invece prende appuntamento con la pediatra (col pediatra ci pensa Ale); va al colloquio con gli insegnanti e alle riunioni a scuola (quando sarà, toccherà ad Ale, poco ma sicuro, intanto a musica GB ce lo porta lui); li iscrive a nuoto (idem); si preoccupa che i figli abbiano vestiti, scarpe, libri, quaderni (sui primi, per ora, ci preoccupiamo entrambi, e per fortuna abbiamo la nonna e le zie che ne forniscono a profusione); controlla che abbiano fatto i compiti (immaginiamo faremo insieme); firma gli avvisi sul diario (il ruolo ci pare intercambiabile); compra i regali per i loro amici (mo’ pure i regali per gli amici?!?); partecipa alle chat dei genitori (Ale già sa che Vale non vorrà averci niente a che fare); organizza le feste di compleanno (insieme); controlla che si lavino la sera (il lavaggio delle mani è a cura di Ale, per il bagno ci alterniamo, il cambio del pannolino, sì, quello duole dire che è nella stragrande maggioranza compito della Vale, Ale è schizzinosetto); guarda cosa manca nel frigorifero e rimedia (Ale guarda nel frigorifero e rompe le scatole se qualcosa ci rimane troppo tempo; la spesa è condivisa, con le specializzazioni del caso – tipo frutta Ale, verdura Vale); pensa al tagliando e al bollo dell’auto (Ale); alla luce, al gas, al condominio e alla rata del mutuo (condominio e mutuo vivaddio ce li risparmiamo, alla luce e al gas ci pensa Poste Italiane); cambia le lampadine fulminate (a quello ci arriva anche Ale, ma per il resto dei lavori manuali, Vale tutta la vita).

Di nostro dovremmo aggiungere i gatti (Ale gli dà da mangiare, Vale pulisce le lettiere), ma insomma, dai, ce la caviamo niente male sulla divisione più o meno paritaria dei compiti. Poi, su altro rientramo tristemente nello stereotipo (Ale guida, Vale cucina quasi sempre – però Ale prepara la colazione),  rubrichiamolo alla voce eccezione che conferma la regola.

 

Ex Libris 273 (chi decide per tutti? Risposta ovvia, sir)

30 aprile 2017

Mi viene il sospetto che il legno e l’acqua, l’antico e il mutevole, siano i due poli dei ritmi naturali. La vita comincia nell’acqua e raggiunge la piena maturità nel bosco. Poi il giro ricomincia. Avidamente, vorrei un po’ dell’uno e dell’altra: diventare anfibio, osservare l’arrivo della primavera, il momento clou del mondo vegetale, stando dentro la palude. D’altra parte dubito di avere il fegato per stare a così intimo contatto con la natura. Strane creature affollano il mio nuovo mondo (e io invado il loro). Cercherò di adattarmi a criteri impietosi come produzione e utile, ma che succederà dei miei valori, del significato che attribuisco al mondo naturale? In simili circostanze, non è forse inutile sperare di avere relazioni che trascendano la mera funzione d’uso? Parlare di «relazione» non è forse un modo di dire, visto che la natura non sembra affatto interessata ad avere rapporti con me? Magari dovrei accontentarmi del ruolo di naturalista di provincia: osservare gli uccelli sui posatoi che ho costruito in giardino, provare a coltivare qualche pianta nuova della zona… La catalogazione come massima aspirazione?

Come ho già detto, in questo poco confortevole rito battesimale (che ha tutte le caratteristiche di una vera immersione) dovrò cercare il mio posto nel mondo. Ma la prova che devo affrontare sembra simile a quella della nostra intera specie: trovare un territorio e condividerlo con altri, scoprire una nicchia adatta a sé, se si è fortunati lasciare un segno; il tutto senza far troppo rumore e con un minimo di intelligenza. La sola differenza è che il punto di vista globale, ecologico, trascura le emozioni. Come pontificano molti esperti, la grande crisi ambientale del nostro tempo non è che un problema di cattiva gestione famigliare in grande scala. Basta mettere un freno all’avidità, fare meno figli, risparmiare energia, riciclare la plastica e usare i rifiuti organici come concime per il giardino, e tutto andrà meglio. Belle speranze! Chi potrebbe mai guidare una famiglia (per continuare con questa metafora paternalistica) senza tener conto dei gusti, delle abitudini, delle ambizioni, dei bisogni non quantificabili di ogni suo componente? L’elenco dei nostri disastri più clamorosi, dalla deforestazione all’inquinamento dei mari e alla perdita di biodiversità, porta il segno distintivo di una specie che non si crede più parte del regno animale. Abbiamo lasciato la terra e la tecnologia (è bello pensarlo) ci ha liberati dagli imperativi naturali. Così, tronfi, ci siamo autoesiliati dalla sensualità e immediatezza del mondo. Non è tanto il potere ad aver compromesso il nostro ruolo, quanto l’arroganza, il credere che il particolare tipo di conoscenza che possediamo ci renda una specie eletta, autorizzata a gestire le vite di tutte le altre secondo i nostri parametri.

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Comunicazione di servizio…

27 aprile 2017

…per i nostri affezionati 27 lettori: potrà accadere prossimamente – oppure anche no, chi lo sa – che il qui presente blog venga aggiornato con minore frequenza, rispetto all’attuale scansione bi-settimanale, causa GB, gatti, casa, scritture, lavoro, gite, varie, eventuali.

Con l’occasione, ci pregiamo di proporre alla vostra riflessione una piccola addenda all’ultimo ex libris:

Il vero deserto è la solitudine affollata e strepitante in cui nessuno ascolta nessuno, il mondo come una televisione che non viene mai spenta. Italo Calvino, nel romanzo Palomar, propone questa etica: “In un’epoca e in un paese in cui tutti si fanno in quattro per proclamare opinioni o giudizi, il signor Palomar ha preso l’abitudine di mordersi la lingua tre volte prima di fare qualsiasi affermazione. Se al terzo morso di lingua è sempre convinto della cosa che stava per dire, la dice; se no, sta zitto. Di fatto, passa settimane e mesi interi in silenzio”. Forse il vero silenzio sorge dove si cessa di avere opinioni. Anche sul silenzio.

Ex Libris 272 (maestri)

23 aprile 2017

Porte

La perdita del senso narrativo dell’esistenza è il vero significato della parola “precarietà”, dove il lavoro stesso è un job, un pezzo di ricambio, in una dimensione senza memoria, senza tempo, senza narrazione e senza consapevolezza; un presente perpetuo, sul modello delle tv, dove anche il futuro – che non c’è – se c’è è solo futuro di questo presente. (Bruno Munari)

È un processo molto interessante, perché è proprio simile a quanto accade nella vita. Un certo momento sembra un disastro totale, e quello successivo sembra il paradiso. È così che il processo funziona sempre per me. È piuttosto caotico. Anche se credo alla tradizione e al costruire, devo trovare la mia strada attraverso il caos e per mezzo dell’intuizione. Intuizione nel caos. Cercare di intuire qual è, cominciando sempre da qualcosa. Di solito cominci da qualcosa che sai: lo butti giù e lo ascolti. Lo suoni e lo ascolti. E senti qualcosa in esso che ti dice di più su quel che avevi intuito, su quanto la tua intuizione stava cercando di dirti. È come essere bambino e cercare di capire quello che un adulto vuole dirti. (Terry Riley)

Nel momento in cui vi siete accettati nella vostra debolezza, cominciate a capire quanto siete forti. È una cosa molto difficile da capire: è nella nostra debolezza che sta la nostra forza. Ma noi viviamo di dominio: ognuno cerca di dominare, in un modo o nell’altro. C’è chi è forte fisicamente e lo fa fisicamente, c’è chi è intelligente e lo fa con l’intelligenza: tutti hanno una precisa volontà di dominio. Questo dominio ha fatto il suo tempo, però ci domina a sua volta. […] Il problema è che le persone che hanno deciso di perdere sono i nostri vincitori, e non quelli che hanno deciso di vincere. (Fausto Taiten Guareschi)

Alla fine di una conferenza che ho tenuto recentemente qualcuno, uno scienziato, mi disse come il problema della formazione e dell’educazione sia il problema numero uno della nostra società. Gli credo. Al cuore di questo problema c’è la nozione di persona. Di solito s’intende per formazione qualcosa che ha come obiettivo quello di dare una professione, ovvero un salario, una formazione quindi orientata a ciò che possiamo chiamare l’efficacia, o l’efficienza. Tutto il campo complementare, che sta a lato dell’efficienza, cioè tutto quanto tocca il cuore, tutto quanto tocca l’affettivo, viene messo da parte. […] Penso che la scoperta di sé in vista di una creazione è anche la scoperta dei propri limiti. Qui si incontra la nozione di umiltà. (Frère Daniel)

Noi crediamo sia possibile ricucire le apparenze disperse negli spazi vuoti, attraverso un racconto che organizzi l’esperienza, e che perciò dia sollievo… Crediamo che tutto ciò che la gente fa dalla mattina alla sera sia uno sforzo per trovare un possibile racconto dell’esterno, che sia almeno un po’ vivibile. Pensiamo anche che questo sia una finzione, ma una finzione a cui è necessario credere. Ci sono mondi di racconto in ogni punto dello spazio, apparenze che cambiano a ogni apertura d’occhi, disorientamenti infiniti che richiedono sempre nuovi racconti: richiedono soprattutto un pensare-immaginare che non si paralizzi nel disprezzo di ciò che sta attorno. (Gianni Celati su Luigi Ghirri)

Io vivo costantemente la morte. La morte è un problema per l’individuo, ma non per la persona. Ognuno di noi, nella sua individualità, è una goccia d’acqua. Cosa capita a questa goccia d’acqua quando, secondo una tradizione che è transculturale, cade nel mare e sparisce come goccia? Dipende da che cosa è: la goccia d’acqua o l’acqua nella goccia? La goccia d’acqua sparisce, ma all’acqua della goccia non succede niente. Si unisce a tutto il mare, a tutto il divino, ma non perde la sua vera natura. Ciò che sparisce, sono le difficoltà di comunicare, di abbracciarsi, di amarsi, che nascono grazie all’individualismo… (Raimon Panikkar)