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Ex Libris 347 (Io sono l’Isola)

16 giugno 2019

Mano a mano che girovagava, Maitland scoprì che il suo corpo e il dolore nella gamba gli importavano sempre meno. Incominciò a rimuovere quel guscio, dimenticando dapprima l’arto offeso e poi tutte e due le gambe, cancellando qualsiasi coscienza dei bruciori al petto e al diaframma. Sorretto dall’aria fredda avanzò fra l’erba, riguardando con tranquillità quei tratti di paesaggio che nei giorni precedenti aveva imparato a conoscere così bene. Identificando l’isola con sé stesso, contemplò le auto nello spiazzo dello sfasciacarrozze, il recinto di rete metallica e il cassone di cemento alle sue spalle. Fece dei gesti al loro indirizzo, nel tentativo di compiere un circuito dell’isola che gli permettesse di lasciare i vari pezzi di sé al posto giusto: la gamba destra nel punto dell’incidente, le mani ferite impalate sulla recinzione. Il petto, poi, dove si era seduto, contro il muro di cemento. In ogni punto una piccola liturgia avrebbe significato un passaggio di impegno da verso sé stesso a verso l’isola.

Parlò ad alta voce, come un prete che celebri l’eucaristia del proprio corpo.

“Io sono l’isola.”

GB dice cose (“Guarda me cosa dicio”)

11 giugno 2019
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GB si presenta: “Ciao, sono Giordano Bruno Mostro.”

GB brinda: “Tin tin, buona salute.”

GB imita Rezza: “Ppcché? Pè quale motivo?”

GB dice “Salvini merda.” (ok, dai, veniteci ad arrestare…)

GB kawaii: “Ciao mamma gatta, ciao papà gatto, io sono gattino.”

GB al suo massimo di autoresponsabilizzazione: prima dice “Voglio quello” e poi, in subitaneo ripensamento, con tono rammaricato: “È meglio di no”.

Papusko: “Perché non vuoi camminare quando stai con me?” GB: “Perché mi pesa il culo.” Papusko: “E solo con me?” GB: “Sì, perché sei grosso.” (sic)

GB: “Quelli in macchina sono scemi.” Papusko: “Sì Giò, c’è qualcuno scemo, in effetti.” GB: “No, sono tanti scemi.”

GB: “Papà, mi leggi un libro?” Papusko: “Sì, ma prima dobbiamo mettere il pigiama e lavare i denti.” GB: “Papà, sono molto fiero di te.” (?!?)

Edoardo (cugino): “Forza Lazio!” GB: “Marcel Hirscher!” Edoardo: “Forza Lazio!” GB: “Marcel Hirscher!” (ad libitum)

Mamuska: “Sei un mascalzone.” “GB: “No, sono Giordano Bruno Mascalzone.”

Mamuska: “Che fai Giò?” GB: “Dò un bacio a Peter Bruno perché è il mio miglior amico.”

Mamuska: “Giò, devi parlare chiaro.” GB: “Voglio parlare scuro.”

Mamuska e Papusko: “Scusa Giordano, non abbiamo capito, che hai detto?” GB: “Niente, sto parlando fra me e fra me.”

 

Ex Libris 346 (pini e coraggio)

2 giugno 2019

Foto del 02-05-19 alle 12.11

I pini si sono fatti la reputazione di essere “sempreverdi” con lo stesso espediente che i governi utilizzano per guadagnare un’apparenza di perpetuità, ovvero sovrapponendo lo scadere dei vecchi mandati all’inizio dei nuovi. Mettendo nuovi aghi ogni anno e lasciando cadere i vecchi a intervalli più lunghi hanno indotto l’osservatore occasionale a credere che gli aghi restino sempre verdi. Ogni specie di pino ha la sua costituzione, in base alla quale il mandato degli aghi osserva scadenze compatibili con il suo sistema di vita. Così il pino bianco mantiene i suoi aghi per un anno e mezzo, mentre il pino rosso e il jackpine per un anno di più. I nuovi aghi assumono il mandato in giungo, mentre i vecchi scrivono i loro messaggi di congedo in ottobre. Tutti scrivono la stessa cosa, con lo stesso inchiostro giallo scuro che in novembre diventa marrone, poi gli aghi cadono e vengono archiviati nel terriccio, per arricchire la saggezza del pineto. Questa saggezza accumulata rende quieti i passi di chi cammina sotto i pini.

In pieno inverno talvolta racimolo dai miei pini qualcosa di più importante della politica dei boschi e delle notizie sul vento e il tempo. Di solito capita in qualche buia serata, quando la neve ha cancellato tutti i particolari irrilevanti e la quiete della tristezza primordiale si stende pesantemente su tutto ciò che vive. Ma i miei pini, ognuno con il suo carico di neve, se ne stanno diritti impalati, fila dopo fila, e ancora più oltre, come confusa nel crepuscolo, io sento la presenza di altri alberi, a centinaia. In quei momenti provo un singolare travaso di coraggio

Miami Vice 30 anni dopo

31 maggio 2019

30 anni e una settimana fa terminava su NBC con l’episodio numero 112 la 5a e ultima stagione di Miami Vice.

Qualche motivo sparso per cui quella serie è stata per me capitale.

1) All’epoca certo non avevo idea di chi fosse Michael Mann, eppure quel logo poppeggiante che faceva capolino alla fine dei titoli di coda deve aver iniziato a lavorare sottotraccia, se pochi anni dopo sarebbe iniziata una sorta di ossessione per il lavoro prodotto da quel certo tipo di Chicago.

2) All’epoca avevo poche certezze su me stesso, ma una di queste è che volevo essere come Don Johnson, o forse più che altro vestirmi con gli stessi outfit dalle meravigliose combinazioni pastellate, indossati con la nonchalance di chi sa di essere una delle perfette incarnazioni stilistiche degli Eighties.

3) All’epoca andavo in cerca di modelli ed eroi, così quando il protagonista di una puntata citava lo Shelley di A Defence of Poetry (“Poets are the unacknowledged legislators of the world”) pensai bene di appassionarmi al grande Percy, piantando le tende al Cimitero acattolico e alla Keats Shelley Memorial House.

4) All’epoca si era tutti malati di videomusica, e l’applicazione manniana delle procedure verticali di costruzione audiovisiva dei clip alla struttura seriale provocò una specie di terremoto neuronale che raggiungeva il suo acme nelle suite notturne propulse da In the Air Tonight o Brothers in Arms.

5) All’epoca ero convinto che fosse del tutto normale per un poliziotto dell’antidroga di Miami poter scambiare tranquillamente una Ferrari con un’altra, quando la prima veniva fatta saltare in aria per provare un bazooka (tra l’altro qui spiega come quella delle prime stagioni fosse un’anticchia taroccata).

6) All’epoca, e anche dopo, dove lo trovavi un telefilm (come lo si chiamava senza troppe questioni filologiche) in cui da un momento all’altro potevano comparire Miles Davis o Leonard Cohen, Frank Zappa o Phil Collins, Glenn Frey o James Brown, Willie Nelson o Gene Simmons, Sheena Easton o Little Richard?

7) All’epoca tutte le settimane, nei tardi pomeriggi di Rai 2, quando partiva il Fairlight di Jan Hammer, apparivano palme, fenicotteri, si sorvolava a tutta velocità l’oceano e compariva quella scritta dallo sciccosissimo accostamento verde mela e rosa, si sapeva che stava per iniziare un’esperienza inebriante, dirimente, totale.

8) Da Miami Vice deriva Miami Vice, e scusate se è poco.

Ex Libris 345 (la solita cosa all’italiana. Cioè maschilista e poveraccia)

19 maggio 2019

Sono stanca anche di cose più sottili. Per esempio sono stanca del manipolo di uomini che pontificano sulla decrescita senza nemmeno coltivarsi una foglia d’insalata. Avete mai notato che le voci “filosofico-economiche” sulla decrescita sono tutte di uomini, specialmente in Italia? Sono perplessa e delusa dall’ambiente estremamente maschilista che si è creato intorno all’argomento, dove sono le donne e fare gran parte dell’autoproduzione e gli uomini a discorrerne.

Se sei un maschio con dei pensieri appena sufficienti, puoi star sicuro che ti chiameranno persino dal Collettivo Anarchico di Frittole per una conferenza sulla decrescita dal punto di vista economico.

Se sei una donna, puoi aver studiato trent’anni, puoi saperne il decuplo e aver scritto cento volte tanto, ma ti chiameranno solo per spiegargli come si fa il pane e il detersivo di Marsiglia liquido.

Non è sempre così ma nella maggioranza dei casi questa è la situazione italiana. Sono anche stanca di quelli che “avrei un progetto” con scritto in fronte che sarà tuo il lavoro e la spesa ma loro il guadagno. Stanca di quelli che ti chiamano perché “ti seguono in tanti” ma poi ti presentano un elenco di cose da non dire in formato guida telefonica.

 

(Il libro L’Autoproduzione è la vera Rivoluzione è ancora disponibile nell’edizione speciale del crowdfunding, sul sito dell’autrice, www.erbaviola.com. Se vi sbrigate lo trovate ancora. Qui la pagina dei contatti. Altrimenti vi toccherà aspettare la nuova edizione, sempre autopubblicata, che arriverà a breve).

These are the songs of my life: Little Creatures Edition

13 maggio 2019

Una volta parlavo delle sequenze, quelle stringhe di canzoni dentro un costrutto così secondo Novecento come l’album (che pure non accenna a perdere la sua centralità concettuale anche nell’epoca digitale) che si rafforzano l’un l’altra nella loro bellezza e forza comunicativa grazie alla vicinanza di traccia.

Mi accorgo di aver lasciato fuori una delle mie sequenze predilette, per la semplice ragione che è un intero LP a costituire una sequenza fenomenale, in cui nessun tassello può essere eliminato, pena la deturpazione di un affresco perfetto di – come possiamo chiamarlo – post pop, Americana deviata, magari addirittura una forma trascendente di bubblegum music intellettuale…

Dico di Little Creatures, parto dei Talking Heads che, superate le rivoluzionarie escursioni new wave e la creazione di una musica del mondo infaticabilmente funky e cerebrale, potevano abbandonarsi alla pura gioia di una melodia sempre innervata dalle visioni paranoiche di David Byrne ma appagata di una cantabilità trascinante, quasi implacabile.

Quaranta minuti scarsi come si faceva una volta, 9 tracce entusiasmanti, che indicarne qualcuna a scapito delle altre pare impossibile. L’acme irripetibile del singalong colto, se vogliamo. Un capolavoro irripetibile, dall’Hey! iniziale all’ultima riaffermazione del proverbiale coro We’re on a road to nowhere. La perfezione.

Ex Libris 344 (In the flat field I do get bored)

7 maggio 2019

Foto del 01-04-19 alle 16.45

Vivevamo nell’epicentro delle midlands, Northampton, la Mecca dell’omicidio. Era il nulla, il grigiore, la disperata, disperatamente fredda mentalità isolana britannica. La non-cultura. Eravamo in mezzo a tutto questo, e “In the Flat Field” si riferiva letteralmente alla vita in questa pianura desolata e senza Dio, questo stato di coscienza totalmente piatto, senza possibilità di ascesa, il risultato di quanto ha profetizzato Nietzsche, la morte di Dio.

GB fa cose 4

30 aprile 2019
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Ti appisoli su divano, o poltrona, o letto, e ti sveglia un lieve “strip strip strip”: GB sta togliendo i pelucchi (“A me piace togliere i pelucchi.”)

GB ha preso gusto per l’arte: gli piace colorare con mamma, ma ancora di più dipingere.

GB però odia i colori a dita: dopo aver comprato un set di pennelli, ora li usa senza più sbroccare perché ha le dita sporche.

GB vuole fare giardinaggio ma solo se può manovrare spruzzini, tubi dell’acqua, cesoie e palette.

GB prima diceva i colori in inglese e i numeri in italiano, ora dice i colori in italiano e i numeri in inglese.

GB ti incoraggia a mantenere la calma dicendo “sei bello/a, non brutto/a”.

GB ti loda se fai qualcosa di giudizioso tipo lavare i denti prima di andare a dormire.

GB dice le “parolacce” quando si arrabbia. Di solito gruppi di sillabe senza senso pronunciate ringhiando.

GB però ti rimprovera quando le parolacce le dici tu.

GB canta melodie inventate, e balla quando c’è musica. (“Come si chiama questa musica?”)

GB fa le facce buffe a tavola pur di non mangiare.

GB continua ad avere un carattere impossibile e a emulare il suo illustre omonimo, il “fastidito”.

Ex Libris 343 (no: ha meno probabilità di una donna eccetera)

21 aprile 2019

Uomini e donne sono diversi. Abbiamo ormoni diversi, organi sessuali diversi e capacità biologiche diverse: le donne possono avere figli, gli uomini no. Gli uomini hanno testosterone e sono generalmente più forti delle donne. Le donne sono leggermente più numerose degli uomini (il 52% della popolazione mondiale è femminile), ma la maggior parte dei posti di potere e di prestigio è occupata da uomini. Wangari Maathai, attivista keniana e Nobel per la Pace morta nel 2011, l’ha sintetizzato perfettamente così: più sali, meno donne trovi.

Alle elezioni statunitensi del 2012 si è sentito spesso parlare della «legge di Lilly Ledbetter». Dietro questo nome di belle allitterazioni c’è il seguente fatto: negli Stati Uniti se un uomo e una donna fanno lo stesso lavoro e hanno le stesse qualifiche, l’uomo sarà pagato di più perché è un uomo.

Quindi gli uomini governano, nel vero senso della parola, il mondo. La cosa poteva avere un senso mille anni fa, quando gli esseri umani vivevano in un mondo in cui la forza fisica era la qualità più importante per sopravvivere. La persona fisicamente più forte aveva più probabilità di diventare il capo. E gli uomini di solito sono fisicamente più forti (è ovvio che esistono molte eccezioni). Oggi viviamo in un mondo profondamente diverso. La persona più qualificata per comandare non è quella più forte. È la più intelligente, la più perspicace, la più creativa, la più innovativa. E non esistono ormoni per queste qualità. Un uomo ha le stesse probabilità di una donna di essere intelligente, innovativo, creativo. Ci siamo evoluti. Ma le nostre idee sul genere non si sono evolute molto.

L’estetica o l’etica estatica

17 aprile 2019

Tutta l’oggettività estetica è mediata dalla forza del soggetto, l’unica a rendere completamente conscia di sé stessa ogni cosa. (Theodor Adorno)

Quanto più ricca è l’esperienza estetica di un individuo, quanto più sicuro è il suo gusto, tanto più netta sarà la sua scelta morale e tanto più libero – anche se non necessariamente più felice – sarà lui stesso. (Iosif Brodskij)

Ora io fo poca stima di quella poesia che, letta e meditata, non lascia al lettore nell’animo un tale sentimento nobile, che per mezz’ora, gl’impedisca di ammettere un pensier vile, e di fare un’azione indegna. (Giacomo Leopardi)

Ex Libris 342 (agire o non agire?)

7 aprile 2019

Foto del 19-03-19 alle 18.50

ANNA Vuoi andare? Dove?

MARZIANO Non lo so. Mi sento davanti a un muro. Dovrei trovare la forza di scalarlo, o tornare indietro. Oppure, sedermi ai piedi del muro e aspettare. Che cosa? Che mi crolli addosso. Oppure, potrei dargli una mano di calce e affrescarlo. O farci un buco e guardare che c’è dall’altra parte. Quante soluzioni! Forse ho bisogno di star solo, di chiudermi dentro una torre, e la vorrei in riva a un lago, per potermi quetare con un salto a portata di mano. O sputare, forse? Sputare nell’acqua, fare dei cerchi perfetti, una miriade di cerchi e creare così un piccolo universo con uno sputo? E anche nel cerchio più piccolo, un microbo che divora un altro microbo non sognerebbe il dominio della sua goccia di sputo? O forse dovrei agire, ma il peggio che può capitare a un genio è di essere compreso prima ancora di dire “a”. Tutti mi applaudono, ma nell’applauso sento già lo scalpiccio dei piedi che si avviano all’uscita. (Pausa) No, devo agire.

Soglie

4 aprile 2019

Ex Libris 341 (o della stupidità della specie più “intelligente” del pianeta)

24 marzo 2019

Quando cerchiamo l’«intelligenza» in altre specie, spesso commettiamo l’errore di Protagora, di credere cioè che l’uomo sia la misura di tutte le cose. Poiché noi siamo umani, tendiamo a studiare un’intelligenza di tipo umano in creature che umane non sono. Sono intelligenti come lo siamo noi? No. E, quindi, abbiamo vinto! E noi, siamo intelligenti come lo sono loro? Non ce ne importa nulla. Pretendiamo che gli altri stiano al nostro gioco – ma non vogliamo stare al loro.

Quello che gli altri animali devono imparare, i problemi che devono risolvere, e il modo in cui devono risolverli, varia enormemente. Un essere umano deve fabbricare una lancia; partendo dal suo nido e attraversando l’oceano aperto, un albatro deve coprire quasi seimilacinquecento chilometri per procurarsi del cibo e poi per tornare su un’isola che ha un diametro di meno di un chilometro, dove trovare il suo pulcino in mezzo ad altre migliaia. È probabile che un delfino, un capodoglio o un pipistrello ci compatiscano per come fissiamo ottusamente il buio della notte, mentre il loro cervello «immagina» virtualmente a grandissima velocità un mondo sonico ad alta definizione, consentendo loro – nell’oscurità – di cacciare, identificare gli altri, e catturare prede in rapido movimento. Probabilmente, agli animali, sembriamo privi di abilità essenziali, proprio come a noi loro sembrano incapacitati dalla mancanza di linguaggio – benché in realtà siano estremamente capaci, in modi a noi preclusi. Molte creature ci battono nettamente per quanto riguarda vista, udito, olfatto, tempi di reazione, capacità di immersione, volo ed ecolocalizzazione, come pure per abilità migratorie e destrezza nel trovare la via di casa (anche sott’acqua). Molti sono super-cacciatori. Atleti estremi. (Se si escludono gli struzzi, gli esseri umani sono i migliori nella corsa bipede). Cervelli diversi enfatizzano abilità diverse, consentendo a esseri viventi diversi di eccellere nello sfruttamento di circostanze pure diverse. Qui troviamo lo spazio e il motivo per un apprezzamento rispettoso, per una condivisione del mondo.

These are the songs of my life: Johnny’s Edition

19 marzo 2019
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Già dicemmo che una volta Morrissey era dio e Johnny il suo profeta.

Poi Johnny si ruppe un’anticchia di dover tener su la baracca degli Smiths e il Vecchio Testamento ebbe termine, con le cupe atmosfere di I Won’t Share You. Ebbe inizio il Nuovo, con Moz in cerca di partner compositivi all’altezza (impossibile), e Marr in cerca di sempre nuovi orizzonti verso cui lanciare il suo inconfondibile tocco chitarristico.

Questi per me i momenti di questi 30 anni.

David Byrne chiama Johnny a Parigi per chiudere la parabola delle teste parlanti: vuole il  Marr sound per un brano in particolare, ma il ragazzo di Manchester li per lì ha le mente vuota. Allora va a farsi una passeggiata, si schiarisce le idee e butta giù il suo contributo a (Nothing but) Flowers.

Nel frattempo ha scritto anche qualcosa per un suo possibile debutto solista; solo che se c’è qualcuno a cui serve una canzone, e quel qualcuno è un’amica come Kirsty MacColl, guarda caso anche lei della partita nel caso precedente, Johnny non ci pensa due volte e gliela offre su un piatto d’argento, e nasce quel gioiello in area Madchester che prende il nome di Walking Down Madison.

Ma insieme al gusto nuovo del battitore libero, Johnny riscopre anche le gioie del fare gruppo. Addirittura due gruppi. In uno si mette in posizione defilata, lasciando le luci della ribalta a quel geniaccio adesso un po’ troppo dimenticato di Matt Johnson, Mr. The The, e per due album ne diventa spalla e rifinitore strumentale: come dimenticare il riff di armonica che lancia in orbita uno dei capolavori degli anni ’90, Slow Emotion Replay? Nell’altro invece è parte integrante della super squadra che unisce le due band di maggior culto di Manchester e dell’Inghilterra tutta nel decennio precedente, i suoi Smiths e i New Order di Bernard Sumner, senza dimenticare un piccolo aiuto della premiata ditta Tennant/Lowe, come nell’irresistibile Disappointed.

E la gioia di fare musica insieme lo accompagnerà anche nel decennio successivo, dove si accompagnerà a non meno di tre gruppi, il più fortunato dei quali fu una certa indie band di Portland, Oregon, l’unica con cui il buon Johnny riuscì a raggiungere il numero 1 in America, anche grazie ai suoi micidiali riff.

Finalmente, questo decennio è stato quello in cui il ragazzo con la chitarra ha deciso di metterci voce e faccia in primo piano, e armato della fiammante Jaguar per lui customizzata da Fender, si è rivelato un ispiratissimo cantore pop delle città contemporanee, quelle della poesia nella velocità, quelle dove ci si perde tra spirali e strade verticali.

E finalmente ha ripreso in mano le sue vecchie canzoni, dando loro un nuovo accento, più diretto, meno decadente di quello del suo vecchio compare, ma senza smarrirne l’immortale fascino.

 

 

 

 

Ex Libris 340 (approccio totale)

10 marzo 2019

Il concetto di innocenza ha due facce. Se rifiutiamo di prendere parte a una cospirazione, ne restiamo innocenti. Mantenersi innocenti, però, può anche equivalere a restare nell’ignoranza. L’alternativa non è tra innocenza e conoscenza (o tra naturale e culturale), ma tra un approccio totale all’arte che cerchi di rapportarla a tutti gli aspetti dell’esperienza e l’approccio esoterico di pochi esperti specializzati, sacerdoti della nostalgia di una classe dominante in declino. (In declino, non rispetto al proletariato, ma rispetto al nuovo potere delle corporazioni e dello Stato.) La vera questione è: a chi, propriamente, appartiene il significato dell’arte del passato? A coloro che possono applicarlo alla propria vita oppure a una gerarchia culturale di specialisti in reliquie?