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Ex Libris 343 (no: ha meno probabilità di una donna eccetera)

21 aprile 2019

Uomini e donne sono diversi. Abbiamo ormoni diversi, organi sessuali diversi e capacità biologiche diverse: le donne possono avere figli, gli uomini no. Gli uomini hanno testosterone e sono generalmente più forti delle donne. Le donne sono leggermente più numerose degli uomini (il 52% della popolazione mondiale è femminile), ma la maggior parte dei posti di potere e di prestigio è occupata da uomini. Wangari Maathai, attivista keniana e Nobel per la Pace morta nel 2011, l’ha sintetizzato perfettamente così: più sali, meno donne trovi.

Alle elezioni statunitensi del 2012 si è sentito spesso parlare della «legge di Lilly Ledbetter». Dietro questo nome di belle allitterazioni c’è il seguente fatto: negli Stati Uniti se un uomo e una donna fanno lo stesso lavoro e hanno le stesse qualifiche, l’uomo sarà pagato di più perché è un uomo.

Quindi gli uomini governano, nel vero senso della parola, il mondo. La cosa poteva avere un senso mille anni fa, quando gli esseri umani vivevano in un mondo in cui la forza fisica era la qualità più importante per sopravvivere. La persona fisicamente più forte aveva più probabilità di diventare il capo. E gli uomini di solito sono fisicamente più forti (è ovvio che esistono molte eccezioni). Oggi viviamo in un mondo profondamente diverso. La persona più qualificata per comandare non è quella più forte. È la più intelligente, la più perspicace, la più creativa, la più innovativa. E non esistono ormoni per queste qualità. Un uomo ha le stesse probabilità di una donna di essere intelligente, innovativo, creativo. Ci siamo evoluti. Ma le nostre idee sul genere non si sono evolute molto.

L’estetica o l’etica estatica

17 aprile 2019

Tutta l’oggettività estetica è mediata dalla forza del soggetto, l’unica a rendere completamente conscia di sé stessa ogni cosa. (Theodor Adorno)

Quanto più ricca è l’esperienza estetica di un individuo, quanto più sicuro è il suo gusto, tanto più netta sarà la sua scelta morale e tanto più libero – anche se non necessariamente più felice – sarà lui stesso. (Iosif Brodskij)

Ora io fo poca stima di quella poesia che, letta e meditata, non lascia al lettore nell’animo un tale sentimento nobile, che per mezz’ora, gl’impedisca di ammettere un pensier vile, e di fare un’azione indegna. (Giacomo Leopardi)

Ex Libris 342 (agire o non agire?)

7 aprile 2019

Foto del 19-03-19 alle 18.50

ANNA Vuoi andare? Dove?

MARZIANO Non lo so. Mi sento davanti a un muro. Dovrei trovare la forza di scalarlo, o tornare indietro. Oppure, sedermi ai piedi del muro e aspettare. Che cosa? Che mi crolli addosso. Oppure, potrei dargli una mano di calce e affrescarlo. O farci un buco e guardare che c’è dall’altra parte. Quante soluzioni! Forse ho bisogno di star solo, di chiudermi dentro una torre, e la vorrei in riva a un lago, per potermi quetare con un salto a portata di mano. O sputare, forse? Sputare nell’acqua, fare dei cerchi perfetti, una miriade di cerchi e creare così un piccolo universo con uno sputo? E anche nel cerchio più piccolo, un microbo che divora un altro microbo non sognerebbe il dominio della sua goccia di sputo? O forse dovrei agire, ma il peggio che può capitare a un genio è di essere compreso prima ancora di dire “a”. Tutti mi applaudono, ma nell’applauso sento già lo scalpiccio dei piedi che si avviano all’uscita. (Pausa) No, devo agire.

Soglie

4 aprile 2019

Ex Libris 341 (o della stupidità della specie più “intelligente” del pianeta)

24 marzo 2019

Quando cerchiamo l’«intelligenza» in altre specie, spesso commettiamo l’errore di Protagora, di credere cioè che l’uomo sia la misura di tutte le cose. Poiché noi siamo umani, tendiamo a studiare un’intelligenza di tipo umano in creature che umane non sono. Sono intelligenti come lo siamo noi? No. E, quindi, abbiamo vinto! E noi, siamo intelligenti come lo sono loro? Non ce ne importa nulla. Pretendiamo che gli altri stiano al nostro gioco – ma non vogliamo stare al loro.

Quello che gli altri animali devono imparare, i problemi che devono risolvere, e il modo in cui devono risolverli, varia enormemente. Un essere umano deve fabbricare una lancia; partendo dal suo nido e attraversando l’oceano aperto, un albatro deve coprire quasi seimilacinquecento chilometri per procurarsi del cibo e poi per tornare su un’isola che ha un diametro di meno di un chilometro, dove trovare il suo pulcino in mezzo ad altre migliaia. È probabile che un delfino, un capodoglio o un pipistrello ci compatiscano per come fissiamo ottusamente il buio della notte, mentre il loro cervello «immagina» virtualmente a grandissima velocità un mondo sonico ad alta definizione, consentendo loro – nell’oscurità – di cacciare, identificare gli altri, e catturare prede in rapido movimento. Probabilmente, agli animali, sembriamo privi di abilità essenziali, proprio come a noi loro sembrano incapacitati dalla mancanza di linguaggio – benché in realtà siano estremamente capaci, in modi a noi preclusi. Molte creature ci battono nettamente per quanto riguarda vista, udito, olfatto, tempi di reazione, capacità di immersione, volo ed ecolocalizzazione, come pure per abilità migratorie e destrezza nel trovare la via di casa (anche sott’acqua). Molti sono super-cacciatori. Atleti estremi. (Se si escludono gli struzzi, gli esseri umani sono i migliori nella corsa bipede). Cervelli diversi enfatizzano abilità diverse, consentendo a esseri viventi diversi di eccellere nello sfruttamento di circostanze pure diverse. Qui troviamo lo spazio e il motivo per un apprezzamento rispettoso, per una condivisione del mondo.

These are the songs of my life: Johnny’s Edition

19 marzo 2019
by

Già dicemmo che una volta Morrissey era dio e Johnny il suo profeta.

Poi Johnny si ruppe un’anticchia di dover tener su la baracca degli Smiths e il Vecchio Testamento ebbe termine, con le cupe atmosfere di I Won’t Share You. Ebbe inizio il Nuovo, con Moz in cerca di partner compositivi all’altezza (impossibile), e Marr in cerca di sempre nuovi orizzonti verso cui lanciare il suo inconfondibile tocco chitarristico.

Questi per me i momenti di questi 30 anni.

David Byrne chiama Johnny a Parigi per chiudere la parabola delle teste parlanti: vuole il  Marr sound per un brano in particolare, ma il ragazzo di Manchester li per lì ha le mente vuota. Allora va a farsi una passeggiata, si schiarisce le idee e butta giù il suo contributo a (Nothing but) Flowers.

Nel frattempo ha scritto anche qualcosa per un suo possibile debutto solista; solo che se c’è qualcuno a cui serve una canzone, e quel qualcuno è un’amica come Kirsty MacColl, guarda caso anche lei della partita nel caso precedente, Johnny non ci pensa due volte e gliela offre su un piatto d’argento, e nasce quel gioiello in area Madchester che prende il nome di Walking Down Madison.

Ma insieme al gusto nuovo del battitore libero, Johnny riscopre anche le gioie del fare gruppo. Addirittura due gruppi. In uno si mette in posizione defilata, lasciando le luci della ribalta a quel geniaccio adesso un po’ troppo dimenticato di Matt Johnson, Mr. The The, e per due album ne diventa spalla e rifinitore strumentale: come dimenticare il riff di armonica che lancia in orbita uno dei capolavori degli anni ’90, Slow Emotion Replay? Nell’altro invece è parte integrante della super squadra che unisce le due band di maggior culto di Manchester e dell’Inghilterra tutta nel decennio precedente, i suoi Smiths e i New Order di Bernard Sumner, senza dimenticare un piccolo aiuto della premiata ditta Tennant/Lowe, come nell’irresistibile Disappointed.

E la gioia di fare musica insieme lo accompagnerà anche nel decennio successivo, dove si accompagnerà a non meno di tre gruppi, il più fortunato dei quali fu una certa indie band di Portland, Oregon, l’unica con cui il buon Johnny riuscì a raggiungere il numero 1 in America, anche grazie ai suoi micidiali riff.

Finalmente, questo decennio è stato quello in cui il ragazzo con la chitarra ha deciso di metterci voce e faccia in primo piano, e armato della fiammante Jaguar per lui customizzata da Fender, si è rivelato un ispiratissimo cantore pop delle città contemporanee, quelle della poesia nella velocità, quelle dove ci si perde tra spirali e strade verticali.

E finalmente ha ripreso in mano le sue vecchie canzoni, dando loro un nuovo accento, più diretto, meno decadente di quello del suo vecchio compare, ma senza smarrirne l’immortale fascino.

 

 

 

 

Ex Libris 340 (approccio totale)

10 marzo 2019

Il concetto di innocenza ha due facce. Se rifiutiamo di prendere parte a una cospirazione, ne restiamo innocenti. Mantenersi innocenti, però, può anche equivalere a restare nell’ignoranza. L’alternativa non è tra innocenza e conoscenza (o tra naturale e culturale), ma tra un approccio totale all’arte che cerchi di rapportarla a tutti gli aspetti dell’esperienza e l’approccio esoterico di pochi esperti specializzati, sacerdoti della nostalgia di una classe dominante in declino. (In declino, non rispetto al proletariato, ma rispetto al nuovo potere delle corporazioni e dello Stato.) La vera questione è: a chi, propriamente, appartiene il significato dell’arte del passato? A coloro che possono applicarlo alla propria vita oppure a una gerarchia culturale di specialisti in reliquie?

Cinema Graffiti

4 marzo 2019

In occasione del recente genetliaco di Giovanni Spagnoletti è uscito un volume di omaggio all’illustre studioso di cinema tedesco e non solo, professore alla Sapienza e a Tor Vergata, per tanti anni direttore della Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, creatore di riviste e animatore culturale. I curatori mi hanno chiesto un intervento e siccome il tema era libero mi sono concesso un amarcord svariante tra gli anni ’90 e il primo decennio di questo secolo. Eccolo qui.

***

Jeder für sich und Spagnoletti für alle

A quei tempi, alba dei ’90, si chiamava “Discipline dello spettacolo”. Afferente a Lettere, aveva tuttavia la sua distaccata roccaforte al Centro Teatro Ateneo, lontano dalle monumentalità piacentiniane. Si entrava da un ingressetto in via della Scienza, vicino alla cappella dell’Università. Sotto la sala, sopra gli uffici dei ricevimenti, degli esami, delle visioni di storia del cinema in una saletta appena dopo l’ingresso, su un televisore dagli scarsi pollici. Ricordo una volta che passai diretto da non so quale professore, dentro sparuti studenti in apparente stato di trauma. Al ritorno, una voce strascicata si levò come un grido d’aiuto nel deserto: “Ahò, Anghelopoulos, che palle!”

L’Ateneo era celebre soprattutto per le lezioni di teatro che, complice Ferruccio Marotti, un Eduardo a fine corsa aveva lasciato come estremo lascito qualche anni prima. Di lì a poco ci avrei incontrato Odin Teatret, Pippo Delbono, un magnifico Macbeth di Leo De Berardinis, oltre al mito di Don Giovanni, la commedia dell’arte, le avanguardie russe. Per quel che riguarda il cinema invece, avevo scelto come primo esame un bel corso su Renoir e il fronte popolare sotto l’egida di Orio Caldiron. Quando però fu il turno di Cinema 2, le lezioni a forte carica digressiva di Orion (come lo chiamavamo ammiccando allo strumentale dei Metallica) presero a stuccarmi, perché ok le tirate sulle difficoltà di parcheggio intorno alla Sapienza, ma poi si vorrebbe ricevere qualcosa di più sostanzioso sulla materia di studio. Cosicché all’arrivo di questo nuovo professore con un corso sullo Junger Deutscher Film, decidere fu tutt’uno. 20-30 anni dopo il loro epicentro, il fascino delle vagues sui cinefili in erba era più vivo che mai. Spagnoletti, germanista esperto, sembrava avere le giuste credenziali per accompagnarci nel viaggio insieme a Fassbinder, Herzog, Wenders e gli altri eversori degli schermi teutonici. Non era che l’inizio di un memorabile ciclo: a seguire arrivarono nouvelle vague, nuovo cinema italiano, mi pare anche il free cinema, ma ormai avevo salutato la Minerva.

Un po’ tutti serbano nella memoria l’incontro organizzato in una strapiena Aula 1 di Lettere con Edgar Reitz e Bernardo Bertolucci all’altezza di Heimat 2. A me piace ricordare altri momenti satellitari di quei corsi: un seminario di Serafino Murri che segnò il mio imperituro innamoramento per Michelangelo Antonioni; certe indimenticabili visioni in una sala sotto Scienze Politiche, Der Stand der Dinge o La boulangère de Monceau; le trasferte in una sede dell’allora Ministero del Turismo e dello Spettacolo vicino San Giovanni, con un Dillinger è morto in cui uno spettatore, quando Piccoli sale in macchina al termine della sua notte brava esclamò: “Anvedi, ha imboccato er Raccordo!”

Al momento di chiedere la tesi, non so quale ardire mi fece mettere sul piatto il nome di Werner Herzog. Avevo fissi in mente i suoi finali, tra i più straordinari della storia: la risata di Auch Zwerge haben klein angefangen, la zattera alla deriva con scimmie di Aguirre, i monaci di Herz aus Glas che salpano dall’Irlanda per qualche nuovo mondo, i moti perpetui di Stroszek che sarebbero stati l’ultima visione di Ian Curtis, la cavalcata a propulsione Gounod di Nosferatu, la barca in secca di Cobra Verde, l’ascesa wagneriana alla vetta di Schrei aus Stein, che a Venezia mi aveva provocato una sorta di crisi isterica à la Stendhal.

(Già, Venezia, ci sarebbe da dire delle mostre di quegli anni, con lo sparuto accredito studentesco, gli esosi appartamenti del Lido affittati per 5/occupati in 15, amiche e amici spagnolettiani mai più visti o ancora oggi cari al cuore.)

Comunque tornando al, perdono, “cazzone bavarese” (come un compagno di studi chiamò una volta il buon Werner) Giovanni mi gelò: “Lo sai il tedesco?” Ehm, ma certo, Jeder für sich und Gott gegen alle, mein General! Insomma, dovetti ripiegare sul piano B, che era un invero originalissimo “tema del doppio in Brian De Palma”. Per fortuna poi vidi Heat e decisi che doveva essere (Muß es sein? Es muß sein!) Michael Mann. “Hai capito Spagnoletti che tesi dà”, mi disse tempo dopo Alberto Pezzotta. Beh, bisogna pensare che, nonostante l’impatto devastante del suo ultimo film, si era ben lontani dal pensare Mann come il più grande regista hollywoodiano in attività, cosa all’ordine del giorno negli ultimi anni. Non so se quella (con Murri come correlatore) fu la prima tesi su di lui, ma dovremmo essere da quelle parti.

Nel frattempo Giovanni, bontà sua, pensò che potessi essere della partita per un nuovo progetto a doppio binario, piuttosto innovativo per l’epoca: una classica rivista di taglio critico-accademico in cartaceo da una parte; una compagna più snella e veloce, incentrata sull’attualità, che avrebbe trovato posto nel semi-pioneristico web di fine secolo. Mi recai al primo incontro esplorativo sulla seconda a casa sua, via dei Sardi, per quello che negli anni seguenti sarebbe diventato un appuntamento fisso. In quella primigenia “Close-Up On Line” c’erano Valentina Arcucci, Stefano Cappellini, forse l’ineffabile Luca Franco, Claudio Gnessi, Roberto Pisoni, Roberta Saiardi, Elena Vecchia. Tanta altra gente sarebbe andata e venuta, avrebbe detto il dottor Otternschlag: Michela Carobelli, Fabrizio Croce, Marina Delvecchio, Valentina Di Michele, Alessandro Izzi, Marino Galdiero, Chiara Lenzi, Giancarlo Mancini, Giovanna Quercia, Giovannella Rendi, Letizia Vacirca, Edoardo Zaccagnini, e mi scusino gli altri. Tanti saggi, e recensioni, e speciali, tante discussioni su un cinema che stava cambiando pelle, tante pizze a San Lorenzo.

Tante partite su campi dalle parti della Tiburtina, nel mezzo, ché il fervente milanista Giovanni aveva messo su un team della Sapienza in grado di sfidare la rappresentanza di Roma Tre guidata da Vito Zagarrio. Per epiche rievocazioni di quegli scontri degni della storica disfida tra le troupe di Novecento e di Salò dovreste rivolgervi a fonti più attendibili, quali Adriano Filippucci o Riccardo Protani. Io però rimembro ancora interessanti chiacchierate negli spogliatoi il cui tema non erano tattiche e formazioni bensì Max Ophüls o Fritz Lang.

E poi Pesaro, una sorta di coronamento del tutto: soprattutto quei pomeriggi di maggio, e le relative sere, chiusi a via Vicenza per la stretta finale, con Pedro Armocida, Andrea Di Mario, Anthony Ettorre, Barbara Faonio, Francesca Leonardi, Marina Oddo, Natasha Senjanovich… Il cinema giapponese e quello meticcio, John Sayles e Jacques Doillon, Stanley Kwan e José Luis Guerín; il Teatro Sperimentale e le proiezioni a Piazza del Popolo; i tavolini del Caffè Ducale sulla stessa, dove si discuteva con animazione tanto del festival quanto del suo direttore, Meister Spagnoletti.

Tirando giù la quarta parete: auguri Giovanni, im Lauf der Zeit. E adesso, per parafrasare gli Elii, una lieta citazione che non c’entra niente, ma potrebbe piacerti: 

“Il piede sanguinante non lo sentivo nemmeno. La nave mi era indifferente. Non aveva più valore di una qualunque bottiglia di birra rotta nel fango, di un qualunque cavo d’acciaio che si torceva nella melma. Non c’era dolore né gioia, non c’era agitazione né rilassamento, non c’era felicità né un suono, non c’era nemmeno un respiro di sollievo. Era soltanto il fatto di capire una grande inutilità, o, più precisamente: io ero solo penetrato più profondamente nel suo misterioso regno. Vedevo la nave che, risospinta nel suo elemento, sospirando pigramente si risollevava. Oggi, mercoledì 4 novembre 1981, poco dopo mezzogiorno, siamo riusciti a portare la nave dal Río Camisea all’Urubamba facendole valicare una montagna. Tutto quello che c’è da dire è questo: io vi ho preso parte.”
(Werner Herzog, La conquista dell’inutile)

Ex Libris 339 (lucenti)

24 febbraio 2019

Se senti e sai nelle vene che la morte non è solo tragedia e non è la fine se non dell’io e dei suoi timori, le convinzioni religiose e intellettuali non hanno più tanto potere su di te e sul tuo pensiero, e ti senti molto sola e molto in compagnia di tutti gli esseri che si abbandonano al flusso: foglie, rami, montagne, onde, e così tanti animali, bambini e alcuni adulti, sciupati oppure lucenti.

Rock Movie Craziness Part 2: The Italian Addenda

17 febbraio 2019

Io sono Mia, come direbbero quelli che scrivono bene, ha catturato l’attenzione di quasi 8 milioni di italiani. Considerati pure i 6 milioni e passa del Fabrizio De Andrè – Principe libero l’anno scorso, è il momento giusto per lanciarsi sulla pista calda.

Opzione Rai 1: Io sono Riccardo, le canzoni, le donne, le audaci imprese di uno dei cavalieri del pop melodico made in Italy, dalle magie di Piccola Katy e Pensiero alle lotte intestine con Roby Valerio Dodi, dall’amore contrastato per Patty Pravo alla riconciliazione con Viola Valentino, dal primo difficile periodo solista al successo ritrovato, dagli obbligatori contrasti con la casa discografica fino all’altrettanto obbligatoria apoteosi sanremese con Storie di tutti i giorni.

Opzione festival: Ivano e Mia, tutto quello che avreste voluto sapere sulla travagliata liaison tra uno tra i più grandi cantautori e una delle voci supreme della musica italica, e che in tv non vi è stato possibile vedere. Le canzoni, la gelosia, la collaborazione, i litigi, la creazione, la distruzione. Controindicazione: le querele di Fossati e la parte di budget da deviare sugli avvocati.

Opzione film maledetto: quello che da 50 anni nessuno si azzarda a mettere in cantiere, Ciao amore ciao ovvero Gli ultimi giorni di Luigi Tenco nella città dei fiori. A metà tra mélo scatenato e thriller complottista. I tormenti kobainiani del protagonista, l’incoscienza di Dalida, l’ottusità di Mike Bongiorno, grappe di pere, tavoli da biliardo, biglietti d’addio, lo spettacolo che deve andare avanti.

Opzione documentario: I mistici dell’Occidente, o le derive spirituali della scena italiana d’avanguardia dagli anni ’70 in poi: il Nepal di Rocchi, il convento di Camisasca, il sufismo di Battiato, le deviazioni spaziali di Mino Di Martino e i voli etnici degli Aktuala, le impennate trascendenti di Alice e Giuni Russo.

Opzione serie Sky: Casa Cramps, un’immersione stordente nel mondo dell’etichetta del mefistofelico Gianni Sassi, tutta un’abbuffata di Area, Finardi, Camerini, Skiantos, in mezzo all’incessante fragore delle molotov, delle P38, degli attentati, della polizia in tenuta antisommossa, delle manifestazioni, degli operai, degli studenti, degli autonomi, degli anarchici, dei terroristi neri, dei terroristi rossi, della controcultura, delle radio libere, di Parco Lambro, fino alla morte di Demetrio Stratos, al concerto in suo onore, al cupio dissolvi del Movimento.

Ex Libris 338 (GB e la caccia)

17 febbraio 2019

Foto del 17-02-19 alle 10.51

“Ti è piaciuta la caccia Giordano?”
“Vuoi tu conoscere il mio più schietto pensiero, Philip, o ti aggrada ch’io mi dica divertito ed ammirato?”
“Ti sarò grato se vorrai palesarmi il tuo pensiero, senza riserva alcuna.”
“È ben vero che sono divertito ed ammirato per lo spettacolo cui ho avuto la fortuna di assistere. Ma mentre con affanno cercavo di tenerti dentro mentre gagliardamente galoppavi, non potevo impedire al mio pensiero di annodare le sue trame. E mi son chiesto come e perché l’arte dei cacciatori, che a me pare una maestrale insania, una regale pazzia e un imperial furore, sia ritenuta una virtù, una religione, una santità, e che sia grande onore per un uomo farsi carnefice ammazzando, scorticando, squartando e sbudellando una bestia selvatica. Tutta la gloria e l’eroismo della venazione è nell’uccidere animali per il solo gusto di dar sfogo ai fieri spiriti di nobili e sovrani.”
“Sono sorpreso da ciò che dici, Giordano ché la caccia sin dai tempi antichissimi è stato esercizio vitale però la sopravvivenza della specie umana, e segno di virili energie.”
“Ben lo so, Philip. Ma rifletti: l’esser beccaio è stimato esercizio ed arte più vile che l’essere boia, perché questo si dà a torturare membra umane ma è tuttavia al servizio della giustizia, e quello ferisce invece le membra di una povera bestia ma al servizio di una disordinata gola cui non basta il cibo generosamente fornito da madre natura. E dunque l’essere cacciatore è esercizio ed arte non meno ignobile e vile che l’esser beccaio. Esser carnefice d’uomini è cosa infame; esser beccaio, cioè boia di animali domestici, è stimata cosa vile. Ed esser boia di bestie selvatiche sarebbe onorevole e darebbe buona reputazione e gloria? E i cacciatori sarebbero intrepidi eroi, puri d’animo e di costumi?”

Sanremo: Top 40

14 febbraio 2019

Più o meno contagiati dall’avito festival e dalle classifiche storiche connesse decidemmo anche noi di proporne una fatta in casa.

Effettuata una più o meno ardua selezione preventiva (con la regola di scegliere un solo brano per gruppo/artista, anche se furono presenti in più reincarnazioni: ergo, obtorto collo, dentro Matia Bazar fuori Antonella Ruggiero, fuori i Decibel dentro Enrico Ruggeri, fuori i Denovo dentro Mario Venuti), i 40 pezzi sopravvissuti sono stati sottoposti alla valutazione di una insindacabile giuria composta da noi 3 (per convincere GB a prestarsi sono stati dolori, ma ce l’abbiamo fatta).

Questo è il risultato, e le sorprese – grazie anche alla variabile impazzita gibilesca – non mancano. Provateci anche voi. (Ovviamente abbiamo cercato per i link le esibizioni sanremesi, ma non sempre purtroppo erano disponibili, chiediamo venia.)

  1. Dormi e sogna
  2. Gianna 
  3. La terra dei cachi
  4. In bianco e nero
  5. Vivo sospesa
  6. Gatto matto
  7. Caffè nero bollente
  8. Tutti i miei sbagli
  9. Morirò d’amore
  10. Maledetta primavera 
  11. Re
  12. Ma che freddo fa
  13. Ciao, amore, ciao
  14. Io confesso
  15. A me mi piace vivere alla grande
  16. Maledette malelingue
  17. Vacanze romane 
  18. Per Elisa
  19. Radioclima
  20. La folle corsa
  21. Piove (ciao ciao bambina)
  22. Salirò
  23. Il solito sesso
  24. Tutto quello che un uomo
  25. E non finisce mica il cielo
  26. Piazza grande
  27. Crudele
  28. Il paese è reale
  29. La cometa di Halley
  30. Di sole e d’azzurro
  31. Un’emozione da poco
  32. Prima di andare via 
  33. Per una bambola 
  34. Un’avventura
  35. La musica è finita
  36. Luce (Tramonti a Nord Est)
  37. Canzoni alla radio 
  38. Margherita non lo sa 
  39. Storie di tutti i giorni
  40. Nuovo swing

 

La top ten di Ale

Vacanze romane

Dormi e sogna

Maledetta primavera

La cometa di Halley

In bianco e nero

Radioclima

Nuovo swing

Gianna

Ciao, amore, ciao

Io confesso

 

La top ten di Vale

Dormi e sogna

Gianna

La terra dei cachi

In bianco e nero

Caffè nero bollente

Di sole e d’azzurro

Morirò d’amore

Tutto quello che un uomo

Per Elisa

Un’emozione da poco

 

La top ten di GB

Gatto matto

Tutti i miei sbagli

La terra dei cachi

Vivo sospesa

Re

Gianna

A me mi piace vivere alla grande

Maledette malelingue

Salirò

Caffè nero bollente

 

Premio speciale alla migliore edizione

50a Edizione, anno 2000

 

Premio speciale alla migliore conduzione

Raimondo Vianello con Eva Herzigova e Veronica Pivetti, 48a Edizione, anno 1998

 

Ex Libris 337 (migrazioni, invasioni, integrazioni)

3 febbraio 2019

La maggior parte delle specie, siano esse animali o vegetali, che oggi consideriamo invasive è arrivata così, fuggendo dai luoghi in cui l’uomo riteneva fosse possibile mantenerle confinate. A voler essere precisi, non solo le specie che oggi consideriamo invasive, ma la maggioranza delle piante che riteniamo parte del nostro ambiente da sempre, sono in effetti soltanto dei migranti di più o meno lunga data. Piante che oggi sono percepite come parte del patrimonio culturale sono soltanto delle straniere che si sono ben integrate.

Rock Movies Craziness

31 gennaio 2019

Bohemian Rhapsody ha fatto il botto in Italia, e a rimorchio sta per arrivare Rocketman (proponiamo di lanciarlo col claim: Dal regista che ha finito quel certo film sui Queen perché a Bryan Singer non gli andava di andare sul set o comunque c’aveva un po’ di accuse di molestie sul groppone e che non stava sui titoli di coda per colpa del sindacato dei registi, ecco la biografia di quel tizio con gli occhiali buffi che non è vero porti sfiga agli amici anche se Versace e Lady Diana ci sono rimasti). Ergo è il momento dei biopic musicali, e noi – sempre sul pezzo – abbiamo diverse idee sul tema da proporre al miglior offerente.

Opzione blockbuster: Stairway to Heaven (Do What You Wilt), la storia dei Led Zeppelin tra il 1970 e il 1971. Visto che Bohemian finisce con un’apoteosi live, noi invece inizieremmo con una Whole Lotte Love dal tour americano della primavera ’70. Poi, titoli di testa su distruzione di albergo, con magari Good Times Bad TimesCommunication Breawkdown sopra, e stacco totale: campagna inglese, canti di uccelli, cavalli al pascolo, insomma, Bron-Yr-Aur e l’immersione folk della seconda facciata di Led Zeppelin III. Quindi, l’accidentata strada verso i four symbols, con in mezzo tutte le fascinazioni esoteriche di Page (Lucifer Rising, Crowley e compagnia bella), la crescita del legame con Plant, i controcanti sardonici di Jones, la furia di Bonzo, fino al tripudio paradisiaco/diabolico di Stairway.

Opzione indie: Bell/Sill, le tristi vite parallele di Chris Bell e Judee Sill, due tra le più malinconiche stelle dissolte della musica statunitense anni ’70. Lui, il leader dei primi favolosi Big Star insieme ad Alex Chilton, prima di tornare a lavorare nel ristorante del padre, combattere con la depressione, morire in un incidente senza poter vedere l’uscita del suo celebrato debutto solista; lei, la cantautrice spirituale, bisessuale, teosofa e drogata, prima scelta di David Geffen per la Asylum, prodotta da Graham Nash, possibile concorrente di Joni Mitchell e Laura Nyro, morta di overdose dopo due album tanto belli quanto misconosciuti. Pianoforti in minore, chitarre tintinnanti, malinconie, rimpianti, il sole spietato della California, la faccia oscura di Memphis, gli aneliti all’assoluto, il cupio dissolvi.

Opzione italiana: Sorrenti, Alan e Jenny, un tourbillon che parte dagli esplosivi anni dell’avanguardia rock italiana di inizio ’70, gli open festival, le arie di rivoluzione, le sperimentazioni, le contestazioni, i viaggi, i miraggi. Atto 1: Alan è il Tim Buckley italiano, Jenny l’eccentrica cantatrice prog dei Saint Just. Atto 2: Anni dopo, Alan è lanciato nel firmamento dance, mentre Jenny collabora con Pino Daniele e De Gregori. Atto 3: Anni dopo ancora, Alan ha scoperto il buddismo, e si divide tra le rimpatriate progressive e le melanconiche comparsate a I migliori anni, Jenny ha scoperto la musica medievale e celtica e coltiva il suo piccolo culto. Si ritrovano in un locale a cantare Vorrei incontrarti e Suspiro, come ai vecchi tempi.

Opzione serie tv: Fleetwood Mac Saga, 30 anni (ormai sono 50, ma a farseli tutti non si finirebbe più) di delirio soap rock. Ingredienti: english blues al suo acme, chitarristi genii che escono di capoccia per l’lsd, altri chitarristi che escono per comprare il giornale e finiscono in una setta religiosa, band fake che girano con lo stesso nome, rilocazioni in California, doppie coppie che si formano e si sfasciano, psicodrammi in forma di album da decine di milioni di copie, ipersuccesso, ipereccessi, litigi feroci, riconciliazioni più o meno opportuniste. Almeno tre stagioni.

Opzione musical: Dopo Un’avventura, La sposa occidentale. Un maestro solitario che fischietta ariette d’oblio a Tubinga si innamora di una ragazza timida molto audace studiosa di Hegel, le impianta sul terrazzo un’impastatrice industriale, vorrebbe ricoprirla di cioccolata, ma lei si sta allontanando, la loro relazione era tutta apparenza, era campata in aria. Lui diventa un Don Giovanni, chissà che succederà alla ragazza, ad ogni modo continua a dirsi: “Si sopravvive a tutto per innamorarsi.”

Ex Libris 336 (detenzioni)

20 gennaio 2019

Un animale umano chiuso in una cella si trova, a fare sonni agitati, trasformato in uno scarafaggio. Avevo una cella singola, infima, sconcia, non davo nemmeno più la caccia agli scarafaggi. Solo alcuni sanno arrampicarsi sui muri, come Gregor: di notte sentivo i miei cadere giù dall’alto. In galera le luci sono un tormento: non ci sono per chi voglia leggere, ci sono per chi voglia dormire. Il corpo a corpo fra dentro e fuori che attraversa la Metamorfosi e l’intera vita di Kafka – Gregor dentro uomo e fuori insetto, la casa colpita dalla sventura e la vita felice di fuori, la finestra e le porte che escludono e chiudono – è l’essenza della galera. Qualcuno doveva aver calunniato Franz Kafka, perché diventò un forte esperto di detenzione domiciliare.