Skip to content

Ex Libris 190 (Centro di Ricerche e Esperimenti su Animali)

24 maggio 2015

Cani
Ormai quasi asciutto, senza più museruola, il bastardo nero giaceva sulla paglia – con un tubo flessibile, connesso e una bombola d’ossigeno, accanto alla bocca dischiusa – in un cantuccio della gabbia situata all’estremità del reparto cani. Una targhetta sulla porticina della gabbia recava lo stesso numero, 732, ch’era impresso sul collare di plastica verde del cane; e, sotto il numero, si leggeva: “Condizionamento ad aspettativa di sopravvivenza (Immersione in acqua). Dr. J. R. Boycott”.
Nel reparto v’erano, in tutto, quaranta gabbie, sistemate su duplici file. Tranne un paio, che erano vuote, tutte quante le gabbie contenevano cani. Le pareti delle gabbie erano formate da reti metalliche. La maggior parte dei cani si trovavano quindi ad avere tre vicini di gabbia. La gabbia del 732 però era l’ultima della quarta fila, e confinava con il muro perimetrale; inoltre la gabbia accanto era vuota; così il 732 aveva un solo vicino di prigionia; il cane della gabbia adiacente alla sua, nella terza fila. Questo cane era, adesso, nella sua cuccia (ogni gabbia conteneva una cuccia) e sulla porta della gabbia la targhetta recava scritto: “815. Chirurgia cerebrale. Gruppo D. Mr. S.W.C. Fortescue”.
Il reparto era tutto pervaso dall’odore dei cani, misto a quello della paglia fresca e del piancito lavato con acqua e creosoto. Dalle alte finestre, provenivano però altri odori, portati dal vento: felci e mortella, letame di pecora  e vacca, foglie di quercia, ortiche… e l’umidità del lago al calar della sera. L’aria imbruniva, e le lampadine – una alla fine di ciascuna fila – anziché diffonder luce sembravano formare quattro chiazze giallastre, troppo dure per sciogliersi al dolce crepuscolo, e da esse i cani più vicini stornavano gli sguardi. Regnava un sorprendente silenzio, nell’edificio. Qua e là un cane raspava fra la paglia. Uno, un bracchetto con una cicatrice attraverso la gola, guaiva di tanto in tanto nel sonno; mentre un levriero con tre sole zampe e un moncherino bendato saltellava goffamente intorno, urtando contro la rete metallica e producendo un rumore non dissimile a quello prodotto con le spazzole da un batterista jazz. Nessuno dei trentanove cani del reparto, però, era tanto vivace o sufficientemente disturbato o stimolato da abbaiare, sicché i tranquilli rumori della sera guizzavano distintamente fino alle loro orecchie.

***

In alcuni pacchetti erano racchiusi, misti a fegato e a trippe, farmaci stimolanti atti a blandire il sonno o a rendere capace chi l’ingoiasse di inaudita resistenza, prodigiosa voracità irrequietezza senza pari. Altri contenevano filtri paralizzanti, i quali sospendevano la percezione degli odori, dei sapori, dei colori o dei suoni; analgesici i quali impedivano di provar dolore, sicché il soggetto seguitava ad agitare la coda mentre un ferro rovente gli veniva passato sulle costole; allucinogeni i quali riempivano la mente di più demoni di quanti ne contenga il vasto inferno, capaci altresì di trasformare il forte in debole, il coraggioso in codardo, l’intelligente in idiota. Alcuni procuravano malattie, pazzia o mortificazione di questo o di quell’organo vitale; altri curavano, alleviavano un male o servivano a non curare né alleviare malattie già provocate. Alcuni distruggevano il feto nell’utero, altri la capacità di ovulare, il potere di concepire, di portar avanti una gestazione.
Insomma, il dottor Boycott non avrebbe neppure esitato a tentare la resurrezione della carne se solo avesse ritenuto di avere una probabilità, su mille, di riuscita. Era un esperto, un professionista qualificato, pieno di iniziative: i suoi “sudditi” non aveva alcun diritto legale; e la curiosità intellettuale è, dopo tutto, un desiderio come un altro. Inoltre, chi avrebbe potuto ragionevolmente aspettarsi che il dottor Boycott chiedesse a sé stesso, in nome della razza umana, non già “Fin dove può giungere la scienza?” Bensì “Fin dove è giusto che scienza arrivi?” La scienza sperimentale è l’ultimo fiore dell’ascetismo e il dottor Boycott era, in effetti, un asceta un osservatore di fenomeni ed eventi sui quali non dava alcun giudizio di valore. Egli rappresentava, anzi, un paradosso, poiché infatti partiva da nobili intenti ed era convinto di adoprarsi – con il massimo distacco – a beneficio dell’umanità.

***
Quel luogo era pieno di uccelli. Si sentiva tutt’intorno l’acre odore dei loro escrementi, li si udiva agitarsi debolmente nel buio. Un piccione lì accanto si beccò sotto l’ala, emise un sonnacchioso “cu-cu-rucù” e poi tacque di nuovo. Dovevano esserci molti, molti uccelli. Soffermandosi ad ascoltare, entrambi i cani ebbero l’impressione di trovarsi in una foresta, le cui foglie fossero tutti piccioni, appollaiati sui rami, foglie stormenti pian piano nell’oscurità. Qua e là un ramo sembrava scricchiolare, qua e là cadeva in terra qualcosa di simile a una bacca, a una pigna, a una nocella.
Si trovavano infatti nella piccionaia, ch’era per così dire il serbatoio di uno dei progetti più ambiziosi di tutto l’Istituto. Si trattava, niente meno, di scoprire il segreto dei piccioni viaggiatori: da cosa dipenda e come funzioni il loro istinto, il loro senso dell’orientamento. Impresa, senza dubbio, prometeica, dacché gli uccelli stessi si son sempre accontentati di ignorare la questione. Questi esperimenti erano a cura del dottor Lubbock, collega e amico di Boycott; e la loro complessità era impressionante. Nel reparto vivevano centinaia di uccelli, sistematicamente divisi in gruppi e alloggiati in diverse gabbie, e ognuno di essi era come un grano di corallo nell’immane scogliera di cosciente sapienza che Lubbock avrebbe costruito per il bene, per il progresso, per l’edificazione – insomma, per una cosa o per l’altra – del genere umano. Ad alcuni uccelli veniva tappato un occhio – o tutti e due – mediante speciali congegni; ad altri veniva distrutta la sensibilità delle narici, delle zampette, delle penne, dei becchi, dei polmoni, prima di fargli prendere il volo; ad altri ancora venivano applicate lenti a contatto per distorcere la loro visione; altri infine avevano subito particolari condizionamenti miranti a confonderli quando fossero esposti a questo o quel fenomeno atmosferico. Nella gabbia 19, ad esempio, piovigginava di continuo. Nella 3 c’era luce ventiquattro ore al giorno. Nella 11, oscurità perpetua. Nella 8, un sole simulato si muoveva in senso inverso da ovest a est. Nella 21 faceva un caldo torrido. Un freddo glaciale regnava nella 16A (così chiamata onde evitare confusione con la 16, i cui occupanti eran morti tutti congelati ed erano stati sostituiti dal primo all’ultimo). Nella gabbia 32 soffiava notte e giorno un vento costante nella stessa direzione. Gli uccelli nati in tutte queste gabbie non conoscevano altre condizioni meteorologiche, fino al momento in cui venivano rilasciati. La gabbia 9 conteneva un cielo finto in cui le varie costellazioni erano riprodotte in modo disordinato. In fondo a questo reparto c’erano gabbiette contenenti uccelli nel cui cervello erano state innestate particelle magnetiche, di polo negativo o positivo. Infine c’erano piccioni che eran stati assordati, lasciando loro intatte tutte le altre facoltà.
Da questi esperimenti erano state ricavate, finora, utili informazioni, dalle quali risultava, in sostanza, che alcuni piccioni menomati riuscivano a trovare la strada di casa, altri no. Molti, infatti, eran volati in linea retta verso il mare finché erano periti; e ciò era molto interessante. Se ne deduceva infatti, in primo luogo, che gli uccelli le cui facoltà sono difettose risultano meno capaci di orientamento di quelli che ce l’hanno intatte; e in secondo luogo che, in ogni dato gruppo, c’erano piccioni in grado di orientarsi, altri non in grado di orientarsi. Sei mesi addietro, Lubbock aveva preso parte a un programma televisivo e aveva illustrato agli spettatori le grandi linee degli esperimenti da lui condotti, e il sistema mediante il quale varie possibilità venivano via via scartate. Dopo di allora, si erano raccolte importanti prove a sostegno della teoria secondo la quale i piccioni viaggiatori possiedono un istinto inesplicabile in termini scientifici. Questa era nota a Lawson Park, spiritosamente, come la teoria “RNK”, da un’osservazione che Tyson aveva fatto una volta parlando con Lubbock: “Reckon Nobody Knows” (Mi sa che nessuno lo sa).

***

Mister Powell, constatato che la scimmia isolata nel cilindro da tredici giorni era tuttora viva, se non proprio vegeta, si mise a esaminare un rapporto sui “bracchetti fumatori” e abbozzò la brutta copia di una lettera all’azienda committente. Quest’ultima era infatti alla ricerca di una sigaretta innocua, impresa di estremo interesse scientifico e di grande potenziale beneficio per il genere umano. Certo, a chiunque è consentito di smettere di fumare, ma non tutti ci riescono, quindi si compiono esperimenti su animali vivi, sperando di trovare qualcosa di meno nocivo per gli esseri umani. Anzi questo esperimento veniva definito, dalla società committente – una grande industria chimica – la ICI (Imperial Chemical Industries), come “una decisiva salvaguardia” per gli uomini: il che dimostra che gli esperimenti stessi costituivano una salvaguardia migliore che smetter di fumare.
I cani, muniti di una speciale maschera, venivano obbligati a inalare il fumo di trenta sigarette al giorno. (Mister Powell aveva pronunciato una battuta di spirito al riguardo, durante una conferenza: “Più di quanto io possa permettermi di fumare!”) Era previsto che, in capo a tre anni, quei cani venissero uccisi per farne l’autopsia. Intanto, per fortuna, la ICI manteneva una rigida linea difensiva contro le sciocche ragioni sentimentali avanzate dalla signorina Brigid Brophy, della Lega contro la Vivisezione. “Si prenderà ogni precauzione” era scritto in un comunicato della ICI “affinché gli animali non abbiano a soffrire inutilmente, e, ove possibile, si utilizzeranno animali meno nobili, come i topi e i ratti.”
“Bravi, bravi” mormorò mister Powell, scorrendo le carte della pratica. “Certo, i ratti sono, in effetti, animali intelligenti e sensibili, ma nessuno li ama, però, i ratti. È un peccato che non si disponga di iene e sciacalli, per questi esperimenti sul fumo. Nessuno – in tal caso – ci darebbe noia.”

Segni premonitori

20 maggio 2015

Ce ne sono stati diversi, in quei giorni.

Tipo che su Fahrenheit“, per classico della settimana c’era Kate Bush, ed è andata This Woman’s Work.

E poi, leggendo Vizio di forma, trovavamo questo brano:

Il dottor Tubeside li raggiunse dal suo ufficio sul retro e consegnò a Petunia un grosso flacone di medicinale. – Se hai intenzione di continuare con questa storia della dieta vegetariana, – sottolineò le parole  facendo tintinnare le pillole nel flacone, – ti servirà un supplemento, Petun-ya.
– Abbiamo una novità, Doc, – disse Petunia. – Dolce attesa, – disse Dizzy. Doc controllò rapidamente la radiosità emanata da Petunia e sentì che un sorriso ebete stava impadronendosi della sua faccia. – Ma to’, guarda un po’ questa. E io che credevo che quel chiarore nella stanza fosse solo l’effetto di una mia allucinazione. Congratulazioni ragazzi, è stupendo.*

Poi Amanda ha postato questa, e siccome Ale è un po’ Neil…

La verità è che con due sorelle incinta, la Vale non voleva essere da meno, ecco.

Poi, proprio il giorno in cui abbiamo scoperto il sesso, e quindi si doveva sciogliere il nodo tra Emilia e Giordano Bruno, leggevamo Roma barocca, dove all’inizio Portoghesi cita il nolano a proposito del concetto di infinito, suprema aspirazione seicentesca.

E infatti, GB sarà, tenendo le dita incrociate.**

Ps. Moka dice: Moka contento. Moka orgoglioso.

* Lì per lì abbiamo pure pensato a qualche nome Pynchon style tipo Japonica o Sauncho, salvo rinsavire…

** Niente cose azzurre, grazie.

Ex Libris 187 (fungo)

17 maggio 2015

WIN_20150517_105617

Se non fossi un essere umano, sarei un fungo. Un fungo indifferente, insensibile, dalla pelle fredda, viscida, duro e delicato al tempo stesso. Crescerei sugli alberi abbattuti in un’atmosfera cupa e ostile, sempre in silenzio, e con le mie dita da fungo ne succhierei gli ultimi resti di sole. Crescerei su ciò che è morto. Penetrerei in quel torpore fino alla nuda terra – e là le mie dita da fungo si arresterebbero. Sarei più piccola di alberi e arbusti, ma svetterei sui mirtilli. Sarei effimera, ma lo sono anche come essere umano. Non avrei alcun interesse per il sole, non lo seguirei con lo sguardo, non ne attenderei più il sorgere. Desidererei solo l’umidità, esporrei il mio corpo alle nebbie e alla pioggia, condenserei su di me l’aria umida. Non distinguerei la notte dal giorno… che senso avrebbe?

Bibliografia virtuale di cinema

13 maggio 2015

Qualche libro che avrei voluto scrivere/curare avessi continuato regolarmente a scrivere di cinema:

Argento/Phenomena: saggio sul film e tutto ciò che lo circonda. Inquisizione borgesiana con analisi, descrizioni, ricordi, teorie, fantasie, rigore, divagazioni, memorie, immagini, storie segrete, misteri, rivelazioni…

(poteva essere una tesi di dottorato) Il concetto di spazio nel cinema di genere italiano (1944-1994): dal grado zero dello spazio nel cinema della Repubblica di Salò al cimitero di Dellamorte Dellamore. In mezzo la cartapesta e le spiagge del peplum, i villaggi e i deserti del western, gli appartamenti del giallo e le strade del poliziottesco, dai tinelli del mélo alle docce della commedia sexy ecc. ecc.

(sempre in tema) Enciclopedia del cinema popolare italiano (a cura di): Serie di volumi, uno per genere, strutturati ciascuno in: corposo saggio introduttivo, dizionario dei film, schede sui principali esponenti del genere (registi, attori, sceneggiatori, musicisti ecc.), interviste, appendici varie (incassi, microgeneri e così via).

Del Sangue/Del Rosso: Florilegio di fotogrammi di sangue filmico.

Ideogrammi della passione: Raccolta di inquadrature mélo commentate.

Ma che diamine significa: Dialoghi/discussioni del dopo-film, in forma di radiodramma: Blow-up, Il fascino discreto della borghesia, La belle captive, Lost Highway, Donnie Darko.

Prosciugamenti/Ipertrofie: L’eccesso, l’opulenza, il parossismo, l’iperbole, la dismisura, il pieno, la molteplicità, lo scialo, lo spreco, l’orpello, la ricchezza, il sovraccarico, la bulimia, la saturazione, l’esasperazione, il dannunzianesimo vs la semplicità, l’austerità, la frugalità, l’asciuttezza, la sobrietà, la depurazione, la concentrazione, l’essenzialità, il vuoto, la castità, la nudità, l’esattezza, l’ascetismo, la spoliazione, la povertà, la rinuncia, il francescanesimo.

Roma, esterno totale: Studio sulle location e l’archeologia dei set romani.

The Shadow of Mr. Moto – I serial polizieschi nella Hollywood anni ’30-’40

Tv Eyes (a cura di): Serie di saggi in cui altrettanti scrittori si esercitano sulla loro serie tv preferita (questo andrebbe proprio fatto).

Von Sternberg/Dissolvenze: Decostruzione frame by frame di tutte le dissolvenze sternberghiane (con deliri deleuziani allegati).

Ex Libris 186 (frastuono)

10 maggio 2015

Finché la sua mente aveva continuato a seguire i suoi fantasmi intangibili o a desistere irresoluta da una simile ricerca, Stephen si era sentito intorno costanti le voci del padre e degli insegnanti, che lo incitavano a essere un gentiluomo sopra tutto il resto e un buon cattolico sopra tutto il resto. Queste voci gli suonavano ormai vacue nelle orecchie. Quando era stata aperta la palestra, aveva sentito un’altra voce incitarlo a esser robusto, virile e sano, e quando il movimento per la rinascita nazionale era cominciato a farsi sentire nel collegio, ancora un’altra voce gli aveva comandato di non venir meno al suo paese e di aiutarlo a rialzar lingua e tradizioni. Nel mondo profano, come prevedeva, una voce mondana gli avrebbe ordinato di risollevare coi suoi sforzi la condizione del padre e intanto la voce dei suoi compagni di scuola lo incitava ad essere un compagno come si deve, a coprire gli altri dai rimproveri, a chieder per loro il perdono e a fare del suo meglio per ottenere giornate di vacanza per tutti. Ed era il frastuono di tutte queste voci vacue che lo faceva fermarsi irresoluto nella sua ricerca di fantasmi. Non prestava orecchio a queste voci che per un momento, ma si sentiva felice soltanto quando ne era lontano, oltre il loro richiamo, solo o in compagnia di compagni fantastici.

Il mondo non è nostro (Piccolo sbrocco originato da un articolo di Marco Lodoli)

6 maggio 2015

Mi è capitato di leggere, tempo fa e per sbaglio, sulla cronaca di Roma di “Repubblica” un “chiamiamolo articolo” a firma di Marco Lodoli, sugli animali in città. Il pezzo, vabeh, è un concentrato di vecchiettismi, luoghi comuni, ignoranza e faciloneria, non vale la pena leggerlo.

Passato il rodimento dato, più che per la monnezza prodotta da Lodoli, dalla consapevolezza che “Repubblica” fa scrivere cose delicate come il rapporto sapiens-altri animali a un incompetente del genere, mi sono messa a pensare. Pensa che ti ripensa, sono nel frattempo passate e settimane e letture (come, di tenore radicalmente opposto, a proposito di animalità, lo straordinario Guida il tuo carro sulle ossa dei morti di Olga Tokarczuk) sotto i miei occhi. E ho pensato che la città, pur se costrutto umano, in fondo non appartiene ai sapiens più di quanto non appartenga loro il pianeta. Lodoli usa termini offensivi (non offensivi per gli animali in sé, che se ne fregano di Lodoli stesso) ma per me, per la mia sensibilità, e per la mia intelligenza. Gli “uccellacci” che in città occupano, a detta sua e di troppa gente, spazi abusivamente. Come se i sapiens non occupassero abusivamente ogni spazio, non solo i luoghi scelti per costruirsi la tana, come villaggi e città. I sapiens tendono a occupare tutto lo spazio, a prescindere dalla reale necessità di riposo-lavoro-divertimento. Gli “uccellacci”, i gabbiani che prendono possesso di piazza del Popolo dopo le dieci di sera non fanno altro che adattarsi ai cambiamenti che i sapiens impongono al pianeta. Occupano uno spazio che non solo hanno di diritto, ma che diventa una sorta di risarcimento. Ogni tanto c’è quello che fa i proclami “allarme, fra un po’ finisce il pesce nel mare”, e magari non accenna alle tonnellate di pesce morto che “sprecano” buttandolo in mare già dai pescherecci. O sul retro dei supermercati. O dal frigo della gente che lo compra. Ma se il pesce non c’è per i sapiens, non ci sarà nemmeno per gli “uccellacci”, no, caro Lodoli? Non pensi che quelli, da mangiare, da qualche parte devono pur andarlo a cercare? Oh, ma no… sono solo animalacci fastidiosi, eh.

Sapete che penso? Che a parte tragedie inevitabili come quella del Nepal (anche se, a proposito di terremoti, c’è tanto da parlare a proposito dei sistemi di costruzione che nel ventunesimo secolo non possono essere rimasti ai tempi del “gettiamo cemento ovunque”, visto che la terra trema, ha sempre tremato, e continuerà a tremare ancora a lungo), considerando le cicliche colate di fango in Liguria, le alluvioni ovunque ci siano fiumi imbrigliati in argini sempre più stretti, le frane dove i boschi non regolano più l’orografia delle montagne ecc. ecc., eh, mi viene da pensare, cazzarola ce le cerchiamo proprio. Il mondo non appartiene ai sapiens, siamo solo affittuari di passaggio in questa casa, la natura si riprende sempre quello che sapiens tenta di toglierle, e continuare a tacciare noi di essere animalari pazzi che si occupano solo di cazzate ambientalare è un atteggiamento, come dire, come di uno che si preoccupa per l’acne e pazienza per il tumore ai polmoni. Ah, sì, suicida, ecco la parola che cercavo.

Ex Libris 185 (ricerca espressiva)

3 maggio 2015

WIN_20150502_171149

La scelta della Ortese, soprattutto dagli anni Sessanta in poi, di scrivere «in una lingua con dei segreti», la lingua dell’Iguana e del Porto di Toledo, ha significato per lei incomprensione, silenzio, emarginazione. […] Nel ripercorrere il proprio itinerario esistenziale, segnato dalla fatica della ricerca espressiva, la stessa Ortese ha osservato: «Ma cos’è questo problema tanto forte da gareggiare per quaranta, cinquant’anni con lo stesso problema della sopravvivenza? Io mi considero un eterno naufrago dell’espressione e dell’espressività che hanno per scopo questo interesse: cogliere e fissare, sia pure il tempo di un istante, il meraviglioso fenomeno del vivere e del sentire e riuscire a rendere tutto ciò che nella vita è fenomeno e stranezza».

These are the songs of my life: Japan Galaxy Edition

30 aprile 2015

Here comes the quiet life again

Il basso karniano di Sons of Pioneers

Outside there’s a world waiting/I’ll take it all by storm/And when the sunset finds me/I’m coming home

Il sublime languore decadente di Nightporter

L’ambient per Sylvian e Fripp

I colori proibiti di Sylvian e Sakamoto

D’altronde, You can be any thing you want/Every colour you are

L’inverno di Jansen e Barbieri

Prospettiva Newski con Jansen e Karn

La mutazione della ragazza tuono secondo Karn

You open the gates, the madness begins/I follow you down, I follow you back in
And here in the darkness, the boundary gone/The flame is alive and burning strong

Il piano barbieriano in Lazarus

Let the children come to me

Ex Libris 184 (distopie?)

26 aprile 2015

Who

Un mio breve racconto, The Limousine, costituì la base per una lezione che mi fu chiesto di tenere agli studenti del Royal College of Art.
The Limousine è una storia noir in cui il malvagio proprietario della limpousine riempie l’abitacolo del passeggero di musica rilassante e gas velenoso. Quindi deruba, stupra, uccide i suoi passeggeri e ne abbandona i cadaveri. Lessi questa storia a circa duecento persone che dapprima mi ascoltarono rapite. Una volta creato il giusto stato d’animo, presi a parlare del mio argomento: una volta convertita in dati digitali e compressa in misura sufficiente per essere trasmessa attraverso i cavi del telefono, la musica come la conoscevamo sarebbe morta. Credevamo di avere il pieno controllo di tutto, invece eravamo come quegli inermi passeggeri della limousine. Compositori e musicisti avrebbero creduto di tessere un filo diretto con i propri fruitori, ma avrebbero anche aperto le porte a ogni tipo di inquinamento mentale e spirituale. Era la visione di Lifehouse che diventava realtà.
I dischi in vinile, già in pericolo, sarebbero scomparsi insieme al nastro magnetico analogico. Il CD sarebbe diventato inutile. Avremmo usato i computer, alcuni piccoli come orologi da polso, per ascoltare e condividere la musica, sopraffatti dal volume dei suoni stessi cui saremmo stati esposti. Incapaci di distinguere il bene dal male, saremmo stati storditi con il gas, derubati, violentati e uccisi, sempre nei limiti della metafora musicale. La nostra comoda e lussuosa limousine diventava così un carro funebre.
Forse ero stato troppo drammatico. Forse stavo dicendo solo cazzate. L’unica cosa chiara fu che la maggior parte del pubblico era andata via ancor prima che avessi finito.

Keep Calm and Do Like Gianni

23 aprile 2015

Davvero, la prossima volta che ci verrà da metter mano alla pistola, scorrendo i commenti razzisti, sessisti, specisti che ahimé infestano il web, cercheremo di ripensare a Gianni, che dal suo amatissimo profilo Facebook ha ricordato agli italiani brava gente (gli piacerebbe) che migranti lo sono stati, e gli stessi insulti che vomitano a chi traversa il Mediterraneo se li presero quando traversarono l’Atlantico (con l’aggravante che sono passati 100 anni, e che la loro crassa ignoranza non conosce ripensamenti neanche con quasi 1000 corpi ancora in acqua). Non gliela faremo, lo sappiamo già, perché uno può partire con le migliori intenzioni del mondo, ma è difficile non lasciarsi contagiare dal clima, dallo Zeitgeist.

Caro Piripicchio, perché non ti rileggi, magari ti accorgi di aver scritto una stronz…

Ecco, appunto. Invece Gianni, con la sua serafica calma, col suo aplomb un po’ democristiano, eppure capace di non arretrare un passo di fronte all’idiozia più conclamata, ci ha dato una lezione: la dimostrazione di come si possa stare in rete con semplicità eppure cognizione di causa, con afflato nazionalpopolare ma condito da ironia, in the middle of the road ma senza aver paura di dire, pane al pane, anche cose scomode (oddio, cose financo banali, ma che per l’opinione telematica di pancia suonano come proclami sovversivi). Davvero, quale miglior Presidente della Repubblica di lui? Quindi: keep-calm-and-do-like-gianni-1

These are the songs of my life: Genesis Galaxy Edition

22 aprile 2015

I miei Genesis sono:

Once upon a time there was confusion

The Knife sbraitato a capocchia ai concerti dei Revelation

Touch me now, now, now, now, now

La meravigliosa progressione di Can-Utility and the Coastliners.

La parafrasi della terza sezione di The Waste Land in The Cinema Show.

Come ti si scioglie in bocca il testo di The Lamia.

Gli arpeggi delle 12-corde in Entangled e della classica in Blood on the Rooftops.

Cantare a squarciagola il ritornello di Undertow.

I am the one who guided you this far

We know, we know, we know… (ok, scherzavo)

Home by the sea/Second Home by the Sea al Circo Massimo.

(Ma anche il riff di Ace of Wands, My heart going boom boom boom…, In the Air Tonight nel pilot di Miami Vice – another pure Mann Moment…)

Ex Libris 183 (non c’è più religione!)

19 aprile 2015

WIN_20150418_134344

Monaco allampanato    Costoro abbassano la patria del genere umano al livello di una stella errante. Uomini, bestie, vegetali, minerali, tutto cacciano su uno stesso carro e lo spediscono in giro per il deserto dei cieli. A dar retta a loro, non esiste più né cielo né terra. Non la terra, perché è un astro nel cielo, e nemmeno il cielo, perché è fatto di tante terre! Tra l’alto e il basso, tra l’effimero e l’eterno, non c’è più differenza. Che noi siamo destinati a scomparire, lo si sa; ma che debbano scomparire anche i cieli, dovevano venire loro a dircelo! Il sole, la luna, le stelle e gli uomini vivono sulla terra: così fu detto e così è scritto; ma adesso, a sentire costui, anche la terra sarebbe una stella. Soltanto stelle: non c’è altro! Arriveremo al punto che un giorno li sentiremo dire: non ci son nemmeno uomini e bestie, anche l’uomo è una bestia, esistono solo le bestie!

Le traduzioni estemporanee 10 (reprise)

16 aprile 2015

Personaggi: Artie, Vale
Ambiente: cucina

(cinque minuti più tardi)

Artie: Ehi? Adesso è sera? Possiamo uscire, allora? Daaaai! Ho fatto le ninnone! Dormito tantissimo, io. Usciamo?
Vale: -.-‘

Le traduzione estemporanee 10

15 aprile 2015

Personaggi: Artie, Vale, Mascherina, Aristillo
Ambiente: Artie in cucina, Vale al computer che tenta di scrivere, Mascherina e Aristillo che sonnecchiano

Artie: fammi uscire!
Vale: no!
Artie: aaaah, aprimi!
Vale: fa troppo caldo, uscirete stasera, col fresco.
Artie: non mi importa, voglio uscire ora.
Vale: ho detto di no. Piantala di fare casino.
(Artie va in sala e si siede davanti a Vale)
Artie: ok, vieni ad aprirmi la porta?
Vale: ma cosa… Ho detto no!
Artie (sdraiandosi): va bene, va bene, ma stai calma, eh.
Mascherina (svegliandosi): a me non va bene! Io voglio uscire! Fatemi uscire suuuuubito! (mentre va in cucina intercetta Aristillo che dorme sul poggiapiedi) Oh, ma c’è il mio Tillone! Tillotillo mio adorato ^_^ Oh, coccolo… (si mette a fare le paste su Aristillo, che non gradisce, ma sopporta).

Ex Libris 182 (rock telepaths)

12 aprile 2015

Living

Ho sempre pensato che la ragione per cui i gruppi britannici durano più di quelli americani è che in America è facile ritrovarsi circondati da gente che pende dalle tue labbra. In Inghilterra puoi andare in un pub e la gente si fa i fatti suoi senza neanche notarti.
Questo era uno degli aspetti piacevoli di andare a vivere in campagna, anche se quando la band comprò Fisher Lane Farm a Chiddingfold, nel Surrey, con l’intenzione di trasformarla in uno studio di registrazione residenziale, la gente del posto non ne fu proprio contenta. Chiddingfold è un tranquillo villaggio inglese e l’arrivo di un gruppo rock provocò un po’ di agitazione. Tuttavia, i roadie si integrarono bene nel Working Men’s Club di Chiddingfold, specialmente dopo aver scoperto che la birra era sovvenzionata. Da quel momento in poi la politica fu in genere di chiudere un occhio. L’unico soggetto che ci causò qualche fastidio a Chiddingfold fu un tizio convinto di aver usato i suoi poteri telepatici per scrivere tutte le nostre canzoni. Avendocele trasmesse in via subliminale, ci era rimasto male quando poi le avevamo spacciate per nostre e quindi lo avevamo tagliato fuori dalle royalties. Ci scriveva regolarmente e di tanto in tanto si affacciava a The Farm, come ormai era conosciuto lo studio. Uno dei roadie lo accompagnava in fondo alla strada, lo mollava al centro della piazza del villaggio e lui si dileguava fino alla volta successiva.

Ps. Mike, però, quando dici del concerto al Circo Massimo che “quella sera tutto funzionò come un meccanismo a orologeria”, te lo sei scordato il casino che a un certo punto Banks e Collins fecero su Firth of Fifth o fai lo gnorri perché ti serviva la chiusura a effetto per il libro?

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 49 follower