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GB in “Guarda me cosa dicio” 4

30 giugno 2020
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Nel bel mezzo della quarantena: “Come diceva il mio vecchio quando non ero ancora nei sogni di mamma mia: Non ti preoccupare del coronavirus, noi siamo più forti.” (mh, ok)

Quando la mamma non vuole aderire ai suoi desiderata: “Papààà!!! Vieni a dire qualcosa a questa Mamuska?”

“Ho fatto la cacca. Papusko mi pulisci, che sento una puzza geniale?”

Audacie cromatiche: “Questa rosa la facciamo color bulldozer?”

Uscendo da uno scatolone di cartone: “Io sono uno sconosciuto, di chi è questo mondo?”

Sotto la doccia: “Ciao amici mobili, ciao amici cose. Lo sai qual’è il mio miglior amico? La saponetta grande.”

Strani giochi: “Quando dico ‘Rompiballe’ dobbiamo iniziare a correre, ok? Rompiballe!”

Strani sogni: “Stanotte ho sognato di essere una casa come quella di nonna Olimpia.”

“Sono un corvo velocissimo. Quando mi pare volo velocissimo.”

“A me piacciono le piante pelate perché le tocco e mi fanno un gran solletico.”

“Lo dico a mamma quando si sveglia. O domani. O alla fine del mondo.”

Implacabilmente in piedi a mezzanotte. “GB, non ti stanchi mai?” “No, io sono sempre sveglio, sono uno zozzone.” (his words, not ours)

Capricci reprise: “Ai vecchi tempi quando facevo moltissimi capricci al giorno…” (invece adesso…)

“Mhhh… Sento un profumo di aria. Il profumo non è abbastanza caldo per i vestiti.” (?!?)

“Se non la smetti ti facciamo il culo a strisce.” “Di che colore?” Non c’è verso.

 

Ex Libris 367 (gli autori horror in fondo sono pucci)

26 giugno 2020

In sintesi, speriamo nell’esistenza di un quarto livello (un triplo licantropo?) che chiuda il cerchio, riportandoci alla figura di autore horror non quale semplice scrittore ma misero mortale, uno dei tanti passeggeri sulla stessa barca o un ennesimo pellegrino diretto chissà dove. E ci auguriamo che se scorgerà cadere un compagno di cammino ne scriverà, non prima però di averlo soccorso, avergli pulito gli abiti, essersi accertato che stia bene e sia in grado di proseguire la marcia. E tale comportamento, ammesso che si verifichi, non dovrà essere la conseguenza di una scelta morale dettata dall’intelletto, ma dall’amore, una forza concreta che regola i rapporti tra gli uomini.

These are the songs of my life: Richard Thompson Edition

18 giugno 2020

No, non la persona più allegra del mondo.

Richard Thompson è uno che a 19 anni scriveva “There’d come the day we’d all be making songs/Or finding better words“.

A 20 “helpless and slow/And you don’t have anywhere to go“.

Sempre a 20 “Farewell, farewell to you who would hear/You lonely travelers all“.

A 22 “Was there ever a winter so cold and so sad“.

A 24 “My dreams have withered and died“.

A 25 “I’m sick and weary of being alone“.

A 26 “This old house is falling down around my ears/I’m drowning in a river of my tears“.

A 32 “Keep the blind down on the window/Ah, keep the pain on the inside“.

Potremmo continuare a lungo. Ancora alla soglia dei 70, canta “I’m longing for a storm to blow through town/And blow these sad old buildings down“.

Non la persona più allegra del mondo, ma un genio.

GB in “Guarda me cosa dicio” 3

5 giugno 2020
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“Io ho tre amici. Si chiamano Nessuno, Nessuno e Nessuno.” (Nessuno, se è per questo, è anche il nome della canzone free form che si mette a cantare ogni tanto)

“Voglio casa ai Colli Albani!” (pure noi, GB, pure noi)

Il Papusko torna in città dopo qualche giorno solo soletto al paesello. GB: “Io ti sono mancato più di mamma.”

“Guarda, ho l’orologio fucsia!” (in realtà un fermaglio per capelli) “Sono le 21.57 x 2.”

Dopo aver visto Banana Joe (è il momento della sua rassegna continuata Bud Spencer-Terence Hill: “Kirby, capopattuglia” è uno dei mantra del periodo), l’illuminazione: “Io sono Albicocca Secca Giordi.”

“Basta GB, punto e basta.” “No, punto che si muove.”

“Giò, a musica avrai da ottobre un altro anno di propedeutico, poi se ti interessa dovrai scegliere uno strumento.” “Allora, voglio suonare cinque strumenti: la batteria, il flauto, l’ukulele, il violoncello, la chitarra elettrica. Anzi sei, pure il pianoforte.”

“Voglio la pista del treno a forma di 57…. Non si può? Allora a forma di rinoceronte.”

“Mamma zomba, facciamo la famiglia zombie?”

“GB, è ora, dobbiamo alzarci.” “No, è vietato fare qualsiasi cosa.”

“Devo fare pipì. Stoppa il film.” Più tardi mentre leggiamo. “Devo fare pipì, stoppa la voce.”

“Fai gli auguri a Papusko, che è la sua festa.” “Bacio, glielo sparo: Pum. Un altro: PumPum.”

“Vuoi i pistacchi Giò?” “I pistacchi puoi prenderli tutti i mesi tranne ottobre.” (detto a marzo)

GB e Pynchon: “Che numero di pagina è questo?” “844.” “È stancante questo numero.”

GB Covid 1: “Giò, lo facciamo pure noi il lenzuolo con su scritto Andrà tutto bene?” “Sì, ma ci scriviamo MUCCHE IN DIFFICOLTÀ”.

“Non c’è tempo per fare tanti grandi discorsi. Sono in partenza per un giro del mondo.” (GB cita il suo libro preferito del momento)

GB younger than yesterday: “Tanti anni fa, quando non ero piccolo.”

Capricci 1: “Basta coi capricci.” “Ma io sono nato coi capricci.”

“Io sono un genio perché trovo sempre quello che mi serve.”

“Giò, ci vediamo un film con Totò?” “No, nei film di Totò non si menano, mi piacciono i film dove si menano.” Ecco fatto, un fan fatto e finito del Cinema di menare (se da grande non scrive il libro definitivo su Bud e Terence il Papusko lo disereda: pensate che si è fatto un pianto disperato alla fine di Mister Miliardo perché non c’era una megarissa conclusiva)

Parole che resistono alla normalizzazione linguistica: mecidine (medicine), kepach (ketchup), pulizia (polizia).

“Devo andare a cucinare.” E inizia a cantare: “I miei cannellini sono famosiii…”

Niente, continua a chiamare il suo modellino di Ferrari d’epoca “la Seicento”. Povero Enzo.

Doccia 1: “Voglio che mamma non si fa la doccia per tutta la sua vita.” “Ma poi puzza.” “Voglio che puzza.”

Doccia 2: “Mamuska, non farti la doccia, è più bello fare compagnia alle persone, soprattutto ai bambini, come io sono in bambino.”

“Perché le ortiche pizzicano?” “Per difendersi.” “E perché non usano, tipo, una spada?”

Classici gibileschi 1: “Dai Giò, facciamo questa cosa.” “Mh, no. La facciamo giovedì.” In qualunque giorno siamo, si rimanda sempre a giovedì.

Classici gibileschi 2: in risposta a rimprovero, l’attacco fisso: “E’ solo che…”, a seguire scusa improbabilissima.

Applicabile a diversi soggetti: “Mamuska, Papusko, non mi piace molto, mi piace un pochino.”

Capricci 2: “Perché avete fatto un figlio se non vi piacciono i capricci?” (caro mio, la domanda delle domande)

Ex Libris 365 (quel gran troll di Dio)

31 maggio 2020

Il pensiero di Dio riprese a tormentarmi. Pensavo fosse ingiusto da parte sua mettermi i bastoni tra le ruote ogni volta che stavo cercando un posto, tanto più che non chiedevo nulla tranne il pane quotidiano. Ogni volta, dopo un periodo di fame piuttosto lungo, era come se il cervello mi scivolasse fuori dalla testa fino a lasciarla vuota: la sentivo diventare sempre più leggera tanto da non avere più peso sulle mie spalle, e i miei pensieri vagavano lontano. Mi pareva che i miei occhi si fissassero spalancati su tutti quelli che incontravo.
Seduto su quella panchina riflettevo a tutte queste cose e la mia amarezza contro Dio per le sue angherie andava via via crescendo. Se credeva di accostarsi a me e di rendermi migliore torturandomi continuamente e seminando sulla mia strada una sciagura dopo l’altra, s’ingannava un pochino: glielo potevo dire io. E alzai gli occhi al cielo quasi piangendo dallo sdegno e glielo dissi silenziosamente una volta per sempre.
Mi risuonavano in mente echi di ciò che avevo imparato a scuola da ragazzo, mi sentivo nelle orecchie il linguaggio solenne della Bibbia e parlavo sommessamente tra me e me reclinando ironicamente la testa su una spalla. Perché mi preoccupavo di ciò che dovevo mangiare, di ciò che dovevo bere, del modo di vestire questo miserabile sacco di vermi che chiamano corpo mortale? Non ci aveva forse già pensato il mio Padre celeste come per i passeri del cielo, e non mi aveva forse fatto la grazia di indicare con la Sua mano me, Suo umile servo? Dio aveva messo un dito nella rete dei miei nervi portando delicatamente un po’ di disordine fra tutti quei fili. Poi aveva ritirato il dito, e guarda un po’, vi erano rimaste attaccate alcune piccole fibre, pezzettini di nervi, di radici. E quel dito aveva lasciato anche il buco aperto, ed era il dito di Dio e a quel dito erano dovute anche le ferite del mio cervello. Ma dopo avermi toccato col dito Dio mi lasciò, non mi toccò più e non mi fece più alcun male; mi lasciò andare in pace col buco aperto. E nulla di male mi verrà da Lui, da Lui che è il Signore per tutta l’eternità…

Diario di bordo di Gravity’s Rainbow – parte 4 e ultima

22 maggio 2020

Rococò aleroni semisfere Thunderbolt Suono cornamusa budella quinta colonna Altro LatoIdiopatie Archetipiche Autobahn ptomaine botuliniche Manica Pace schifo statistica sorveglianza alti papaveri scaricabarile pappa d’avena luce inspiegabile dissanguata papaia Atlantide cappucci anticlimax filippica Sten Austerità resistenza Zippo Electro Krakatoa frequenza modulata Martello Karmico Borgo Felice cloruro di polivinile robot Tungsram filamento Esantema da Pannolino Philips Veterana Permanente luminescenza Weimar Dracula alba camisia Piano di Riserva Krupp disperazione Eddie Pensiero sentinella Goya Puttana Bionda Kalahari Vuoto plexiglas valzer Kelippot masochismo trapano continuità nichelino omosessuali liberazione dormitori Rifiuti del mondo degenerato guerriglieri Brughiera silohuette frusta Amburgo borotalco Guscio Vuoto fabbrica-stato Ora Radiosa Robert Houdin Difetto Fatale Titanic figlio fantasma Chiquita Slow Crawl cicche Walt Disney bassa frequenza paleocristiana Ass Backwards Misteri Americani Area Orientale James Cagney Tenement Simphony Cadenza del drogato Der Platz Schhit Jack kennedy tirannosauro KRUPPALOOMA!!! kamikaze komici vulcano Pasadena vestigio nebbia gabinetto ZONGGG Fusi Orari FBI eclissi parziali Hotchkiss Aristocrazia Decadente Imipolex G matrice Frank Sinatra punti precisi acido solforico spettrale Stalin ring angeli Nord Morituri Winston Churchill emissari J, Edgar Hoover matematico fantaccino Porky Pig Haydn schizoide Voci Iwo Jima Forza Contraria sandwich alla scabbia Lady Mnemosyne Gloobe kazoo incantesimo Berija segno della croce predoni di Dio Pan spruzzo Peccato Originale Regno della Morte inebetito 00001 Stand VII Esponenziale Genelli originari alcol etilico raggi X lemming Creazione marcia indietro preteriti Oberst Nguarorerue Ciomp ciomp Buddha Metatron mba-kayere Der Veld Mutti kreplach Croce Celtica Metropolitana sudiciume anello sirena Grande Depressione Bayer The Fool sballo deterioramento portalampada La nuova droga poltergeist bassopiani cabalisti Amanita muscaria magenta Nymphenburg zaffiro Superman Sottoministero Fritz Lang efemeridi Orfeo Hollywood Coscienza della Specie cocci radura fiamma profezia ultrabianco

E adesso tutti insieme…

Ex Libris 364 (mattino trascendentalista)

14 maggio 2020

Dalla cima della collina di fronte vedo lo spettacolo del mattino che si staglia oltre la mia casa, dalle prime luci dell’alba al sorgere del sole, provando emozioni che un angelo potrebbe condividere. Le strie lunghe e sottili di una nuvola fluttuano come pesci in un mare di luce vermiglia. Da terra, come da una riva, appunto lo sguardo su questo mare silente, mi pare di partecipare alle sue rapidi trasformazioni: la viva malia raggiunge la mia polvere e io mi dilato e spiro con il vento del mattino. Con così pochi e semplici elementi la Natura ci rende simili a dèi! Mi si dia la salute e un giorno renderò ridicolo il fasto degli imperatori. L’alba è la mia Assiria, il tramonto e il sorgere della luna sono la mia Pafo e inimmaginabili regni fatati; il pieno meriggio sarà la mia Inghilterra dei sensi e dell’intelletto; la notte sarà la mia Germania di filosofia mistica e sogni.

GB in “Guarda me cosa dicio” Amarcord dei 3 anni (seconda parte)

6 maggio 2020
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“La pipì è yellow e white, la cacca solo brown!”

Al Papusko: “Tu sei Rocco.” Alla Mamuska: “Tu sei Buffo.” E lui? “Io sono Bacca.”

“Sono un cane grande affamato, yellow.” Ok.” “No, sono un pelucco grande, yellow.” Mhhh.

“Il mio ciuccio è più bello, è più bello del tuo!” (tra l’altro il suo ciucco è ridotto in stato pietoso).

“Facciamo cinque corse belle?” (le belle sarebbero quelle in cui Papusko cerca di acchiapparlo non riuscendoci)

Arti diplomatiche di un treenne: “Sei bella/o anche quando sei brutta/o.”

“Ho la mano moscia.”

GB nomina i peluche: “Lui è Don Gianmarco. Lui è Big Ass.”

“Sei un mascalzone.” “No, sono Giordano Bruno Mascalzone.”

Al Papusko: “Faccio tante cose con te perché sei bello.”

A Papusko e Mamuska, con aria esasperata: “Vi devo dire sempre le stesse cose.”

“Non ti capisco. Parla a bocca alta!”

 

Ex Libris 363 (nuovi esseri)

3 maggio 2020

Siamo testimoni della comparsa sulla Terra di nuovi esseri, che hanno già conquistato tutti i continenti e la maggior parte delle nicchie ecologiche. Sono gregari e anemofili, si spostano senza difficoltà su grandi distanze.
Ora li vedo dal finestrino dell’autobus, questi anemoni in volo, intere mandrie, nomadi del deserto. I singoli esemplari si tengono stretti alle piccole piante del deserto e svolazzano rumorosamente – forse è il loro modo di comunicare.
Gli specialisti dicono che i sacchetti di plastica sono un nuovo capitolo dell’esistenza, che rovesciano le antiche abitudini della natura perché sono fatti solo di superficie; all’interno sono vuoti e questa storica rinuncia a qualsiasi contenuto dà loro inaspettatamente grandi vantaggi evolutivi. Sono mobili e leggeri; le orecchie prensili permettono loro di essere agganciati a oggetti o alle loro appendici di altre creature e in questo modo di ampliare l’habitat. Hanno cominciato dalle periferie urbane e dalle discariche, e ci è voluta qualche stagione ventosa prima che arrivassero in provincia e nei deserti lontani. Fino a oggi si sono impossessati di una grande area del globo terrestre – dai grandi incroci autostradali alle spiagge ventose, dalle piazze deserte davanti ai supermercati fino ai pensi scheletrici dell’Himalaya. A prima vista sembrano delicati e deboli, ma è un’illusione – sono longevi, quasi indistruttibili; i loro corpi eterei impiegano circa trecento anni a decomporsi.
Non abbiamo mai avuto a che fare con esseri così aggressivi. Alcuni con esultanza metafisica pensano che sia nella natura del sacchetto occupare il mondo e conquistare i continenti; che sia una forma pure in cerca del proprio contenuto che però gli viene subito a noia e allora si rilancia subito nel vento. Sostengono che sia un occhio vagabondo, associato a un qualche irreale “là”, un misterioso osservatore che prende parte al panottico. Altri, quelli con i piedi più saldi a terra, pensano che l’evoluzione oggi promuova le forme sfuggenti, che si stabiliscono sulla terra temporaneamente, ma che allo stesso tempo si guadagnano l’onnipresenza.

GB in “Guarda me cosa dicio” Amarcord dei 3 anni (prima parte)

23 aprile 2020
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Questo periodo è o “Voglio Miki!”(sarebbe Kiki) o “Voglio Totoro!”, non si scappa.

Parole nuove che ci piace pronunciare: “Accidenti!”

Siccome il papusko non capiva una cosa che stava dicendo, GB a un certo punto ha fatto, “dammi l’orecchio così ti dico meglio”, s’è accostato l’orecchio alla bocca e ha urlato dentro al timpano con tutta la forza possibile “OCCHIALI BROWN!” (ah, ecco, erano gli occhiali da sole marroni, li voleva in casa di sera).

GB ama conciliare gli opposti: “Come lo vuoi il latte veg?” “Caldo, anche un po’ freddo.” “Com’è questo film?” “Un po’ bello e un po’ brutto.” “E Tuco com’è” “Piccolo. (accosta pollice e indice) Anche grande. (allarga le braccia)”

Frammenti di comunicazione gibilesca: conteggi: uni dui tre quattro cinqui sette nove; colori: prima c’era il light blue, adesso è diventato light blue blue, che a volte diventa anche light blue blue blue.

Da un po’ di tempo GB ogni tanto ti guarda, e con voce maliarda sussurra “ti devo dire una cosa”, tu rispondi “ma certo amore, dimmi”, e lui continua a guardarti e non dice niente. Forse quello che voleva dire è “volevo dirti una cosa”, en abyme…

GB ora vuol vedere i cartoni animati delle sue felpe: prima ha visto Popeye, quindi Pluto, e anche Taz. Poi ha detto: “Voglio vedere il cartone animato di questo”, indicando la N campeggiante su un’altra felpa.

C’è poi, c’è dopo, e c’è poio (GB copyright).

Da un po’ di tempo ha iniziato ha canticchiare: “Robot… Robot… Robot…” (anzi: Roboch…) Non abbiamo idea dell’impulso originario, anche se poi gli abbiamo fatto ascoltare qualche classico robotico, dai Kraftwerk agli Styx a Camerini.

Il tormentone del periodo: “Papà/Mamma, che cos’è questo strano rumore?”

Quando ti chiamano a scuola d’urgenza, e lui quando arrivi conferma tutto giulivo l’incidente: “Fatto cacca”…

“Dove andiamo?” “A scuola.” “Scuola di musica?” “No, scuola normale.” “Mhhh. Piace scuola di musica. Altra scuola no.”

“Forza Lazio e Marcel Hirscher!” (plagi della mamuska)

Ex Libris 362 (Who’s the Toughest?)

16 aprile 2020

Wanted era stato il primo disco di Tosh a entrare nei Top 100 di Billboard […] Wanted aveva anche segnato la fine dell’amicizia tra Tosh e Keith Richards dei Rolling Stones, che lo aveva fatto incidere per l’etichetta del suo complesso e gli aveva prestato la sua residenza giamaicana. Scontento per il limitato successo commerciale fuori dell’isola, Tosh aveva cominciato a incolparne gli Stones, accusandoli sulla stampa (come già aveva fatto con Marley) di avere deliberatamente ostacolato la sua carriera. Richards non aveva dato troppo peso alle sue recriminazioni e aveva invece perso le staffe qualche tempo dopo, quando Tosh, benché avvertito con il dovuto anticipo del suo arrivo, si era rifiutato di lasciare la villa di Ocho Rios, sostenendo che fosse ormai sua. C’era stato un breve scambio telefonico:

Richards: Sto venendo giù alla casa. Mi serve.
Tosh: Se ti fai vedere da queste parti, ti sparo.
Richards: Sarà meglio che ti accerti di saperla usare, quella pistola, e di avere inserito quello stronzo di un caricatore per il verso giusto, perché tra mezz’ora sarò lì!

Tosh se ne era andato. E aveva scoperto che la sua presenza non era più gradita alla Rolling Stones Records.

GB in “Guarda me cosa dicio” Amarcord dei 2/3 anni

9 aprile 2020
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Adesso Giogiò decide se dare “bacio gentile” o “bacio violento”.

La sera, tutto un “Ti voglio bene papà”, “Ti voglio bene mamma”, “Ti voglio bene Nando”. “E a Willow”, adagiata languida lì vicino, “non vuoi bene?”. “Willow no.”

Le litanie preferite da GB in questo periodo, ripetute ad libitum: “Parco giochi!” (non ha bisogno di spiegazioni) e “Succo! Limone! Acqua!” (qui è quando ordina il suo cocktail preferito).

Agosto: “Con caldo, male occhi”.

GB e la musica: oltre a scegliere la musica, vuole anche metterla lui, così prende il cd dallo scaffale, apre la custodia, estrae il disco (col papusko che si raccomanda ogni volta di non toccare con le dita il lato trasparente), lo infila nel Tivoli, e infine dice, per esempio: “Scelto Ivaldi” (Vivaldi, ndr); quando canticchia, invece, ultimamente fa sempre una specie di coretto che ricorda un sacco un certo pezzo di Iosonouncane.

Predilezioni: le lettere ormai le conosciamo bene già da un po’; per i numeri invece facciamo ancora un pochetto di confusione: le conte di solito sono “uni dui quattro cinqui sei novi otto dieci!”

Mamuske improbabili che si esaltano quando GB in macchina vuole manno “sotto tulo mio” o gli insegnano a dire “Je so’ pazzo”.

Il superclassico di GB quando vuole tagliare corto qualcosa, siano baci, giochi o qualsiasi altra situazione ormai venuta a noia: tra languido e perentorio, “Adesso basta”.

L’altro giorno diceva: “Voglio clistere! Voglio clistere!”

Inserimento alla scuola dell’infanzia. Commento di GB uscendo: “Fatto ammu!” (intesa come merenda). Insomma, t’è piaciuta la scuola? “Sì.” Cosa t’è piaciuto di più? “Mhhh. Vuole black iu-iu.” (intesa come macchina dei carabinieri che pretendeva da settimane).

Andando via da festa, lo salutano. “Ciao, piccolo.” Lui risponde, giustamente: “Ciao grande.”

Papusko: “Andiamo a lavarci i denti.” GB: “Oggi no.” Papusko: “Come no?” GB: “Oggi sì.” Papusko: “Sì o no?” GB: “Oggi no. Oggi sì.” Papusko: “Ah.”

Quando passiamo per l’EUR invariabilmente GB fa due “Jammu”: uno (“ammu brown”) rivolto a Novecento, il cono di Arnaldo Pomodoro davanti al Palaeur; il secondo (“ammu white”) rivolto invece alla Stele di Marconi, l’obelisco nel mezzo della piazza dedicata al buon Guglielmo. Il primo, ok, è un cono, il secondo non sappiamo a cosa lo associ.

Papusko: “Dai, andiamo a lavarci le mani e mangiamo, è ora di cena.” GB: “No, io vuole fare pranzo.”

GB prende il telefono, guarda l’ora, e qualunque essa effettivamente sia, lui dice con innata convinzione: “Due e mezza!”; o, in alternativa: “Cinque e mezza!”

Ex Libris 361 (i soliti stronzi)

5 aprile 2020

Molti, in cuor loro, magari pensano: abbiamo distrutto intere civiltà umane, perché preoccuparsi della scomparsa di un numero, seppur elevato, di specie animali e vegetali? Sopravviveremo tranquillamente.
Credo che sia questo il pericolo maggiore: pensare che quanto stiamo facendo non riguardi direttamente la conservazione della nostra civiltà, non si parli nemmeno della sopravvivenza della nostra specie. Come potrebbe l’estinzione di piante, insetti, alghe, uccelli, mammiferi vari, influire sulla nostra sopravvivenza? Ok, è triste che i rinoceronti, i gorilla, le balene, gli elefanti, le banane, le foche monache, le lucciole, le violette si estinguano ma, alla fine, chi li ha mai visti? Viviamo in città. Per noi urbani, la natura è roba da documentari, niente a che vedere con noi. A noi interessa lo spread, il pil, l’euribor, il Nasdaq, sono queste le cose che possono far crollare la civiltà come la conosciamo. Sbagliato! Lo ripeto, è l’idea – talmente diffusa da essere diventata un luogo comune – che noi umani siamo fuori dalla natura che è veramente pericolosa. L’estinzione di un numero così elevato di specie, in un tempo così breve, è qualcosa le cui conseguenze non possiamo valutare. Scrive Rodolfo Dirzo, professore a Stanford ed esperto di interazione tra le specie: “I nostri dati indicano che la Terra sta vivendo un episodio enorme di declino ed estinzione, che avrà conseguenze negative a cascata sul funzionamento degli ecosistemi e sui servizi vitali necessari a sostenere la civilizzazione. Questo “annientamento biologico” sottolinea la serietà per l’umanità del sesto evento di estinzione di massa della Terra”. Ora, è vero che le cassandre non sono mai state simpatiche a nessuno, tuttavia si tende a dimenticare che Cassandra – l’originale -, la profetessa inascoltata, aveva ragione! Essere consapevoli del disastro che i nostri consumi stanno creando dovrebbe renderci tutti più attenti ai nostri comportamenti individuali, ma anche arrabbiati verso un modello di sviluppo che, per premiare pochissimi, distrugge la nostra casa comune.

GB in “Guarda me cosa dicio” Amarcord dei 2 anni

26 marzo 2020

“Chi sono io?”
“Amma!”
“E lui?”
“PaPA’!”
“Poi chi c’è?”
“Onna!” ”
E?”
“OnnO!”
“Quindi?”
“Ia (Zia, ndr)”
“E anche…”
“Io (Zio, ndr)”
“Il cane?”
“Baaa…”
“La pizza?”
“Aamm!”

Assonanze: “Mamma!”; “Aamm!” (fame); “Vraam!” (tutto ciò che è dotato di ruote).

Aammshi/maamshi (il nuovo mantra).

Che c’è di meglio del “buuu!” (blue)? L'”abuuu!” (light blue).

“Prendiamo un cane?”
“No. Miao!”

“GioGiò”/”Ciucciò” (il distico preferito da GB)

GB al telefono: fa “Sciao”, saluta con la manina, manda i baci e… clic.

Da quando ha scoperto su e giù, è tutto un “SU! GIU’!”, con tono perentorio. E siccome ha scoperto pure come si dice quando Papusko o Mamuska si arrabbiano, vai con “Papabyaya” e “Mamabyaya”.

GB va alla casetta di fuori dove quella disgraziata di Fughetta ha sfornato quattro micini, indica e fa “GiòGiò”. Tutti i piccoli sono GiòGiò.

Gli enigmi di GB: tra una canticchiata e l’altra ogni tanto inizia a dire, ben scandito: “Enne! Otto! Enne! Otto!” Che avrà voluto dì?!?

A volte quando provi a dirgli qualcosa di serio – spiegazioni estetiche, insegnamenti scientifici, insegnamenti fondamentali – non ti lascia neanche finire, allunga la mano come a rassicurarti e inizia a dire “Sì(m). Sì(m). Sì(m).”, tipo “Sì, certo, non ti preoccupare, ci credo, senza che fai tutta ‘sta fatica”. Ti senti un po’ preso per i fondelli ma è cicciolissimo.

Questo periodo è tutto un “Pizza!” (più precisamente “Ammu GiòGiò pizza!”), oppure “Pasta!”, oppure “Blu!” (sarebbero i popcorn, dalla confezione), oppure “Red!” (sarebbero le fragole).

Ha imparato a dire “E mo’?”

Tormentoni: “Su papà su” (vuol essere preso in braccio); “Alzi!” (vuole che ti alzi dalla tua comoda seduta); “Zio-Zia-Eo” (reclama lo ziame e il cugino Edoardo); “Etto no, Mamm Sci” (non vuole andare a letto, vuole vedere i video con le macchine).

Prima era GioGiò, adesso, si presenta con tutti i crismi. “Come ti chiami?” “GioGiò Bruno”.

“Preferisci mamma o mam mam?”
“Mam mam.”
“Allora…”

Quando proponi i conteggi a GB perché faccia una cosa (“Ora conto da 1 a 10, poi devi venire a cambiarti”), e lui te li rigira (“Unio, duie, tre…”).

I genitori dovrebbero capire sempre quello che dicono i pargoli, ma a volte quando Gb inizia a parlare a manetta, sembra proprio una poesia di Hugo Ball.