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Ex Libris 324 (gattonando)

9 settembre 2018

A quattro zampe

Tutto è legato a una questione
di postura: nulla saprà degli animali
l’uomo eretto, dominus sprezzante
e onnipotente, mentre l’infante
che gattona a quattro zampe
vedrà la stessa scena, annuserà
gli stessi odori, spartirà
con loro inediti sapori.

L’unica chance offerta all’uomo
eretto è di sdraiarsi a terra:
osservando le stelle assieme agli animali,
magari scorderà di essere
una macchina di sopraffazione e guerra.

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Animale totem

7 settembre 2018

Credo di aver finalmente scoperto il mio animale totem.

Quella cosa che uno vorrebbe pensare a robe fighe tipo i felini, il lupo, perché non un cervo (o una cerva, i potteriani mi capiranno), un maestoso volatile di qualche tipo, the Crow, l’aquila che veglia dalle cime, il condor? O una fulva, guizzante e furbissima volpe? Un selvaggio cavallo mai domo? Ntz, il mio animale totem è il calabrone.

Sono incazzose ma solo se hanno fame, sarebbero tendenzialmente pigre se non fosse per il pungolo ormonale (infatti una volta che cessa il pungolo, addio nido*) e sono sorde. Sordissime.

Che culo, eh?

* Funziona che, una volta che la povera regina inizia a deporre meno uova e a emettere meno ormoni, le operaie prendono e l’ammazzano. Così. E quindi senza ormoni che le condizionano a prendersi cura del nido e delle larve, va tutto a catafascio. Smettono di nutrire le larve, che muoiono di fame, e si decompongono direttamente nelle loro celle, appestando tutto perché nemmeno si preoccupano di pulire, né di riparare i danni. Mi mettono tristezza queste operaie sopravvissute, che sentono la fine avvicinarsi, che non hanno più una guida, uno scopo, il nido nella totale anarchia e la ricerca affannosa di cibo, per resistere un giorno in più, ancora ventiquattro ore, ancora i raggi del sole a scaldare le ali. Ancora una volta prima del grande buio. Per questo mi dispiace sempre, vederle qui intorno sperdute, mi dispiace farle fuori, anche se è proprio ora che si incattiviscono di più. È perché sanno che stanno morendo. Ciao calabroni, ciao.

Ex Libris 323 (come un primate di nostra conoscenza…)

26 agosto 2018

Quand’ero piccola e vivevo nel Maryland, il passero domestico era considerato un uccello “cattivo”. Non solo molesto, bellicoso e invadente, ma anche aggressivo, famigerato perché infastidiva e scacciava gli uccelli “buoni”: le rondini, per esempio, o i pettirossi, o gli scriccioli, e specialmente gli azzurrini.

[…]

Il passero domestico può essere a ragione etichettato come un teppista, un topastro con le piume, un esserino decisamente pernicioso e un assassino. Ma qualunque cosa se ne dica, quest’uccello resta un superbo invasore, abilissimo nell’insediarsi ovunque vada o quasi. Delle trentanove introduzioni di passero domestico conosciute, trentatré sono state un successo.

These are the songs of my life: Autobiographical Edition

24 agosto 2018

Ci sono poi le canzoni autobiografiche, quelle in cui si parla dei cavoli propri senza mediazioni più o meno mascherate di io lirici tendenti all’astrazione. Uno degli esempi che vengono subito in mente è Smoke on the Water, che però più in particolare rievoca le semi-catastrofiche circostanze di nascita del brano stesso, quindi sarebbe da ascrivere al novero delle meta-canzoni; o anche certi curiosi pezzi del Battisti di E già, come Registrazione o Hi-fi, dove sembra quasi di sentire Lucio suggerire alla sua Velezia delle parole che finalmente lo mettano (quasi) a nudo.

Al sodo, i miei preferiti nel genere:

l'”epic tone poem” (come lo definisce Mama Cass qui) di John Phillips che descrive l’ascesa al potere del suo gruppo e degli amici McGuinn, MacGuire e Lovin’ Spoonful negli sfavillanti anni della California protesa verso l’acme della Summer of Love;

Rachel Goswell e Mark Kozelek che in montaggio alternato cantano della lunga storia di amicizia e attrazione sospesa (“There was always something about you but you had a man in your life”, “I had a thing for you and I know You had a thing for me”) che li lega da due decenni;

e ovviamente un paio di auto-dichiarantesi lunghe cavalcate retrospettive dal re del genere, il mio adorato Mike Scott: le acustiche e spirituali peregrinazioni transoceaniche di Long Way to the Light e l’elettrica e più metaforica quest di Long Strange Golden Road.

Ex Libris 322 (viticci)

12 agosto 2018

Lento

Vi faccio grazia di uno scrutinio di tutte le ridondanze che presentano questi racconti, salvo per dichiarare il mio turbamento davanti alla quantità di viticci che spuntano di continuo. Non so nemmeno ancora con certezza che cosa sia un viticcio. Credo di aver copiato la parola da Thomas Stearns Eliot. Non ho niente di personale contro i viticci, ma il mio abuso del termine è un esempio di quello che ci succede quando dedichiamo troppo tempo e troppa energia solo alle parole. Questo consiglio è stato dato spesso e in modo più incisivo in altre sedi: ma a quei tempi il mio specifico errore di procedura era – incredibile a dirsi – sfogliare il dizionario dei sinonimi e annotarmi le parole che suonavano “giuste”, alla moda o tali da creare un effetto – cioè, quello di farmi sembrare bravo – senza poi disturbarmi ad andare a cercare sul dizionario cosa significassero. Se vi sembra sciocco, lo è. Ne parlo solo nel caso in cui, mentre noi discorriamo, altri stiano facendo la stessa cosa, e quindi possano imparare dai miei errori.

Buone vacanze col racconto dell’estate

6 agosto 2018
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Sigfrodo era un nibelungo poco sviluppato, e faceva anche un po’ di confusione con gli anelli.

Fine.

Ex Libris 321 (come Samsa)

29 luglio 2018

Lo stretto passaggio era stato difficoltoso per la blatta e io, con nausea, mi ero intrufolata attraverso quel corpo di scaglie e fango. E avevo finito, io pure tutta immonda, per sfociare attraverso di lei nel mio passato che era il mio continuo presente e il mio futuro continuo – e che oggi e sempre è sulla parete così come quei miei quindici milioni di figlie, da allora sino a me. La mia vita era stata continua quanto la morte. La vita è talmente continua che la suddividiamo in tappe e una di queste la chiamiamo morte. Io ero sempre stata in vita, poco importa se non propriamente io, non la cosa che ho deciso di chiamare convenzionalmente io. Io ero sempre stata in vita.

Io, corpo neutro di blatta, io e una vita che infine non mi sfugge poiché la vedo finalmente fuori di me – sono la blatta, io, sono la mia gamba, sono i miei capelli, sono il tratto di luce più bianca sull’intonaco della parete – sono ogni pezzo infernale di me . in me la vita è così insistente che se mi taglieranno in due, come una lucertola, i pezzi seguiteranno a vibrare e a muoversi. Sono il silenzio inciso su una parete, e la farfalla più antica mi affronta: la stessa di sempre. Dalla nascita alla morte è ciò che io definisco umano in me, e non morirò mai.

Come riconoscere un gruppo che suona davvero bene

26 luglio 2018

1 – Nessuno schermo con video mirabolanti o giochetti di luci che ti sparano negli occhi e ti accecano facendoti sprizzare lacrime che ti distraggono per tutti i santioni che gli tiri al tecnico e a chi ha deciso di montare quei dannati faretti rotanti; solo un po’ di rosso per l’ultimo pezzo prima del bis, che i miei accompagnatori aspettavano con malcelata ansia.

2 – Non fanno balletti cretini in giro sul palco, che già col binocolo si vede male che appena sposti di mezzo millimetro ti schizzano fuori quadro, figuriamoci se si muovono pure, e chi li vede più; stanno lì fermi (in particolare il tastierista e il chitarrista nonché mi dicono mammasantissima di tutta la situazione), tutti eleganti come si conviene a signori anglosassoni di una certa classe, ma muovono l’aria un casino.

3 – Fanno gli assoli di batteria come negli anni ’70! (dato che quegli altri del piano di sopra avevano quasi tutti una certa età, io me li sono allegramente immaginati dirsi: “ma sì, lasciamo sfogare il ragazzo”; soltanto che i ragazzi erano 3)

4 – Dei suddetti batteristi, uno si agita un sacco con tutta una serie di paraphernalia percussivi divertentissimi; un altro, quello con la bombetta, non contento della batteria suona pure il pianoforte come cristo comanda; il terzo sembra che stia lì sornione senza versare un goccio di sudore, ma pure lui pesta di brutto.

5 – Al cantante e seconda chitarra gli può tranquillamente partire per sbaglio il piede sul distorsore durante una ballata ma non ce se ne accorge (io perlomeno non me ne sono accorta); ah, lo stesso tizio, che porta un nome di quelli con una decina di consonanti, ha la chitarra decorata col mostrone di quel disco famoso.

6 – Sono loro che fanno le foto al pubblico, alla fine, in particolare il mammasantissima e il bassista più fico del mondo! (ci si vede anche a noi, se aguzzate in occhio, lì in alto sulla destra)

7 – Il mammasantissima sembra in realtà più che altro un vicario e dice con nonchalance che “questa è la formazione che farà più casino della storia”.

8 – E c’ha ragione.

* Siccome siamo poracci prendiamo i biglietti economici equivalenti a posti su in cima alla cavea.

Ex Libris 320 (Killing zoé)

22 luglio 2018

Crimini

La domesticazione animale, con la sua costruzione di nuovi saperi e di nuovi poteri sui corpi – ma lo stesso vale per altre forme di allevamento, i laboratori, gli zoo, ecc -, e il complesso “allevamento intensivo/mattatoio”, dove ha luogo la più colossale trasformazione di corpi viventi in cadaveri, seppur solitamente ignorati, sono essenziali per l’elaborazione di discorsi e di prassi che realmente intendano prender congedo dall’ideologia del dominio e dalle catene materiali dell’assoggettamento.
Le architetture disegnate dall’oppressione animale sono a tutti gli effetti parte dello scenario biopolitico: in esse si uccide per poter far vivere, materialmente e simbolicamente, il corpo-specie de “l’Umano”. Se accettiamo la distinzione tra bìos (la vita specializzata che viene fatta coincidere con quella umana) e zoé (la vita indifferenziata, il substrato comune all’intero vivente animale), il termine biopolitica – segno del permanere della supremazia de “l’Umano” – dovrebbe allora essere sostituito da quello di zoopolitica. Che sia eliminata nei lager o nei mattatoi, disciplinata nei corpi-macchina o regolata nei corpi-specie, è zoé il punto dove maggiore è la presa della forza normativa dei nuovi regimi di governo della vita. La vicinanza estrema tra biopolitica e tanatopolitica è, pertanto, un’inevitabile e prevedibile conseguenza del rapporto tra potere e vita che si è andato formando a partire dal XVIII secolo: in tale paradigma la presunta politica della vita (bìos) è sempre una politica sulla vita (zoé).
Il campo, pur segnando una soglia di discontinuità radicale nella storia delle politiche di gestione e controllo della vita umana, è anche il risultato di un processo di lungo periodo. Esso è per l’umano l’approdo estremo della parabola riassunta da Adorno nella Dialettica negativa nella figura di Adamo che, pensando di potersi liberare dai vincoli naturali immunizzandosi contro la sua stessa animalità, diventa preda di una devastante patologia autoimmune:

“Un proprietario d’albergo, di nome Adamo, uccideva a bastonate i topi che sbucavano dal cortile davanti agli occhi del bimbo che gli voleva bene; a sua immagine il bimbo si è fatta quella del primo uomo.”

 

 

Di orti sul balcone e di seminare alberi

19 luglio 2018

Come qualcuno ricorderà dalla scorsa puntata, ci eravamo lasciati con un inizio di orto sul balcone e la volontà ferrea di avere tanti fiori. Bene. Anzi, benino.

Partiamo dall’orto vero e proprio. Delle zucchine, per esempio, mi si dice da tutte le parti che sono maledetti trifidi invasori che ti lanciano le zucchine stile sassaiola di insulti, quindi ho pensato ingenuamente che almeno dal lato zucchina sarei stata a posto per tutta l’estate. Devo dire che in effetti quelle sei zucchinine striminzite di cinque centimetri che ci hanno dato erano buone. Ora sono lì che languono, ma non mi pare che si stiano tanto affannando a riprodursi*.

I pomodori, dei pomodori già lo sapevo. Ho preso una pianta ad aprile per non finire come qualche anno fa, che per aver aspettato fine maggio ho colto i primi frutti a ottobre. In effetti i pomodorini ci sono, non tantissimi, ma ci sono. Ho iniziato a raccoglierli giusto ora. Però le piante di pomodoro hanno una bella caratteristica: si possono fare le talee dalle femminelle, ed è anche facile facile – se ci sono riuscita io…

Dal lato aromatiche ho finalmente trovato una menta che fa il suo lavoro di pianta invasiva che attecchisce in ogni dove. Non so come né se riuscirò a replicare il risultato, io intanto sto cercando di fare delle talee, sia da lei che da una non ben identificata menta spontanea che spunta tra i gradoni**. Vediamo. A proposito di talee, come ogni anno sto tentando di fare talee di ortensia, chissà se ci riuscirò mai.

Come al solito ho seminato un sacco di vaschette e di quei vasetti da vivaio, ma non ricordo più cosa. Stavolta avevo pure segnato i nomi sui bastoncini del gelato, ma il diluvio dell’altro giorno ha lavato via tutto. Vai così.

Invece volevo parlare anche di altre semine. Durante la stagione delle nespole quest’anno, complice Giogiò, abbiamo sparso noccioli ovunque, e ora disponiamo di ben tre minialberelli.

Di cui due, devo ammetterlo, nati e cresciuti senza alcun aiuto da parte nostra.

Cosa invece non troppo sorprendente è stata la nascita di un piccolo di olmo:

Il problema sarà piuttosto la crescita, gli olmetti sono abbastanza delicati. Finora non me ne è sopravvissuto nessuno, ma chissà che questa non sia la volta buona.

A tal riguardo (la semina di alberelli) vorrei però rimandarvi a un gruppo su facebook che tratta proprio di questo. Per consigli, richieste di aiuto, scambio di piantine, e perché no?, anche solo per riprendere un po’ di speranza tra tutte le orrende notizie che ci piovono addosso ogni giorno. Green revolution!

 

*Bisogna sempre fare attenzione ai frutti collaterali!

** Le strade del centro storico di Artena in questa stagione sono un tripudio di spontanee. Non solo menta e ortiche e parietarie, ma anche amaranto, cimbalaria, felci, tartassachi e cicorie varie. Un microecosistema indisturbato, gli operatori del comune tanto non vengono a pulire, non fanno disinfestazioni, non fanno manutenzione delle strade, noi paghiamo le tasse ma va anche bene così, oh, se loro non lo fanno avranno i loro buoni motivi, no?

Ex Libris 319 (consigli discutibili)

15 luglio 2018

È sempre consigliabile lavorare a due testi in contemporanea (stabilendo comunque un ordine di priorità), in modo tale da poter passare al secondo se per caso il primo subisce una battuta d’arresto. E se non riesci a portare avanti nessuno dei due, cominciane un terzo.

These are the songs of my life: A Movie Scene Edition

13 luglio 2018

Forse già dissi da qualche parte che mi piace immaginare scene di film solo per metterci sopra qualche brano musicale. L’esempio preclaro riguarda Glittering Prize.

In una sceneggiatura ad episodi anni ’80 che buttai giù qualche tempo fa, una delle scene clou (il cui spunto iniziale veniva dal momento con Head Over Heels di Donnie Darko) era tutta costruita sul capolavoro dei Simple Minds che – ascoltato in cuffia dal walkman di una nuotatrice che si recava alla sua gara – reggeva il montaggio parallelo tra l’arrivo all’impianto, i riti dello spogliatoio, l’ascesa alla piscina, i momenti pre-partenza, e l’introduzione di un nuovo personaggio che dopo aver incrociato il pullman delle atlete scorrazzava in porsche per le strade della città, nello specifico Graz, prima di immergersi nella sua storia (l’esito della gara invece sarebbe rimasto ignoto).

Secondo me sarebbe una bellissima scena, e ogni volta che risento “shine on, shine the lights on me” me la rigiro in testa dal principio alla fine.

Ex Libris 318 (oltre il cinema 2)

1 luglio 2018

Note

Bisogna che immagini e suoni si intra-tengano da lontano e da vicino. Niente immagini, niente suoni indipendenti.

Il vero è inimitabile, il falso intrasformabile.

Musica: isola il tuo film dalla vita del tuo film (voluttà musicale). È un potente modificatore e persino distruttore del reale, come l’alcol o la droga.

Il tuo genio non è nella contraffazione della natura (attori, scenografie), ma nel tuo modo di scegliere e coordinare frammenti che le macchine da presa le hanno strappato.

Non abbellire né imbruttire. Non snaturare.

Vedi il tuo film come una combinazione di lingue e volumi in movimento, al di fuori di quello che raffigura e significa.

Immagine. Riflesso e riflettore, accumulatore e conduttore.

Ripresa. Angoscia di non lasciar sfuggire nulla di quel che intravvedo appena, di quel che forse ancora non vedo e potrò vedere soltanto più tardi.

Il tuo film non è fatto per una passeggiata degli occhi, ma per penetrarvi, per esserne completamente assorbito.

Espressione per compressione. Mettere in un’immagine quel che un letterato diluirebbe in dieci pagine.

Non si tratta di recitazione “semplice”, o di recitazione “interiore”, ma di non recitare affatto.

Provocare l’inatteso. Aspettarlo.

Molte inquadrature della stessa cosa, come un pittore che dipinge molte tele, o esegue molti disegni dello stesso soggetto, e che, ogni volta, progredisce verso l’esattezza.

Dare agli oggetti l’aria di aver voglia di esserci.

La bellezza del tuo film non sarà nelle immagini (cartolina-postalismo) ma nell’ineffabile che sprigioneranno.

Quante cose si possono esprimere con la mano, con la testa, con le spalle!… Quante parole inutili e ingombranti spariscono allora! Che economia!

Trasalimento delle immagini che si svegliano.

Emozione prodotta attraverso una resistenza all’emozione.

Non rifiutarti ai prodigi. Comanda alla luna, al sole. Scatena il tuono e il fulmine.

È vano e stolido lavorare specificatamente per un pubblico. Non posso provare quel che faccio, nel momento in cui lo faccio, che su di me. E poi non si tratta che di fare bene.

Sempre la stessa felicità, lo stesso stupore di fronte al significato nuovo di un’immagine che ho appena cambiata di posto.

Costruisci il tuo film sul bianco, sul silenzio e l’immobilità.

Senza cambiare nulla, che tutto sia diverso.

DIVINAZIONE, questo nome, come non associarlo alle due sublimi macchine di cui mi servo per lavorare? Macchina da presa e magnetofono, conducetemi lontano dall’intelligenza che complica tutto.

 

These are the songs of my life: Another Live Edition

28 giugno 2018

E invece, i pezzi prediletti dai live immortalati su disco?

Una carrellata sparsissima:

Amico fragile nel live con la PFM e sontuoso assolo mussidiano;

Savage Earth Heart in The Live Adventures of the Waterboys (non si trova on line, qui è rappresentata da un’esecuzione adeguatamente selvaggia a Glastonbury);

Silver Springs in The Dance, col meraviglioso psicodramma Lindsay-Stevie in full force;

Aire nell’ispirata versione di Ana José Nacho;

Kodachrome (con incorporata Maybellene) dal Central Park;

la Dance Me to the End of Love che apre Cohen Live (qui una da Jools);

la Gente da minha terra che chiude il Concerto em Lisboa.

Ex Libris 317 (analogico vs digitale)

17 giugno 2018

Un sistema analogico parte dall’idea che esista una realtà oggettiva in questo mondo – un mondo assolutamente unico, o perfetto – e il nostro scopo consiste nell’affrontare questa unicità e nel mirare a questa perfezione. Come nell’eterno rebus sull’impossibilità di andare da un punto A a un punto B (la distanza rimanente può essere sempre dimezzata, a prescindere dal cammino percorso), non raggiungeremo mai l’obiettivo ma lotteremo per esso, fedeli alla nostra natura eroica. Per questa ragione la parola fedeltà, con tutte le sue implicazioni di “verità”, echeggiò tanto potentemente per i primi audiofili.
Un sistema digitale rappresenta la negazione più totale di quest’idea: muove invece da un’idea di perfezione e procede a ritroso. Il sistema del CD “sa” che l’intera realtà sonora può essere rappresentata con precisione mediante un insieme di 65.000 componenti di base, purché 44.100 di questi vengano utilizzati per ogni secondo. Inoltre, la perfezione – intesa nel senso analogico – non è contemplata nemmeno come possibilità teorica. Potrete campionare un segnale un miliardo di volte al secondo e ancora vi troverete a spezzettare una curva fluida; poco importa quanti bit userete per descriverlo e otterrete sempre e solo un’approssimazione, un compromesso – per quanto minimo – della realtà sonora. Come aveva affermato un tempo Ivan Davis, l’analogico rappresenta “l’approssimazione della perfezione”, mentre il digitale “perfeziona l’approssimazione”.