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Ex Libris 219 (le opzioni dell’amore)

7 febbraio 2016

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Il tradimento non è il contrario dell’amore, è una delle sue tante opzioni. Traditore è colui che cambia agli occhi di coloro che non possono cambiare e non cambierebbero mai e odiano cambiare e non lo concepiscono, a parte il fatto che vogliono continuamente cambiare con te: così la penso io. In altre parole agli occhi del fanatico il traditore è chiunque cambi. Triste alternativa quella fra il diventare un fanatico o un traditore. In un certo senso, non essere un fanatico significa essere un traditore agli occhi dei fanatici.

Come eravamo: La nuova sobrietà

3 febbraio 2016

Il mio primo post, con susseguente trasformazione di Valentinamente in V(Ale)ntinamente, fu un distico la cui portata concettuale mi pare tuttora, più che mai, valida.

Spogliarsi degli orpelli
Come Ozu dei carrelli

Ex Libris 218 (sospensioni)

31 gennaio 2016

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I diritti, si osserva, producono diseconomie, sì che i sistemi autoritari, soprattutto nelle versioni più rassicuranti della “democrazia autoritaria”, seducono, appaiono come quelli che più sono in grado di garantire l’efficienza economica. Apparentemente più temperata si presenta la versione che propone i diritti come un lusso, che non si presenta la versione che propone i diritti come un lusso, che non ci si può permettere in tempi di crisi, di risorse scarse, di passaggio da un ordine economico all’altro. Questo è un velo che copre strategie diverse: lo scambio tra un allargamento dei diritti sociali e la cancellazione di quelli civili e politici, tipico dei regimi autoritari; la negazione dei diritti sociali come veri diritti, per il loro necessario legame con la distribuzione delle risorse disponibili, che rimane un connotato della discussione tra gli studiosi e delle pratiche concrete in sistemi pur assistiti dal crisma della democrazia; l’eterna politica dei “due tempi”, che non conosce mai l’avvento del secondo. Comune a queste diverse posizioni, e ad altre simili, è la sostanziale “sospensione” di garanzie costituzionali, sppunto quelle che riguardano i limiti delle attività economiche e le politiche sociali. Una operazione, questa, che sembra più accettabile delle sospensioni classiche, quelle che, in primo luogo per ragioni di ordine pubblico interno e internazionale, hanno invece come oggetto i diritti civili e politici. Di queste ultime, infatti, si percepisce con immediatezzza una sostanziale incompatibilità con i principi democratici, sì che sono stati messi a punto strumenti per ridurne almeno gli aspetti più negativi, subordinando la legittimità della sospensione o dell’affievolimento alla presenza di situazioni particolarmente gravi e alla loro temporaneità (anche se inquietanti ossimori come “guerra infinita”, “emergenza permanente”, “tortura umanitaria” hanno eroso anche questo tipo di garanzie). Nulla di paragonabile  si ritrova per i diritti sociali, per i quali la categoria di “sospensione” finisce quasi con il connotare una loro ineliminabile natura, che li affida al mutare dei rapporti di forza e alla distribuzione delle risorse, negando in tal modo ogni loro vero radicamento nella dimensione del diritto.

These are the songs of my life: Memories Edition

28 gennaio 2016

Niente come le canzoni fissa nella mente un ricordo: le loro radiazioni fissano per sempre l’aria del momento, il suo calore proiettato tutto intorno all’epicentro di emissione del sound.

Magari il sound è abbracciato a una vision, e così i video di Blue Sky Mine o The Sun Always Shines on Tv diventano tutti i pomeriggi passati a studiare Videomusic negli anni ’80; se arrivano dalle onde radio, Ma cos’è questa crisi o Un amore, hanno in sé tutte le mattinate passate invece ad ascoltare Radio 2, anni prima, cercando di capire chi cantasse certe canzoni il cui annuncio s’era perso nell’etere (prima del www, ho passato anni a rincorrere la canzone delle “tue sane mammelle”); ogni volta che parte Anna Stesia, ripiombo in una festa liceale monteverdina dove avrei voluto essere molto più cool, se riascolto Shake the Disease ecco un viaggio post-maturità a Malta con 101 fisso sul walkman; Radioactive Toy è uno di quei concerti al Frontiera in cui i Porcupine registrarono Coma Divine, Time’s Up un concerto da solo al Tendastrisce; Entre mis recuerdos, un viaggio altrettanto da solo a Barcellona, O paraiso una Lisbona con una luce incredibile nell’estate più calda e folle del nuovo secolo; Yoshimi Battles the Pink Robots un aprile a Udine per il Far EastJá sei namorar un giugno pesarese di Nuovo Cinema.

Ma alla fine, chissà perché, sono Dalla pace del mare l0ntano e Fiori d’arancio, che giravano in loop in una tipografia in cui lavoravo a un catalogo a rimanermi le più care per una precisa congiunzione suono-temporale. Voci basse, concentrazione, ordine, e sopra a tutto, in mezzo a tutto, la musica, a legare i fili, tessere l’incanto dell’attimo. Attimi piccoli, preziosi, indimenticabili.

 

 

Ex Libris 217 (ombre)

24 gennaio 2016

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C’è un’altra Roma, di notte. Che non è quella che fa tardi ai cinema, ai concerti, alle feste, ai raduni di vario genere. O quella dell’insonnia. È quella che fa del silenzio la sua arma migliore. Che non ha paura delle ombre, perché essa stessa è un’ombra.

«Stavano neri al lume della luna / gli erti cipressi, guglie di basalto, / quando tra l’ombre svoltò rapido una / ombra dall’alto: / ombra sognata d’un volar di piume, / orma di un soffio molle di velluto, / che passò l’ombre e scivolò nel lume / pallido e muto»: Giovanni Pascoli, La civetta.

Nella Roma di notte vivono altre comunità, nonostante la luce dei lampioni o, all’opposto, grazie ad essa. La notte è dei gufi, delle volpi, dei rospi, delle falene. Dei pipistrelli. Dei fiori che si chiudono, del profumo degli alberi.

Ex Libris 216 (saccarina e pericolo)

17 gennaio 2016

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Una delle storie più stupefacenti sulla flessibilità globale di Céline mi è arrivata dal critico musicale giamaicano-americano Garnette Cadogan, che spiega come la cantante sia probabilmente diventata il personaggio musicale straniero più popolare della Giamaica. E non solo per le nonne.
“Mi piacerebbe poterti fornire una spiegazione che vada oltre l’amore dei giamaicani per le melodie zuccherose, ma questa ti dovrà bastare” mi ha scritto Cadogan.

E i luoghi in cui appare in Giamaica sono tra i più curiosi. Mi ricordo di essere stato in una sala da ballo e di avere sentito qualunque cosa, da Bob Marley a Kenny Rogers (sì, Kenny Rogers) a Sade, a Yellowman, a Beenie Man, sparati a tutto volume mentre la folla ballava e beveva l’impossibile. Ma una volta che il selezionatore (il dj, per dirla all’americana) ha cominciato a suonare un pezzo di Céline Dion, la gente è completamente impazzita, e alcuni hanno cominciato a sparare colpi di pistola in aria. […] Ricordo inoltre di avere sempre sentito Céline Dion a volume altissimo mentre attraversavo quartieri rissosi e pericolosi, tanto che per me è diventata un segnale della necessità di camminare, correre o guidare più velocemente quando mi trovo in una zona che non conosco e la sento spargere melassa dall’etere.
A volte ho condiviso questo aneddoto con altri amici giamaicani, e loro hanno commentato ridendo che si comportavano in maniera simile. La regola non ufficiale sembra essere: se stai sentendo Céline Dion, sei nel posto sbagliato. Non sto dicendo che i “duri” (come vengono chiamati i gangster in Giamaica) siano gli unici ad apprezzare Céline Saccarina e a dimostrarle pubblicamete amore. È solo che, per qualche ragione, le dimostrano più amore di qualsiasi altro gruppo.

Cadogan ha chiesto in giro il motivo, parlando anche con alcuni di questi “duri”, e la risposta è stata che “un uomo cattivo deve ascoltare canzoni d’amore per dimostrare che anche lui ama”.

Luciopanelliana

14 gennaio 2016

La lacrima sta come arancia nell’aranceto
Su un dolce tedio a sdraio
Sfoglio all’aria una rosa ricettario
C’è un centro sopra il ponte
Tutto il sole al Nadir
La verità viene sempre a palla
Dimmi chi ti paga
Lei m’amò, tu l’amasti, io no
Un ingordo gorgo umido è l’addio
Dicendo abbiamo tempo tu intendevi dire il contrario
E fatta tu sei di svista
Nel libro d’avventure saltiamo le parole e le figure
Incolli l’invisibile
Sento di star per vivere
La punta della lingua m’ha aggredito
L’entrata dell’ossigeno
Tutti tra sé e sé pensano le stesse cose
Assumi pose inesplose
Viola il colore della sera
Hai la pazienza di un’onda
Così, semmai, le rose
La musica camusa
Sterminandola l’invincibile armata
In campo scenderanno forze prive di forza
Tu vignetta gentile
Ed è ancora mattina
Io ti vorrei incontrare però non lo vorrei
Si passa tra le cose sfuse e vaghe
Col capo chino, e l’umiltà dei frati
Gli appuntamenti sono plateali
E la parola chiave è rosmarino
Ed alberi spioventi dalle orecchie
L’ombra è severa ma addolcisce il viso
Alla fine ti trovasti in un bel posto
E fu come copiare di nascosto
Il disco del Discobolo è cromato
Mi dicesti “Sospira”
Son asole i risvegli
Ho visto la tua nuca ad Alessandria
È successo quello che doveva succedere
In vetta al suo sistema dei piaceri
Questo sì è un addio come dico io

 

Ex Libris 215 (fumando la pipa in trincea)

10 gennaio 2016

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Non mi feci metter fretta. Un vero Führer capisce subito, già dai minimi dettagli, quando gli altri cercano di strappargli il controllo della situazione. Quando qualcuno gli dice: “Veloce, veloce”, l’autentico Führer eviterà sempre di precipitare gli eventi, di incorrere in errori causati dalla furia, e mostrerà di saper riflettere proprio quando gli altri corrono di qua e di là come tante galline spaventate, senza usare la testa. Naturalmente ci sono momenti in cui la sollecitudine è indispensabile – per esempio quando ci si trova in una casa in fiamme, oppure quando si vuole stringere a tenaglia un gran numero di divisioni inglesi e francesi e sterminarle fino all’ultimo uomo. Queste situazioni, tuttavia, sono più rare di quel che si crede e alla fin fine, nella vita di tutti i giorni, la circospezione – associata naturalmente sempre a un ardito intento! – ha il sopravvento nella stragrande maggioranza dei casi. Infatti, anche in trincea, di fronte agli eventi raccapriccianti, spesso sopravvive colui che attraversa la linea del fronte a mente fredda e fumando la pipa, invece di agitarsi subito di qua e di là, piagnucolando come una lavandaia. D’altra parte, fumare la pipa non garantisce la sopravvivenza in situazioni critiche: durante la guerra mondiale sono caduti al fronte anche i fumatori di pipa. Sarebbe addirittura da cretini presupporre che fumare la pipa possa proteggerci; si può sopravvivere anche senza ricorrere al tabacco, quando, per esempio, non si è dei fumatori, come nel mio caso.

L’istinto mater… no, l’istinto di mandarli a fanculo

6 gennaio 2016

Sapete?, mi piace essere madre. Mi piace Giordano e mi piace quello che fa, i suoi sorrisoni stentati, lo scoprire di giorno in giorno la sua identità e il suo carattere (me sa che me ne farà passa’, di quarti d’ora…). Mi piace coccolarlo quando si dispera per qualsivoglia cosa e vedere che in braccio a me ci impiega meno di un minuto per tranquillizzarsi.
Ma mi piace anche non poter allattare, perché cedo questo… “privilegio” ad Ale, e vedo cosa significa per lui e per Giordano.
Non è sempre stato così. Quando è nato, non dico che non lo amassi, ma non sapevo chi fosse. Gli chiedevo in continuazione: “mi riconosci ora?” e solo dopo qualche giorno sono riuscita a completarla, “perché io ti riconosco”. Mi chiedevo in che modo avrebbe cambiato il mio rapporto con la persona più importante della mia vita, perché che vi piaccia o no, Ale è la persona più importante della mia vita, e continua a esserlo. Non è che Giordano conti meno: conta in modo diverso. Potrei banalmente farne una questione di soldi (dopo l’università non sono più riuscita a trovare un lavoro, e non parlo di lavori commisurati alla laurea, ma a commessa/donna delle pulizie e quant’altro) ma non è solo questo, ovviamente.
Non mi piace quando si lamenta e “fa la lagna” così senza motivo apparente, lo so che in realtà di motivi validi ne ha, ma non mi piace lo stesso. Non mi piace cambiargli il pannolino perché la cacca è una seccatura, ma era prevista nel contratto e va bene (anche se vorrei chiedere a quelli che “non lo cambio mai perché mi fa proprio schifo” – escluso Ale – per quale motivo hanno deciso allora di volere un figlio e non si sono accontentati di un bambolotto, che la cacca non la fa. Ale lo escludo perché appunto, lui allatta. Il maschio medio che schifa la cacca no).
Facciamo a capirsi: le madri, i figli, non li amano a comando, o per istinto. Ci vuole tempo. Sì, vabbe’, c’è quella che si è subito tutta presa innamorata già in sala parto, ci ha messo mezzo microsecondo, ma secondo la mia esperienza (di testimonianze raccolte qua e là, quindi fallace, lo ammetto tranquillamente) sono poche, queste donne. La maggior parte proprio non ci pensa. Sono solo sollevate dal fatto che quell’ingombro scomodo e assurdo si è tolto dal cazzo, e fatemi dormire che vorrei vedere voi dopo uno sbudellamento di questo tipo. E sorpresona, l’amore può pure non arrivare mai (anche se questi sono casi rari come quelli nella sala parto).
Mi piace aver fatto il cesareo. Anzi, sono una ferma sostenitrice del fatto che no, non ci sono “troppi cesarei” se per troppi cesarei si intende che una donna si fa fare un foglio dalla ginecologa che lo prescrive. Non ci sono troppi cesarei perché il corpo è mio e decido io cosa può o non può fare, non una qualunque ostetrica che vorrebbe propinarmi la sua verità preconfezionata di taglia unica. Il corpo è mio e ne faccio quello che mi pare, e se pretendete di fare un discorso di… “natura”, prima voglio vedere che buttate tutte le vostre automobili, staccate luce, gas e acqua, mandate falliti supermercati e farmacie, vuotate l’armadietto dei medicinali e buttate tutti i saponi e flaconi e flaconcini, e se vi fa male un dente, vi tenete il dolore. Solo in quel caso potrete fare la morale a una donna che vuole partorire col cesareo e/o non può o non VUOLE allattare, si anche se può ma non vuole.
Per questo mi incazzo quando arriva la solita espertona a farmi la lezione. Io ho smesso di prendere lezioni molto tempo fa. I/le maestr* me li scelgo da sola. Suona presuntuoso, lo so, ma così è, ci ho impiegato quasi 40 anni per scoprire e capire chi sono, e nessuno può venire a dirmi che mi sbaglio, o che dovrei essere diversa.

– fine terza parte –

Ex Libris 214 (natura/artificio)

3 gennaio 2016

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Il problema del confronto tra natura e artificio fu giù presente e discusso, benché in maniera superficiale e limitata all’ambito dell’estetica, dalla filosofia greca. Ma solo molti secoli più tardi, durante l’lluminismo, con l’emergere di una pur rudimentale terminologia scientifica, il raffronto divenne oggetto di un’analisi più approfondita.
Che al prinicpio dell’Ottocento fosse già argomento di attualità è dimostrato chiaramente, seppure per implicazione, dalla leggenda eschimese, riportata dall’etnologo canadese Philip Wellis (Men and Myths of the Northwest, Vancouver, 1842). Il Wellis, che visse molti anni con gli eschimesi Inklit e Tawaida, descrive la leggenda come una “fiaba moderna ispirata al contrasto con i mercanti canadesi che offrono oggetti manufatti come palle, bicchieri, perline, giocattoli meccanici e persino orologi in cambio di pelli, avorio e olio di balena”. La leggenda gli fu raccontata dallo sciamano del villaggio Foipù che si trova ai piedi dei monti Kwapuna.
“Il dio Kanaak, per creare la vita sulla Terra, prima inventò le malattie e la morte; poi le felci, il leccio e le altre piante. Poi inventò l’orso, la balena, la cicala delle nevi, il castoro e gli altri animali. Finalmente inventò l’uomo e gli insegnò a fare le cose imperfette, a sua immagine. L’uomo così le fece, ed egregiamente gli servivano. Costruì il kayak come il baccello dell’albero Took, e con le ossa e le fibre delle piante foggiò ami, arpioni e reti. Si vestì delle pelli del lupo bianco e con le unghie e i denti dell’orso fece collane e cinture. Ma un giorno l’uomo scoprì che fregando un sasso contro l’altro riusciva a imitare il canto della cicala delle nevi. E così fece. Ma uno dei sassi era più duro e dopo un po’ l’uomo si accorse di aver fatto una palla perfetta. Quando la vide capì di aver peccato contro il dio Kanaak ed ebbe paura. Si alzò per nascondere la palla in una cavità del tronco contro il quale stava seduto, ma la palla gli cadde dalle mani e cominciò a rotolare. L’uomo la inseguì correndo, sempre più velocemente. Kanaak lo vide ma non lo fermò. E per punizione lo fece correre dietro alla palla finché scomparve nella notte dei monti Kwapuna.”. “Sta correndo ancora dietro alla palla perfetta” fu il commento ironico del Wellis, che anticipa di un secolo la nostra contestazione a una civiltà industriale e consumistica.

OMS

30 dicembre 2015

Il primo regalo per GB è arrivato qualche giorno prima di Natale. Abbiamo partecipato al crowfunding della nostra amica Stefania per Otto maiale speciale, e Otto in persona si è presentato da noi con mantello e mascherina per riscattare tutti i suini stritolati nella macchina in perpetuum mobile degli allevamenti intensivi.

Otto, infatti, non è solo un albo illustrato che in forma di filastrocca si approccia all’orrore di esseri viventi trasformati in pedine intercambiabili di un gioco al massacro inteso a riempire di cibo inutile gli scaffali dei supermercati, prefigurando la possibilità di un destino diverso per queste anime condannate. Ma partecipa al cambiamento anche sostenendo l’attività di una delle tante realtà che si occupano degli animali più sfortunati, fornendo loro una nuova possibilità, una speranza, quella che a nessun vivente dovrebbe essere sottratta.

Della portata antispecista di Otto ha già parlato Rita qui, e sul tema abbiam poco da aggiungere.

Aggiungiamo questa, invece.

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Richiesta di servizio

29 dicembre 2015

Ci dice l’amica Grazia che non riesce a commentare i nostri post.

Devo ammettere che all’inizio ho pensato potesse essere un problema del suo account, poi lei mi ha detto: e come mai ci sono così pochi commenti su V(ale)ntinamente? Io pensavo perché fosse un blog poco letto, ma sono notoriamente una personcina umile e modesta (coff).

Quindi facciamo un sondaggio che mi mandate una mail: quanti di voi non riescono a commentare?

L’indirizzo è valentinamente chiocciola gmail punto com (lo so, gli spammer lo pescano ugualmente, ma almeno rendiamogli un po’ la vita più complicata, eh?) e fatemi sapere.

(Tutto ciò se vi interessa, eh, ma sarebbe anche un favore che mi fate, in modo da farmi rendere conto se davvero il blog ha qualche problema o se non ci si fila nessuno, che va benissimo lo stesso).

Ex Libris 213 (potenziale minimalista)

27 dicembre 2015

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A cosa serve, chiede mio salmone domestico, un lettore mp3 che può contenere quindicimila canzoni, se poi tu al massimo ne tieni seicento e al massimo ne ascolti una, compulsivamente, ogni volta che lo accendi?

Questa domanda, dico a mio salmone, è assolutamente irritante e io mi avvalgo della facoltà di non rispondere.

Allora ti rispondo io, dice, perché il problema è che a voi vi piacciono solo le idee. Voi comprate lettori da quindicimila canzoni perché pensate che un giorno vi sveglierete e ne avrete bisogno, e quel giorno voi avrete lo strumento per soddisfare il vostro bisogno. Tu in particolare, e mi indica traguardandomi spietatamente, tu in particolare che sei tra gli esseri peggiori di voi altri, hai addirittura necessità musicali al di sotto della norma, perché tu passi intere giornate di monocanzoni che ti basterebbe un lettore che contiene quattro minuti di musica e basta.

A te basterebbe un 486, un lettore usa e getta con una canzone, un foglio solo, un portapenne solo, una sola stampante in bianco e nero ad aghi, una sola moka per una persona, una sola spezia, una lampada, un cappotto, e invece ti circondi di miliardi di cose. Ti rendi conto che sei in possesso di tre cappotti uguali e di altri sei che ci somigliano?

Il giorno più bello della mia vita

23 dicembre 2015

Ci sono questi link fatti da babbione deficienti, tipo quello che dice “I due giorni più felici di ogni donna: quando si sposa e quando diventa madre”. Che devi proprio essere tanto ma tanto deficiente, per scrivere una cosa di questo tipo.

Il giorno che mi sono sposata, certo che ero felice, ma il “più” felice? Stavo soltanto facendo quello che volevo e avevo deciso. Sposarmi non è stata una delle cose migliori che mi siano capitate (incontrare Ale, per esempio, lo è stato), perché avrei anche potuto decidere di non farlo, di convivere semplicemente. È questo stato in cui i diritti dei singoli contano meno dei proclami elettorali, che mi ha costretto a sposarmi. E vabbe’.
Il giorno in cui sono diventata madre? Uno dei più brutti della mia vita. Vero che ce ne sono stati e ce ne saranno di molto peggiori, ma quando sono diventata madre, ecco, citerei qualche stato d’animo ma non la felicità. Mi è preso il terrore quando, la mattina alle tre dopo la pipì (altra voce del verbo “cazzate sulla gravidanza” e “quanto stai bene” e “non c’è niente da fa’, una donna incinta è più bella” e “dolce attesa” e così via: ho odiato ogni singolo giorno della gravidanza), alzandomi dal water, ho scoperto che continuavo a ruscellare. Non so come ho fatto a riuscire a svegliare Ale e dirglielo. Non parliamo poi delle solite cazzate che trovi scritte nei libri: mettetevi un assorbente e con calma fatevi accompagnare all’ospedale. Assorbente? Ahahahahah, ma davvero tu ginecologa non hai idea di quello che vien fuori da lì quando si “rompono le membrane”? Non parliamo poi delle esplorazioni vaginali. Che se me lo dicevano chiaro e tondo, altro che “tenta prima con l’epidurale”. Ma cesareo di corsa e senza nemmeno pensarci. E no che ogni tizia che entrava in sala parto prendeva e mi metteva le dita in figa.
“E ma quando sei lì non te ne accorgi nemmeno”. Io lo so, tu lo sai, la mia figa no, e se smette di collaborare non so che farci.
E parliamo anche della motivazione scritta sulla cartella clinica che giustifichi il cesareo? Poverini, qualcosa dovranno pur scriverci no?, e allora via con lo “stato psichico alterato” e il “vaginismo acuto”. Mica che la foca si è bellamente messa a dormire e non ha nessuna intenzione di scendere.
“Ma il bambino si spinge fuori da solo con i piedi, tu devi solo aiutarlo”. Lo sai tu e lo so io, Giordano non lo sapeva, non è colpa mia se ha deciso di farsi un sonnellino di straforo.
Concludiamo con le visite durante la degenza? Che mi guardavano tutti come se fossi una povera mentecatta? Ma sì, dai. Meno male che l’hanno piantata di sfrucugliarmi, a parte quello che mi ha palpato nella pelle flaccida del ventre per controllare che l’utero stesse tornando a posto.
Ah, ma voi volevate sapere qual è stato il giorno più bello della mia vita! Eh, è stato quando Ale mi ha passato la sua revisione di Febbre Verde. Vedere cosa era diventata la mia bozza schifiduzza dopo che lui ci aveva messo le mani, sì, si avvicina parecchio al mio concetto di “felicità assoluta”.

– fine seconda parte –

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