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Buone vacanze

7 agosto 2019

Mi piacerebbe condurla fino a quel punto in cui si smette di capire, si smette di immaginare; io vorrei condurla dove si comincia a sentire.

(Daniele Del Giudice, Dillon Bay)

Ex Libris 350 (farsi sempre riconoscere)

28 luglio 2019

Foto del 24-07-19 alle 16.02

Alla CGD, quando si parlava di imparare qualche canzone, Giancarla mi diceva: “Vai alle Messaggerie e comprati le parti di piano.”
“Ma non ho il pianoforte a casa.”
“Non importa. Intanto trova le parti di piano, poi troveremo qualcuno che le suoni per te.”
E io andavo, anche se mi sembrava strano che non fosse la casa discografica a trovare quel che serviva alla cantante.
Finalmente qualcuno mi ha consigliato di rivolgermi direttamente alle edizioni RRR. E così ho conosciuto Mario Rapetti, l’editore in persona. La RRR praticamente importava le canzoni francesi del momento e i suoi parolieri ne facevano la versione italiana. […] Ricordo che, mentre ero nel suo ufficio, è entrato un ragazzo che, senza una parola, si è seduto su una poltrona in fondo alla stanza, alle mie spalle. Noi abbiamo continuato a parlare e Rapetti mi diceva che era lui stesso che, andando a Parigi, sceglieva le canzoni da portare in Italia, dove il pubblico di appassionati del genere era piuttosto limitato e selezionato. Ha aggiunto che in fondo era un rischio, un atto di coraggio per una cantante agli inizi dedicarsi a un repertorio così difficile e, praticamente, mettersi a confronto con i grandi cantautori tipo Trenet, Bécaud, Aznavour… Ma io non pensavo affatto di mettermi a confronto con loro. Io volevo semplicemente cantare delle belle canzoni che esprimessero quel che sentivo. Non era colpa mia se mi identificavo con le canzoni francesi, o con il jazz, più che con la nostra canzone di allora.
All’improvviso il ragazzo bruno, che prima era alle mie spalle, mi si è messo di fronte e, quasi aggredendomi, mi ha detto: “Ma scusi, sa, lei è italiana. Perché vuole cantare le canzoni francesi nella lingua originale, mentre ci sono ottime versioni italiane?”
Colta un poco di sorpresa ho risposto, quasi con la stessa veemenza: “Ho la fortuna di conoscere bene la lingua ed è per me una gioia cantare queste canzoni così come sono nate. Secondo me, anche se fatte molto bene, le traduzioni non possono mai – così come in letteratura – rendere giustizia al testo originale.”
Poi, rivolgendomi a Mariano Rapetti, ho aggiunto: “Allora, signor Rapetti, può farmi avere le parti di piano e parole originali di Douce France, Danse Avec Moi, La Seine e Simple Histoire? Pare che finalmente Teddy Reno me le farà incidere.”
“Ma certo, signorina, gliele faccio portare subito. Ah, e non faccia caso a mio figlio Giulio. Lui scrive testi e ha anche scritto la versione italiana di parecchie canzoni francesi quindi, lei capisce…”

 

These are the songs of my life: Jula Edition

24 luglio 2019

Rovistando tra vecchie storie della canzone italiana capita di fare scoperte tardive quanto sorprendenti. Per esempio di Jula de Palma ritenevo al massimo il nome, citato sempre nel mezzo di elenchi di dive o semi-dive d’antan. E invece, andando a soffiar via la polvere, eccoti apparire la meraviglia di una voce, un timbro interpretativo, un’eleganza scenica, dal fascino senza tempo.

Chi la ricorda tende a identificarla con l’affaire sanremese di Tua, scandalo sensuale che poneva fine agli anni delle colombe, dei papaveri e dei fiori. Per il resto, le disavventure di etichetta che hanno quasi cancellato dal catalogo i suoi dischi; il suo essere, per sua stessa ammissione, una cantante da live più che da sala d’incisione; il volontario scomparire dalla scena al traguardo dei 25 anni di carriera, e il conseguente esilio canadese, hanno nel complesso contribuito all’oblio, alla trasformazione in reperto d’epoca.

Eppure, eppure, andate a riascoltarla: e scoprirete un personaggio che pur appartenente alla vecchia generazione ha proposto un tipo di star in anticipo sui tempi; una voce duttile capace di passare senza parere dalla canzone napoletana all’amato jazz, dalla chanson francese agli oldies nostrani; un carattere interpretativo di modernità assoluta, senza i vezzi di più blasonate rivali, ma capace di attingere a profondità precluse ad altre.

Tanto per dire: confrontate la sua versione di Bugiardo e incosciente con quella di riferimento di Mina, e magari vi troverete a preferire quella densa limpidezza ai manierismi della Tigre; verificate – dal mitico recital al Sistina con la big band di Gianni Ferrio – la sfrontatezza dell’assalto ai territori di Ella Fitzgerald; gustate la freschezza con cui gli standard della canzone swingante all’italiana acquistino una freschezza inedita nel suo trattamento; e dite se questo gioiello del sodale Lelio Luttazzi come lo canta lei non è da considerare uno dei misconosciuti classici degli anni Sessanta.

Ex Libris 349 (riconoscere i segnali)

14 luglio 2019

Oedipa, a questo stadio delle cose, sapeva riconoscere segnali come questo, come si dice facciano gli epilettici: un odore, un colore, la lancinante pure nota di grazia che annuncia l’attacco. Solamente questo segnale, vera scoria, questo annuncio secolare, e non la rivelazione dell’attacco, l’epilettico ricorda più tardi. Oedipa si chiese se ora, finito quello che stava per cominciare (ammesso che finisse), non sarebbe rimasto anche a lei altro che una compilazione di indizi, annunci, premonizioni, ma mai la realtà centrale, che deve essere ogni volta troppo forte perché la memoria riesca a trattenerla; che deve sempre divampare, irreversibilmente distruggendo il proprio messaggio, per lasciare, quando ritorna il mondo dell’ordinario, unicamente un vuoto bianco sovraesposto. Nello spazio di un sorso di quel vino le venne fatto anche di pensare che non avrebbe mai saputo quante altre volte forse era stata presa da attacchi del genere, o come comprenderlo nel caso le si dovesse ripetere. Forse anche in quest’ultimo secondo – ma era impossibile dirlo. Buttò un’occhiata al corridoio delle stanze di Cohen nella luce della pioggia e per la prima volta si accorse fino a che punto ci fosse da perdercisi.

These are the songs of my life: Braziliana

9 luglio 2019

Meglio del silenzio c’è solo Joao, diceva Caetano. Il respiro è aria, diceva Joao. La vita è l’arte dell’incontro, diceva Vinicius.

Quante armonie scaturite dal silenzio, quanti respiri in forma di musica, quanti incontri sul filo delle note ci ha regalato il Brasile.

Joao e Tom e Astrud.

Vinicius e Baden Powell.

Vinicius e Toquinho.

Caetano e Gilberto.

Chico e Milton.

Elis e Tom.

Edu e Maria.

Gal e Caetano.

Paula e Jacques (e Ryūichi).

Marisa e Arnaldo e Carlinhos.

 

 

Ex Libris 348 (Lucio e gli altri)

30 giugno 2019

Con i suoi amici parlava, anche se malvolentieri, della nuova scena musicale. E sempre aspro, come e più di un tempo. Con Baglioni aveva chiuso, perché una volta, a Los Angeles, gli aveva detto in faccia che lo considerava il continuatore della tradizione italiana alla Claudio Villa. Raccontano che fu un botta e risposta piuttosto teso. Baglioni si offese a morte. Lucio rimase del suo parere. Westley fu licenziato proprio perché aveva osato collaborare con Baglioni.
Forse la battuta più divertente la disse a casa sua a Roma, quando gli andò a far visita Franco Daldello. Era quasi ora di cena, la TV era accesa e mandavano la ripresa di un concerto di Zucchero, che si dimenava e sudava copiosamente. Ogni due o tre canzoni si attaccava avidamente a una bottiglia di acqua minerale che stava su una specie di trespolo, e si asciugava il sudore. Lucio osserva con attenzione, poi si volta verso Franco gli fa: “Ahò, io se volevo suda’ facevo il minatore…”. Questa battuta del minatore divenne un suo riff.
In generale criticava gli artisti che, sinceramente o meno, ostentavano un atteggiamento tormentato. Il sentimentalismo, poi, non gli era mai piaciuto, nelle canzoni e nei cantanti. Diceva: “Io non capisco quelli che per fare successo devono soffrire. Ma che so’ scemi?!”

Molti, anche tra i suoi colleghi più celebri, ambivano a conoscerlo e a collaborare con lui. Nel 1984 ci aveva provato Lucio Dalla, proponendogli un unico concerto assieme, da intitolare “I due Lucio” (cosa che probabilmente fece rabbrividire Battisti), con i loro repertori in comune, 50 archi alle spalle, una ritmica rock, un album da registrare dal vivo. Dalla aveva già fatto il suo famoso tour con De Gregori, si preparava negli anni successivi a replicare l’esperienza con Morandi, e desiderava sinceramente misurarsi con un mostro sacro come Battisti. Erano al ristorante, Lucio ascoltava senza parlare. Poi disse che non si poteva fare, che lui era molto cambiato, che si stava muovendo su tutt’altri percorsi musicali.
Pietruccio diventò la vittima designata da parte di tutti quanti ritenevano di avere il diritto di farsi presentare a Lucio, da Zucchero a Vasco Rossi… Pietruccio diceva le cose come stavano: guarda che, se pure vieni con me, non ti fa neanche entrare. Una volta lo chiamò Rovelli, il manager di Vasco. “Ciao Pietruccio, c’è Vasco che vorrebbe conoscere Lucio. E poi ha una canzone giusta per lui.” “Mah… se vuoi glielo dico.” “Sai, Lucio, ho sentito Rovelli, c’è Vasco che vorrebbe conoscerti.” “Vasco chi?” “Vasco Rossi.” “E chi è?”

The Dead Don’t Die di Jim Jarmusch – considerazioni sparse e cialtrone

28 giugno 2019

Premessa necessaria: allora, lunedì mi sono sottoposta a un intervento, nella fattispecie mi hanno tolto un quarto di conglomerato linfonodale (linfonodi reattivi, nel caso). I restanti tre quarti li avevano tolti un mese fa¹. Ci sarebbe tutta una storia da scrivere sopra questa esperienza, forse ne trarrò un romanzo, forse una serie che polverizzerà gli ascolti di Grey’s Anatomy, o forse mi limiterò a tediare a morte quelli che avranno la bella pensata di chiedermi come sto². Però non ho voglia di scriverla qui.

Parte principale del post: volevo solo dire che la domenica precedente, cioè appena dodici ore prima, siamo stati – Ale, il nostro amico che si firma Spiderman e io – a vedere l’ultimo film di Jim Jarmusch. [su mio preciso impulso, se esce un Jarmusch non riesco mai a sottrarmi, Nota di Ale] Allora, Jarmusch è un regista particolare, di quelli che conoscono in pochi, almeno dalle mie parti borgatare – non parlo certo dei fighetti cinefili amici di Ale. [ecco, mi pare una precisazione essenziale, visto che stiamo parlando di uno dei registi di maggior culto degli ultimi 40 anni, un vero e proprio padrino del cinema indie statunitense, NdA] Non così pochi come Malick, che ti trasforma Pocahontas nel più lungo documentario naturalista del secolo, [sarebbe The New World, capolavoro assolatissimo, NdA] ma appena un po’ meno di Michael Mann. Ecco, diciamo che Jarmusch sta da qualche parte lì in mezzo tra Malick e Mann. [Uhm, NdA] Non so quanto gli farebbe piacere, questa cosa, comunque³. Il motivo per cui Jarmusch non incontra molto i gusti del pubblico [diciamo grosso pubblico, via, NdA] è che fa i film che cazzo gli pare (come Mann e Malick del resto) e soprattutto come cazzo gli pare. [oddio, a Mann gli piacerebbe, ma visti i chiari di luna al box office delle sue ultime uscite, fa sempre più fatica, NdA] Tipo uno dei miei preferiti, il penultimo Paterson: trama, ambientazione, attori, tutto congiura per farti credere che prima o poi il protagonista sequestra l’autobus di linea che guida e fa una strage. [oddio, interpretazione un’anticchia estrema, per quanto sia un film più inquietante di quel che sembri in superficie, NDA] Niente, non succede niente di tutto ciò. Oppure, parliamo dei due chicchissimi, malinconicissimi, bellissimi⁴ vampiri di Only Lovers Left Alive, che per la maggior parte del tempo tutto fanno tranne comportarsi da vampiri? [possiamo discuterne, ma che film fantastico, una vera e propria bandiera di bellezza, NdA] Ecco, Jarmusch fa questo. Tipo, un film su un killer in cui non ci si capisce letteralmente una mazza. [verissimo, ma adoro anche quello, modernismo duro e puro fuori dal tempo, NdA] Allora un giorno si sveglia e decide, boom! faccio un film di zombie. [cioè, a lui gli zombie manco gli piacciono, glie l’ha suggerito proprio Tilda Swinton sul set di OLLA, NdA] Così chiama Bill Murray, che notoriamente è il protagonista perfetto per un film di zombie, e gli affianca Paterson. [non dimenticherei la come sempre deliziosa Chloë Sevigny, NdA] E siccome i suoi (comunque sempre elegantissimi) film non sono mai quello che sembrano, io – che odio gli zombie, non li posso vede’, li schifo più del faccione di Berlu – quando Ale mi fa la proposta penso, perché no? In più c’è pure il messaggio ecologista, Jarmusch non gliele manda a dire a quei coglioni fanatici del fracking. Bravo Jim, sono con te. Invece vaffanculo, no! Cioè, no, è proprio un film di zombie vero. Non vi dico come finisce perché a me non frega niente ma so di gente che ha bisogno dell’unità di rianimazione intensiva se solo vede mezzo spoileretto, però posso tranquillamente dire che questo è proprio un cazzo di film di zombie, e infatti appena arriva Iggy Pop mi sono letteralmente ghiacciata sul sedile (eravamo al Tibur, magari con l’aria condizionata ci sono ancora le stalattiti che ho lasciato a fine proiezione, se volete andare a controllare). Il fatto che il primo zombie sia Iggy Pop mi conferma che Jarmusch ha sempre il suo senso dell’umorismo del cazzo, comunque. [è quello che ci piace di lui, quello humour sempre attonito, sospeso, e quella nonchalance nei giochi metacinematografici, e quell’attitudine pop e profonda senza compromessi, NdA]

Non è tanto che il film è un fottuto film di fottutissimi zombie, del resto rientra nell’assunto (cioè che con Jarmusch non puoi mai essere sicuro di niente), quanto il fatto che poche ore dopo mi hanno sedata, mi hanno aperto il collo per togliermi quei cazzo di linfonodi, e a un certo punto mi hanno pure intubata perché ricordo⁵ che non riuscivo più a respirare, e volevo pure dirglielo, oh, guardate che mi state perdendo, eh. E tutto questo mi ha lasciato degli strascichi, so che me li tirerò dietro ancora a lungo, non avrei fatto questo post altrimenti: ho pensato tutto il tempo agli zombie di Jarmusch.

Mi è pure venuto in mente che gli zombie sono uno dei quattro archetipi dell’horror (non morti, licantropi, la Cosa senza nome e i fantasmi, secondo la divisione del vecchio zio Stephen⁶). I non morti, per la precisione. Ce ne sono di diversi tipi, ma i più famosi sono appunto due: vampiri e zombie. Il vampiro è un aristocratico, uno distinto e pulito, sull’odore non garantiamo ma non va in giro coi pezzi frollati, è generalmente un buon affabulatore, a volte riesce perfino ad ammazzarti di chiacchiera prima di passare all’azione⁷. Ho sempre pensato che un vampiro (anche se ci ho scritto pure un romanzo, a me i vampiri non sono simpatici, sono del partito Più-paletti-di-frassino-ci-sono-meglio-è, ma senza odio) potrebbe essere ben rappresentato, boh, da uno a caso, il solito Berlusca con qualche decennio di meno, per esempio. Lo zombie invece… beh, lo zombie l’ho sempre odiato. Zozzo, puzzolente, idiota, protervamente diretto verso una e una sola cosa, lo zombie non è un intellettuale, un nobile, ma nemmeno un onesto lavoratore, è ignoranza crassa allo stato puro. Direi che rappresenta perfettamente uno che sta al governo ora, quello lì, il CapitAno, che dite?

Conclusione e morale della favola: alla fin fine, io non so cosa possiamo fare per contrastare questa situazione che definire politica è un’offesa alla politica stessa, non so come si salva il mondo dall’autodistruzione e come si battono gli zombie. Il problema è che gli zombie spuntano fuori sempre, a intervalli regolari, e non è che hai sempre a disposizione una eterea scozzese armata di katana che ti aiuti. Si può solo tentare di fare del nostro meglio finché ne abbiamo le forze. E poi?

Io speravo di fare tutt’altro incontro in quel limbo dell’incoscienza farmacologica, tipo due chiacchiere con Camilleri no? Un Maestro (anche se lui odia essere definito così… come tutti i Maestri, del resto), ma anche un gentile signore che ha sempre cose illuminanti da dire, ma evidentemente sarebbe stato troppo consolatorio. No, mi sono toccati gli zombie della profonda provincia USA che votano pure Trump. Grazie Jarmusch. Non so più se ti voglio ancora bene come prima. Scusa, eh?

Voto (al film): in ogni caso 7,5, per il messaggio eco, la parabola sui diversi e Tilda (oh, Tilda…). Quanto agli zombie: Bleah!

Note:

¹ Prima che me lo chiediate: no, non lo so perché mi hanno fatto il lavoro a rate. Perché era in un punto particolare ed era scomodo. Ma, cari chirurghi, se tanto immaginavate già di dovermelo togliere tutto, non vi risparmiavate la fatica, a voi e a me pure? No, non rispondete, era una domanda retorica.

² Uomo avvisato, dice mia madre, mezzo salvato.

³ A tutti e tre, Jarmusch, Mann e Malick, che peraltro manco so se si conoscono. Comunque fanno film del tutto diversi l’uno dall’altro.

Tilda Swinton è bellissima, coso vabbe’, è un tipo. Piace. Mai capirò perché, cioè: in questo film è pure caruccio, ma lui è quello che fa Loki, e per me Loki sta bene solo in un modo: nella manaccia verde e rabbiosa di Hulk.

⁵ Solitamente l’anestesia è un buco nero, i ricordi finiscono nel mezzo di quello che stai dicendo (ti fanno sempre chiacchierare, mentre stai lì stesa sul lettino e ti preparano) e ricominciano poco dopo nel mezzo di un delirio psicosomatico in cui blateri robe incomprensibili, o frigni, insomma, ti lagni in vario grado. Ma – è scritto sulla lista di effetti collaterali – puoi anche ricordare qualcosa. E di solito si tratta sempre di roba che era meglio non ricordare, appunto.

⁶ Una prima spolverata sull’horror, come fenomeno letterario, cinematografico, e sociale, la si può avere leggendo Danse Macabre – ora c’è pure la nuova traduzione di Giovanni Arduino rimpolpata di parti inedite, oh! [l’ho letto pure io, che non sono esattamente un kinghiano: vale la pena, anche se sul cinema, come la maggior parte degli scrittori, ogni tanto ne spara di cazzate, NdA]

⁷ Intendo dire il Nosferatu di Herzog. Da farci la schiuma. Te prego dissanguame, ma basta co’ sta filosofia. [altro capolavoro assolatissimo, NdA]

 

 

Ex Libris 347 (Io sono l’Isola)

16 giugno 2019

Mano a mano che girovagava, Maitland scoprì che il suo corpo e il dolore nella gamba gli importavano sempre meno. Incominciò a rimuovere quel guscio, dimenticando dapprima l’arto offeso e poi tutte e due le gambe, cancellando qualsiasi coscienza dei bruciori al petto e al diaframma. Sorretto dall’aria fredda avanzò fra l’erba, riguardando con tranquillità quei tratti di paesaggio che nei giorni precedenti aveva imparato a conoscere così bene. Identificando l’isola con sé stesso, contemplò le auto nello spiazzo dello sfasciacarrozze, il recinto di rete metallica e il cassone di cemento alle sue spalle. Fece dei gesti al loro indirizzo, nel tentativo di compiere un circuito dell’isola che gli permettesse di lasciare i vari pezzi di sé al posto giusto: la gamba destra nel punto dell’incidente, le mani ferite impalate sulla recinzione. Il petto, poi, dove si era seduto, contro il muro di cemento. In ogni punto una piccola liturgia avrebbe significato un passaggio di impegno da verso sé stesso a verso l’isola.

Parlò ad alta voce, come un prete che celebri l’eucaristia del proprio corpo.

“Io sono l’isola.”

GB dice cose (“Guarda me cosa dicio”)

11 giugno 2019
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GB si presenta: “Ciao, sono Giordano Bruno Mostro.”

GB brinda: “Tin tin, buona salute.”

GB imita Rezza: “Ppcché? Pè quale motivo?”

GB dice “Salvini merda.” (ok, dai, veniteci ad arrestare…)

GB kawaii: “Ciao mamma gatta, ciao papà gatto, io sono gattino.”

GB al suo massimo di autoresponsabilizzazione: prima dice “Voglio quello” e poi, in subitaneo ripensamento, con tono rammaricato: “È meglio di no”.

Papusko: “Perché non vuoi camminare quando stai con me?” GB: “Perché mi pesa il culo.” Papusko: “E solo con me?” GB: “Sì, perché sei grosso.” (sic)

GB: “Quelli in macchina sono scemi.” Papusko: “Sì Giò, c’è qualcuno scemo, in effetti.” GB: “No, sono tanti scemi.”

GB: “Papà, mi leggi un libro?” Papusko: “Sì, ma prima dobbiamo mettere il pigiama e lavare i denti.” GB: “Papà, sono molto fiero di te.” (?!?)

Edoardo (cugino): “Forza Lazio!” GB: “Marcel Hirscher!” Edoardo: “Forza Lazio!” GB: “Marcel Hirscher!” (ad libitum)

Mamuska: “Sei un mascalzone.” “GB: “No, sono Giordano Bruno Mascalzone.”

Mamuska: “Che fai Giò?” GB: “Dò un bacio a Peter Bruno perché è il mio miglior amico.”

Mamuska: “Giò, devi parlare chiaro.” GB: “Voglio parlare scuro.”

Mamuska e Papusko: “Scusa Giordano, non abbiamo capito, che hai detto?” GB: “Niente, sto parlando fra me e fra me.”

 

Ex Libris 346 (pini e coraggio)

2 giugno 2019

Foto del 02-05-19 alle 12.11

I pini si sono fatti la reputazione di essere “sempreverdi” con lo stesso espediente che i governi utilizzano per guadagnare un’apparenza di perpetuità, ovvero sovrapponendo lo scadere dei vecchi mandati all’inizio dei nuovi. Mettendo nuovi aghi ogni anno e lasciando cadere i vecchi a intervalli più lunghi hanno indotto l’osservatore occasionale a credere che gli aghi restino sempre verdi. Ogni specie di pino ha la sua costituzione, in base alla quale il mandato degli aghi osserva scadenze compatibili con il suo sistema di vita. Così il pino bianco mantiene i suoi aghi per un anno e mezzo, mentre il pino rosso e il jackpine per un anno di più. I nuovi aghi assumono il mandato in giungo, mentre i vecchi scrivono i loro messaggi di congedo in ottobre. Tutti scrivono la stessa cosa, con lo stesso inchiostro giallo scuro che in novembre diventa marrone, poi gli aghi cadono e vengono archiviati nel terriccio, per arricchire la saggezza del pineto. Questa saggezza accumulata rende quieti i passi di chi cammina sotto i pini.

In pieno inverno talvolta racimolo dai miei pini qualcosa di più importante della politica dei boschi e delle notizie sul vento e il tempo. Di solito capita in qualche buia serata, quando la neve ha cancellato tutti i particolari irrilevanti e la quiete della tristezza primordiale si stende pesantemente su tutto ciò che vive. Ma i miei pini, ognuno con il suo carico di neve, se ne stanno diritti impalati, fila dopo fila, e ancora più oltre, come confusa nel crepuscolo, io sento la presenza di altri alberi, a centinaia. In quei momenti provo un singolare travaso di coraggio

Miami Vice 30 anni dopo

31 maggio 2019

30 anni e una settimana fa terminava su NBC con l’episodio numero 112 la 5a e ultima stagione di Miami Vice.

Qualche motivo sparso per cui quella serie è stata per me capitale.

1) All’epoca certo non avevo idea di chi fosse Michael Mann, eppure quel logo poppeggiante che faceva capolino alla fine dei titoli di coda deve aver iniziato a lavorare sottotraccia, se pochi anni dopo sarebbe iniziata una sorta di ossessione per il lavoro prodotto da quel certo tipo di Chicago.

2) All’epoca avevo poche certezze su me stesso, ma una di queste è che volevo essere come Don Johnson, o forse più che altro vestirmi con gli stessi outfit dalle meravigliose combinazioni pastellate, indossati con la nonchalance di chi sa di essere una delle perfette incarnazioni stilistiche degli Eighties.

3) All’epoca andavo in cerca di modelli ed eroi, così quando il protagonista di una puntata citava lo Shelley di A Defence of Poetry (“Poets are the unacknowledged legislators of the world”) pensai bene di appassionarmi al grande Percy, piantando le tende al Cimitero acattolico e alla Keats Shelley Memorial House.

4) All’epoca si era tutti malati di videomusica, e l’applicazione manniana delle procedure verticali di costruzione audiovisiva dei clip alla struttura seriale provocò una specie di terremoto neuronale che raggiungeva il suo acme nelle suite notturne propulse da In the Air Tonight o Brothers in Arms.

5) All’epoca ero convinto che fosse del tutto normale per un poliziotto dell’antidroga di Miami poter scambiare tranquillamente una Ferrari con un’altra, quando la prima veniva fatta saltare in aria per provare un bazooka (tra l’altro qui spiega come quella delle prime stagioni fosse un’anticchia taroccata).

6) All’epoca, e anche dopo, dove lo trovavi un telefilm (come lo si chiamava senza troppe questioni filologiche) in cui da un momento all’altro potevano comparire Miles Davis o Leonard Cohen, Frank Zappa o Phil Collins, Glenn Frey o James Brown, Willie Nelson o Gene Simmons, Sheena Easton o Little Richard?

7) All’epoca tutte le settimane, nei tardi pomeriggi di Rai 2, quando partiva il Fairlight di Jan Hammer, apparivano palme, fenicotteri, si sorvolava a tutta velocità l’oceano e compariva quella scritta dallo sciccosissimo accostamento verde mela e rosa, si sapeva che stava per iniziare un’esperienza inebriante, dirimente, totale.

8) Da Miami Vice deriva Miami Vice, e scusate se è poco.

Ex Libris 345 (la solita cosa all’italiana. Cioè maschilista e poveraccia)

19 maggio 2019

Sono stanca anche di cose più sottili. Per esempio sono stanca del manipolo di uomini che pontificano sulla decrescita senza nemmeno coltivarsi una foglia d’insalata. Avete mai notato che le voci “filosofico-economiche” sulla decrescita sono tutte di uomini, specialmente in Italia? Sono perplessa e delusa dall’ambiente estremamente maschilista che si è creato intorno all’argomento, dove sono le donne e fare gran parte dell’autoproduzione e gli uomini a discorrerne.

Se sei un maschio con dei pensieri appena sufficienti, puoi star sicuro che ti chiameranno persino dal Collettivo Anarchico di Frittole per una conferenza sulla decrescita dal punto di vista economico.

Se sei una donna, puoi aver studiato trent’anni, puoi saperne il decuplo e aver scritto cento volte tanto, ma ti chiameranno solo per spiegargli come si fa il pane e il detersivo di Marsiglia liquido.

Non è sempre così ma nella maggioranza dei casi questa è la situazione italiana. Sono anche stanca di quelli che “avrei un progetto” con scritto in fronte che sarà tuo il lavoro e la spesa ma loro il guadagno. Stanca di quelli che ti chiamano perché “ti seguono in tanti” ma poi ti presentano un elenco di cose da non dire in formato guida telefonica.

 

(Il libro L’Autoproduzione è la vera Rivoluzione è ancora disponibile nell’edizione speciale del crowdfunding, sul sito dell’autrice, www.erbaviola.com. Se vi sbrigate lo trovate ancora. Qui la pagina dei contatti. Altrimenti vi toccherà aspettare la nuova edizione, sempre autopubblicata, che arriverà a breve).

These are the songs of my life: Little Creatures Edition

13 maggio 2019

Una volta parlavo delle sequenze, quelle stringhe di canzoni dentro un costrutto così secondo Novecento come l’album (che pure non accenna a perdere la sua centralità concettuale anche nell’epoca digitale) che si rafforzano l’un l’altra nella loro bellezza e forza comunicativa grazie alla vicinanza di traccia.

Mi accorgo di aver lasciato fuori una delle mie sequenze predilette, per la semplice ragione che è un intero LP a costituire una sequenza fenomenale, in cui nessun tassello può essere eliminato, pena la deturpazione di un affresco perfetto di – come possiamo chiamarlo – post pop, Americana deviata, magari addirittura una forma trascendente di bubblegum music intellettuale…

Dico di Little Creatures, parto dei Talking Heads che, superate le rivoluzionarie escursioni new wave e la creazione di una musica del mondo infaticabilmente funky e cerebrale, potevano abbandonarsi alla pura gioia di una melodia sempre innervata dalle visioni paranoiche di David Byrne ma appagata di una cantabilità trascinante, quasi implacabile.

Quaranta minuti scarsi come si faceva una volta, 9 tracce entusiasmanti, che indicarne qualcuna a scapito delle altre pare impossibile. L’acme irripetibile del singalong colto, se vogliamo. Un capolavoro irripetibile, dall’Hey! iniziale all’ultima riaffermazione del proverbiale coro We’re on a road to nowhere. La perfezione.

Ex Libris 344 (In the flat field I do get bored)

7 maggio 2019

Foto del 01-04-19 alle 16.45

Vivevamo nell’epicentro delle midlands, Northampton, la Mecca dell’omicidio. Era il nulla, il grigiore, la disperata, disperatamente fredda mentalità isolana britannica. La non-cultura. Eravamo in mezzo a tutto questo, e “In the Flat Field” si riferiva letteralmente alla vita in questa pianura desolata e senza Dio, questo stato di coscienza totalmente piatto, senza possibilità di ascesa, il risultato di quanto ha profetizzato Nietzsche, la morte di Dio.

GB fa cose 4

30 aprile 2019
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Ti appisoli su divano, o poltrona, o letto, e ti sveglia un lieve “strip strip strip”: GB sta togliendo i pelucchi (“A me piace togliere i pelucchi.”)

GB ha preso gusto per l’arte: gli piace colorare con mamma, ma ancora di più dipingere.

GB però odia i colori a dita: dopo aver comprato un set di pennelli, ora li usa senza più sbroccare perché ha le dita sporche.

GB vuole fare giardinaggio ma solo se può manovrare spruzzini, tubi dell’acqua, cesoie e palette.

GB prima diceva i colori in inglese e i numeri in italiano, ora dice i colori in italiano e i numeri in inglese.

GB ti incoraggia a mantenere la calma dicendo “sei bello/a, non brutto/a”.

GB ti loda se fai qualcosa di giudizioso tipo lavare i denti prima di andare a dormire.

GB dice le “parolacce” quando si arrabbia. Di solito gruppi di sillabe senza senso pronunciate ringhiando.

GB però ti rimprovera quando le parolacce le dici tu.

GB canta melodie inventate, e balla quando c’è musica. (“Come si chiama questa musica?”)

GB fa le facce buffe a tavola pur di non mangiare.

GB continua ad avere un carattere impossibile e a emulare il suo illustre omonimo, il “fastidito”.