Vai al contenuto

My Favorite Climate

17 gennaio 2020
tags:
by

Questi giorni discutevamo di clima, per una volta non riguardo la crisi climatica, ma riferendoci al clima ideale in cui vivere.

Personalmente, da pischello ero un amante dell’inverno e del freddo, sempre considerando quello in genere sopportabilissimo che può capitare a Roma. Ricordo con nostalgia la mitica nevicata dell’epifania ’85, con Pippo Baudo che mostrava il manto bianco a un bambino nel cortile Rai di viale Mazzini prima di Domenica In*; quella sorprendente del 17 marzo (la trovai su via Cola di Renzo all’uscita da uno dei miei film preferiti, Cotton Club, momento sublime quant’altri mai); quella maestosa i giorni precedenti il mio compleanno nel febbraio ’86, che trasformò le vie di Monteverde in fantasmagorici passi alpini. Consideravo mio mese preferito dicembre, con le sue lunghe notti e le tante luci. Invece, pativo come un vero inferno la calura estiva, e quando il termometro saliva oltre i 35 iniziavo una vana lotta psicologica col sudore, l’afa, il cielo calcinato.

Poi sono cresciuto, e ho preso a seguire il precetto zen: se è caldo, sii il caldo. Certo non faccio i salti di gioia durante le sempre più frequenti ondate di calore (nel 2003 a un certo punto la tentazione di sbattere la testa al muro era forte; e invece il “lugliembre” romano di qualche anno me lo sono goduto appieno) ma nemmeno mi metto a combattere inani battaglie che hanno il solo effetto di stremare ancor più il fisico già provato.

Invece, ho scoperto che le maggiori gioie me le dà la primavera, quelle volubili giornate di aprile, mai noiose, dove pioggia, nuvole, sole inscenano un girotondo instancabile, e quei calmi, luminosi tepori di maggio non ancora consegnati alla ferocia del solleone.

Comunque, alla fin fine uno schema di clima ideale la squadernerei così:

un autunno piovoso e fresco (più fresco di quello che ci riserva il riscaldamento globale in questi anni: d’accordo le ottobrate, ma che non sembrino settembrate);

un inverno più secco, freddo ma non gelido;

una primavera variabile e fresca;

un’estate calda ma non torrida, stabile ma non arida.

Neve, piacevole sorpresa saltuaria. Nebbia, qualche volta, per lo più umidità sotto controllo.

Situazione preferibilmente collinare.

Temperatura minima accettata: -2 (28 Fahrenheit)

Temperatura massima accettata: 32 (89 Fahrenheit)

Se qualcuno sa dove si trovano condizioni del genere, lo comunichi e ci si fa un pensierino sopra.

Ps. Grazia suggerisce la Nuova Zelanda, ed effettivamente ci avevamo fatto un pensierino, come pure, per certe caratteristiche, alla California settentrionale.

 

* Con la seguente, storica ondata di gelo.

Ex Libris 356 (debito e dolore)

6 gennaio 2020

Nel buddhismo Mahayana la riflessione sulla moralità si estende a considerare come ogni cosa che usiamo nella vita quotidiana derivi da altri esseri. Il maestro Zen coreano Ya Un diceva ai suoi monaci:

Dal tempo dell’aratura e della semina fino a quando il cibo raggiunge la vostra bocca e i vestiti coprono il vostro corpo, non solo uomini e buoi soffrono grandi dolori nel produrli, ma anche innumerevoli insetti sono uccisi e feriti. Non è corretto trarre vantaggio in questo modo dalle tribolazioni degli altri. Ancor più, come potete sopportare il pensiero che altri debbano morire perché voi possiate vivere? Come potete, voi che avete una vita comoda, lagnarvi della fame e del freddo quando il contadino soffre lui pure la fame e il freddo e la donna che tesse è vestita inadeguatamente? Un debito molto pesante si addossano quelli che indossano abiti eleganti e mangiano cibi raffinati.

Per un 2020 con +saggezza e – dogmi

30 dicembre 2019
Il vero movimento della saggezza consiste in un improvviso precipitare nella verità.
(Emanuele Trevi, Sogni e favole)
Le idee sono fatte dai grandi maestri, i dogmi dai discepoli, e lungo la via il Buddha viene sempre fatto fuori.

Messaggio in 25 lettere per i nostri 25 lettori

27 novembre 2019

Sì, in stand-by ma riprenderemo.

Ex Libris 355 (Poeti)

24 novembre 2019

«Ti piace Yeats?»

«È venuto prima di Bob Dylan?»

«Sì.»

«Allora non voglio sentirne parlare. Per quello che mi riguarda, la poesia è iniziata con Dylan e dopo di lui è iniziato il declino.»

GB in “Guarda me cosa dicio”

25 ottobre 2019
tags:

“Giò, devi parlare chiaro.” “Voglio parlare scuro.”

“Scusa Giordano, non ho capito, che hai detto?” “Niente, sto parlando fra me e fra me.”

“Che fai Giò?” “Dò un bacio a Peter Bruno perché è il mio miglior amico.”

“Quelli in macchina sono scemi.” “Sì Giò, c’è qualcuno scemo, in effetti.” “No, sono tanti scemi.”

“Lo sai che sono venuti addosso alla macchina del papà?” “Chi è stato?” “Una signora.” “No, è stato Salvini.” “Come Salvini?” “Sì, perché è cretino.”

“Ciao mamma gatta, ciao papà gatto, io sono gattino.”

Papusko: “Perché non vuoi camminare quando stai con me?” GB: “Perché mi pesa il culo.” Papusko: “E solo con me?” GB: “Sì, perché sei grosso.”

“Tin tin, buona salute.”

“Basta parlare, che le parole sono foglie che cadono e vengono schiacciate dalla pioggia e dal vento.” (sic)

“Giò, alzati.” “Non posso, perché stanotte avevo sonno fino a 100.”

“Sono tristissimo, me ne vado di là senza dire neanche una parola.”

“Non ce la faccio più: quando parlate troppo con me divento arrabbiatissimo.”

“Non voglio andare a dormire nel mio lettino, ho paura dei personaggi finti che caminano di sopra.”

“Voglio, voglio… Non lo so che voglio. Mi puoi dire che posso volere?” (variazione: “Voglio farti uno scherzo, ma non so che scherzo farti. Mi sai dire che scherzo posso farti?”)

“Voglio Caparezza, quella che mi fa ridere, Esci dal tunnel!”

Mamuska (o altra): “Ciao amore.” GB: “Ciao amora.”

“I fascisti sono zozzerie!”

“Succo, limone, acqua, altra acqua, chinotto, altro succo… Mi piacciono i mischioni.”

“Voglio 50, anzi, 100 coccole. Conta.”

(evidentemente stanco di micini): “Sono un cucciolo di suricato.”

“Leva la musica, cantiamo la canzone della nave da battaglia.” Ah, bene, e come fa? “Battaglia! Battaglia! Battaglia!”

“Facciamo che nasce un altro gattino, per finta, e si chiama Giacom…, no, Cieloluna, Mi piace questo nome di femmina. Quando nasce?”

Antonietta (bidella): “Non si corre per i corridoi della scuola.” GB: “Ma io sono nato veloce.”

“Quando divento grande, a 70 anni, faccio il cuoco, così ti dò le cose buone che cucino. Poi il carabiniere. Poi il musicista…”

“Ho la tossezza.”

“Ciao, sono Giordano Bruno Mostro Hulk”.

Ex Libris 354 (storia di un elefante)

13 ottobre 2019

Se gli animali non venivano utilizzati per il lavoro o come cibo, erano impiegati a scopo di intrattenimento. […] J.T. Smith, nel suo Book for a Rainy Day, scrive di un elefante “legato con corde, condotto dai suoi custodi lungo la parte stretta dello Strand”. Il 6 febbraio 1826 l’animale, chiamato Chunee, non sopportò più la prigionia e, infuriato, fu sul punto di evadere dalla gabbia. una squadra di fucilieri della vicina Somerset House non riuscì ad abbatterlo, e un cannone fu usato inutilmente. Alla fine i custodi lo uccisero con una picca e l’elefante morì con centocinquantadue pallottole in corpo. Poi lo spirito commerciale di Londra se ne impossessò: fu messo in mostra al pubblico per qualche giorno finché divenne fetido, e a quel punto venne venduto come undicimila libbre di carne. In seguito se ne espose lo scheletro, che poi entrò a far parte dei reperti dell’Hunterian Museum del Royal College of Surgeon. Chunee fu finalmente cancellato da una bomba durante la seconda guerra mondiale.

5 cose facili di ecologia del linguaggio

9 ottobre 2019

Sì, certo, una volta si diceva “negri”, ma forse non è più il caso.

Sì, certo, una volta “puttana” era sinonimo di “stronza”, ma forse non è più il caso.

Sì, una volta si svariava dal “frocio” all'”invertito”, dal “finocchio” al “ricchione”, ma forse non è più il caso.

Sì, certo, una volta era di prammatica definire l’assassino/stupratore/pedofilo bestia o animale, ma forse non è più il caso.

Sì, certo, una volta si diceva “ridotto a un vegetale” di chi ha perso le sue facoltà mentali, ma forse non è più il caso.

Ex Libris 353 (mittenti, destinatari, messaggi e seghe)

29 settembre 2019

Siccome non solo scrive ma gli piace anche passare dall’altra pare e leggere quello che scrivono gli altri, Lucas a volte si stupisce di quanto gi riesca difficile capire certe cose. Non è che siano questioni particolarmente astruse (aggettivo orribile, pensa Lucas che tende a soppesare le parole sul palmo della mano e a familiarizzare con loro o respingerle a seconda del colore, del profumo o del tatto) ma di colpo c’è come un vetro sporco fra lui e quel che leggendo, da cui impazienza, rilettura forzata, sfuriata in arrivo e alla fine gran volo della rivista o del libro contro i muro più vicino con conseguente caduta e umido plot.
Quando le letture finiscono così, Lucas si domanda che cosa diavolo sia potuto succedere nell’apparentemente ovvio passaggio dal comunicante al comunicato. Domandarselo gli costa molto, perché nel suo caso non si pone mai la questione e per rarefatta che sia l’aria della sua scrittura, per quanto certe cose possano arrivare a destinazione d essere acquisite solo al termine di ardui percorsi. Lucas non manca mai di verificare che l’arrivo sia valido e che il passaggio si compia senza troppi intoppi. Poco gli importa la situazione individuale dei lettori, perché crede che nella maggior parte dei casi tutto cada come un vestito ben tagliato, e perciò non è necessario cedere terreno né all’andata né al ritorno: fra lui e gli altri ci sarà un ponte, sempre che lo scritto nasca da seme e non da innesto. Nelle sue più deliranti invenzione c’è al tempo stesso qualcosa di semplicissimo, da uccellino e partitella a carte. Non si tratta di scrivere per gli altri ma per sé, però uno deve essere anche gli altri; così elementary, my dear Watson, da ispirare quasi diffidenza, da chiedersi se non ci sarà un’inconsapevole demagogia in questa collaborazione fra mittente, messaggio e destinatario. Lucas guarda nel palmo della mano la parola destinatario le accarezza appena il pelame e la restituisce al suo limbo incerto; non gli importa un fico secco del destinatario visto che ce l’ha lì a tiro, a scrivere quello che lui legge e a leggere quello che lui scrive, quante seghe.

Amichevoli segnalazioni librarie

25 settembre 2019

Tre libri usciti negli ultimi mesi.

Grazia Cacciola, L’Autoproduzione è la vera Rivoluzione

Di Grazia, aka Erbaviola parliamo spesso, ogni tanto ci concede anche un commento su queste umili schermate, cerchiamo sempre di segnalare le sue uscite, dai manuali orticoli con cui l’abbiamo conosciuta a quest’ultimo (già oggetto di nostro ex libris), dove approfondisce tramite una narrazione gustosamente autobiografica le sue annose ricerche sui temi dell’autoproduzione, e coerentemente per la prima volta ha deciso di autoprodursi questa ennesima opera, in modo da non dover sottostare alle condizioni non sempre favorevoli delle case editrici con cui ha lavorato finora.

Marco De Angelis, Il canto del lamantino

L’amico Marco è un regista raffinato e fuori norma (secondo la definizione di Adriano Aprà), autore con Antonio Di Trapani di film come Tarda estate, Terra, White Flowers, che dopo lunga gestazione ha finalmente partorito il suo primo romanzo, sulle ondivaghe vicende di un suo alter ego siglato M.: un eroe della soggettività, ossessionato dalla bellezza, dalla percezione vigilissima, perso in un mondo dominato dall’insincerità; un percorso di guarigione, di salvezza, di apertura alla gioia e alla luce costellato di enigmi, idiosincrasie, nevrosi, acri sarcasmi e aperture estatiche.

Michael Zupan, Prigioniero – Il marsupiale più pazzo del mondo

Non sappiamo chi sia Michael Zupan, e d’altronde non abbiamo idea di come funzioni Crash Bandicoot, il videogioco di cui il libro costituisce un’avventura “non ufficiale”. Però le numerose illustrazioni che visualizzano l’entrata di Jason nel suo mondo virtuale preferito sono opera di Isabella Graziani, che sarebbe una delle sorelle della Vale, nonché illustratrice fidata della nostra misteriosa sodale Emma Berenyi (di cui avrete notizie tra non molto). La Vale ha seguito l’evoluzione dell’arte di Isabella fin dalla sua fase primigenia, ed è oltremodo felice di ritrovarla nelle pagine di questo volume.

Ex Libris 352 (cantori di piazza)

16 settembre 2019

Foto del 10-07-19 alle 12.30

Che intelletto essi hanno? e hanno senno? credono ai cantori di piazza e prendono a maestro il volgo, non sapendo che i molti son nulla e solo i pochi hanno valore.

Ciao Carolina

9 settembre 2019

Come diceva lei, “Ciao Artena, qui Bracciano.”

Ex Libris 351 (non sempre chi lo cita ci azzecca)

8 settembre 2019

Charles Darwin una volta scrisse: “L’uomo va scusato del sentire un certo orgoglio per essersi elevato […] all’apice della scala organica”. Questa citazione calzava a pennello nella sua epoca, quando un gentiluomo vittoriano rispettabile avrebbe naturalmente collocato un altro gentiluomo vittoriano rispettabile sul piolo più alto della scala evolutiva. Il problema sta nell’intero concetto di scala evolutiva e di apice di quest’ultima, l’idea di un processo unidirezionale che si arrampica verso una qualche forma di perfezione. Ovviamente Darwin aveva un’idea molto più sfumata dell’evoluzione, ma questa concezione si è comunque radicata nella nostra mente collettiva ed è stata perpetuata dai fumetti, dai racconti popolari e perfino dai lavori degli studiosi seri. La mente vi ritorna inconsciamente, anche se siamo circondati da prove dirette del contrario. Se l’evoluzione progredisse verso l’unicità, come potremmo spiegare la varietà, le 20.000 graminacee diverse, i 35.000 scarabei, la profusione di anatre, rododendri, paguri, moscerini e passeriformi? Perché le forme di vita più antiche del pianeta, i batteri e gli archea, sono maggiormente diversificate e prolifiche rispetto a tutte le altre specie messe insieme? Con il tempo è molto più probabile che l’evoluzione ci offra un gran numero di soluzioni invece di darci una sola forma ideale.

GB dice cose – Summer Edition

27 agosto 2019
tags:

“Devo dirti una cosa: da grande voglio fare il carabiniere, e poi il cuoco.”

“Non posso ripetere le cose … volte” (inizia a elencare numeri a caso)

“Nessuno mi vuole bene. Mi voglio bene da solo.”

“Il mio cervello si muove perché ha i piedi.”

“Il caldo mi sta buttando giù, mi serve una medicina per il caldo.”

“Papà, ti devo dire una cosa.” (indicandosi il sedere) “Questa chiappa è liscia e questa chiappa è frizzante.”

(al papusko) “Perché hai quella faccia? Ti sei sbagliato a mettere quella faccia.”

“Se un bambino vuole giocare col papà, il papà deve giocare. È così che si fa.”

(dopo mangiato) “Mamma, ho la bocca ingrassata.”

(in biblioteca) “Papà, bisogna parlare con la bocca bassa.”

“Che giorno è?” “Martedì.” “No, oggi è domani.”

“Mamma, ho i rondoni che mi girano tutto intorno.”

“Il caldo mi cucina.”

“La mia vita funziona così: mi addormento nel lettone di mamma e papà, e mi sveglio nel lettino mio.”

“Io sono il capo della gente. I capi della gente hanno il fischietto, e io ce l’ho. E anche il cappello. E il cavallo.”

“Sono un prenditore peluccoso e un baciatore di mamma e papà.”

“Io con queste scale faccio fatica ogni giorno a salire a casa. Dobbiamo toglierle.”

“Papà, perché adesso hai le ciglia a forma di brutto?”

(mentre gioca con le macchinine) “Io sono il tuo papà preferito, ragionevole e coccolo. E te no. Arrestatelo!”

“È successo una settimana fa.” “No Giò, era prima. “Allora un lungo mese fa.”

“Il latte lo voglio di sera scuro e di mattina chiaro.”

“Ah, adesso il ciuccio è bello profumato e pulito di zecca caldo.”

Buone vacanze

7 agosto 2019

Mi piacerebbe condurla fino a quel punto in cui si smette di capire, si smette di immaginare; io vorrei condurla dove si comincia a sentire.

(Daniele Del Giudice, Dillon Bay)