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GB in “Guarda me cosa dicio” Amarcord dei 2 anni

26 marzo 2020

“Chi sono io?”
“Amma!”
“E lui?”
“PaPA’!”
“Poi chi c’è?”
“Onna!” ”
E?”
“OnnO!”
“Quindi?”
“Ia (Zia, ndr)”
“E anche…”
“Io (Zio, ndr)”
“Il cane?”
“Baaa…”
“La pizza?”
“Aamm!”

Assonanze: “Mamma!”; “Aamm!” (fame); “Vraam!” (tutto ciò che è dotato di ruote).

Aammshi/maamshi (il nuovo mantra).

Che c’è di meglio del “buuu!” (blue)? L'”abuuu!” (light blue).

“Prendiamo un cane?”
“No. Miao!”

“GioGiò”/”Ciucciò” (il distico preferito da GB)

GB al telefono: fa “Sciao”, saluta con la manina, manda i baci e… clic.

Da quando ha scoperto su e giù, è tutto un “SU! GIU’!”, con tono perentorio. E siccome ha scoperto pure come si dice quando Papusko o Mamuska si arrabbiano, vai con “Papabyaya” e “Mamabyaya”.

GB va alla casetta di fuori dove quella disgraziata di Fughetta ha sfornato quattro micini, indica e fa “GiòGiò”. Tutti i piccoli sono GiòGiò.

Gli enigmi di GB: tra una canticchiata e l’altra ogni tanto inizia a dire, ben scandito: “Enne! Otto! Enne! Otto!” Che avrà voluto dì?!?

A volte quando provi a dirgli qualcosa di serio – spiegazioni estetiche, insegnamenti scientifici, insegnamenti fondamentali – non ti lascia neanche finire, allunga la mano come a rassicurarti e inizia a dire “Sì(m). Sì(m). Sì(m).”, tipo “Sì, certo, non ti preoccupare, ci credo, senza che fai tutta ‘sta fatica”. Ti senti un po’ preso per i fondelli ma è cicciolissimo.

Questo periodo è tutto un “Pizza!” (più precisamente “Ammu GiòGiò pizza!”), oppure “Pasta!”, oppure “Blu!” (sarebbero i popcorn, dalla confezione), oppure “Red!” (sarebbero le fragole).

Ha imparato a dire “E mo’?”

Tormentoni: “Su papà su” (vuol essere preso in braccio); “Alzi!” (vuole che ti alzi dalla tua comoda seduta); “Zio-Zia-Eo” (reclama lo ziame e il cugino Edoardo); “Etto no, Mamm Sci” (non vuole andare a letto, vuole vedere i video con le macchine).

Prima era GioGiò, adesso, si presenta con tutti i crismi. “Come ti chiami?” “GioGiò Bruno”.

“Preferisci mamma o mam mam?”
“Mam mam.”
“Allora…”

Quando proponi i conteggi a GB perché faccia una cosa (“Ora conto da 1 a 10, poi devi venire a cambiarti”), e lui te li rigira (“Unio, duie, tre…”).

I genitori dovrebbero capire sempre quello che dicono i pargoli, ma a volte quando Gb inizia a parlare a manetta, sembra proprio una poesia di Hugo Ball.

Ex Libris 360 (liberazione animale)

16 marzo 2020

A dire il vero, è del tutto vano chiedersi se la libertà sia naturale, poiché non si può asservire nessuno senza fargli torto; nulla è più contrario alla natura – interamente ragionevole – dell’ingiustizia. […] Gli animali se gli uomini li ascoltano, gridano: “Viva la libertà!”. Molti di loro muoiono subito dopo la cattura. Come il pesce che agonizza non appena è tolto dall’acqua, essi si lasciano morire pur di non sopravvivere alla loro libertà naturale. Se gli animali avessero scale di valori, vedrebbero nella libertà la propria nobiltà. Altri animali, dai più grossi ai più piccoli, quando vengono catturati si dibattono con tanta forza con le unghie, le corna, il becco e la zampa da dimostrare chiaramente il prezzo che essi attribuiscono a ciò che perdono. Dopo essere stati catturati, ci dimostrano così eloquentemente di essere consapevoli della propria sventura, che è mirabile vederli languire piuttosto che vivere, e gemere sulla felicità perduta piuttosto che crogiolarsi nella servitù. Che vuole dire l’elefante quando, dopo essersi strenuamente difeso, perduta ogni speranza, sul punto di venire catturato cozza le mascelle contro gli alberi e si spezza le zanne, se non che il grande desiderio di rimanere libero lo rende astuto e gli suggerisce di trattare con i cacciatori: per vedere se potrà cavarsela a prezzo delle zanne e se il suo avorio, ceduto come riscatto, gli restituirà la libertà?
Noi coccoliamo il cavallo sin dalla nascita per abituarlo a servire. Le nostre carezze non gli impediscono di mordere il freno, di impennarsi sotto lo sperone quando lo si vuole domare. Mi sembra che voglia così dimostrare di non servire spontaneamente, ma da noi costretto.

Diario di bordo di Gravity’s Rainbow – parte 3

12 marzo 2020

Nordhausen Africa Nera carillon oui-ja tentacoli mercato dei cambi Ala Proibita Padre Nero Imipolex G Rommel sfollati Città del Razzo Turingia balalaika stupidità chiffonier Hemingway Valpurga ZONNGG! technicolor Telefunken Fantini Spaziali Macchinificazione Speer Tannhäuserismo Minnesinger sigaro esplosivo pfennig inerzia Punto di Brennschluss luna-park Shirley Temple Stollen 41 limerick birra ogiva vodka Grüss Gott pompinaro barre di Monel effetto Doppler Gelida Noctiluca SBADABANG! Thunderbolt Garmisch Schwarzkommando Magreb Gusci Vuoti rivolta del 1904 Veld Zero Finale urolagnia suicidio Unità Precristiana Omumborombanga crittografia Erode servaggio Autobahn Redentore Alleati ghiaccio verdissimo Volkswagen herero Strega di Salem Spettro Atlantide risentimento Zippo Rathaus Furie Provvidenza zavorra Carcassonne mucche nichilisti chirghisi Leningrado falchetto Sette Fiumi Cosa Innominata Geopolitica petrolio Artico scacchi benzolisochinoline Parabellum Oppio anelasticità Onirina indeterminazione Ideale archivi carbone Baltico dossier Lettere Strane Nuovo Alfabeto Turco Corano infedele Samarcanda duellanti ubriachi oscurità Luce Bershire Rocketman ottoni macellaio bouillabaisse follia Graal SPINELLO! l’atto di nominare troll San Patrizio elmo driadi Chicago Bar John E. Badass hashish nepalese missione segreta artiglieria cirri a coda di cavallo alberi sfregiati Roosevelt Ora del Male Captain Midnight Show permanganato soirés fantastiques Berlino Jubilee Jim minio Greta Garbo BMW Mosella Mickey Rooney Ruota Panoramica Borges Lugones Dottor Caligari Squalidozzi Gaucho Marx Martin Fierro emulsione J Zodiaco torpedine Frank Sinatra savoir-vivre 00000 Amytal espressionista Inflationszeit metafisica del corridoio Grande Inquisitore Foresta Nera singolarità estrusione cristalli di sale autodistruzione manganello frontiere balipedio Stato Maggiore Mondaugen Demian bodhisattva traghetto Lot fallimento oscillazioni cubicolo furore Südwest Mare della Tranquillità Jung Liebig equazioni Heidelberg serpente che si morde la coda sabotare Sher ins Vakuum Asta Nielsen jujitsu burocrazia Avversario Stettino Tesoro dei Nibelunghi sastrugi incesto perversione aurora artificiale alberi carbonizzati gradiente di morte segale binocolo balistica Razzo Perfetto laboratorio volante Ellisse Dedalo Vecchio Ordine carne guasta notizie dal fronte Gaudeamus igitur sconfitti puzza cantina calcedonio Saturday Evening Post Porta di Brandeburgo Guardiano Marocco Reichsmark Bösendorfer Gazza ladra Dialettica Tedesca papiromanzia Achtung Irving Berlin trifoglio airone frustate mandala mugolio sirena Nave Toletta bayou pressione Radioricevitore rompighiaccio Coca-Cola Mach 5 coefficienti adimensionali koan interfaccia aerodinamica filo d’Arianna catrame terra di Siena Anubis fisarmonica cervello Thanatz porcili bordello lussuria lampadine senzienti reminiscenze Contratto mascara capezzoli sassofonista cerniera lampo clitoride cincia attonito lindy Euridice voyeur Morituri Hollywood Bad Karma guardiamarina Kursaal disastro biblico yiddish merletti Pacifico maduro zone d’ombra forza anti-gravitazionale escavatore parrucca sarcasmo pineta Ur-Heimat Hispano-Suiza Polistirene bellezza morente spasimi whisky Dramamine derrick Oder tempesta smoking gabbiani Anton Webern Mar dei Coralli scimpanzé struttura cristallina Olandese Volante babordo ossigeno liquido vomito motosiluranti cromatura scogliere incerata garganella quartier generale Casanova vodka foschia barbari Mezzogiorno del Razzo Centro suonatori peripatetici Officina di Montaggio fucile automatico eterodroga Kurt Weill scoreggia rendez-vous tuba Melvin Purvis elegia elettroshock Standard Ohm fucili spostamento verso il rosso Torah Tecnologia desossiefedrina coprifuoco Pigmei Ammassati Suicidio Tribale visione contatto congedo imboscata rotta di collisione megafono Guy Lombardo Armata Rossa nictalope lampada a petrolio Lucky Strike clavicembalo Freaks BRAMOSIA DEL DROGATO Basil Rathbone modulazioni baklava LOBOTOMIA Teilhard de Chardin Loro Sasso Carta e Forbice delatori vergogna Lucifer Amp Ditta Bomba Cosmica Porky Pig forme d’onda Anversa Frangibella impostori crepuscolo vichinghi Wehrmacht Jugendstil fattoria carbonizzazione disboscamento lemming Mare di Galilea parabola Vecchia Inghilterra lunatico YAAAGGGGHHHH Juicy Jap Cecil B. 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Ex Libris 359 (dice il cobra reale)

28 febbraio 2020

Stanotte i piccoli sono liberi dai grandi e i grandi proteggono i piccoli. Persino io…” fece una pausa e sembrò riflettere profondamente “persino io potrei incontrare un’Oca Selvatica senza pensare alla cena, in quest’occasione. E dopotutto” continuò, facendo saettare dentro e fuori la sua terribile lingua biforcuta mentre parlava, “può essere che mangiare ed essere mangiati siano la stessa cosa, in fondo. La mia saggezza mi dice che probabilmente è così. Siamo tutti fatti della stessa materia, ricordatevi, noi della giungla, voi della città. Siamo composti della stessa sostanza – l’albero sopra di noi, la pietra sotto di noi, l’uccello, la bestia, la stella -, siamo tutti un’unica cosa, tutti ci muoviamo verso la medesima fine. Ricordatelo quando non ti ricorderai più di me, bambina mia.”
“Ma come può un albero essere pietra? Un uccello non è me. Jane non è una tigre” disse Michael, risoluto.
“Pensi di no?” Disse la voce sibilante del Cobra. “Guarda!” E accennò con la testa verso la massa di creature in movimento di fronte a loro. Uccelli e animali adesso ondeggiavano insieme, stringendosi intorno a Mary Poppins, che si dondolava leggermente. Avanti e indietro la folla ondeggiante, tenendo il tempo, oscillando come il pendolo di un orologio. Persino gli alberi si piegavano e si alzavano con grazia, e la luna sembrava dondolarsi nel cielo come una nave dondola sul mare.
“Uccello e bestia, pietra e stella: siamo tutti un’unica cosa, un’unica cosa…” mormorava il Cobra, ripiegando il capo mentre lui stesso ondeggiava tra i bambini.
“Bambino e serpente, stella e pietra, tutt’uno.

Due Poesie Gatte

17 febbraio 2020

Oggi è il giorno dei gatti (contestualmente anche di Giordano Bruno, quello vecchio; quello nuovo d’altronde lo dice sempre: “Tu sei mamma gatta, tu papà gatto e io il gattino”)

Allora, due poesie per loro.

Una scritta dal Borri parecchi anni fa per una micia:

The Cat in the Kitchen

There’s a cat in the kitchen
And she sleeps quite well
In the warm horizon
Of this july’s end

Under full eyed stars,
Beneath clouds and waves
Of a blossomed youth
She rises and plays

There’s a light in the sky:
Every time she listens
To long waited tides,
The lion roars, a fire dies

And the cat senses always,
She knows everything:
Loving all of us,
Dreaming what will be

Looking out the window
The white veiled sister,
Night comes and breaths
Softly, heartbeats fading out

There’s another time, when
The earth keeps moving
At a strange, deep rhythm
To divide the days

Moths and flies are dancing,
It’s the monkey’s year:
Dogs and doves and dolphins
All around the globe

Black and yellow master
Of a world to come,
Now the cat is smiling
And the kitchen shines

Una scritta dall’amica Lucia, l’umana che aveva in casa la gatta di cui sopra:

Che sappiamo, noi, delle guerre dei gatti?
Della loro scienza?
Dei loro computi astronomici?
E quanto dura il loro Tempo? E il loro amore?
Sarà bello
se ne concederanno ancora
a noi, stupiti
un briciolo, un momento
una coda all’insù.

Ex Libris 358 (rivoluzione ecotopiana)

5 febbraio 2020

Gli americani in genere credono che gli ecotopiani siano diventati un popolo di incapaci e di pigri. Questa fu la naturale conclusione che venne tratta dopo l’indipendenza, quando gli ecotopiani adottarono la settimana lavorativa di venti ore. Eppure ancora nessuno in America, almeno credo, ha afferrato a pieno l’immensa rottura che ciò rappresentò nei confronti del nostro sistema di vita. Ancor oggi stupisce che la legislatura ecotopiana, nell’ebbrezza del potere, abbia avuto la capacità di passare indenne attraverso una simile rottura rivoluzionaria.
Come sottolinea l’intellighenzia ecotopiana, era in gioco la revisione dell’etica protestante del lavoro, sulla cui base era stata costruita l’America. Le conseguenza furono evidentemente pesanti. In termini economici, l’Ecotopia fu costretta a isolare la propria economia dalla competizione con i popoli che lavoravano più duramente. Per anni le sue industrie furono afflitte da gravi distorsioni. Si verificò una diminuzione di più di un terzo del Prodotto nazionale lordo. Ma le più profonde implicazioni della riduzione della settimana lavorativa furono di ordine filosofico ed ecologico: l’umanità, asserivano gli ecotopiani, non venne compatita per la produzione, come si credette nei secoli Diciannovesimo e Ventesimo. Al contrario, gli uomini furono concepiti per prendere il loro modesto posto nel continuum della struttura a equilibrio stabile degli organismi viventi e perturbarla il meno possibile. Ciò avrebbe significato sacrificio dei consumi presenti, ma avrebbe assicurato la sopravvivenza futura, che divenne un fine quasi religioso, per certi versi analogo alle più antiche dottrine della “salvezza”. La gente sarebbe stata felice non in misura del suo dominio sulle altre creature della terra, ma in misura dell’equilibrata convivenza con esse.
Questo cambiamento filosofico sarebbe potuto sembrare ingenuo alla superficie. Tuttavia, le sue frasi implicazioni balzarono presto agli occhi. Gli economisti ecotopiani, tra i quali alcuni dei più eminenti d’America, erano ben consapevoli del fatto che il tenore di vita poteva esser sostenuto e incrementato soltanto per mezzo di un’ineluttabile pressione sulle ore di lavoro e sulla produttività dei lavoratori. Per questi si sarebbe trattato di “intensificazione dei ritmi”; comunque, senza un lento ma regolare incremento del prodotto del lavoro, il capitale non poteva essere attratto o anche soltanto trattenuto: ne sarebbe seguito rapidamente un collasso economico.
In questo nuovo corso del pensiero pochi militanti ecotopiani introdussero e diffusero il punto di vista assolutamente nuovo secondo il quale la catastrofe economica non si identificava con la catastrofe in ordine alla sopravvivenza delle persone e, in particolare, un tracollo finanziario si sarebbe potuto trasformare in un beneficio se la nuova nazione fosse stata in grado di organizzarsi in modo tale da destinare le sue reali risorse in energia, conoscenze, capacità e materiali alle necessità fondamentali della sopravvivenza. Se ciò fosse accaduto, perfino una diminuzione catastrofica del PNL (che, secondo loro, era in larga parte e comunque costituito di attività superflue) avrebbe potuto dimostrarsi politicamente utile.

GB in “Guarda me cosa dicio” 2

30 gennaio 2020
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“Fatemi giocare! Sto morendo di giochi!”

“Perché abbiamo la macchina rossa? Non la voglio più rossa, la voglio rosa.”

“Lo sai che quand’ero piccolo e stavo nella tua pancia ho sognato tante zucche volanti?”

A ogni boccone: “Questo va nel pugno, questo nell’altro pugno, questo va nei piedi…”

“Papusko, mi porti il latte? un po’ bianco e un po’ marrone, un po’ caldo e un po’ freddo…”

Nonna Nevia vuole fargli cantare Bella ciao. Lui dice: “La conosco.” E inizia: “Una mattina mi son svegliato, sono andato a fare la spesa, poi sono andato a scuola di musica, poi…”

“Mi è andata per traverso la gola.”

Dilemmi: “Se faccio prima la pipì poi mi vengono le carie, se mi lavo prima i denti poi mi faccio la pipì addosso.”

Pregate di non stare vicino a GB quando proclama fiero: “Sono la battaglia!”

“Sono un uccello. Quest’uccello si chiama Odore di fiori che si chiamavano delizia.” (nientedimeno)

Ma anche, al parco giochi, spiegando le ali: “Sono un uccello mannaro!”

Sempre a proposito di ali: “La vedi questa palla? E’ una spada per tagliare le ali degli zombie.”

“È vero che gli alberi sembrano dei broccoli?”

Nonna Olimpia: “Sai dove cresce l’erba voglio?” GB: “Nel mio giardino.”

“Vai troppo veloce, abbassa la temperatura. Sì, la temperatura di andare veloce o lento.”

Tra deriva sicuritaria e discutibile strategia di marketing: “Quelli che non vanno all’Ikea li uccidiamo.” (chissà, magari all’ex nazi Kamprad la cosa poteva anche sconfinferare).

Il povero Papusko è costretto a sorbirsi Ligabue, di cui GB è appassionato, solo che lo chiama Luca. “Voglio Luca. Quella delle notti.”

Sempre sui nomi. “Perché il cugino Valentino lo chiami Matteo?” “Me l’ha detto il mio cervello: Valentino chiamalo Matteo.” (D’altra parte, qualche giorno dopo: “Il mio cervello dice tante bugie.”)

A proposito del nuovo cugino, invece. Edo: “Lui è il fratello minore, io sono il fratello maggiore.” GB: “E io sono il fratello peggiore.”

Capodanno: “Quelli che fanno i botti sono imbecenti (crasi tra imbecilli e deficienti, ndr).”

“E’ successo una settimana fa.” “Era un po’ prima, Giò.” “Allora una settimanona fa.”

GB un po’ gnomico e un po’ gnostico: “Non ho mai visto il respiro di tutti i tempi.”

GB Giano: “Perché non siamo cresciuti con quattro facce?”

Una cosa che succede spesso, specie quando si deve tornare a casa: “Quando si scaricano le batterie delle gambe non posso camminare.”

“Quando c’è qualche problema mi chiami e vengo da te, sono il tuo salvatore.” (GB che risolve problemi? Mh, di solito li crea…)

Ordinando la pizza per scuola. Papusko: “Mi dia 50 centesimi di pizza bianca.” GB: “Domani faccio io.” L’indomani. GB: “200 euro di pizza bianca.” Il giorno dopo: “300 euro di pizza bianca.”

Al Papusko, cui piace inventare canzoni soprattutto la mattina: “Non puoi cantare se non c’è la radio. Prima devi registrare la canzone sul disco e poi la puoi cantare.”

“Quando sono triste il mio cuore si rompe, quando mi sono calmato si riaggiusta.”

Ex Libris 357 (non vogliono)

24 gennaio 2020

Il patriarcato è come la mafia: buona parte della sua mission, per così dire, è farci credere che non esista. Se pensi di vivere nel migliore dei mondi possibili, non ti viene in mente di cambiarlo, o comunque nemmeno sospetti l’esistenza di un sistema architettato nei minimi dettagli per stritolare i suoi elementi deboli e assicurare il successo solo a quelli che per nascita o abilità mimetica riescono a giocare secondo le regole.
Il patriarcato italiano è bianco, maschio, borghese: ti racconta che puoi avere tutto quello che vuoi, se lo vuoi, ma ti racconta anche quello che devi volere, a seconda che tu sia maschio, femmina, etero, gay, cisgender o transgender, bianco o no.
Ogni paese ha il suo patriarcato, ma il nostro è così: ha quella faccia lì, da signore di mezza età in giacca e cravatta che ti assicura, serissimo, che la sua azienda non fa distinzioni di genere nelle assunzioni e nelle promozioni, e lo fa essendo circondato interamente da maschi. Ci piacerebbe tantissimo, dice il patriarcato, avere più donne ai vertici.
Ma loro non vogliono, preferiscono la famiglia.
Non le troviamo.
Non ci sono.
Se ci sono, si facciano vive.
Lo dice tranquillo, mentre dietro le sue spalle dieci colleghe di grado più basso, più volte scavalcate dai maschi, cercano di resistere all’impulso di strozzarlo con la cravatta come Leia con Jabba the Hutt.

My Favorite Climate

17 gennaio 2020
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Questi giorni discutevamo di clima, per una volta non riguardo la crisi climatica, ma riferendoci al clima ideale in cui vivere.

Personalmente, da pischello ero un amante dell’inverno e del freddo, sempre considerando quello in genere sopportabilissimo che può capitare a Roma. Ricordo con nostalgia la mitica nevicata dell’epifania ’85, con Pippo Baudo che mostrava il manto bianco a un bambino nel cortile Rai di viale Mazzini prima di Domenica In*; quella sorprendente del 17 marzo (la trovai su via Cola di Renzo all’uscita da uno dei miei film preferiti, Cotton Club, momento sublime quant’altri mai); quella maestosa i giorni precedenti il mio compleanno nel febbraio ’86, che trasformò le vie di Monteverde in fantasmagorici passi alpini. Consideravo mio mese preferito dicembre, con le sue lunghe notti e le tante luci. Invece, pativo come un vero inferno la calura estiva, e quando il termometro saliva oltre i 35 iniziavo una vana lotta psicologica col sudore, l’afa, il cielo calcinato.

Poi sono cresciuto, e ho preso a seguire il precetto zen: se è caldo, sii il caldo. Certo non faccio i salti di gioia durante le sempre più frequenti ondate di calore (nel 2003 a un certo punto la tentazione di sbattere la testa al muro era forte; e invece il “lugliembre” romano di qualche anno me lo sono goduto appieno) ma nemmeno mi metto a combattere inani battaglie che hanno il solo effetto di stremare ancor più il fisico già provato.

Invece, ho scoperto che le maggiori gioie me le dà la primavera, quelle volubili giornate di aprile, mai noiose, dove pioggia, nuvole, sole inscenano un girotondo instancabile, e quei calmi, luminosi tepori di maggio non ancora consegnati alla ferocia del solleone.

Comunque, alla fin fine uno schema di clima ideale la squadernerei così:

un autunno piovoso e fresco (più fresco di quello che ci riserva il riscaldamento globale in questi anni: d’accordo le ottobrate, ma che non sembrino settembrate);

un inverno più secco, freddo ma non gelido;

una primavera variabile e fresca;

un’estate calda ma non torrida, stabile ma non arida.

Neve, piacevole sorpresa saltuaria. Nebbia, qualche volta, per lo più umidità sotto controllo.

Situazione preferibilmente collinare.

Temperatura minima accettata: -2 (28 Fahrenheit)

Temperatura massima accettata: 32 (89 Fahrenheit)

Se qualcuno sa dove si trovano condizioni del genere, lo comunichi e ci si fa un pensierino sopra.

Ps. Grazia suggerisce la Nuova Zelanda, ed effettivamente ci avevamo fatto un pensierino, come pure, per certe caratteristiche, alla California settentrionale.

 

* Con la seguente, storica ondata di gelo.

Ex Libris 356 (debito e dolore)

6 gennaio 2020

Nel buddhismo Mahayana la riflessione sulla moralità si estende a considerare come ogni cosa che usiamo nella vita quotidiana derivi da altri esseri. Il maestro Zen coreano Ya Un diceva ai suoi monaci:

Dal tempo dell’aratura e della semina fino a quando il cibo raggiunge la vostra bocca e i vestiti coprono il vostro corpo, non solo uomini e buoi soffrono grandi dolori nel produrli, ma anche innumerevoli insetti sono uccisi e feriti. Non è corretto trarre vantaggio in questo modo dalle tribolazioni degli altri. Ancor più, come potete sopportare il pensiero che altri debbano morire perché voi possiate vivere? Come potete, voi che avete una vita comoda, lagnarvi della fame e del freddo quando il contadino soffre lui pure la fame e il freddo e la donna che tesse è vestita inadeguatamente? Un debito molto pesante si addossano quelli che indossano abiti eleganti e mangiano cibi raffinati.

Per un 2020 con +saggezza e – dogmi

30 dicembre 2019
Il vero movimento della saggezza consiste in un improvviso precipitare nella verità.
(Emanuele Trevi, Sogni e favole)
Le idee sono fatte dai grandi maestri, i dogmi dai discepoli, e lungo la via il Buddha viene sempre fatto fuori.

Messaggio in 25 lettere per i nostri 25 lettori

27 novembre 2019

Sì, in stand-by ma riprenderemo.

Ex Libris 355 (Poeti)

24 novembre 2019

«Ti piace Yeats?»

«È venuto prima di Bob Dylan?»

«Sì.»

«Allora non voglio sentirne parlare. Per quello che mi riguarda, la poesia è iniziata con Dylan e dopo di lui è iniziato il declino.»

GB in “Guarda me cosa dicio”

25 ottobre 2019
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“Giò, devi parlare chiaro.” “Voglio parlare scuro.”

“Scusa Giordano, non ho capito, che hai detto?” “Niente, sto parlando fra me e fra me.”

“Che fai Giò?” “Dò un bacio a Peter Bruno perché è il mio miglior amico.”

“Quelli in macchina sono scemi.” “Sì Giò, c’è qualcuno scemo, in effetti.” “No, sono tanti scemi.”

“Lo sai che sono venuti addosso alla macchina del papà?” “Chi è stato?” “Una signora.” “No, è stato Salvini.” “Come Salvini?” “Sì, perché è cretino.”

“Ciao mamma gatta, ciao papà gatto, io sono gattino.”

Papusko: “Perché non vuoi camminare quando stai con me?” GB: “Perché mi pesa il culo.” Papusko: “E solo con me?” GB: “Sì, perché sei grosso.”

“Tin tin, buona salute.”

“Basta parlare, che le parole sono foglie che cadono e vengono schiacciate dalla pioggia e dal vento.” (sic)

“Giò, alzati.” “Non posso, perché stanotte avevo sonno fino a 100.”

“Sono tristissimo, me ne vado di là senza dire neanche una parola.”

“Non ce la faccio più: quando parlate troppo con me divento arrabbiatissimo.”

“Non voglio andare a dormire nel mio lettino, ho paura dei personaggi finti che caminano di sopra.”

“Voglio, voglio… Non lo so che voglio. Mi puoi dire che posso volere?” (variazione: “Voglio farti uno scherzo, ma non so che scherzo farti. Mi sai dire che scherzo posso farti?”)

“Voglio Caparezza, quella che mi fa ridere, Esci dal tunnel!”

Mamuska (o altra): “Ciao amore.” GB: “Ciao amora.”

“I fascisti sono zozzerie!”

“Succo, limone, acqua, altra acqua, chinotto, altro succo… Mi piacciono i mischioni.”

“Voglio 50, anzi, 100 coccole. Conta.”

(evidentemente stanco di micini): “Sono un cucciolo di suricato.”

“Leva la musica, cantiamo la canzone della nave da battaglia.” Ah, bene, e come fa? “Battaglia! Battaglia! Battaglia!”

“Facciamo che nasce un altro gattino, per finta, e si chiama Giacom…, no, Cieloluna, Mi piace questo nome di femmina. Quando nasce?”

Antonietta (bidella): “Non si corre per i corridoi della scuola.” GB: “Ma io sono nato veloce.”

“Quando divento grande, a 70 anni, faccio il cuoco, così ti dò le cose buone che cucino. Poi il carabiniere. Poi il musicista…”

“Ho la tossezza.”

“Ciao, sono Giordano Bruno Mostro Hulk”.

Ex Libris 354 (storia di un elefante)

13 ottobre 2019

Se gli animali non venivano utilizzati per il lavoro o come cibo, erano impiegati a scopo di intrattenimento. […] J.T. Smith, nel suo Book for a Rainy Day, scrive di un elefante “legato con corde, condotto dai suoi custodi lungo la parte stretta dello Strand”. Il 6 febbraio 1826 l’animale, chiamato Chunee, non sopportò più la prigionia e, infuriato, fu sul punto di evadere dalla gabbia. una squadra di fucilieri della vicina Somerset House non riuscì ad abbatterlo, e un cannone fu usato inutilmente. Alla fine i custodi lo uccisero con una picca e l’elefante morì con centocinquantadue pallottole in corpo. Poi lo spirito commerciale di Londra se ne impossessò: fu messo in mostra al pubblico per qualche giorno finché divenne fetido, e a quel punto venne venduto come undicimila libbre di carne. In seguito se ne espose lo scheletro, che poi entrò a far parte dei reperti dell’Hunterian Museum del Royal College of Surgeon. Chunee fu finalmente cancellato da una bomba durante la seconda guerra mondiale.