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Ex Libris 283 (comunicare con gli idioti è pericoloso)

23 luglio 2017

‘Miagolare l’idioma degli umani è tabù’. Così recitava la legge dei gatti, e non perché loro non avessero interesse a comunicare. Il grosso rischio era nella risposta che avrebbero dato gli umani. Cosa avrebbero fatto con un gatto parlante? Sicuramente lo avrebbero rinchiuso in una gabbia per sottoporlo a ogni genere di stupidi esami, perché in genere gli umani sono incapaci di accettare che un essere diverso da loro li capisca e cerchi di farsi capire. I gatti sapevano, per esempio, della triste sorte dei delfini, che si erano comportati in modo intelligente con gli umani e così erano stati condannati a fare i pagliacci negli spettacoli acquatici. E sapevano delle umiliazioni a cui gli umani sottopongono qualsiasi animale che si mostri intelligente e ricettivo con loro. Per esempio i leoni, i grandi felini, obbligati a vivere dietro le sbarre e a vedersi infilare tra le fauci la testa di un cretino; o i pappagalli, chiusi in gabbia a ripetere sciocchezze. Perciò miagolare nel linguaggio degli umani era un grandissimo rischio per i gatti.

Antonioni: Un’educazione sentimentale all’immagine

21 luglio 2017

Fu 10 anni fa, tra qualche giorno, che se ne andava, lo stesso giorno di Ingmar Bergman, Michelangelo Antonioni. All’epoca, per la rivista su cui scrivevo, buttai giù un ricordo sfacciatamente sentimental-cinefiliaco. Lo ripropongo nell’occasione, in memoriam.

Quel che si apprende negli anni di formazione, si sa, rimane dentro confitto con più convulsa fierezza, pure se l’esperienza ha quel vizio infame di appannare ciò che un tempo splendette con tale faristica esattezza negli anni belli, quando ogni acquisto di conoscenza spiccava come un nuovo, intonso 8000 su cui piantare l’estrema picozza.

In quel gorgo sentimentale ed eroico ognuno scopre i maestri che si merita o che almeno anela a meritarsi: quelli sicuri nel tracciare la via, definitivi nel tagliare il quadro, imperiosi nel far correre da sorgente a foce lo sguardo assetato. Quelli cui ripensare con gratitudine anche quando priorità e influenze saranno altre. Il mio maestro è stato Antonioni.

Kubrick fu (per molti) il guru adolescenziale da far fuori appena la sua mausolemaica spocchiosità fosse venuta a confliggere col calore vivificante dei flamboyant, fossero Ophüls, Truffaut o John Woo. Herzog il compagno di strada di tante stagioni, il fratellone mistico e fumato con cui sballare con più stile. Michael Powell la scoperta tardiva da coltivare con cure amorose.

Ma niente (forse solo il sommo Mizoguchi, un po’ più tardi) avrebbe avuto l’impatto devastante sulla crescita delle facoltà percettive dello studentello di cinema che fui, di quelle visioni sotterranee, in laboratorio. Sapienza, 1990, sotto Scienze Politiche. La pantera più che invisibile, come un Tourneur al quadrato. Il cinema in una crisi più che nera.

Ed ecco, bum, l’in vitro esplode, e dallo schermo pixellato da videoproiettore pre-digitale balzano fuori come fiamme di cristallo: pompe di benzina lungo il Po, verde londinese, deserti su deserti, e nebbie, che nebbie, lunghi addii, portaceneri, vetrate, scale, ciminiere, vuoto-pieno-vuoto, e quei capelli, quelle rocce, quegli atelier, quella potenza acuminata e fatale di presa sulle cose.

Erano anni in cui, da buoni giovanissimi turchi, si doveva prendere posizione. Dante-Petrarca, Bartali-Coppi, Antonioni-Fellini, no? E lì si era ferocemente antonioniani, si ergevano a vessillo le metafisiche astratte dell’uno contro le pagliaccerie umbilicali dell’altro; e si scopriva cosa piaceva davvero, oltre le ammirazioni obbligate e i nomi imprescindibili del canone.

Che poi in realtà di questa storia della borghesia, dell’uncommunicado, della civiltà in decadenza, me (ce) ne caleva fino a un certo punto. Come in Gadda: chi se ne frega dei supposti messaggi più o meno sociali. Tutto è nella forma, con tale panteistica completezza da bruciare ogni residuo ideologico/teorico. Anche i contenuti sistemati, tiè: che senso di onnipotenza.

Dopo, tante altre (troppe) immagini sarebbero passate sotto gli occhi, sempre meno vergini e puramente ricettivi, magari più abili e strutturati. Quei luoghi si sarebbero allontanati, abbandonando il centro della scena oculare, sostituiti da nuove scoperte, soprattutto orientali. Eppure rimanevano lì, in quella soffitta privilegiata, pronte a pretendere nuove attenzioni.

Mentre in qualche modo si cercava sempre qualche surrogato, qualcuno che in simile, peculiarissimo modo densificasse il campo fino a farlo deflagrare, qualcuno che facesse male ai sensi non per accumulo di stimoli diversificati, ma per la loro concentrazione portentosa in pochi segni, ognuno di assoluta necessità e intensificato allo stremo.

E non erano quelli più banali, i Wenders e Co., a entusiasmarci. Probabilmente i maggiori epigoni del maestro ferrarese sono stati Edward Yang (che l’ha preceduto nell’Ade di un mese) e Michael Mann: il primo col palese nitore del cultore delle distanze e dello scavo esistenziale, il secondo col genio incorrotto dei sensi al lavoro e la sconfinata curiosità tecno-formale.

Quando tornò Lui, l’originale, emerso da un risonante silenzio, si era presso il centenario del cinema, sembrava che in qualche modo il cerchio si chiudesse. E per il volto di Irène Jacob, per lo stendersi di quei colori sull’anima, passavamo pure sopra alle cazzate di Tonino Guerra, allo sciupìo di parole su un’estasi che avremmo voluto muta.

Alla camera ardente, sullo schermo d’occasione, cogliamo una volta ancora i suoi occhi, che scrutano fuori da una macchina una campagna di pioggia e sfumature, e pensiamo che vorremmo guardare, come guardava Antonioni, qualsiasi cosa ci sia lì fuori. Di occhi così ne nasceranno sempre meno. Un grazie, è quello che resta da dire.

Ex Libris 282 (Dalla parte della cicala)

16 luglio 2017

filastrocche
Alla formica

Chiedo scusa alla favola antica,
se non mi piace l’avara formica.
Io sto dalla parte della cicala
che il più bel canto non vende, regala.

GB fa cose 2

13 luglio 2017
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GB annusa fiori e abbraccia gatti. (A volte poi i fiori li strappa e ai gatti prova a tirare la coda, stiamo lavorando sulla cosa.)

Quando entriamo in una chiesa di solito GB prende e si scaravanta verso l’uscita, se sta a terra, o la indica con insistenza se sta in braccio. Noi l’abbiamo attribuito al buio che c’è in certi edifici di culto. Però, quando entra in una chiesa di Borromini, il risultato è diverso. Successe tempo fa a San Carlino, ma era più piccolo e ancora non aveva maturato l’idiosincrasia. Ultimamente, però, a Sant’Ivo, stessa cosa: c’era quella luce assoluta che veniva giù dalla cupola, e quando abbiamo fatto per andar via, lui voleva rimanere.

GB fa ciao ciao con la manina in differita, quando i destinatari del saluto già sono andati via, hanno voltato l’angolo, non guardano più. Giusto per avvertirli.

GB, se è in momento di strilloni (per incazzatura o entusiasmo), fa concorrenza all’Ian Gillan dei tempi d’oro, o alle banshee.

A volte GB brandisce il ciuccio come una pipa. In macchina invece lo tira a noi davanti e ride.

Quando GB in macchina è stanco, mette su una faccia che, strano ma vero, sembra un misto tra il Buddha e Tiberio Murgia.

GB si vede questo con gli occhi appizzati sullo schermo per non perdersi niente (l’avevamo detto che è un po’ maniaco)*

GB prende i cd e li infila nel lettore, di solito spento. Una volta abbiamo provato a estrarlo e non veniva. Ecco fatto, ne ha messi due insieme. Quando il nonno l’ha aperto abbiamo scoperto che erano 3.**

GB prende i libri (tipo adesso è in fissa con questo), li apre e inizia a leggere: “Ehm”, o “Amm”, qualcosa del genere.

GB dice: Mamma. O Amma(gamma). Una volta sola, dopo una serie di richieste, ha concesso un: Papàhhh.

L’altra cosa che GB dice è (tema con variazioni) No. Noooo… No-No. No No No… (ad libitum)

Quando GB punta l’indiciuzzo bisogna obbedire, non ci son santi.

* Primo video visto: For the Birds. Video prediletto per un periodo: Dogs Like Socks. Al momento, tra i vari, questo (quando gli squali inseguono i pesciolini lui fa “via, via”, con la manina).

** A GB piaciono tanto i cd della Impulse, hanno quei bei colori arancio-nero, e le copertine morbide invece della plasticaccia. Prende e li porta al divano, quelli e altri di jazz: Coltrane/Ellington, Quincy Jones, Gil Evans, Ramsey Lewis. In un primo periodo, il suo preferito in assoluto era Brainwashed.

*** Libri illustrati più amati: È un piccolo libro, quelli di Eric Carle come Il piccolo bruco maisazio o Il piccolo ragno tesse e tace, Prot.

Ex Libris 281 (secondo Karen)

9 luglio 2017

Quattro motti avevano guidato la sua vita. Nella giovinezza lo sprezzante incitamento al coraggio di Pompeo al suo equipaggio: navigare necesse est, vivere non necesse.

Una volta in Africa aveva fatta sua l’asserzione, altamente etica, incisa nello stemma dei Finch Hatton: je responderay, ne risponderò.

Diventata scrittrice le piace assumere la leggerezza del nome di una nave affondata al largo dell’Islanda: Porquoi pas? In quel «perché no?» legge un «segnale di sfrenata speranza».

Più in là negli anni, quando comincia a toccare con mano – come aveva scritto in una preveggente lettera al fratello – che la vecchiaia è «il momento nella vita, in cui due scelte sono ancora possibili e poi, l’attimo dopo, solo una è possibile», sceglie come motto un insegnamento dall’ambiguità soavemente zen, preso dalle iscrizioni sulle tre mura di un’antica città inglese. Sulla prima cerchia di mura stava scritto: «Sii audace». Sulla seconda pure. Ma sulla terza: «Non essere troppo audace». Così il monito è: Sii audace. Sii audace. Non essere troppo audace.

Infine alle soglie della morte, le sembra perfetta la scritta, da ripassare sia nel momento del trionfo sia in quello della sconfitta, incisa all’interno dell’anello di un antico imperatore cinese: Anche questo passerà.

Se è vero, come scrisse Hanna Arendt, che «la saggezza è una virtù della vecchiaia, e sembra essere concessa solo a chi, da giovane, non è stato né saggio né prudente», Karen Blixen era predestinata alla saggezza.

GB fa cose 1

4 luglio 2017
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GB

GB fa Zoidberg con la manuzza davanti alla bocca.

GB, quando gli piace una cosa da mangiare (cioè più o meno sempre) fa il gesto con l’indice (all’inizio più in aria che sulla guancia, ma il senso era già quello)

GB, quando vede qualche farfalla su un libro o una foto, indica immediatamente il soffitto dove ci stanno una dozzina di farfalle in stickers che se ne volano tra le piante.

GB fa lo scemo con le ragazze. (Se passa una ragazza, si guarda la ragazza. Se però c’è anche cane, cane batte ragazza, finora.)

GB all’Ikea apre e richude tutti i cassetti, tutti gli scaffali, tutte le scansìe.

GB, quando ci chiniamo per cercare qualcosa (di solito buttata da lui) sotto un mobile, fa lo stesso, e poi ci guarda con aria ineffabile.

GB quando si sveglia va al comodino di Mamooshka, prende la custodia degli occhiali, la apre, li afferra (con delicatezza), tira fuori le stanghette e li porge. “Mettiti ‘stocchiali e alzati, che è ora!”

GB, se il Papooshko è in salotto a vedersi qualcosa in tv, si mette nel suo posto a letto (suo del Papooshko, insomma), sotto le lenzuola, con il suo libro in mano (suo sempre del Papooshko), accanto alla Mamooshka col suo lettore e-book. (E giù a ridere, i due.)

GB alla fine di qualche concerto visto su Rai5 o Mezzo, o di dischi live, applaude insieme al pubblico.

GB, se la musica lo colpisce tiene (più o meno) il tempo, con fare serissimo.

GB, faberianamente, ama andare in direzione ostinata e contraria. Per strada, perlopiù sta appollaiato sul povero braccio di Papooshko, ma se lo metti giù prende e va con precisione dalla parte opposta a quella verso cui stai andando. (La ribellione alle regole ne farà di sicuro un individuo fuori dal comune, per adesso è una bella fatica andarlo a riacciuffare tutte le sante volte.)

GB annusa fiori e abbraccia gatti.

(a suivre)

 

Ex Libris 280 (frenesia del consumo)

2 luglio 2017

Retromania

Ero fermamente deciso a saltare a piè pari l’era dell’iPod, ma poi… me ne hanno regalato uno. Come volevasi dimostrare, anch’io ho ceduto alla perversa e soave seduzione sessuale dell’oggetto, appassionandomi come un invasato alla trafila della copiatura e organizzazione della musica. Però ci ho messo poco a rendermi conto che tutta quella scelta non mi andava a genio: è come cenare in uno di quei ristoranti con il menù troppo lungo, pagine su pagine rivestite di plastica; o guardare una tv via cavo con centinaia di canali che quasi ti obbligano a fare zapping.
La funzione shuffle mi salvava dal problema della scelta: come tutti all’inizio ne sono rimasto rapito e, come tutti, ho sperimentato il brivido delle ricorrenze misteriose e delle scalette imprevedibili. Ma lo svantaggio dello shuffle non ha tardato a manifestarsi: affascinato dal meccanismo in quanto tale, in poco tempo sono caduto vittima dell’impazienza di sapere cosa sarebbe arrivato dopo. Cliccare sul prossimo brano casuale era una tentazione irresistibile. E se anche era fantastico, c’era sempre la possibilità che subito dopo il lettore avrebbe selezionato qualcosa di ancora più fantastico. Col tempo ho cominciato ad ascoltare i primi quindici secondi di ogni canzone, poi ho smesso del tutto. La “freneticittà” colpisce ancora. Era una sorta di estasi dell’optional, il consumismo spogliato degli elementi più noiosi (il consumo, il prodotto in sé). La conclusione logica sarebbe stata levarmi le cuffie e limitarmi a osservare il display.
Per quanto riviste come “Wired” amino presentare la tecnologia come la forza inarrestabile della necessità, le innovazioni non attecchiscono se e finché il clima non è giusto: la macchina deve soddisfare e rispondere al desiderio popolare e alle esigenze del consumatore. Lo scenario culturale adatto all’utilizzo precede sempre la macchina, se non come invenzione almeno come fenomeno di successo. L’iPod è decollato perché ha potuto inserirsi spontaneamente nella “Me generation” del nuovo millennio, dove l’insistenza nel fare a modo tuo e subito riflette l’enorme peso esistenzial-politico investito nel consumismo (sostanzialmente l’unico settore controllabile nella vita della gente). La i all’inizio del nome ha una ragione ben precisa: questo è musica mia, non nostra.

Lettera aperta al sindaco di Artena

27 giugno 2017

Caro Felicetto, scusa se ti do del tu, lo do quasi a tutti.

Chi ti scrive è una tua concittadina di adozione… o meglio, la portavoce di una famiglia di tuoi concittadini: Alessandro, Valentina, e da una ventina di mesi, Giordano Bruno. Per non citare (l’elenco sarebbe lungo) i gatti che curiamo, nutriamo e sterilizziamo. A nostre spese, naturalmente, lo sai anche tu: tutti i discorsi sui soldi che non ci sono mai, e i benaltrismi del “ci sono altri problemi prima da risolvere”… ma oh! Aspetta a chiudere il blog, questa non è e non vuole essere una lettera di lamentazioni.

In realtà era tanto che volevo scriverla, ma non mi decidevo mai; poi, reduce da una passeggiata nel borgo, ho pensato: è il momento giusto. Già. Noi abitiamo al centro storico da ormai dieci anni. Prima di ieri sera pensavo fossero tanti. Il compagno della tipa che ci ha venduto casa disse, mi ricordo: “Tempo sette anni e avrete venduto. Non ci si resiste qui, l’unica cosa buona è l’acqua sempre fresca”. Beh, forse dovrei dire che “era” l’acqua, che da quando c’è ACEA ATO2…

Ah, sì, en passant. Ho letto per caso – non ne avrei saputo nulla altrimenti – che farai delle multe a chi userà l’acqua potabile per innaffiare piante e orto e lavare la macchina, o sbaglio? Per la macchina tranquillo che al massimo gli diamo una volta l’anno una ripassata al lavaggio a gettone. Mentre per le piante: sono il mio chiodo fisso, chi passa di qui lo sa, ma le irrigo con l’acqua dei bagnetti di Giordano. Puoi risparmiarti la fatica di mandare vigili che cerchino pretesti per farci multe. Oh, mica sto insinuando nulla eh. Ma sai, le brutte esperienze. Tipo: ci eravamo appena trasferiti, sarà stato il secondo o terzo giorno, ci eravamo sposati proprio quella settimana ed eravamo riusciti a entrare in casa solo a nozze celebrate (mica perché siamo bravi credenti e persone morigerate, è che gli operai, sai come vanno queste cose, le hanno tirate per le lunghe). Insomma, avevamo nella nostra corte privata (non per strada, eh?) i sacchetti degli scarti della ristrutturazione, e quell’anno c’era ancora Paolo che lavorava coi muli, te lo ricordi, che bel vecchio che era? Ci eravamo messi d’accordo per smaltirli, e lo aspettavamo. Un giorno, sono sola a casa, arrivano due vigili che mi minacciano con modi para-mafiosi, uno addirittura ha detto, testuali parole: “in 35 anni mai visto uno schifo simile”. Felicetto mio, te lo devo proprio dire, non sapevo se prenderlo a mozzichi o ridere. Perché anche allora, che c’era una sindaca di belle e immaginifiche speranze, in giro per le viette del borgo vedevo elettrodomestici morti accatastati agli angoli, cestini traboccanti e in pieno centro storico dietro casa nostra una bella palazzina di traforati a vista, per non parlare dei magnifici bagni aggettanti, degli infissi in alluminio anodizzato e altre piacevolezze similari. Non molto in linea con le caratteristiche del borgo, lo ammetterai. Anzi, un bel match a cazzotti con le belle case in pietra, portoni caratteristici in legno, i viottoli con le veneziane che ti si aprono ad altezza occhi, il tutto aggrappato a un colle nel mezzo di boschi e parchi. Chiunque, sano di mente, avesse tutta questa bellezza, cercherebbe di sfruttarla al meglio, esalterebbe i suoi punti di forza e cercherebbe perlomeno di mettere le toppe ai disastri ormai fatti (come gli abusivismi edilizi, no? Quelli che il tuo predecessore chiamava elegantemente “palazzine”).

Invece.

(oh, ho da fare qui un intermezzo personale, ma proprio mio personale in cui c’entrano poco Alessandro e Giordano. Io non sono mai stata felice di vivere qui. Dal giorno in cui sono venuti quei due vigili, ho pensato, ma guarda questi. La gente viene qui da fuori a rimettergli in sesto il paese e loro, invece di darti il benvenuto, di chiedere se serve qualche informazione, arrivano e minacciano. Perché sai, non penso che agli artenesi veri, di nascita, gli indigeni di sangue puro, quei due siano mai andati a dire niente. Ormai lo so come lavorano,* e scusa se te lo dico: non è il genere di servizio per cui mi piace vedere impiegati i soldi delle tasse che pago. Io non sono il tipo di persona che si tira su le maniche e “vediamo se lo capite con le buone”. Sono piuttosto di quelli che “non mi volete? Allora conto i giorni che mi separano da quando potrò evadere di qui”. E finora è stato così. Ma chiudo qui la parentesi, che poi comunque ci torniamo).

Invece la situazione qual è? Che i vecchi sono abbandonati, e i giovani che vorrebbero portare nuova linfa e vita nel borgo non vengono sostenuti. Anzi, vengono scoraggiati su ogni cosa. C’era il LiveArt, concerti, incontri e cantine aperte per tutto luglio, un sacco di ragazzi per la via Maggiore. Addio. Ci sono state manifestazioni anche sorprendenti, con teatro, arte, musica elettronica. Chi l’ha più viste? Ora ci sono i Balconi e vicoli fioriti, che è un’iniziativa encomiabile, rendono il paese davvero bello e profumato, ma quanto resisteranno? In questo paese quello che non passa mai di moda sono solo le processioni, che saranno pure pittoresche e tutto, ma indovina un po’?, agli abitanti del borgo portano solo disagi, perché non è possibile che il centro storico esiste solo quei pochi giorni all’anno e poi ‘sticazzi. Se vuoi fare la tua bella processione (fosse una: dalla primavera all’estate minimo una al mese), impedendoci di accedere agevolmente alle nostre case, ti impegni pure a investire soldi qui, nel semiabbandonato (dall’amministrazione) centro non carrozzabile più grande d’Europa, come lo si strombazza a destra e manca.

Perché la favoletta che da anni ci raccontate tu e i tuoi predecessori, che Artena è un borgo morente, che è un dormitorio, che ormai è buono solo per gli stranieri che non riescono a permettersi un affitto migliore a valle, è una grossa, sonora cazzata.

Ieri, durante la passeggiata, mi sono fermata a parlare con le persone che incontravamo, complice probabilmente Giordano (pochi resistono a un bel bimbo di un anno e mezzo). Devo dirti anche questa, Felice’, scusami: i primi anni forse c’era ancora la generazione più anziana e meno aperta, ma passeggiare serenamente per il borgo non era poi così piacevole, con certe facce ringhiose a fissarti da finestre e portoni. Comunque. Girando si vedono un sacco di cose. Un vicolo pieno di vasi fioriti, passi davanti a una porta aperta, velata appena da impalpabili tende rosse e arancioni, si intravede il pavimento in cotto e le travi in legno, ci sono le infradito davanti all’uscio e due donne che si preparano la cena e parlano, e si capisce che una è venuta da fuori a trovare l’altra. Una signora che innaffia le piante che partecipano al concorso, una semplice ringhiera con petunie e ortensie, che tu vedi carine ma appena oltre il muretto scorgi uno stupefacente giardino che lei tiene pulito e in ordine. Case vissute ai bordi della selva fianco a fianco con rimasugli di cantine mezze crollate, come se un distacco netto, tra mondo degli umani e mondo degli alberi non vada bene, ma ci voglia una compenetrazione reciproca di elementi, pietre e rampicanti. Ho scoperto che dieci anni ai bordi del borgo non sono poi tanti, in confronto a ottanta, con nove ernie e una vita a far su e giù per i vicoli nel cuore pietroso di Artena. Ho scoperto che palazzi interi crollano a fianco di case ristrutturate e vissute. Vieni quassù, qualche volta, non solo per le occasioni importanti, le processioni o le campagne elettorali. Vieni la sera quando non c’è nessuno da stupire e da infinocchiare con le parole vuote della politica.

Vedi, Felicetto, il borgo non *sta* morendo. Non è un malato terminale, non è una macchina cui non producono più i pezzi di ricambio, non è un vecchio che ha finito di produrre cellule nuove. Il borgo è vivo, sono le amministrazioni che lo stanno uccidendo. Siete voi. Non offenderti, ma qui le chiacchiere (chiacchiere di alberghi diffusi, di piani colore e così via) stanno a zero. Qui ci vogliono fatti. Fatti e idee. Le idee ci sono, e anche se non dovessero piacere quelle che ci sono, ti dirò un segreto (da scrittrice): le idee sono la roba più diffusa e a buon mercato del mondo, te le tirano dietro, di idee io sono sommersa. Il difficile è la realizzazione. La fatica di iniziare un progetto, portarlo avanti e terminarlo, o mantenerlo vitale. Non venite a farci il pianto greco su “che peccato per il borgo, un così bel posto”, perché voi avete il potere di mantenerlo vivo, e attirare anche più gente da fuori, per viverlo e per attirare turisti. Se il borgo muore, la colpa è vostra.

Ti saluto, perché il tempo, con un bimbo piccolo, è quel che è: minuti contati.

A presto, Valentina.

Ps: ho sentito, parole colte qua e là, che i romani si stanno lamentando della chiusura dell’inceneritore di Colleferro, perché loro non sanno dove mandare la loro monnezza. Comodo, no? Noi qui a far la differenziata, a pagare perché il mularo passi ogni giorno, a portar via il residuo, insomma, noi ci facciamo il mazzo mentre i romani (sono romana, li conosco e so di cosa parlo) non si sprecano nemmeno a separare carta, plastica e indifferenziato. Oh, i romani pensano che gli è tutto dovuto (ci sono le eccezioni, lo so) sono arroganti, sono “i padroni del mondo”, e ora pretendono che Colleferro riapra, con tutti i suoi morti, vecchi adulti e bambini, di leucemia e altri simpatici morbi, perché loro non riescono a darsi da fare con i rifiuti (la sindaca che vuole portare la differenziata al 70 per cento, bum, e intanto in un anno è scesa dal 43 al 42, ops). Comodo, scaricare sugli altri la propria merda. Perché ti dico questo? Perché voglio sperare che farai sentire anche la tua voce, sai com’è. Preserviamola, st’aria buona di Artena, invece di decantarla solo e un domani rimpiangerla. Per lo stesso motivo ti pregherei di fermare quella follia del Biometano al Colubro. Su, Felice’, non è il caso.

E qui ti saluto davvero, e scusa per la lunghezza di questa lettera: ma lo sai, le cose da dire erano tante, e in realtà tante ancora ce ne sarebbero.

V.

* Come con le macchine parcheggiate a piffero proprio nel bel mezzo di Piazza della Vittoria: quando siamo arrivati in paese appena avvistato un altro vigile gli abbiam chiesto, “ma lì si può mettere l’auto?” e lui “no, che scherzate?” E infatti non ce l’abbiamo messa. Peccato tutti gli altri ce la mettano, e per uscire dal parcheggio a volte è un diamine di fatica, te lo può dire mio marito, e mai che abbiamo visto una multa, che scherzi?

***

Qualche contributo video:

Docchino in stile “magnifiche sorti e progressive” girato dal “Maestro” Zefferirelli o magari dalla seconda unità ai tempi del Romeo e Giulietta

“Lo vedi lì? Sono solo pietre e briganti.”

(Giuliano Gemma indicando a Stefano Satta Flores Gangi/Artena)

Due mattacchioni che esplorano usi e costumi dell’Artena anni ’80

Qui ad aver capito tutto è l’urbanista greco a 8.45

 

Ex Libris 279 (innesto o morte)

25 giugno 2017

Secondo il diritto canonico dei giardinieri, a luglio si innestano le rose. Di solito si fa così: si prepara la rosa canina, che è la pianta selvatica o base sulla quale si deve innestare; poi una grande quantità di rafia e infine il coltello da giardinaggio o roncola. Quando è tutto pronto, il giardiniere prova il filo della roncola sul polpastrello del pollice; se la roncola è abbastanza affilata, incide il dito e lascia un taglio slabbrato e sanguinante. Questo poi si fascia con alcuni metri di garza, da cui nasce sul dito un bocciolo abbastanza grande e pieno. Tutto ciò si chiama innesto delle rose. Se non si ha per le mani una rosa canina, ci si può procurare l’incisione nel dito, descritta più sopra, in altre circostanze, come per esempio la realizzazione delle talee, il taglio dei getti selvatici o degli steli sfioriti, la cimatura degli arbusti e così via.

Come eravamo: Un giochino estivo da rispolverare

22 giugno 2017

Non sembra anche l’iPod ormai un cimelio d’epoca? (su di esso, tra l’altro, un prossimo Ex Libris). Qualche anno fa (fine anni 2000) ci divertivamo con questo quizzino musicale iPod centered.

L’estate (nonostante qualche irruzione monsonica) è arrivata.
Non sapete proprio che fare nelle lunghe serate calde?
Gradite un rinfrescante tuffo nostalgico per fuggire alla soffocante atmosfera di questi tempi bastardi?
Il gioco è servito.
Occorrente:

un i-pod (o simile lettore digitale);
un amplificatore (noi disponiamo di una bella Pal nera un po’ scrostata);
una cospicua dose di playlist che vadano a sviscerare le diverse facce musicali di un decennio (qui si parla di Eighties, ma lo schema si può senza colpo ferire applicare a 60, 70, 90 ecc.)

Ecco quelle da me ideate all’uopo (anche qui, ognuno si può sbizzarrire a piacere):
Australieni

Ballads

Black Power

Covers

Vive la France

Deutschland, Österreich über alles

Discoteque

Duets

Gentlemen

Girl Power

Groups

Hair Rock

Hymns (le canzoni simbolo)

Italia, Italia

Italo Disco

Ladies

New Wave

Prima erano, dopo sono

Resto d’Europa

Rock’n’roll

Sanremo

Soundtracks

Synth Power

This is pop

Videomusic

Movida

World Flavours

A questo punto, si assegna a ciascuna playlist un numero, si effettua un lancio di dadi per sceglierne una, e via con la bagarre. Chi riconosce la canzone si prenota e risponde. Se la risposta è sbagliata o incompleta, gli altri possono intervenire. I punteggi fissi sono 1 punto per chi indovina l’esecutore e 1 per il titolo del brano. Ma (a seconda del raggruppamento), si possono aggiungere punti extra. In Soundtracks ci sarà 1 punto supplementare per chi indovina la pellicola di cui il pezzo era colonna sonora (sempre se i titoli non coincidano). In Covers, punto in più a chi ricorda l’interprete originale. In Duets, si avrà 1/2 punto per ciascun interprete. In Sanremo, punti per chi azzecca l’anno, e magari pure la posizione in classifica al festivalone. In Prima erano…, riservata ai side projects e a solisti usciti dal gruppo, si può anche aggiungere qual’era la band originaria. E così via, aguzzando l’ingegno e integrando a piacere. Per ciascuna playlist si può scegliere, a gusto, quanti brani affrontare per volta, prima di passare a un’altro giro, un’altra corsa.
Che altro? Armatevi di buona memoria, e buon divertimento.
La sigla del tutto, ovvio, sarà questa.

Ex Libris 278 (premesse fantastiche)

18 giugno 2017

Spesso, prima di scrivere una sceneggiatura, mi dico che quella vicenda è stata già raccontata, esiste da qualche parte, e io devo semplicemente ricordarla. Invento delle piccole premesse narrative solo per me, che nel film non si vedranno ma di cui in qualche modo rimane traccia.
Era successo per “Tenebre”, dove mi ero immaginato che negli anni Cinquanta ci fosse stata una guerra nucleare che aveva ridotto drasticamente l’intera umanità. E così avevo ambientato la storia all’Eur, in uno scenario leggermente futuribile in cui era stato risolto il problema dell’inquinamento, e la gente abitava in ampie ville lussuose. Un mondo popolato da pochissime persone, immerse in un’atmosfera capace di suggerire l’inquietudine delle piazze metafisiche dipinte da De Chirico.
Adesso, per il nuovo film che andava lentamente componendosi durante le mie fantasie notturne, provai a figurarmi cosa sarebbe successo se i nazisti avessero vinto la guerra. Ci trovavamo negli anni Ottanta – come nella realtà -, dunque qualche decennio era trascorso: ormai il mondo s’era pacificato, però le ragazzine di questo collegio venivano trattate come le giovani reclute della Germania nazista.

10 anni

15 giugno 2017

Domenica si festeggiano 10 anni di matrimonio.

In realtà abbiamo posposto di un mese la data, per ragioni pratiche, ma il concetto è quello.

E insomma, che è successo nel frattempo?

In coincidenza con le auguste nozze, 10 anni fa ci trasferivamo nel paesello in cui ancora siamo. Stiamo fortemente cercando di andarcene, ma nel frattempo ci facciamo bastare la casetta con corte a Silent Hill, Alchermes, o come volete chiamarlo.

Più o meno in coincidenza con le suddette, passavamo a un regime veg. Negli anni, abbiamo sempre più, in progressione, eliminato i derivati animali dalla dieta e dall’abbigliamento. No, non siamo ancora vegan, al miele non abbiamo rinunciato e se capita ci adattiamo a qualche sgarro, ma l’idea è andare sempre più in quella direzione. Nel complesso, è la migliore decisione che abbiamo preso insieme, a tutti e due girava per la testa la cosa, anche prima di conoscerci, insieme è stato più facile e bello.

L’altra decisione migliore è stata di fare GB. Ci siamo girati intorno parecchio, c’erano resistenze, dubbi, riserve (soprattutto da parte di Vale). Alla fine, il bimbooshko è venuto fuori. Certo è dura, per tante ragioni, certo ci sono giorni che ci fa ammattire (soprattutto Vale che se lo spupattola la maggior parte del tempo), certo il futuro è assai nebuloso, ma il nostro GiordiMao ci ripaga anche con infinite bellezze quotidiane, e insomma ci piace proprio quell’apocalisse portatile che dice “no no no no no”.

Per il resto, andando sul banale, abbiamo visto tanti posti, abbiamo condiviso tanti momenti su e altrettanti giù; abbiamo avuto scleri e risate, momentanee disperazioni e prolungate gioie, svisate surreali, impennate epiche, squarci di opera buffa, atti di melodramma; abbiamo tanti sogni in comune, alcuni si sono avverati, altri no, altri chissà.

Ah, sì, abbiamo scritto un romanzo che non ha voluto nessuno, abbiamo scritto un libretto per bambini che chissà se qualcuno vorrà, abbiamo scritto racconti, sceneggiature, abbozzi di saghe, e tirato su un cantiere narrativo in progress che comprende una quindicina di progetti, a diversi stadi di elaborazione. Con entusiasmi, scoramenti, voglie di mollare, controvoglie di tenere duro. Gliela faremo, vogliamo credere.

Festeggiate con noi, comunque. Tutto è pieno d’amore.

Ex Libris 277 (siamo tutti l’uomo da spiaggia di qualcun altro)

11 giugno 2017

Gente strana, che al passaggio lascia solo una scia di nebbia che prontamente svanisce. Con Hutte chiacchieravo spesso di questi esseri di cui le orme si perdono. Nascono un bel giorno dal nulla e al nulla ritornano dopo un fugace brillio. Reginette di bellezza, gigolos, farfalle. La maggior parte, anche da vivi, non avevano più consistenza di un vapore destinato a non condensarsi mai. Hutte mi citava l’esempio di un tale che chiamava «l’uomo da spiaggia». Costui aveva passato quarant’anni della sua vita sulle spiagge o ai bordi delle piscine a conversare amabilmente con villeggianti e ricchi sfaccendati. Negli angoli e sugli sfondi di migliaia di fotografie di vacanze, lo si vede in costume da bagno fra gente allegra, ma nessuno potrebbe dirne il nome o il motivo per cui è lì. E nessuno si accorse quando smise di comparire nelle fotografie. Non osavo dirlo a Hutte, ma credevo di essere io, «l’uomo della spiaggia». Hutte d’altronde non si sarebbe meravigliato: secondo lui, lo siamo tutti, e la sabbia – cito le sue parole – «serba solo per qualche secondo le impronte dei nostri piedi».

Aggiornamenti giordaneschi

7 giugno 2017

Quando mia nipote era piccola, un anno e mezzo, due al massimo, tra i vari scherzetti che mi faceva ne aveva uno che preferiva su tutto: mi sfilava i libri dalle mani, se li piazzava davanti e con un dito iniziava a seguire le righe e… a leggere. Ad alta voce. “Wigo wigo wigo wigo”.

Non è che abbia mai pensato che una bambina di due anni non potesse esprimere una certa dose di ironia, i bambini hanno un senso dell’umorismo fuori dall’ordinario. Solo che per me era sorprendente*. Con Iris non facevo le cose che faccio con Giordano, mi limitavo a prepararle da mangiare, la lavavo, le facevo gli scherzetti e la rincorrevo per tutta casa per togliere gli oggetti pericolosi che qualcuno incautamente lasciava in giro e lei puntualmente afferrava. Era sorprendente perché – a parte che non avevo il minimo interesse per i bambini – non avevo idea che un bimbo così piccolo potesse cogliere esattamente lo spirito di quello che stavo facendo (studiare o anche semplicemente leggere). Con le parole crociate, per dire, non lo faceva.

Anche Giordano, quel tizio che oggi compie 20 mesi, ha iniziato a fare una cosa di questo tipo. Una sera Ale stava guardando non so che alla tele, e io cercavo (inutilmente) di far dormire Gio, che però a un certo punto ha preso, si è piazzato nella parte di letto di Ale e ha preso il suo libro, di Ale, dal comodino, ed è rimasto a far finta di leggere fino a che è tornato suo padre. In definitiva i bambini sono molto più svegli e perspicaci (dire “intelligenti” non mi piace molto) di quanto in genere si crede, nonostante un secolo di pedagogia da Montessori a Juul dovrebbe averlo insegnato un po’ a tutt*.

Ad ogni modo ora Giordano ha anche imparato a chiamare. Ogni volta che vuole attirare l’attenzione di qualcuno (Ale, io, i nonni) alza la voce e fa: Aaaam! Aaaam! Devo ancora interpretare bene il tono e le microvariazioni di voce, dato che mi sembra scontato che ogni persona abbia il suo richiamo specifico.

Ah, e ha scoperto i video. Per quanto abbia tentato di ritardarne la fruizione, non c’è stato niente da fare, anche lui è caduto nel gorgo dei video guardati mille volte. Abbiamo visto, finora:

Dogs like Socks degli Psychosticks

For the Birds, il video degli uccellini bulli della Pixar

Pigeons, un corto animato trovato per caso

Mahna mahna e Ode to Joy dei Muppets

Baby shark di Super Simple Songs

E dulcis in fundo, signore e signori: Rimini di Lu Colombo.

Ecco, appunto: mai sorprendersi.

*Lo so, lo so: con gatti, bambini e politici non si dovrebbe mai usare il “non pensavo che”. Si fanno solo danni. “Non pensavo che il gatto avrebbe buttato giù tutto dal tavolo”. “Non pensavo che Giordano potesse fare quel lago se messo in una bacinella piena d’acqua con qualche innocuo giochetto”. “Non pensavo che Trump avrebbe davvero tenuto fede alle sue promesse elettorali, di solito non lo fanno mai…”

Ex Libris 276 (l’ingegno umano non ha limiti)

21 maggio 2017

Il pollo è l’uccello più diffuso al mondo. È l’uccello più diffuso al mondo. È stato plasmato a piacere dall’uomo con anni di selezioni, perché diventasse una macchina produci-uova. Purtroppo il profitto delle uova è estremamente basso per le aziende, circa l’1,6%, perciò ogni incentivo alla loro produzione è accolto a braccia aperte dai pollicoltori.
[…] I polli non sopportano il sangue, impazziscono alla vista di esso e quando uno di essi sanguina, i vicini lo beccano a morte. Questo comportamento non è assolutamente normale, ma rappresenta una risposta allo stress indotto dall’allevamento intensivo; si manifesta in aziende dove le galline non sono allevate a terra, ma in condizioni di poco spazio. È frequente che il comportamento naturale di questi uccelli sociali venga alterato e sfoci in situazioni pericolose come quella del “cannibalismo” appena descritta. Per evitare ciò, i pollicoltori tagliano la parte finale del becco, quella più appuntita, con un coltello incandescente.
Nel 1989, però, una ditta statunitense chiamata Animalens propose una soluzione alternativa al costoso e faticoso taglio dei becchi: le lenti a contatto rosse per polli.
Sembra una battuta, ma il ragionamento è valido: applicando un filtro rosso agli occhi delle galline, avrebbero visto tutto di quel colore e non si sarebbero più accorte delle eventuali fuoriuscite di sangue. Grazie a quelle lenti miracolose, le galline sarebbero state più tranquille e non si sarebbero più beccate.
Come andò a finire? Le lenti a contatto effettivamente funzionavano, ma serviva una notevole manodopera per applicarle a ogni singola gallina dell’allevamento; soprattutto, esse non permettevano all’occhio degli uccelli di “respirare” e facevano fiorire comunità batteriche all’interno della lente. Gli uccelli diventavano ben presto ciechi. La ditta ritirò il prodotto sotto le pressioni delle associazioni animaliste […]