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Rotture di coglioni (con rispetto parlando)

26 giugno 2015

Leggiamo su “L’Espresso” la segnalazione di un libro, che, cit., “elenca le fisime salutiste e mangerecce che ci ammorbano a colazione, pranzo e cena: ci sono vegani, crudisti e intolleranti, ma anche ‘il ladro di porzioni’ o ‘chi ha letto Safran Foer'”.
Ora – solo basandoci su questa sintetica descrizione, sia ben chiaro – notiamo qualcosa di familiare, che ritorna con sempre maggior frequenza nei discorsi sul cibo, in tempi sicuramente ossessionati dallo stesso (parlando ça va sans dire del famoso Occidente, o post-Occidente magari: insomma dove di cibo ce n’è in abbondanza, e le mode, lo spreco, i reality culinari trionfano). Notiamo cioè che vi è in atto una terribile confusione – attribuibile in parte a chi produce discorsi sul cibo, e in parte a chi li fruisce -, un gorgo dove le questioni ecologiche, etiche, di salute, di status e così via, tendono ad aggrovigliarsi a formare un tutt’uno inestricabile, dove le “fisime” dietetiche non riescono più a distinguersi con chiarezza dalle istanze di critica alla mega-macchina produttrice di cibo, le idee fisse tentendi alla psicopatologia si confondono con le sacrosante domande su cosa finisca effettivamente nel piatto, e lo spettro del “fondamentalismo” aleggia su tutto a vieppiù inquietare.
Una confusione, questa, che fa di sicuro comodo a chi vuol mantenere lo status quo, dalle multinazionali degli alimentari agli spacciatori di rimedi definitivi per l’obesità, perché in tale visione opaca e mistificante, chi corre dietro all’ultimo grido della dieta e “chi ha letto Safran Foer” sono equiparati e livellati (non sappiamo se nel libro in questione si usa il termine radical chic, ma chissà com’è saremmo disposti a scommetterci). Perché ad esempio se si è davvero letto Safran Foer (limitiamoci a lui, visto che è stato tirato in ballo), forse qualche dubbio dovrebbe essere venuto, sulla liceità del sistema di “creazione” del cibo in cui siamo immersi, sul gigantesco sistema di sfruttamento del vivente che comporta (a meno che non si sia inguaribilmente di coccio tipo questi), e se invece si dribla la questione proclamando un “va tutto bene madama la marchesa”, gli è tutta una grande fissa, ubbia, schiribizzo di gente che deve sopravvivere alla morte dei viceversa grandi ideali (come più o meno dice anche da anni Marino Niola), allora approdiamo su un terreno assai scivoloso.
Non avendo intenzione di leggere il libro (ci scuserà l’autrice, la colpa è de “L’Espresso”, che presentandolo così proprio non ci invoglia ad approfondire oltre) e sinceramente scusandoci se ne abbiamo frainteso le intenzioni basandoci sulle citazioni estrapolatene, ci viene in mente un giochino, così, d’emblée. Lalli scrive:

Gli appartenenti alla specie umana che mangiano tutto e non rompono i coglioni, si sono estinti come il dodo?

(che è un po’ la stessa cosa che si trova a un certo punto di Hanno tutti ragione, quando Tony Pagoda torna in Italia dopo l’esilio sudamericano e trova, parafrasiamo a memoria, un sacco di vegetariani che rompono le scatole).
Allora ci vengono in mente, a partire da qui, altre possibili citazioni da libri del passato (del tutto ipotetici, of course).
Per esempio

I consumatori che comprano tutto quello che gli mettiamo sugli scaffali e non rompono i coglioni con queste storie sui diritti dei lavoratori, la salvaguardia dell’ambiente, se non addirittura il benessere degli animali, si sono estinti come il dodo?

Oppure

I gay che si fanno gli affari loro e non rompono i coglioni con questa moda del coming out e dei diritti civili, si sono estinti come il dodo?

Ma anche

Le appartenenti alla specie umana femminile che stanno a casa e non rompono i coglioni con pretese come il diritto di voto e un ruolo nella società, si sono estinte come il dodo?

Per non parlare de

I negri che lavorano tutto il giorno nei campi di cotone cantando blues tristi e non rompono i coglioni alla razza superiore che gli dà lavoro, si sono estinti come il dodo?

E così via, ad libitum.

Ps. Manco a farlo apposta ascoltiamo Fahreneit e becchiamo un altro che ha proprio capito tutto della questione (ironia mode on), Massimo Donà, che dice qualcosa tipo “una volta ci scannavamo su temi come la questione trinitaria, e adesso sul mangiarci l’ovetto della zia con le galline o quello comprato al supermercato”. Certo se manco gente che si definisce “filosofo” riesce ad afferrare nel suo sistema di pensiero che dovrebb’essere assai evoluto quello di cruciale che c’è in ballo nella questione, e la scredita e minimizza con questi mezzi retorici davvero modesti, stiamo messi proprio male, eh? Se lo capiamo noi che non siamo davvero questa cima in filosofia, anzi il contrario, non dovrebbe essere così difficile.

These are the songs of my life: Zep Galaxy Edition

25 giugno 2015

Prodromi

Baibe baibe baibe

Resurrecting the master

But in the darkest steps of Mordor

Gallows Pole com’è usata in Bandits

Il diabolico riff di Black Dog

Folkrock in purezza sulle colline e lontano lontano

If we could just join hands

Un esercito di chitarre per Achille

I’ll run in the rain till I’m breathless/When I’m breathless I’ll run till I drop
The thoughts of a fool’s kind of careless/I’m just a fool waiting on the wrong block

Occhi smeraldini

Morbidezze desertiche

Zoomate bassistiche

Insomma tutto quel miracoloso equilibrio zeppelino tra efflorescenze californiane e rusticità celtiche, blues primigenio e musiche del mondo, esoterismi e ruvidezze soniche, spirito di fratellanza posthippie e simbologia sulfurea.

Le traduzioni estemporanee 12

23 giugno 2015
by

Personaggi: Vale e Tigrillo
Ambiente: cucina

Vale: L’ho già detto che dovrebbero benedire in eterno il nome dell’inventor* del cus cus?
Tigri: Sì! Più di una volta! Dallo anche a me!
Vale: ntz, non esiste…
Tigri: CUS CUS! VOGLIO IL CUS CUS!
Vale: non ti piace.
Tigri: a me piace tutto, lo sai!
Vale: stavolta no, sorry (rischia di inciampare portandosi il cus cus in sala, e ne scarica una cucchiaiata a terra) Ecco, la cattiveria. Toh, accontentati di quello. -.-‘

Debunkando?!?

19 giugno 2015

Osserviamo da tempo come in rete fioriscano che è un piacere pagine anticomplottistiche. Lì per lì parrebbe una buona notizia, no?: con tutte le stupidaggini che si leggono in giro, qualcun* che si mette lì a smontarle fa un buon servizio all’umanità, con soddisfazione di tutt*.

Poi a guardar meglio ti accorgi, per esempio, che certe pagine uniscono l’intento a uno spiccato spirito antiveg, e nascono cose tipo Le cazzate dei vegetariani, di cui evitiamo di mettere il link, ché pubblicizzare troppo tali figuri non è bello. Ora, per l’ennesima volta, che certi veg, animalisti & Co. siano un bersaglio facile, e forniscano abbondante materiale per il dileggio, lo sappiamo bene, e non perdiamo occasione per stigmatizzare il deprecabile andazzo. Però, insieme, non fa piacere che persone intelligenti e solitamente di ampie vedute condividano contenuti da luoghi del genere, altamente tossici: perché, per dire, pur se noi stiamo sempre a criticare il partito bestemmia (PD per gli amici), non lo facciamo certo condividendo status di Salvini, e che diamine, dato che facendo ciò ci renderemmo complici di un discorso e di una visione politica costruite sull’intolleranza, il razzismo, il populismo più bieco, e su questo siamo tutt* d’accordo, suppongo.

Ecco, a noi pare che questa concentrazione di energie culturali sul debunkeraggio, partendo dai suddetti buoni propositi, finisca per appiattirsi in un atteggiamento mentale di collusione, di perpetuazione dello status quo, pericolosa quanto il complottismo un tanto al chilo, visto che tendenzialmente i professionisti del debunking sfatano quello che pare a loro, e accettano supinamente costrutti ideologici altrettanto discutibili, basta che abbiano un’origine “ufficiale”. Per sintetizzare, è facile e scontato attaccare i deliri sulle scie chimiche o gli sfoghi animalisti più basici e rifuggire invece dal confronto con le radicali critiche alla società in cui siamo immersi che la controinformazione o il pensiero antispecista propongono. No, grazie.

Perché, lo diceva Horkheimer, chi non vuol parlare del capitalismo dovrebbe tacere anche sul fascismo, e lo schema tende a ripetersi pericolosamente pur mutando le questioni in gioco. E se c’è una cosa che non vogliamo è finire schiacciati nello spazio angusto tra queste polarizzazioni sterili, sprecare gli anni migliori a schivare il lancio incrociato di bufale (che poi sarebbe bene ricominciare a chiamare panzane) mentre ci nascondiamo dalla contraerea debunkante, bensì, attività di sicuro più utili al mondo, aprire nuovi orizzonti, scoprire nuovi paradigmi, immaginare nuove possibilità.

Intersezionando

17 giugno 2015

Da queste parti, forse i nostri 27 lettori se lo ricordano, tendiamo a credere che la lotta per la liberazione della società e del pensiero è letteralmente la stessa, ovverosia una lotta contro il dominio, per usare un termine adorniano. Una lotta che va ad articolarsi in forme teoriche e di attivismo ben precise, ma che non si chiude nel proprio recinto, paga di conquiste parziali, e rimane invece sempre attenta e aperta alle connessioni, alle corrispondenze.

Per questo riteniamo che le forme più utili di riflessione sullo stato attuale della società siano quelle che vanno a cercare le intersezioni concettuali tra i discorsi, a fecondarli reciprocamente, a proporre letture che considerano molteplici punti di vista sui problemi, non li imbozzolano in un contenitore di pensiero unico (per quanto “contro”) ma li illuminano con diversi fasci di luce per meglio decrittare le strategie della repressione e delle concezioni dominanti. Il discorso controculturale deve trovare una piattaforma comune su cui affrontare temi troppo spesso disgiunti come giustizia sociale, ecologia, diritti dei viventi (umani e non), lotta contro il razzismo, il sessismo, l’omofobia, lo specismo, il liberismo. Contro ogni sfruttamento dello sfruttabile: del territorio, degli animali, delle donne, dei bambini.

Sempre per questo nella colonna qui accanto consigliamo la lettura di una pagina come Intersezioni, e in particolare gli interventi di Feminoska (che in passato già più volte abbiamo segnalato – vedi qui, o qui), sempre vigili nella denuncia della reificazione femminile/animale (come in quest’ultimo sul consumo parallelo del corpo della donna e di quello della vacca – laddove una lettura femminista classica si sarebbe incentrata sulla rappresentazione della donna, eludendo l’altro corpo femminile presente, mentre una animalista basica non si sarebbe peritata di dare della “troia” all’umana) e lucidi nell’intersezionare gli strumenti del femminismo con quelli dell’antispecismo. Una firma da seguire, un modello da meditare e moltiplicare.

Notizie da GB

12 giugno 2015

Salve, da quel che mi pare d’aver capito (qui le informazioni arrivano filtrate) dovrei chiamarmi Giordano Bruno, che suona bene, in effetti, anche se un certo tizio con lo stesso nome pare abbia fatto una brutta fine. Pare fosse un gran figo, ad ogni modo, e ce n’è anche un altro che farebbe rima con me, che alla Signora che mi porta in grembo piace perché parla con la voce strascicata, che sembra proprio non c’abbia voglia. Intanto però sono un po’ confuso perché qualcun altro m’ha preso per un giocatore che faceva gol in una squadra che sembra si chiami Lazio. M’è giunta notizia che la Signora di cui sopra nutre una certa simpatia per quella squadra, ma che se pensava a quella allora sarei venuto fuori come Marcelo Salas Borri. Secondo me è meglio di no.

Un’altra cosa che mi lascia confuso è che sento delle voci provenienti da là fuori: una, quella sempre della Signora che ormai conoscete, mi racconta una storia strana di un palazzo in cui succedono cose brutte e di un commissario che cerca di capire cos’è successo, ci stanno tante parole difficili ma fa anche ridere, infatti alla fine mi viene da dare qualche calcio per far capire che m’è piaciuto*; un’altra di qualche altro tizio che non so ancora bene chi è, parla di un’elfa figlia di Illusione, di un troll che la trova caduta sulla Terra dal suo arcobaleno e di tanti animali e piante del bosco, sembra un bel posto da andarci quando sarò fuori, e anche lì scalcio anche se il tipo che legge non è bravo come la Signora, e ogni tanto sbadiglia e dice che c’ha sonno.

Ok, per il momento è tutto, ci vediamo presto (anche se mi trovo bene a casetta e non sono tanto convinto di uscire dalla porta, è un po’ strettina). Adesso gradirei uno shottino di cioccolata, grazie.

*Ah, la Signora ha anche provato a cantarmi una cosa, con una voce strana, se non sbaglio iniziava con Tuba mirum e veniva da qui: lì m’ha spaventato un attimo, sono sincero.

Le traduzioni estemporanee 11

9 giugno 2015

Personaggi:
Ale, Vale, Madre di Vale, Daniel, Miki

Ambiente:
cameretta a casa della Madre di Vale

(Vale, Madre e Ale sono intenti a cercare Daniel in ogni anfratto.)
Vale: ps ps ps…
Ale: ho come un deja-vu
Vale: eh. Pensavi di tornare e trovarlo già pronto nel trasportino? Ahahahah.
Ale: no, vabbe’.
Madre (spostando infine i letti): Oh, eccolo qui, il mascalzone!
Daniel: aiutatemi! Salvatemi! Aaaaaargh!
Miki (brontolando): quante storie.
Vale (accucciata davanti al letto): Vieni qui, dai.
Daniel (sorridendo): Ehi, ma ciao, come stai?
Vale: siamo più tranquilli, ora? Ti fai prendere?
Daniel: fossi matto! Aaaaiutooooo! Mi prendonoooooo!
Madre: forse con uno snackino…
Vale: no, lui è incorruttibile.
Daniel: mangiatela te, quella roba.
Vale: abbiamo perso fin troppo tempo, dobbiamo tornare a casa.
(afferra Daniel e riesce a infilarlo nel trasportino)
Ecco, non era difficile.
Miki (picchia il trasportino): e stai lontano dai miei snackini! Mamma, mi dai uno snackino?
Madre: ne hai già avuti abbastanza.
Miki (picchiando di nuovo il trasportino): uffa però. Tutta colpa tua. Snackini!

Ex Libris 188 (Centro di Ricerche e Esperimenti su Animali)

24 maggio 2015

Cani
Ormai quasi asciutto, senza più museruola, il bastardo nero giaceva sulla paglia – con un tubo flessibile, connesso e una bombola d’ossigeno, accanto alla bocca dischiusa – in un cantuccio della gabbia situata all’estremità del reparto cani. Una targhetta sulla porticina della gabbia recava lo stesso numero, 732, ch’era impresso sul collare di plastica verde del cane; e, sotto il numero, si leggeva: “Condizionamento ad aspettativa di sopravvivenza (Immersione in acqua). Dr. J. R. Boycott”.
Nel reparto v’erano, in tutto, quaranta gabbie, sistemate su duplici file. Tranne un paio, che erano vuote, tutte quante le gabbie contenevano cani. Le pareti delle gabbie erano formate da reti metalliche. La maggior parte dei cani si trovavano quindi ad avere tre vicini di gabbia. La gabbia del 732 però era l’ultima della quarta fila, e confinava con il muro perimetrale; inoltre la gabbia accanto era vuota; così il 732 aveva un solo vicino di prigionia; il cane della gabbia adiacente alla sua, nella terza fila. Questo cane era, adesso, nella sua cuccia (ogni gabbia conteneva una cuccia) e sulla porta della gabbia la targhetta recava scritto: “815. Chirurgia cerebrale. Gruppo D. Mr. S.W.C. Fortescue”.
Il reparto era tutto pervaso dall’odore dei cani, misto a quello della paglia fresca e del piancito lavato con acqua e creosoto. Dalle alte finestre, provenivano però altri odori, portati dal vento: felci e mortella, letame di pecora  e vacca, foglie di quercia, ortiche… e l’umidità del lago al calar della sera. L’aria imbruniva, e le lampadine – una alla fine di ciascuna fila – anziché diffonder luce sembravano formare quattro chiazze giallastre, troppo dure per sciogliersi al dolce crepuscolo, e da esse i cani più vicini stornavano gli sguardi. Regnava un sorprendente silenzio, nell’edificio. Qua e là un cane raspava fra la paglia. Uno, un bracchetto con una cicatrice attraverso la gola, guaiva di tanto in tanto nel sonno; mentre un levriero con tre sole zampe e un moncherino bendato saltellava goffamente intorno, urtando contro la rete metallica e producendo un rumore non dissimile a quello prodotto con le spazzole da un batterista jazz. Nessuno dei trentanove cani del reparto, però, era tanto vivace o sufficientemente disturbato o stimolato da abbaiare, sicché i tranquilli rumori della sera guizzavano distintamente fino alle loro orecchie.

***

In alcuni pacchetti erano racchiusi, misti a fegato e a trippe, farmaci stimolanti atti a blandire il sonno o a rendere capace chi l’ingoiasse di inaudita resistenza, prodigiosa voracità irrequietezza senza pari. Altri contenevano filtri paralizzanti, i quali sospendevano la percezione degli odori, dei sapori, dei colori o dei suoni; analgesici i quali impedivano di provar dolore, sicché il soggetto seguitava ad agitare la coda mentre un ferro rovente gli veniva passato sulle costole; allucinogeni i quali riempivano la mente di più demoni di quanti ne contenga il vasto inferno, capaci altresì di trasformare il forte in debole, il coraggioso in codardo, l’intelligente in idiota. Alcuni procuravano malattie, pazzia o mortificazione di questo o di quell’organo vitale; altri curavano, alleviavano un male o servivano a non curare né alleviare malattie già provocate. Alcuni distruggevano il feto nell’utero, altri la capacità di ovulare, il potere di concepire, di portar avanti una gestazione.
Insomma, il dottor Boycott non avrebbe neppure esitato a tentare la resurrezione della carne se solo avesse ritenuto di avere una probabilità, su mille, di riuscita. Era un esperto, un professionista qualificato, pieno di iniziative: i suoi “sudditi” non aveva alcun diritto legale; e la curiosità intellettuale è, dopo tutto, un desiderio come un altro. Inoltre, chi avrebbe potuto ragionevolmente aspettarsi che il dottor Boycott chiedesse a sé stesso, in nome della razza umana, non già “Fin dove può giungere la scienza?” Bensì “Fin dove è giusto che scienza arrivi?” La scienza sperimentale è l’ultimo fiore dell’ascetismo e il dottor Boycott era, in effetti, un asceta un osservatore di fenomeni ed eventi sui quali non dava alcun giudizio di valore. Egli rappresentava, anzi, un paradosso, poiché infatti partiva da nobili intenti ed era convinto di adoprarsi – con il massimo distacco – a beneficio dell’umanità.

***
Quel luogo era pieno di uccelli. Si sentiva tutt’intorno l’acre odore dei loro escrementi, li si udiva agitarsi debolmente nel buio. Un piccione lì accanto si beccò sotto l’ala, emise un sonnacchioso “cu-cu-rucù” e poi tacque di nuovo. Dovevano esserci molti, molti uccelli. Soffermandosi ad ascoltare, entrambi i cani ebbero l’impressione di trovarsi in una foresta, le cui foglie fossero tutti piccioni, appollaiati sui rami, foglie stormenti pian piano nell’oscurità. Qua e là un ramo sembrava scricchiolare, qua e là cadeva in terra qualcosa di simile a una bacca, a una pigna, a una nocella.
Si trovavano infatti nella piccionaia, ch’era per così dire il serbatoio di uno dei progetti più ambiziosi di tutto l’Istituto. Si trattava, niente meno, di scoprire il segreto dei piccioni viaggiatori: da cosa dipenda e come funzioni il loro istinto, il loro senso dell’orientamento. Impresa, senza dubbio, prometeica, dacché gli uccelli stessi si son sempre accontentati di ignorare la questione. Questi esperimenti erano a cura del dottor Lubbock, collega e amico di Boycott; e la loro complessità era impressionante. Nel reparto vivevano centinaia di uccelli, sistematicamente divisi in gruppi e alloggiati in diverse gabbie, e ognuno di essi era come un grano di corallo nell’immane scogliera di cosciente sapienza che Lubbock avrebbe costruito per il bene, per il progresso, per l’edificazione – insomma, per una cosa o per l’altra – del genere umano. Ad alcuni uccelli veniva tappato un occhio – o tutti e due – mediante speciali congegni; ad altri veniva distrutta la sensibilità delle narici, delle zampette, delle penne, dei becchi, dei polmoni, prima di fargli prendere il volo; ad altri ancora venivano applicate lenti a contatto per distorcere la loro visione; altri infine avevano subito particolari condizionamenti miranti a confonderli quando fossero esposti a questo o quel fenomeno atmosferico. Nella gabbia 19, ad esempio, piovigginava di continuo. Nella 3 c’era luce ventiquattro ore al giorno. Nella 11, oscurità perpetua. Nella 8, un sole simulato si muoveva in senso inverso da ovest a est. Nella 21 faceva un caldo torrido. Un freddo glaciale regnava nella 16A (così chiamata onde evitare confusione con la 16, i cui occupanti eran morti tutti congelati ed erano stati sostituiti dal primo all’ultimo). Nella gabbia 32 soffiava notte e giorno un vento costante nella stessa direzione. Gli uccelli nati in tutte queste gabbie non conoscevano altre condizioni meteorologiche, fino al momento in cui venivano rilasciati. La gabbia 9 conteneva un cielo finto in cui le varie costellazioni erano riprodotte in modo disordinato. In fondo a questo reparto c’erano gabbiette contenenti uccelli nel cui cervello erano state innestate particelle magnetiche, di polo negativo o positivo. Infine c’erano piccioni che eran stati assordati, lasciando loro intatte tutte le altre facoltà.
Da questi esperimenti erano state ricavate, finora, utili informazioni, dalle quali risultava, in sostanza, che alcuni piccioni menomati riuscivano a trovare la strada di casa, altri no. Molti, infatti, eran volati in linea retta verso il mare finché erano periti; e ciò era molto interessante. Se ne deduceva infatti, in primo luogo, che gli uccelli le cui facoltà sono difettose risultano meno capaci di orientamento di quelli che ce l’hanno intatte; e in secondo luogo che, in ogni dato gruppo, c’erano piccioni in grado di orientarsi, altri non in grado di orientarsi. Sei mesi addietro, Lubbock aveva preso parte a un programma televisivo e aveva illustrato agli spettatori le grandi linee degli esperimenti da lui condotti, e il sistema mediante il quale varie possibilità venivano via via scartate. Dopo di allora, si erano raccolte importanti prove a sostegno della teoria secondo la quale i piccioni viaggiatori possiedono un istinto inesplicabile in termini scientifici. Questa era nota a Lawson Park, spiritosamente, come la teoria “RNK”, da un’osservazione che Tyson aveva fatto una volta parlando con Lubbock: “Reckon Nobody Knows” (Mi sa che nessuno lo sa).

***

Mister Powell, constatato che la scimmia isolata nel cilindro da tredici giorni era tuttora viva, se non proprio vegeta, si mise a esaminare un rapporto sui “bracchetti fumatori” e abbozzò la brutta copia di una lettera all’azienda committente. Quest’ultima era infatti alla ricerca di una sigaretta innocua, impresa di estremo interesse scientifico e di grande potenziale beneficio per il genere umano. Certo, a chiunque è consentito di smettere di fumare, ma non tutti ci riescono, quindi si compiono esperimenti su animali vivi, sperando di trovare qualcosa di meno nocivo per gli esseri umani. Anzi questo esperimento veniva definito, dalla società committente – una grande industria chimica – la ICI (Imperial Chemical Industries), come “una decisiva salvaguardia” per gli uomini: il che dimostra che gli esperimenti stessi costituivano una salvaguardia migliore che smetter di fumare.
I cani, muniti di una speciale maschera, venivano obbligati a inalare il fumo di trenta sigarette al giorno. (Mister Powell aveva pronunciato una battuta di spirito al riguardo, durante una conferenza: “Più di quanto io possa permettermi di fumare!”) Era previsto che, in capo a tre anni, quei cani venissero uccisi per farne l’autopsia. Intanto, per fortuna, la ICI manteneva una rigida linea difensiva contro le sciocche ragioni sentimentali avanzate dalla signorina Brigid Brophy, della Lega contro la Vivisezione. “Si prenderà ogni precauzione” era scritto in un comunicato della ICI “affinché gli animali non abbiano a soffrire inutilmente, e, ove possibile, si utilizzeranno animali meno nobili, come i topi e i ratti.”
“Bravi, bravi” mormorò mister Powell, scorrendo le carte della pratica. “Certo, i ratti sono, in effetti, animali intelligenti e sensibili, ma nessuno li ama, però, i ratti. È un peccato che non si disponga di iene e sciacalli, per questi esperimenti sul fumo. Nessuno – in tal caso – ci darebbe noia.”

Segni premonitori

20 maggio 2015

Ce ne sono stati diversi, in quei giorni.

Tipo che su Fahrenheit“, per classico della settimana c’era Kate Bush, ed è andata This Woman’s Work.

E poi, leggendo Vizio di forma, trovavamo questo brano:

Il dottor Tubeside li raggiunse dal suo ufficio sul retro e consegnò a Petunia un grosso flacone di medicinale. – Se hai intenzione di continuare con questa storia della dieta vegetariana, – sottolineò le parole  facendo tintinnare le pillole nel flacone, – ti servirà un supplemento, Petun-ya.
– Abbiamo una novità, Doc, – disse Petunia. – Dolce attesa, – disse Dizzy. Doc controllò rapidamente la radiosità emanata da Petunia e sentì che un sorriso ebete stava impadronendosi della sua faccia. – Ma to’, guarda un po’ questa. E io che credevo che quel chiarore nella stanza fosse solo l’effetto di una mia allucinazione. Congratulazioni ragazzi, è stupendo.*

Poi Amanda ha postato questa, e siccome Ale è un po’ Neil…

La verità è che con due sorelle incinta, la Vale non voleva essere da meno, ecco.

Poi, proprio il giorno in cui abbiamo scoperto il sesso, e quindi si doveva sciogliere il nodo tra Emilia e Giordano Bruno, leggevamo Roma barocca, dove all’inizio Portoghesi cita il nolano a proposito del concetto di infinito, suprema aspirazione seicentesca.

E infatti, GB sarà, tenendo le dita incrociate.**

Ps. Moka dice: Moka contento. Moka orgoglioso.

* Lì per lì abbiamo pure pensato a qualche nome Pynchon style tipo Japonica o Sauncho, salvo rinsavire…

** Niente cose azzurre, grazie.

Ex Libris 187 (fungo)

17 maggio 2015

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Se non fossi un essere umano, sarei un fungo. Un fungo indifferente, insensibile, dalla pelle fredda, viscida, duro e delicato al tempo stesso. Crescerei sugli alberi abbattuti in un’atmosfera cupa e ostile, sempre in silenzio, e con le mie dita da fungo ne succhierei gli ultimi resti di sole. Crescerei su ciò che è morto. Penetrerei in quel torpore fino alla nuda terra – e là le mie dita da fungo si arresterebbero. Sarei più piccola di alberi e arbusti, ma svetterei sui mirtilli. Sarei effimera, ma lo sono anche come essere umano. Non avrei alcun interesse per il sole, non lo seguirei con lo sguardo, non ne attenderei più il sorgere. Desidererei solo l’umidità, esporrei il mio corpo alle nebbie e alla pioggia, condenserei su di me l’aria umida. Non distinguerei la notte dal giorno… che senso avrebbe?

Bibliografia virtuale di cinema

13 maggio 2015

Qualche libro che avrei voluto scrivere/curare avessi continuato regolarmente a scrivere di cinema:

Argento/Phenomena: saggio sul film e tutto ciò che lo circonda. Inquisizione borgesiana con analisi, descrizioni, ricordi, teorie, fantasie, rigore, divagazioni, memorie, immagini, storie segrete, misteri, rivelazioni…

(poteva essere una tesi di dottorato) Il concetto di spazio nel cinema di genere italiano (1944-1994): dal grado zero dello spazio nel cinema della Repubblica di Salò al cimitero di Dellamorte Dellamore. In mezzo la cartapesta e le spiagge del peplum, i villaggi e i deserti del western, gli appartamenti del giallo e le strade del poliziottesco, dai tinelli del mélo alle docce della commedia sexy ecc. ecc.

(sempre in tema) Enciclopedia del cinema popolare italiano (a cura di): Serie di volumi, uno per genere, strutturati ciascuno in: corposo saggio introduttivo, dizionario dei film, schede sui principali esponenti del genere (registi, attori, sceneggiatori, musicisti ecc.), interviste, appendici varie (incassi, microgeneri e così via).

Del Sangue/Del Rosso: Florilegio di fotogrammi di sangue filmico.

Ideogrammi della passione: Raccolta di inquadrature mélo commentate.

Ma che diamine significa: Dialoghi/discussioni del dopo-film, in forma di radiodramma: Blow-up, Il fascino discreto della borghesia, La belle captive, Lost Highway, Donnie Darko.

Prosciugamenti/Ipertrofie: L’eccesso, l’opulenza, il parossismo, l’iperbole, la dismisura, il pieno, la molteplicità, lo scialo, lo spreco, l’orpello, la ricchezza, il sovraccarico, la bulimia, la saturazione, l’esasperazione, il dannunzianesimo vs la semplicità, l’austerità, la frugalità, l’asciuttezza, la sobrietà, la depurazione, la concentrazione, l’essenzialità, il vuoto, la castità, la nudità, l’esattezza, l’ascetismo, la spoliazione, la povertà, la rinuncia, il francescanesimo.

Roma, esterno totale: Studio sulle location e l’archeologia dei set romani.

The Shadow of Mr. Moto – I serial polizieschi nella Hollywood anni ’30-’40

Tv Eyes (a cura di): Serie di saggi in cui altrettanti scrittori si esercitano sulla loro serie tv preferita (questo andrebbe proprio fatto).

Von Sternberg/Dissolvenze: Decostruzione frame by frame di tutte le dissolvenze sternberghiane (con deliri deleuziani allegati).

Ex Libris 186 (frastuono)

10 maggio 2015

Finché la sua mente aveva continuato a seguire i suoi fantasmi intangibili o a desistere irresoluta da una simile ricerca, Stephen si era sentito intorno costanti le voci del padre e degli insegnanti, che lo incitavano a essere un gentiluomo sopra tutto il resto e un buon cattolico sopra tutto il resto. Queste voci gli suonavano ormai vacue nelle orecchie. Quando era stata aperta la palestra, aveva sentito un’altra voce incitarlo a esser robusto, virile e sano, e quando il movimento per la rinascita nazionale era cominciato a farsi sentire nel collegio, ancora un’altra voce gli aveva comandato di non venir meno al suo paese e di aiutarlo a rialzar lingua e tradizioni. Nel mondo profano, come prevedeva, una voce mondana gli avrebbe ordinato di risollevare coi suoi sforzi la condizione del padre e intanto la voce dei suoi compagni di scuola lo incitava ad essere un compagno come si deve, a coprire gli altri dai rimproveri, a chieder per loro il perdono e a fare del suo meglio per ottenere giornate di vacanza per tutti. Ed era il frastuono di tutte queste voci vacue che lo faceva fermarsi irresoluto nella sua ricerca di fantasmi. Non prestava orecchio a queste voci che per un momento, ma si sentiva felice soltanto quando ne era lontano, oltre il loro richiamo, solo o in compagnia di compagni fantastici.

Il mondo non è nostro (Piccolo sbrocco originato da un articolo di Marco Lodoli)

6 maggio 2015

Mi è capitato di leggere, tempo fa e per sbaglio, sulla cronaca di Roma di “Repubblica” un “chiamiamolo articolo” a firma di Marco Lodoli, sugli animali in città. Il pezzo, vabeh, è un concentrato di vecchiettismi, luoghi comuni, ignoranza e faciloneria, non vale la pena leggerlo.

Passato il rodimento dato, più che per la monnezza prodotta da Lodoli, dalla consapevolezza che “Repubblica” fa scrivere cose delicate come il rapporto sapiens-altri animali a un incompetente del genere, mi sono messa a pensare. Pensa che ti ripensa, sono nel frattempo passate e settimane e letture (come, di tenore radicalmente opposto, a proposito di animalità, lo straordinario Guida il tuo carro sulle ossa dei morti di Olga Tokarczuk) sotto i miei occhi. E ho pensato che la città, pur se costrutto umano, in fondo non appartiene ai sapiens più di quanto non appartenga loro il pianeta. Lodoli usa termini offensivi (non offensivi per gli animali in sé, che se ne fregano di Lodoli stesso) ma per me, per la mia sensibilità, e per la mia intelligenza. Gli “uccellacci” che in città occupano, a detta sua e di troppa gente, spazi abusivamente. Come se i sapiens non occupassero abusivamente ogni spazio, non solo i luoghi scelti per costruirsi la tana, come villaggi e città. I sapiens tendono a occupare tutto lo spazio, a prescindere dalla reale necessità di riposo-lavoro-divertimento. Gli “uccellacci”, i gabbiani che prendono possesso di piazza del Popolo dopo le dieci di sera non fanno altro che adattarsi ai cambiamenti che i sapiens impongono al pianeta. Occupano uno spazio che non solo hanno di diritto, ma che diventa una sorta di risarcimento. Ogni tanto c’è quello che fa i proclami “allarme, fra un po’ finisce il pesce nel mare”, e magari non accenna alle tonnellate di pesce morto che “sprecano” buttandolo in mare già dai pescherecci. O sul retro dei supermercati. O dal frigo della gente che lo compra. Ma se il pesce non c’è per i sapiens, non ci sarà nemmeno per gli “uccellacci”, no, caro Lodoli? Non pensi che quelli, da mangiare, da qualche parte devono pur andarlo a cercare? Oh, ma no… sono solo animalacci fastidiosi, eh.

Sapete che penso? Che a parte tragedie inevitabili come quella del Nepal (anche se, a proposito di terremoti, c’è tanto da parlare a proposito dei sistemi di costruzione che nel ventunesimo secolo non possono essere rimasti ai tempi del “gettiamo cemento ovunque”, visto che la terra trema, ha sempre tremato, e continuerà a tremare ancora a lungo), considerando le cicliche colate di fango in Liguria, le alluvioni ovunque ci siano fiumi imbrigliati in argini sempre più stretti, le frane dove i boschi non regolano più l’orografia delle montagne ecc. ecc., eh, mi viene da pensare, cazzarola ce le cerchiamo proprio. Il mondo non appartiene ai sapiens, siamo solo affittuari di passaggio in questa casa, la natura si riprende sempre quello che sapiens tenta di toglierle, e continuare a tacciare noi di essere animalari pazzi che si occupano solo di cazzate ambientalare è un atteggiamento, come dire, come di uno che si preoccupa per l’acne e pazienza per il tumore ai polmoni. Ah, sì, suicida, ecco la parola che cercavo.

Ex Libris 185 (ricerca espressiva)

3 maggio 2015

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La scelta della Ortese, soprattutto dagli anni Sessanta in poi, di scrivere «in una lingua con dei segreti», la lingua dell’Iguana e del Porto di Toledo, ha significato per lei incomprensione, silenzio, emarginazione. […] Nel ripercorrere il proprio itinerario esistenziale, segnato dalla fatica della ricerca espressiva, la stessa Ortese ha osservato: «Ma cos’è questo problema tanto forte da gareggiare per quaranta, cinquant’anni con lo stesso problema della sopravvivenza? Io mi considero un eterno naufrago dell’espressione e dell’espressività che hanno per scopo questo interesse: cogliere e fissare, sia pure il tempo di un istante, il meraviglioso fenomeno del vivere e del sentire e riuscire a rendere tutto ciò che nella vita è fenomeno e stranezza».

These are the songs of my life: Japan Galaxy Edition

30 aprile 2015

Here comes the quiet life again

Il basso karniano di Sons of Pioneers

Outside there’s a world waiting/I’ll take it all by storm/And when the sunset finds me/I’m coming home

Il sublime languore decadente di Nightporter

L’ambient per Sylvian e Fripp

I colori proibiti di Sylvian e Sakamoto

D’altronde, You can be any thing you want/Every colour you are

L’inverno di Jansen e Barbieri

Prospettiva Newski con Jansen e Karn

La mutazione della ragazza tuono secondo Karn

You open the gates, the madness begins/I follow you down, I follow you back in
And here in the darkness, the boundary gone/The flame is alive and burning strong

Il piano barbieriano in Lazarus

Let the children come to me

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