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Ex Libris 354 (storia di un elefante)

13 ottobre 2019

Se gli animali non venivano utilizzati per il lavoro o come cibo, erano impiegati a scopo di intrattenimento. […] J.T. Smith, nel suo Book for a Rainy Day, scrive di un elefante “legato con corde, condotto dai suoi custodi lungo la parte stretta dello Strand”. Il 6 febbraio 1826 l’animale, chiamato Chunee, non sopportò più la prigionia e, infuriato, fu sul punto di evadere dalla gabbia. una squadra di fucilieri della vicina Somerset House non riuscì ad abbatterlo, e un cannone fu usato inutilmente. Alla fine i custodi lo uccisero con una picca e l’elefante morì con centocinquantadue pallottole in corpo. Poi lo spirito commerciale di Londra se ne impossessò: fu messo in mostra al pubblico per qualche giorno finché divenne fetido, e a quel punto venne venduto come undicimila libbre di carne. In seguito se ne espose lo scheletro, che poi entrò a far parte dei reperti dell’Hunterian Museum del Royal College of Surgeon. Chunee fu finalmente cancellato da una bomba durante la seconda guerra mondiale.

5 cose facili di ecologia del linguaggio

9 ottobre 2019

Sì, certo, una volta si diceva “negri”, ma forse non è più il caso.

Sì, certo, una volta “puttana” era sinonimo di “stronza”, ma forse non è più il caso.

Sì, una volta si svariava dal “frocio” all'”invertito”, dal “finocchio” al “ricchione”, ma forse non è più il caso.

Sì, certo, una volta era di prammatica definire l’assassino/stupratore/pedofilo bestia o animale, ma forse non è più il caso.

Sì, certo, una volta si diceva “ridotto a un vegetale” di chi ha perso le sue facoltà mentali, ma forse non è più il caso.

Ex Libris 353 (mittenti, destinatari, messaggi e seghe)

29 settembre 2019

Siccome non solo scrive ma gli piace anche passare dall’altra pare e leggere quello che scrivono gli altri, Lucas a volte si stupisce di quanto gi riesca difficile capire certe cose. Non è che siano questioni particolarmente astruse (aggettivo orribile, pensa Lucas che tende a soppesare le parole sul palmo della mano e a familiarizzare con loro o respingerle a seconda del colore, del profumo o del tatto) ma di colpo c’è come un vetro sporco fra lui e quel che leggendo, da cui impazienza, rilettura forzata, sfuriata in arrivo e alla fine gran volo della rivista o del libro contro i muro più vicino con conseguente caduta e umido plot.
Quando le letture finiscono così, Lucas si domanda che cosa diavolo sia potuto succedere nell’apparentemente ovvio passaggio dal comunicante al comunicato. Domandarselo gli costa molto, perché nel suo caso non si pone mai la questione e per rarefatta che sia l’aria della sua scrittura, per quanto certe cose possano arrivare a destinazione d essere acquisite solo al termine di ardui percorsi. Lucas non manca mai di verificare che l’arrivo sia valido e che il passaggio si compia senza troppi intoppi. Poco gli importa la situazione individuale dei lettori, perché crede che nella maggior parte dei casi tutto cada come un vestito ben tagliato, e perciò non è necessario cedere terreno né all’andata né al ritorno: fra lui e gli altri ci sarà un ponte, sempre che lo scritto nasca da seme e non da innesto. Nelle sue più deliranti invenzione c’è al tempo stesso qualcosa di semplicissimo, da uccellino e partitella a carte. Non si tratta di scrivere per gli altri ma per sé, però uno deve essere anche gli altri; così elementary, my dear Watson, da ispirare quasi diffidenza, da chiedersi se non ci sarà un’inconsapevole demagogia in questa collaborazione fra mittente, messaggio e destinatario. Lucas guarda nel palmo della mano la parola destinatario le accarezza appena il pelame e la restituisce al suo limbo incerto; non gli importa un fico secco del destinatario visto che ce l’ha lì a tiro, a scrivere quello che lui legge e a leggere quello che lui scrive, quante seghe.

Amichevoli segnalazioni librarie

25 settembre 2019

Tre libri usciti negli ultimi mesi.

Grazia Cacciola, L’Autoproduzione è la vera Rivoluzione

Di Grazia, aka Erbaviola parliamo spesso, ogni tanto ci concede anche un commento su queste umili schermate, cerchiamo sempre di segnalare le sue uscite, dai manuali orticoli con cui l’abbiamo conosciuta a quest’ultimo (già oggetto di nostro ex libris), dove approfondisce tramite una narrazione gustosamente autobiografica le sue annose ricerche sui temi dell’autoproduzione, e coerentemente per la prima volta ha deciso di autoprodursi questa ennesima opera, in modo da non dover sottostare alle condizioni non sempre favorevoli delle case editrici con cui ha lavorato finora.

Marco De Angelis, Il canto del lamantino

L’amico Marco è un regista raffinato e fuori norma (secondo la definizione di Adriano Aprà), autore con Antonio Di Trapani di film come Tarda estate, Terra, White Flowers, che dopo lunga gestazione ha finalmente partorito il suo primo romanzo, sulle ondivaghe vicende di un suo alter ego siglato M.: un eroe della soggettività, ossessionato dalla bellezza, dalla percezione vigilissima, perso in un mondo dominato dall’insincerità; un percorso di guarigione, di salvezza, di apertura alla gioia e alla luce costellato di enigmi, idiosincrasie, nevrosi, acri sarcasmi e aperture estatiche.

Michael Zupan, Prigioniero – Il marsupiale più pazzo del mondo

Non sappiamo chi sia Michael Zupan, e d’altronde non abbiamo idea di come funzioni Crash Bandicoot, il videogioco di cui il libro costituisce un’avventura “non ufficiale”. Però le numerose illustrazioni che visualizzano l’entrata di Jason nel suo mondo virtuale preferito sono opera di Isabella Graziani, che sarebbe una delle sorelle della Vale, nonché illustratrice fidata della nostra misteriosa sodale Emma Berenyi (di cui avrete notizie tra non molto). La Vale ha seguito l’evoluzione dell’arte di Isabella fin dalla sua fase primigenia, ed è oltremodo felice di ritrovarla nelle pagine di questo volume.

Ex Libris 352 (cantori di piazza)

16 settembre 2019

Foto del 10-07-19 alle 12.30

Che intelletto essi hanno? e hanno senno? credono ai cantori di piazza e prendono a maestro il volgo, non sapendo che i molti son nulla e solo i pochi hanno valore.

Ciao Carolina

9 settembre 2019

Come diceva lei, “Ciao Artena, qui Bracciano.”

Ex Libris 351 (non sempre chi lo cita ci azzecca)

8 settembre 2019

Charles Darwin una volta scrisse: “L’uomo va scusato del sentire un certo orgoglio per essersi elevato […] all’apice della scala organica”. Questa citazione calzava a pennello nella sua epoca, quando un gentiluomo vittoriano rispettabile avrebbe naturalmente collocato un altro gentiluomo vittoriano rispettabile sul piolo più alto della scala evolutiva. Il problema sta nell’intero concetto di scala evolutiva e di apice di quest’ultima, l’idea di un processo unidirezionale che si arrampica verso una qualche forma di perfezione. Ovviamente Darwin aveva un’idea molto più sfumata dell’evoluzione, ma questa concezione si è comunque radicata nella nostra mente collettiva ed è stata perpetuata dai fumetti, dai racconti popolari e perfino dai lavori degli studiosi seri. La mente vi ritorna inconsciamente, anche se siamo circondati da prove dirette del contrario. Se l’evoluzione progredisse verso l’unicità, come potremmo spiegare la varietà, le 20.000 graminacee diverse, i 35.000 scarabei, la profusione di anatre, rododendri, paguri, moscerini e passeriformi? Perché le forme di vita più antiche del pianeta, i batteri e gli archea, sono maggiormente diversificate e prolifiche rispetto a tutte le altre specie messe insieme? Con il tempo è molto più probabile che l’evoluzione ci offra un gran numero di soluzioni invece di darci una sola forma ideale.

GB dice cose – Summer Edition

27 agosto 2019
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“Devo dirti una cosa: da grande voglio fare il carabiniere, e poi il cuoco.”

“Non posso ripetere le cose … volte” (inizia a elencare numeri a caso)

“Nessuno mi vuole bene. Mi voglio bene da solo.”

“Il mio cervello si muove perché ha i piedi.”

“Il caldo mi sta buttando giù, mi serve una medicina per il caldo.”

“Papà, ti devo dire una cosa.” (indicandosi il sedere) “Questa chiappa è liscia e questa chiappa è frizzante.”

(al papusko) “Perché hai quella faccia? Ti sei sbagliato a mettere quella faccia.”

“Se un bambino vuole giocare col papà, il papà deve giocare. È così che si fa.”

(dopo mangiato) “Mamma, ho la bocca ingrassata.”

(in biblioteca) “Papà, bisogna parlare con la bocca bassa.”

“Che giorno è?” “Martedì.” “No, oggi è domani.”

“Mamma, ho i rondoni che mi girano tutto intorno.”

“Il caldo mi cucina.”

“La mia vita funziona così: mi addormento nel lettone di mamma e papà, e mi sveglio nel lettino mio.”

“Io sono il capo della gente. I capi della gente hanno il fischietto, e io ce l’ho. E anche il cappello. E il cavallo.”

“Sono un prenditore peluccoso e un baciatore di mamma e papà.”

“Io con queste scale faccio fatica ogni giorno a salire a casa. Dobbiamo toglierle.”

“Papà, perché adesso hai le ciglia a forma di brutto?”

(mentre gioca con le macchinine) “Io sono il tuo papà preferito, ragionevole e coccolo. E te no. Arrestatelo!”

“È successo una settimana fa.” “No Giò, era prima. “Allora un lungo mese fa.”

“Il latte lo voglio di sera scuro e di mattina chiaro.”

“Ah, adesso il ciuccio è bello profumato e pulito di zecca caldo.”

Buone vacanze

7 agosto 2019

Mi piacerebbe condurla fino a quel punto in cui si smette di capire, si smette di immaginare; io vorrei condurla dove si comincia a sentire.

(Daniele Del Giudice, Dillon Bay)

Ex Libris 350 (farsi sempre riconoscere)

28 luglio 2019

Foto del 24-07-19 alle 16.02

Alla CGD, quando si parlava di imparare qualche canzone, Giancarla mi diceva: “Vai alle Messaggerie e comprati le parti di piano.”
“Ma non ho il pianoforte a casa.”
“Non importa. Intanto trova le parti di piano, poi troveremo qualcuno che le suoni per te.”
E io andavo, anche se mi sembrava strano che non fosse la casa discografica a trovare quel che serviva alla cantante.
Finalmente qualcuno mi ha consigliato di rivolgermi direttamente alle edizioni RRR. E così ho conosciuto Mario Rapetti, l’editore in persona. La RRR praticamente importava le canzoni francesi del momento e i suoi parolieri ne facevano la versione italiana. […] Ricordo che, mentre ero nel suo ufficio, è entrato un ragazzo che, senza una parola, si è seduto su una poltrona in fondo alla stanza, alle mie spalle. Noi abbiamo continuato a parlare e Rapetti mi diceva che era lui stesso che, andando a Parigi, sceglieva le canzoni da portare in Italia, dove il pubblico di appassionati del genere era piuttosto limitato e selezionato. Ha aggiunto che in fondo era un rischio, un atto di coraggio per una cantante agli inizi dedicarsi a un repertorio così difficile e, praticamente, mettersi a confronto con i grandi cantautori tipo Trenet, Bécaud, Aznavour… Ma io non pensavo affatto di mettermi a confronto con loro. Io volevo semplicemente cantare delle belle canzoni che esprimessero quel che sentivo. Non era colpa mia se mi identificavo con le canzoni francesi, o con il jazz, più che con la nostra canzone di allora.
All’improvviso il ragazzo bruno, che prima era alle mie spalle, mi si è messo di fronte e, quasi aggredendomi, mi ha detto: “Ma scusi, sa, lei è italiana. Perché vuole cantare le canzoni francesi nella lingua originale, mentre ci sono ottime versioni italiane?”
Colta un poco di sorpresa ho risposto, quasi con la stessa veemenza: “Ho la fortuna di conoscere bene la lingua ed è per me una gioia cantare queste canzoni così come sono nate. Secondo me, anche se fatte molto bene, le traduzioni non possono mai – così come in letteratura – rendere giustizia al testo originale.”
Poi, rivolgendomi a Mariano Rapetti, ho aggiunto: “Allora, signor Rapetti, può farmi avere le parti di piano e parole originali di Douce France, Danse Avec Moi, La Seine e Simple Histoire? Pare che finalmente Teddy Reno me le farà incidere.”
“Ma certo, signorina, gliele faccio portare subito. Ah, e non faccia caso a mio figlio Giulio. Lui scrive testi e ha anche scritto la versione italiana di parecchie canzoni francesi quindi, lei capisce…”

 

These are the songs of my life: Jula Edition

24 luglio 2019

Rovistando tra vecchie storie della canzone italiana capita di fare scoperte tardive quanto sorprendenti. Per esempio di Jula de Palma ritenevo al massimo il nome, citato sempre nel mezzo di elenchi di dive o semi-dive d’antan. E invece, andando a soffiar via la polvere, eccoti apparire la meraviglia di una voce, un timbro interpretativo, un’eleganza scenica, dal fascino senza tempo.

Chi la ricorda tende a identificarla con l’affaire sanremese di Tua, scandalo sensuale che poneva fine agli anni delle colombe, dei papaveri e dei fiori. Per il resto, le disavventure di etichetta che hanno quasi cancellato dal catalogo i suoi dischi; il suo essere, per sua stessa ammissione, una cantante da live più che da sala d’incisione; il volontario scomparire dalla scena al traguardo dei 25 anni di carriera, e il conseguente esilio canadese, hanno nel complesso contribuito all’oblio, alla trasformazione in reperto d’epoca.

Eppure, eppure, andate a riascoltarla: e scoprirete un personaggio che pur appartenente alla vecchia generazione ha proposto un tipo di star in anticipo sui tempi; una voce duttile capace di passare senza parere dalla canzone napoletana all’amato jazz, dalla chanson francese agli oldies nostrani; un carattere interpretativo di modernità assoluta, senza i vezzi di più blasonate rivali, ma capace di attingere a profondità precluse ad altre.

Tanto per dire: confrontate la sua versione di Bugiardo e incosciente con quella di riferimento di Mina, e magari vi troverete a preferire quella densa limpidezza ai manierismi della Tigre; verificate – dal mitico recital al Sistina con la big band di Gianni Ferrio – la sfrontatezza dell’assalto ai territori di Ella Fitzgerald; gustate la freschezza con cui gli standard della canzone swingante all’italiana acquistino una freschezza inedita nel suo trattamento; e dite se questo gioiello del sodale Lelio Luttazzi come lo canta lei non è da considerare uno dei misconosciuti classici degli anni Sessanta.

Ex Libris 349 (riconoscere i segnali)

14 luglio 2019

Oedipa, a questo stadio delle cose, sapeva riconoscere segnali come questo, come si dice facciano gli epilettici: un odore, un colore, la lancinante pure nota di grazia che annuncia l’attacco. Solamente questo segnale, vera scoria, questo annuncio secolare, e non la rivelazione dell’attacco, l’epilettico ricorda più tardi. Oedipa si chiese se ora, finito quello che stava per cominciare (ammesso che finisse), non sarebbe rimasto anche a lei altro che una compilazione di indizi, annunci, premonizioni, ma mai la realtà centrale, che deve essere ogni volta troppo forte perché la memoria riesca a trattenerla; che deve sempre divampare, irreversibilmente distruggendo il proprio messaggio, per lasciare, quando ritorna il mondo dell’ordinario, unicamente un vuoto bianco sovraesposto. Nello spazio di un sorso di quel vino le venne fatto anche di pensare che non avrebbe mai saputo quante altre volte forse era stata presa da attacchi del genere, o come comprenderlo nel caso le si dovesse ripetere. Forse anche in quest’ultimo secondo – ma era impossibile dirlo. Buttò un’occhiata al corridoio delle stanze di Cohen nella luce della pioggia e per la prima volta si accorse fino a che punto ci fosse da perdercisi.

These are the songs of my life: Braziliana

9 luglio 2019

Meglio del silenzio c’è solo Joao, diceva Caetano. Il respiro è aria, diceva Joao. La vita è l’arte dell’incontro, diceva Vinicius.

Quante armonie scaturite dal silenzio, quanti respiri in forma di musica, quanti incontri sul filo delle note ci ha regalato il Brasile.

Joao e Tom e Astrud.

Vinicius e Baden Powell.

Vinicius e Toquinho.

Caetano e Gilberto.

Chico e Milton.

Elis e Tom.

Edu e Maria.

Gal e Caetano.

Paula e Jacques (e Ryūichi).

Marisa e Arnaldo e Carlinhos.

 

 

Ex Libris 348 (Lucio e gli altri)

30 giugno 2019

Con i suoi amici parlava, anche se malvolentieri, della nuova scena musicale. E sempre aspro, come e più di un tempo. Con Baglioni aveva chiuso, perché una volta, a Los Angeles, gli aveva detto in faccia che lo considerava il continuatore della tradizione italiana alla Claudio Villa. Raccontano che fu un botta e risposta piuttosto teso. Baglioni si offese a morte. Lucio rimase del suo parere. Westley fu licenziato proprio perché aveva osato collaborare con Baglioni.
Forse la battuta più divertente la disse a casa sua a Roma, quando gli andò a far visita Franco Daldello. Era quasi ora di cena, la TV era accesa e mandavano la ripresa di un concerto di Zucchero, che si dimenava e sudava copiosamente. Ogni due o tre canzoni si attaccava avidamente a una bottiglia di acqua minerale che stava su una specie di trespolo, e si asciugava il sudore. Lucio osserva con attenzione, poi si volta verso Franco gli fa: “Ahò, io se volevo suda’ facevo il minatore…”. Questa battuta del minatore divenne un suo riff.
In generale criticava gli artisti che, sinceramente o meno, ostentavano un atteggiamento tormentato. Il sentimentalismo, poi, non gli era mai piaciuto, nelle canzoni e nei cantanti. Diceva: “Io non capisco quelli che per fare successo devono soffrire. Ma che so’ scemi?!”

Molti, anche tra i suoi colleghi più celebri, ambivano a conoscerlo e a collaborare con lui. Nel 1984 ci aveva provato Lucio Dalla, proponendogli un unico concerto assieme, da intitolare “I due Lucio” (cosa che probabilmente fece rabbrividire Battisti), con i loro repertori in comune, 50 archi alle spalle, una ritmica rock, un album da registrare dal vivo. Dalla aveva già fatto il suo famoso tour con De Gregori, si preparava negli anni successivi a replicare l’esperienza con Morandi, e desiderava sinceramente misurarsi con un mostro sacro come Battisti. Erano al ristorante, Lucio ascoltava senza parlare. Poi disse che non si poteva fare, che lui era molto cambiato, che si stava muovendo su tutt’altri percorsi musicali.
Pietruccio diventò la vittima designata da parte di tutti quanti ritenevano di avere il diritto di farsi presentare a Lucio, da Zucchero a Vasco Rossi… Pietruccio diceva le cose come stavano: guarda che, se pure vieni con me, non ti fa neanche entrare. Una volta lo chiamò Rovelli, il manager di Vasco. “Ciao Pietruccio, c’è Vasco che vorrebbe conoscere Lucio. E poi ha una canzone giusta per lui.” “Mah… se vuoi glielo dico.” “Sai, Lucio, ho sentito Rovelli, c’è Vasco che vorrebbe conoscerti.” “Vasco chi?” “Vasco Rossi.” “E chi è?”

The Dead Don’t Die di Jim Jarmusch – considerazioni sparse e cialtrone

28 giugno 2019

Premessa necessaria: allora, lunedì mi sono sottoposta a un intervento, nella fattispecie mi hanno tolto un quarto di conglomerato linfonodale (linfonodi reattivi, nel caso). I restanti tre quarti li avevano tolti un mese fa¹. Ci sarebbe tutta una storia da scrivere sopra questa esperienza, forse ne trarrò un romanzo, forse una serie che polverizzerà gli ascolti di Grey’s Anatomy, o forse mi limiterò a tediare a morte quelli che avranno la bella pensata di chiedermi come sto². Però non ho voglia di scriverla qui.

Parte principale del post: volevo solo dire che la domenica precedente, cioè appena dodici ore prima, siamo stati – Ale, il nostro amico che si firma Spiderman e io – a vedere l’ultimo film di Jim Jarmusch. [su mio preciso impulso, se esce un Jarmusch non riesco mai a sottrarmi, Nota di Ale] Allora, Jarmusch è un regista particolare, di quelli che conoscono in pochi, almeno dalle mie parti borgatare – non parlo certo dei fighetti cinefili amici di Ale. [ecco, mi pare una precisazione essenziale, visto che stiamo parlando di uno dei registi di maggior culto degli ultimi 40 anni, un vero e proprio padrino del cinema indie statunitense, NdA] Non così pochi come Malick, che ti trasforma Pocahontas nel più lungo documentario naturalista del secolo, [sarebbe The New World, capolavoro assolatissimo, NdA] ma appena un po’ meno di Michael Mann. Ecco, diciamo che Jarmusch sta da qualche parte lì in mezzo tra Malick e Mann. [Uhm, NdA] Non so quanto gli farebbe piacere, questa cosa, comunque³. Il motivo per cui Jarmusch non incontra molto i gusti del pubblico [diciamo grosso pubblico, via, NdA] è che fa i film che cazzo gli pare (come Mann e Malick del resto) e soprattutto come cazzo gli pare. [oddio, a Mann gli piacerebbe, ma visti i chiari di luna al box office delle sue ultime uscite, fa sempre più fatica, NdA] Tipo uno dei miei preferiti, il penultimo Paterson: trama, ambientazione, attori, tutto congiura per farti credere che prima o poi il protagonista sequestra l’autobus di linea che guida e fa una strage. [oddio, interpretazione un’anticchia estrema, per quanto sia un film più inquietante di quel che sembri in superficie, NDA] Niente, non succede niente di tutto ciò. Oppure, parliamo dei due chicchissimi, malinconicissimi, bellissimi⁴ vampiri di Only Lovers Left Alive, che per la maggior parte del tempo tutto fanno tranne comportarsi da vampiri? [possiamo discuterne, ma che film fantastico, una vera e propria bandiera di bellezza, NdA] Ecco, Jarmusch fa questo. Tipo, un film su un killer in cui non ci si capisce letteralmente una mazza. [verissimo, ma adoro anche quello, modernismo duro e puro fuori dal tempo, NdA] Allora un giorno si sveglia e decide, boom! faccio un film di zombie. [cioè, a lui gli zombie manco gli piacciono, glie l’ha suggerito proprio Tilda Swinton sul set di OLLA, NdA] Così chiama Bill Murray, che notoriamente è il protagonista perfetto per un film di zombie, e gli affianca Paterson. [non dimenticherei la come sempre deliziosa Chloë Sevigny, NdA] E siccome i suoi (comunque sempre elegantissimi) film non sono mai quello che sembrano, io – che odio gli zombie, non li posso vede’, li schifo più del faccione di Berlu – quando Ale mi fa la proposta penso, perché no? In più c’è pure il messaggio ecologista, Jarmusch non gliele manda a dire a quei coglioni fanatici del fracking. Bravo Jim, sono con te. Invece vaffanculo, no! Cioè, no, è proprio un film di zombie vero. Non vi dico come finisce perché a me non frega niente ma so di gente che ha bisogno dell’unità di rianimazione intensiva se solo vede mezzo spoileretto, però posso tranquillamente dire che questo è proprio un cazzo di film di zombie, e infatti appena arriva Iggy Pop mi sono letteralmente ghiacciata sul sedile (eravamo al Tibur, magari con l’aria condizionata ci sono ancora le stalattiti che ho lasciato a fine proiezione, se volete andare a controllare). Il fatto che il primo zombie sia Iggy Pop mi conferma che Jarmusch ha sempre il suo senso dell’umorismo del cazzo, comunque. [è quello che ci piace di lui, quello humour sempre attonito, sospeso, e quella nonchalance nei giochi metacinematografici, e quell’attitudine pop e profonda senza compromessi, NdA]

Non è tanto che il film è un fottuto film di fottutissimi zombie, del resto rientra nell’assunto (cioè che con Jarmusch non puoi mai essere sicuro di niente), quanto il fatto che poche ore dopo mi hanno sedata, mi hanno aperto il collo per togliermi quei cazzo di linfonodi, e a un certo punto mi hanno pure intubata perché ricordo⁵ che non riuscivo più a respirare, e volevo pure dirglielo, oh, guardate che mi state perdendo, eh. E tutto questo mi ha lasciato degli strascichi, so che me li tirerò dietro ancora a lungo, non avrei fatto questo post altrimenti: ho pensato tutto il tempo agli zombie di Jarmusch.

Mi è pure venuto in mente che gli zombie sono uno dei quattro archetipi dell’horror (non morti, licantropi, la Cosa senza nome e i fantasmi, secondo la divisione del vecchio zio Stephen⁶). I non morti, per la precisione. Ce ne sono di diversi tipi, ma i più famosi sono appunto due: vampiri e zombie. Il vampiro è un aristocratico, uno distinto e pulito, sull’odore non garantiamo ma non va in giro coi pezzi frollati, è generalmente un buon affabulatore, a volte riesce perfino ad ammazzarti di chiacchiera prima di passare all’azione⁷. Ho sempre pensato che un vampiro (anche se ci ho scritto pure un romanzo, a me i vampiri non sono simpatici, sono del partito Più-paletti-di-frassino-ci-sono-meglio-è, ma senza odio) potrebbe essere ben rappresentato, boh, da uno a caso, il solito Berlusca con qualche decennio di meno, per esempio. Lo zombie invece… beh, lo zombie l’ho sempre odiato. Zozzo, puzzolente, idiota, protervamente diretto verso una e una sola cosa, lo zombie non è un intellettuale, un nobile, ma nemmeno un onesto lavoratore, è ignoranza crassa allo stato puro. Direi che rappresenta perfettamente uno che sta al governo ora, quello lì, il CapitAno, che dite?

Conclusione e morale della favola: alla fin fine, io non so cosa possiamo fare per contrastare questa situazione che definire politica è un’offesa alla politica stessa, non so come si salva il mondo dall’autodistruzione e come si battono gli zombie. Il problema è che gli zombie spuntano fuori sempre, a intervalli regolari, e non è che hai sempre a disposizione una eterea scozzese armata di katana che ti aiuti. Si può solo tentare di fare del nostro meglio finché ne abbiamo le forze. E poi?

Io speravo di fare tutt’altro incontro in quel limbo dell’incoscienza farmacologica, tipo due chiacchiere con Camilleri no? Un Maestro (anche se lui odia essere definito così… come tutti i Maestri, del resto), ma anche un gentile signore che ha sempre cose illuminanti da dire, ma evidentemente sarebbe stato troppo consolatorio. No, mi sono toccati gli zombie della profonda provincia USA che votano pure Trump. Grazie Jarmusch. Non so più se ti voglio ancora bene come prima. Scusa, eh?

Voto (al film): in ogni caso 7,5, per il messaggio eco, la parabola sui diversi e Tilda (oh, Tilda…). Quanto agli zombie: Bleah!

Note:

¹ Prima che me lo chiediate: no, non lo so perché mi hanno fatto il lavoro a rate. Perché era in un punto particolare ed era scomodo. Ma, cari chirurghi, se tanto immaginavate già di dovermelo togliere tutto, non vi risparmiavate la fatica, a voi e a me pure? No, non rispondete, era una domanda retorica.

² Uomo avvisato, dice mia madre, mezzo salvato.

³ A tutti e tre, Jarmusch, Mann e Malick, che peraltro manco so se si conoscono. Comunque fanno film del tutto diversi l’uno dall’altro.

Tilda Swinton è bellissima, coso vabbe’, è un tipo. Piace. Mai capirò perché, cioè: in questo film è pure caruccio, ma lui è quello che fa Loki, e per me Loki sta bene solo in un modo: nella manaccia verde e rabbiosa di Hulk.

⁵ Solitamente l’anestesia è un buco nero, i ricordi finiscono nel mezzo di quello che stai dicendo (ti fanno sempre chiacchierare, mentre stai lì stesa sul lettino e ti preparano) e ricominciano poco dopo nel mezzo di un delirio psicosomatico in cui blateri robe incomprensibili, o frigni, insomma, ti lagni in vario grado. Ma – è scritto sulla lista di effetti collaterali – puoi anche ricordare qualcosa. E di solito si tratta sempre di roba che era meglio non ricordare, appunto.

⁶ Una prima spolverata sull’horror, come fenomeno letterario, cinematografico, e sociale, la si può avere leggendo Danse Macabre – ora c’è pure la nuova traduzione di Giovanni Arduino rimpolpata di parti inedite, oh! [l’ho letto pure io, che non sono esattamente un kinghiano: vale la pena, anche se sul cinema, come la maggior parte degli scrittori, ogni tanto ne spara di cazzate, NdA]

⁷ Intendo dire il Nosferatu di Herzog. Da farci la schiuma. Te prego dissanguame, ma basta co’ sta filosofia. [altro capolavoro assolatissimo, NdA]