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Ex Libris 296 (archeologia in abisso)

10 dicembre 2017

Aspettando

Le strutture lignee che riportiamo alla luce sono secche e polverose. Tante si sono conservate solo perché la sabbia le ha tenute insieme, e appena esposte all’aria si polverizzano. Altre si spezzano alla minima pressione. Non ho idea dell’età del legno. Le leggende dei barbari, pastori e nomadi che vivono nelle tende, non fanno riferimento a uno stanziamento permanente nei pressi del lago. Non ci sono resti umani tra le rovine. Se c’è un cimitero, non lo abbiamo scoperto. Nelle case non c’è mobilio. Ho trovato frammenti di vasellame cotto al sole e qualcosa di marrone, che faceva pensare a una scarpa o a un cappuccio di cuoio, ma mi si è disintegrato sotto gli occhi. Non so da dove può essere venuto il legno per costruire quelle case. Forse in passato galeotti, schiavi e soldati erano costretti a marciare per quel sentiero di quasi tredici miglia fino al lago e poi a tagliare gli alberti di pioppo, segare e piallare il legno e quindi riportarlo sui loro carri fino a queste lande desertiche. Potrebbero aver costruito allora le case e anche il forte, per quanto ne so, e poi essere morti, in modo da permettere ai loro padroni, ai loro prefetti e ai loro magistrati, di salire sui tetti e sulle torri per scrutare il mondo, dominando l’orizzonte da parte a parte per cogliere i segni della presenza dei barbari. Forse con i miei scavi ho scalfito solo la superficie. Forse poco sotto le fondamenta del forte sono sepolte le rovine di un altro forte raso al suolo dai barbari, popolate dalle ossa di genti che pensavano di essere al sicuro dentro le sue alte mura. Forse, quando calpesto il suolo del tribunale, se di tribunale si può parlare, i miei piedi calpestano la testa di un altro magisrato come me, di un altro brizzolato servo dell’Impero, caduto sul campo della sua autorità, finalmente faccia a faccia con i barbari.

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Ciao ciao Artena

8 dicembre 2017
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C’è questa cosa, che esattamente come successo per la gravidanza* non riesce ad entrarmi in testa. Fra poco meno di due mesi traslochiamo. Bye bye Artena, welcome Tragliatella . Sarà che non sono mai stata abituata a ottenere quello che voglio, che i miei desideri li ho sempre relegati nell’ambito dell’irrealizzabile, sarà che è talmente tanto tempo che voglio andarmene da qui, che ancora non ci credo del tutto.**

Eppure non è sempre stato così. Io ci avevo creduto. È durato poco, appena qualche giorno, vero, ma all’inizio ci ho creduto, pensavo di trovare una dimensione diversa, io che sono cresciuta in un condominio di 102 famiglie, in una città che è sempre così piena di gente che si ignora a vicenda, troppo grande per una che non guida, venti minuti di camminata veloce per raggiungere la libreria più vicina (grazie Pietralata), e non calcoliamo proprio i tempi per andare da qualsiasi altra parte con i mezzi pubblici. Pensavo davvero che avrei vissuto questo paese. Certo, alla terza passeggiata per le vie del borgo con i vecchi che ti guardano male da usci e finestre, ho capito l’antifona: mi sono chiusa in casa, e ciao ciao Artena.

Sto dicendo “ciao ciao Artena” ormai da dieci anni.

Ciao ciao processioni infinite che rendete l’estate un’unica, straziante, lunga e fastidiosa scarpinata per la chiusura al traffico delle vie di accesso al paese. Ciao ciao mercatini di natale che come sopra provocate solo fastidi e chiusure al traffico. Ciao ciao strade sempre sporche di cacche di cane, di ortiche e parietaria, di incarti di merendine e fazzoletti usati, che vengono pulite solo in occasione di processioni e campagne elettorali, ciao ciao vecchia del piano di sopra che devi spostare tutti i mobili tutte le domeniche mattina e sembra che non ti togli mai gli scarponi chiodati per quanto cammini leggera, che mi rompi i coglioni per la vite canadese e sei sempre pronta a battere cassa per le riparazioni ma quando sono io a chiederti di contribuire fai orecchie da mercante e ti metti a parlare in dialetto stretto.

Ciao ciao Artena.

Eppure qualcosa mi mancherà, già lo so. I voli folli dei rondoni. Le traiettorie ubriache delle Amata phegea. L’oasi di fresco quando il resto del mondo è una landa rovente. Certe nebbie mattutine che nascondono la valle del Sacco. I platani sotto cui riposano Moka e Aristillo. Le visite a Palazzo Borghese. La biblioteca di Colleferro. Le poche amiche animaliste. La nostra casetta, che abbiamo sistemato, anche se proprio non come ci sarebbe piaciuto, ma ci somiglia parecchio. Il Tenente, che proprio non vuole saperne di abituarsi a uno spazio più piccolo, chiuso, e che quindi resterà qui fra i vicoli e la selva, libero come sempre è stato.***

Ce ne stiamo andando davvero.

Forse non è proprio un addio: forse non riusciamo a venderla ma solo ad affittarla, la casa, continueremo comunque a tornare da queste parti, e magari saliremo anche a fare un giro per i vicoli, tra gatti e parietaria, ma sarà comunque diverso. Artena da visitare per una breve vacanza è bella. E malinconica, abbandonata com’è a sé stessa. Non mi sono mai sentita del tutto a casa, qui, ma ho iniziato a pensare che forse non mi sentirò a casa da nessuna parte. E allora l’importante è stare con la mia famiglia, con Ale e Giogiò, con i gatti, ovunque sia.

Quindi ciao Artena. Per qualcuno sarai casa, per me resti una parentesi che si sta per chiudere.

* Ehm, diciamo che la gravidanza l’ho affrontata così. Spensieratamente, o forse sarebbe meglio dire incoscientemente. Partorire io? Ma noooo, mancano ancora sei mesi. Salvo poi una notte andare in bagno e “ammazza che pipì lunga… ah no”. Testuali parole.

** E questo contribuisce a mantenere i miei scleri a livello di guardia, facendo a sua volta sclerare pure quel poveraccio di Ale, che ha tanta pazienza ma dopo un po’ anche basta.

*** Amiche e amici gattofili, no: non ditemi “portatelo con vooooi!” Lui non vuole. Ieri tornando da yoga l’ho incrociato in piazza. “Maaaaaaaaaao” ha detto lui, e allora “Vieni?” gli ho detto. Lui mi ha seguito, io l’ho preso in braccio ma lui è voluto scendere subito, questo un paio di volte. “Vieni”, e lui mi seguiva un po’ e poi si fermava. “Vieni” e di nuovo: mi trotterellava dietro e dopo un po’ si fermava. Alla fine ha trovato che era molto più interessante l’ultima auto parcheggiata davanti casa di Nike, e niente. Non mi vuole proprio.

 

Ex Libris 295 (ne hanno fatto una religione)

26 novembre 2017

Pochi atei credono nel solo materialismo. Per la maggior parte sono anche umanisti laici, per i quali la fede in Dio è stata sostituita da una fede nell’umanità. Gli esseri umani si avvicinano a un’onniscienza divina attraverso la scienza. Dio non influenza il corso della storia umana; se ne sono fatti direttamente carico gli esseri umani, realizzando il progresso attraverso la ragione, la scienza, la tecnologia, l’istruzione e la riforma sociale.
La scienza meccanicistica in sé non offre alcun motivo per supporre che esista qualche senso nella vita o qualche fine nell’umanità o che il progresso sia inevitabile. Afferma invece che l’universo sia, in ultima istanza, senza finalità e lo stesso vale per la vita umana. Un ateismo coerente, privo della fede umanista, dipinge un quadro fosco, con scarso spazio per la speranza, come chiariva così bene Bertrand Russell. Ma l’umanismo laico è nato all’interno della cultura giudaico-cristiana e ha ereditato dal Cristianesimo la convinzione dell’importanza speciale della vita umana, insieme con una fede in una salvezza futura. L’umanesimo laico per molti versi è un’eresia cristiana, in cui l’uomo ha preso il posto di Dio.
L’umanesimo laico rende accettabile l’ateismo perché lo riveste di una fede rassicurante nel progresso, anziché limitarsi ai fatti dimostrabili. Invece di una redenzione a opera di Dio, gli esseri umani stessi porteranno l’umanità alla salvezza attraverso la scienza, la ragione e la riforma sociale.
Che condividano o meno questa fede nel progresso umano, tutti i materialisti presuppongono che la scienza alla fine dimostrerà che le loro convinzioni sono vere. Ma anche questo è un atto di fede.

Tre passi nel delirio cinefilo o Le 3 finestre della percezione

24 novembre 2017

Andando a stringere, le mie tre somme epifanie filmiche, i 3 che davvero mi hanno insegnato a percepire il mondo.

Inizio anni ’90, Università La Sapienza, aule sotterranee, corso su Michelangelo Antonioni. L’anima dentro e fuori il quadro. Per esempio, il finale de L’eclisse.

Metà anni ’90, mi pare su Rete4, visione di Manhunter, scoperta panscannata e martoriata dalla pubblicità degli abissi della mente e della visione in Michael Mann.

2000, rassegna all’Istituto Giapponese di Cultura, 20 film di Mizoguchi Kenji uno via l’altro, piani sequenza, nebbie, boschi, misteri, e niente sarebbe più stato come prima.

Ex Libris 294 (Anarchy in the UK)

19 novembre 2017


È solo una canzonetta, un vecchio successo sgangherato, un sottoprodotto, e Johnny Rotten non è nessuno, un teppistello qualsiasi la cui più grande impresa, prima di quel giorno del 1975 in cui fu visto in King’s Road a Londra davanti al Sex’n’Drugs di Malcolm McLaren, era stata di infastidire occasionalmente i passanti. È una presa in giro… e tuttavia la voce che la esprime rimane una novità nel rock’n’roll, una novità nella cultura popolare del dopoguerra: una voce che rinnegava le realtà sociali, e rinnegandole affermava che tutto era possibile.
Una voce tuttora nuova, perché il rock’n’roll non l’ha superata. Niente di simile si era sentito nel rock’n’roll prima, e niente si è sentito dopo, anche se, per un periodo, quella voce è sembrata a disposizione di chiunque avesse il coraggio di usarla. Per un periodo, come per magia – la magia del pop che traducendo in suoni gli avvenimenti sociali crea simboli travolgenti delle trasformazioni della realtà -, quella voce ha rappresentato una nuova libertà di espressione. Con infinite voci diceva infinite cose nuove. Accendere la radio era sempre una sorpresa, spegnerla una fatica.
Oggi quelle vecchie voci suonano commoventi e straordinarie proprio come allora, in parte per la violenza delle loro rivendicazioni, in parte perché sono rimaste sospese nel tempo. I Sex Pistols sono stati una proposta commerciale e una minaccia culturale, sono stati lanciati per modificare il business della musica e fare i soldi su questo cambiamento… ma Johnny Rotten cantava perché voleva cambiare il mondo. Come chi, per un periodo, ha trovato nella sua la propria voce. E dai pochi pezzi che questo gruppo ha lasciato, si può intuire che è andata proprio così. Mentre li ascolti ti accorgi che stai pensando: “Sta succedendo davvero”. Ma le voci rimangono sospese nel tempo perché guardando indietro non puoi dire: “È successo davvero”. Se si prendono come parametro le guerre e le rivoluzioni, il mondo non è cambiato; siamo fermi a un’epoca in cui, per dirla con Dwight D. Eisenhower, “mai ome ora, le cose sono come sono”. Analogamente, rispetto alle rivendicazioni totali scatenate dai Sex Pistols, nulla è cambiato. Lo shock prodotto da quella musica è diventato lo shock della consapevolezza che un avvenimento tanto eclatante sia stato completamente ignorato dal business. “Non stava succedendo davvero”. La musica tenta di cambiare la vita; la vita va avanti; la musica viene lasciata indietro; questo è quanto.

Cosa sto imparando sul mondo vegetale

16 novembre 2017

Innanzi tutto fatemi dire che mai come in questi ultimi mesi ho rimpianto di non aver studiato botanica all’università, invece che quelle quattro cazzatelle di cinema con Vito. Vi ho mai parlato di Vito? Prima o poi, dai. Oggi invece voglio dirvi quante cose sto imparando leggendo testi di botanica e giardinaggio.

Preferisco i primi, a dire il vero, i libri di giardinaggio sono un po’ come i manuali sullo sport o i ricettari: o lo fai o alla lunga leggere stufa, tutta teoria e zero pratica. Non è divertente. Ma magari prima o poi parliamo pure di quelli.

Invece i trattati di botanica mi divertono parecchio. Si imparano davvero un sacco di cose.

Per esempio le erbacce. Non sono mai stata una fissata con le “erbacce”. Sebbene qui nel borgo ce ne siano a sazietà ed oltre (soprattutto parietaria e ortica, con presenze non trascurabili di Geranium robertianumCymbalaria muralis) e tirarle via per dare una parvenza di ordine a cortiletti e stradine sia uno strazio (non sono particolarmente contenta delle disinfestazioni, ma quando inizio a dover tirar via sacchi di parietaria e ortiche mi viene da riconsiderare l’idea) le erbe spontanee mi sono sempre piaciute. Hanno tenacia, e crescono lì dove nessun’altra osa mettere radici. Sono cocciute, più le tiri via più quelle ricrescono. E tra le cose che ho scoperto, diventano invasive solo in terreni compromessi. Insomma, nelle zone antropizzate, dove la presenza umana ha fatto danni al suolo, dove ci sono costruzioni, muri e lastricati.

Stesso discorso per robinie e ailanti. Le robinie, soprattutto, demonizzatissime perché invadono ogni lembo di terra. Beh, non è così. Gli ailanti magari sì, meritano un discorso a parte, ma le robinie colonizzano sempre e solo terreni compromessi. Nei boschi non ci sono, o sono una presenza discreta, certamente non disastrosa come tanti vogliono far credere. Il discorso sulle specie aliene meriterebbe molto più di un posterello dei miei, in effetti, e in effetti entrerebbero in gioco anche gli animali. Personalmente mi stanno pure simpatici, questi nuovi cittadini che cercano un loro spazio, ius soli o meno, sulle “nostre” terre. Pappagalli, nutrie, gabbiani, le robinie in città che ci danno il famoso miele di acacia (che quest’anno è stato poco, l’ho saputo qualche giorno fa, in compenso abbiamo provato il miele di… ailanto, già. È come quello di acacia). Sarebbe diverso se arrivasse qualcosa tipo il kudzu. In quel caso sì, mi preoccuperei un tantino anche io.

E una delle solite obiezioni dei polifagi ai veg? Anche le piante soffrono! Buuh, buuh, insensibili che uccidete le piante. Eh, cari polifagi, noi veg lo sappiamo bene che le piante sono esseri sensibili e intelligenti. Per questo cerchiamo di limitarne l’uso evitando di mangiare altri animali, che vengono nutriti con tonnellate e tonnellate di vegetali, coltivati in terre che prima appartenevano a foreste lussureggianti… ah, ma forse a voi interessa solo della carota morta implasticata del supermercato, sticazzi di alberi, arbusti ed erbe magari nemmeno ancora scoperti… Già.

Tutto sommato poi scopri, man mano che leggi libri, saggi e manuali a riguardo, che le piante sono più di qualsiasi cosa uno possa pensare di loro. Si rafforza alla fine la consapevolezza che loro continueranno. Che forse i sapiens potranno distruggere il 99% della vita sulla terra, come quella che chiamano la madre di tutte le estinzioni, ma ci saranno sempre delle enclavi da cui la vita ripartirà, da cui si evolveranno nuovi pionieri, che ricopriranno di nuovo questa vecchia palla che vaga nello spazio da cinque miliardi di anni. Dopotutto ha ancora un paio di miliardi di anni come aspettativa di vita, grossomodo, e in due miliardi di anni possono succedere tanti cose.

(nb: le foto ovviamente le ho linkate da siti esterni. I libri sono tutti consigliati, soprattutto Mabey e Wohlleben: rimediateli, se non potete comprarli prendeteli in prestito in biblioteca, e leggeteli)

Ps Ah, pure GB si è appassionato a un libro ad argomento botanico: ogni tanto va a prendere L’uomo che piantava gli alberi (edizione illustrata della Salani) e vuole che glielo si legga. Lo prendiamo come un buon auspicio.

 

Ex Libris 293 (pettegolezzi)

5 novembre 2017

Siccome aveva mandato via la servitù e il giardiniere, inventando la storia delle cattive notizie ricevute e della partenza di sua moglie per Londra dove lui l’avrebbe raggiunta per poi probabilmente andare fuori dall’Inghilterra, sapeva benissimo che nei dintorni dovevano esserci stati molti pettegolezzi.

E poiché lui era rimasto, contrariamente a quanto aveva detto, ci sarebbero state altre dicerie. Infatti, lui non lo sapeva, ma circolava già per il paese una storia secondo cui la moglie era scappata con il maggiore Solmes, e lui era impazzito di dolore, aveva ucciso i cani e i cavalli a fucilate e si era chiuso tutto solo in casa e non voleva parlare con nessuno. La storia era stata fabbricata dai suoi vicini, non perché fossero fantasiosi o volessero ingannare, ma, come la maggior parte delle chiacchiere, per riempire una lacuna, poiché a pochi piace confessare la loro ignoranza, e se si chiedono alla gente informazioni di questo o di quello, tutti devono avere qualcosa da dire, altrimenti sono danneggiati nella stima altrui e definiti noiosi o «fuori del mondo». Per esempio, io ne incontrai uno, non molto tempo fa, che dopo aver parlato un po’, e non conoscendomi né sapendo chi ero, mi raccontò che David Garnett era morto, e che era morto per il morso di un gatto che aveva stuzzicato. Da molto tempo era diventato un fastidio per i suoi amici poiché era uno scroccone esoso, e il mondo era ben contento di essersene liberato.

Rivoluzione “bestiale”

3 novembre 2017

Ravanando come il solito tra le riviste di almeno un mese prima, si trovano a volte cose interessanti. Così, su un “Venerdì” settembrino, dopo una bella intervista ad Agata Boetti che ricorda suo padre Alighiero, capitiamo su un articolo di Daria Galateria a proposito di un saggio sulla abortita rivoluzione nella concezione degli animali durante la Rivoluzione francese (Comme des bêtes di Pierre Serna).

Si parla dei primi dubbi sulla cattività negli zoo; delle prime opposizioni all’uso ludico o violento di scimmie o cani in fiere e combattimenti; delle prime proposte di legge per tutelare i non umani dai maltrattamenti.

A quanto pare nel clima post-’89 si potevano davvero porre le basi per un cambiamento radicale nel rapporto tra le specie, senonché alla fine arriva Napoleone e tutto torna nei ranghi, la repubblica non è più una priorità, e insieme a lei i dubbi proto-antispecisti, con la pietra tombale posta dal Codice Civile che proclama gli animali poter essere “acquistabili e rivendibili come ogni altra proprietà”. E in effetti oggi, come dice l’amico Dario Martinelli, la Francia è la nazione meno veg friendly d’Europa.

Eppure, tutto poteva andare in modo diverso, e in un concorso dell’epoca per conoscere le opinioni dei cittadini sul tema si trovano tesi contro la caccia o il mangiare animali che parrebbero uscite dal computer di un qualche attivista contemporaneo. Per esempio il cittadino Boissel

propone di abolire il matrimonio, mettere sotto sorveglianza stretta i rappresentanti della nazione, ripensare l’urbanistica. […] “la politica è l’associazione di tutti gli esseri che compongono la natura… la Repubblica sarà vegetariana o non sarà”

La valenza politica del discorso animale e l’intersezionalismo delle lotte di liberazione concentrati in parole profetiche che arrivano da più di 200 anni fa (e che ancora oggi suonano scandalose, rivoluzionarie, avanzatissime, se aprendo un’altra rivista a caso trovi un dotto articolista buttare lì più volte a sproposito l'”istinto animale”, un concetto ormai ridimensionato da decenni negli studi sulla cognizione oltre gli umani).

Ex Libris 292 (la guerra di Ozu)

30 ottobre 2017

Scritti sul cinema

Per quanto riguarda la musica, non si può dire che io sia uno difficile. Un bel suono che non guasta l’atmosfera e non stona con le immagini, per me è sufficiente. Però non mi piacciono le scelte musicali per cui se una scena è tragica c’è una melodia triste o se è comica c’è un brano buffo. Se si raddoppia l’enfasi con la musica, la scena diventa di cattivo gusto. Una musica ridente su una scena triste, contrariamente a quanto sembra, può anche accrescerne il tono tragico. È  una cosa che mi è capitata. È stato nella seconda guerra sino-giapponese, durante la battaglia del fiume Xiushui. Ero in prima linea. Vicino alla trincea c’era un albero di albicocco con dei bellissimi fiori bianchi. A un certo punto, iniziò l’attacco nemico e i proiettili dei mortai piovvero sibilando. Il rimbombo dell’artiglieria pesante echeggiava fra il crepitio delle mitragliatrici e dei fucili. A causa del frastuono e del vento, i fiori bianchi cadevano danzando dolcemente, era una cosa bellissima. Guardando quei fiori pensai che si poteva raffigurare la guerra anche così. Anche questo è un esempio del rapporto tra la musica e le immagini…

It was 40 years ago this week

27 ottobre 2017

Il bello del ’77: il 21 ottobre usciva Bat Out of Hell; esattamente una settimana dopo usciva Never Mind the Bolloks. Non è un clash concettuale meraviglioso?

Il megarock pomp-wagneriano di Steinman e Meat Loaf contro il gesto situazionista/nichilista di McLaren e Rotten.

Todd Rundgren che aggiorna il muro del suono spectoriano contro il garage alla Nuggets/Stooges che sfocia nel neoprimitivismo diy.

Le suite di spudorata epica musical-giovanilistica contro le fiammate da 3accordi-3minuti.

La mitologia Peter Pan/teenage tragedy contro (per dirla con Greil Marcus) la negazione adorniana tradotta con basso/chitarra/batteria/urla.

Rundgren che sgasa con la chitarra con sublime sprezzo del pericolo truzzo e Steve Jones che strapazza la sua per estrarne suoni fotonici e definitivi.

Il polpettone che a suo modo onora e seppellisce Elvis (schiantatosi due mesi prima), il Giovanni Lindo inglese che glorifica, distrugge e fa risorgere dalle ceneri la musica giovane dell’ultimo quarto di secolo.

I viaggi in Harley-Davidson dentro e fuori l’inferno della frustrazione post-adolescenziale e i viaggi senza futuro dei reietti della Storia che reclamano il loro posto nel mondo.

Che dischi, signore e signori.

 

Ex Libris 291 (E certo, è proprio colpa dei pappagallini. O delle nutrie. O delle robinie. O…)

22 ottobre 2017

A volte ho la sensazione che per molti addetti ai lavori, il problema della conservazione della biodiversità in Italia si riduca a studiare i sistemi più macchinosi e costosi per eliminare pappagalli e testuggini dalle guance gialle, e che passi in secondo piano, nelle politiche per la tutela della biodiversità, il fatto che il territorio italiano perda ogni anno cinquantamila ettari di boschi e campagne a causa della cementificazione, che i fiumi siano stravolti da opere di regimazione idraulica o siano ancora inquinati, che nei campi si distribuiscano veleni, che bracconieri e cacciatori troppo esuberanti continuino ad avere un forte impatto su molte specie.

Non è paragonabile l’impatto sulla biodiversità frutto delle devastazioni ambientali, con quello causato dai pappagalli alieni: non scherziamo e non offriamo alibi a chi distrugge fiumi e selve primigenie, dune e prati, piccoli stagni o grandi paludi.

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Quando proprio non ti riesce manco con i pomodori

19 ottobre 2017

Finalmente riesco a scrivere due righe su un libro che attendo da quando ho saputo della sua uscita, mesi fa.

L’orto naturale for dummies, edito da Hoepli, di Grazia Cacciola. Lo aspettavo per vari motivi.

Il primo, ovvio, è che stimo il lavoro di Grazia, ed ero curiosa di come avrebbe declinato le sue ricerche sull’argomento nell’impostazione tutorial di questa collana.

Il secondo è che nonostante da un po’ di tempo la maggior parte delle mie letture siano dedicate a pubblicazioni dedicate alla botanica (alberi, giardini e così via), l’orto continua a essere qualcosa che un po’ temo. Non nel senso di “aiuto! aiuto! i Trifidi mi si sono mangiati Gatta Piccola!”. Nel senso pratico che forse non credo riuscirei (sempre se vendiamo casa, magnifica ossessione di questi anni) a progettare, impiantare, curare e far fruttare un orto. La scorsa estate ho fatto un esperimento coi pomodori, naufragato miseramente. Quest’anno avrei voluto provare con una pianticella di zucchine (certi amici mi dicono che sono infestanti e le avrei ritrovate a strisciare pure sotto il letto), ma abbiamo avuto altri pensieri, così niente grande invasione delle zucchine. Insomma, finora, nonostante ne parli continuamente (chiedete ad Ale), dal lato orto non combino nulla. E sarebbe bene che iniziassi, anche per Giordano! Certo, pure i bimbi possono fare l’orto, per un bel po’ di motivi:

Ma finiamola coi miei problemi di “cento ne dico e nessuna ne faccio”, torniamo al libro, che è diviso in sei parti:

I primi passi (cos’è un orto naturale, perché “naturale”?, come si inizia, cosa bisogna avere a disposizione)

Il terreno e la semina (come si lavora la terra, meglio i semi o le piantine?)

Piante e ortaggi (in cui sono descritte brevemente parecchie orticole fra verdure, ortaggi e aromatiche)

I metodi di coltivazione (sulle varie “scuole” più o meno vicine a quello che fa Madre Natura da eoni)

La parte dei dieci (questa piace ai patiti delle liste: una sorta di riassunto concettuale).

La scrittura è chiara, immediata, giustamente didascalica senza però ipersemplicare. Insomma… perfetta for dummies orticoli come la sottoscritta!

I consigli pratici sono davvero pratici (mi sono capitati sotto gli occhi manuali magari inappuntabili sulla teoria, ma che al momento di sporcarsi le mani latitavano).

L’impostazione è aperta e incoraggiante.

Non serve seguire una linea di pensiero o una scuola in particolare, non bisogna diventare specialisti di una tecnica, va bene anche prendere un po’ dall’una e un po’ dall’altra.

I disegni – sempre dell’autrice – sono bellissimi.

Ci sono anche, come valore aggiunto degli accenni volanti sulla sua esperienza personale, e io dico che Grazia dovrebbe scrivere un libro di soli aneddoti, non limitato alle avventure tra i filari, ma che peschi da tutta la sua vita, nel tragitto tra i giorni frenetici della metropoli e l’attuale base appenninica dove persegue la sua idea di decrescita. Chi segue il blog conosce già la felicità narrativa, l’ironia pungente e l’entusiasmo contagioso di Erbaviola, quindi non dico niente di nuovo.

In definitiva, per chi è questo libro? Per chi vuole farsi un orto naturale ed è un neofita del campo, certo; ma anche chi vuole solo provare a coltivarsi sul balcone qualcosa di diverso dalle solite belle di notte (quelle vengono anche a me, eddai); ma anche chi vuole sapere qulcosa di più su un argomento sempre più all’ordine del giorno, perché l’autoproduzione, lo svincolarsi dalle leggi del mercato e il fare i conti con la scarsità delle risorse di questo pianeta sono necessariamente uno dei temi chiave del presente e del futuro.

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Ex Libris 290 (musica)

15 ottobre 2017


Mi è sempre sembrato che la musica non dovrebbe essere che l’eccedenza di un grande silenzio.

Cinque o sei cose sul caso H.W.

13 ottobre 2017

Harvey Weinstein è un molestatore seriale, non un “porco” o un “maiale”: non risulta che porci/maiali si dedichino di solito alle attività predilette dai produttori hollywoodiani. (quanto siamo noiosi)

***

Tutti che sanno, ma tutti zitti (e non si parla delle vittime, ovviamente). Delle segretarie, alla fine, chi se importa. Ma appena parlano le Gwyneth e le Angeline, apriti twitter.

***
Se parlano le Asie, poi, apriti cielo. Dobbiamo sempre dimostrare di essere i peggio di tutti.

***

Finalmente l'”Huffington Post” e gli altri possono alternare gli articoli su un volgare misogino sessista uomo bianco di potere di sinistra a quelli su un volgare misogino sessista uomo bianco di potere di destra.

***

Come al solito, c’è a scommetterci, massacrato l’Uomo Nero, fatto il lavacro purificatore, tutto tornerà come prima, Hollywood si sentirà più bella e più pura che mai, e il casting couching continuerà senza colpo ferire.

***

Ah, semi-OT: non per infierire, ma anche la concezione weinsteniana del cinema l’ho sempre trovata assai discutibile. Come diceva H.W. in tempi comunque sospetti, “voglio creare un cinema artistico e populista”. L’arte spiegata al popolo, il midcult forgiato per l’Academy. Eh, appunto: una egregia sintesi di quello che per lo più non vorrei vedere al cinema. Per carità, ci sono quelli che ci riescono alla grande, come spesso Tarantino, l’autore numero uno della Miramax, o qualche volta Jane Campion quando non si fa prendere dai suoi estri più sghembi. Ma quel che invece vorrei sono proprio gli opposti: un cinema autenticamente popolare che proprio per questo si fa arte, senzo doverlo dimostrare coi riferimenti colti e gli ammicchi intellettuali; e un cinema autenticamente artistico che può permettersi di fregarsene dei grandi numeri.

Ex Libris 289 (una città in cui si sente)

8 ottobre 2017

Questa è una città di saliscendi non soltanto alle finestre, ma di scalette che scendono e risalgono per passaggi nascosti, di corti improvvise e buie, di cunicoli arcuati da un palazzo all’altro, camminamenti scavati nei secoli come da vermi, una città dove i morti si sentono, composti e presenti, non morti sguaiati. Se ne sente il respiro e il ronfo, c’è un’età in cui lo si comincia ad avvertire nettamente, e piano piano si capisce che il pensiero della morte non è altro che questo, la capacità di smorzare tutti gli altri suoni, vani e caduchi, per percepire il ronzio della comunità disincarnata e russante alla quale si apparterrà per sempre. Non tutte le città permettono questo ascolto, il mondo è pieno di città inconsapevoli o illuse, città sbadate, dove i morti non si sentono, e perciò sono dei semplici scomparsi; in quelle città bisogna cercarli negli strati sottostanti, aprire una botola in fondo a una cantina, scoperchiando un cielo grigio su strade ancora piene di carri e di miseria, di carbone, di tram a cavalli e venditori d’acqua ambulanti, di una popolazione in costume con le scarpe impolverate, dove le fabbriche continuano a sfornare macchinari scheletrici, e una folla di ragazzini sdentati e analfabeti solleva gli occhi e ti guarda irridente.