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Ex Libris 184 (distopie?)

26 aprile 2015

Who

Un mio breve racconto, The Limousine, costituì la base per una lezione che mi fu chiesto di tenere agli studenti del Royal College of Art.
The Limousine è una storia noir in cui il malvagio proprietario della limpousine riempie l’abitacolo del passeggero di musica rilassante e gas velenoso. Quindi deruba, stupra, uccide i suoi passeggeri e ne abbandona i cadaveri. Lessi questa storia a circa duecento persone che dapprima mi ascoltarono rapite. Una volta creato il giusto stato d’animo, presi a parlare del mio argomento: una volta convertita in dati digitali e compressa in misura sufficiente per essere trasmessa attraverso i cavi del telefono, la musica come la conoscevamo sarebbe morta. Credevamo di avere il pieno controllo di tutto, invece eravamo come quegli inermi passeggeri della limousine. Compositori e musicisti avrebbero creduto di tessere un filo diretto con i propri fruitori, ma avrebbero anche aperto le porte a ogni tipo di inquinamento mentale e spirituale. Era la visione di Lifehouse che diventava realtà.
I dischi in vinile, già in pericolo, sarebbero scomparsi insieme al nastro magnetico analogico. Il CD sarebbe diventato inutile. Avremmo usato i computer, alcuni piccoli come orologi da polso, per ascoltare e condividere la musica, sopraffatti dal volume dei suoni stessi cui saremmo stati esposti. Incapaci di distinguere il bene dal male, saremmo stati storditi con il gas, derubati, violentati e uccisi, sempre nei limiti della metafora musicale. La nostra comoda e lussuosa limousine diventava così un carro funebre.
Forse ero stato troppo drammatico. Forse stavo dicendo solo cazzate. L’unica cosa chiara fu che la maggior parte del pubblico era andata via ancor prima che avessi finito.

Keep Calm and Do Like Gianni

23 aprile 2015

Davvero, la prossima volta che ci verrà da metter mano alla pistola, scorrendo i commenti razzisti, sessisti, specisti che ahimé infestano il web, cercheremo di ripensare a Gianni, che dal suo amatissimo profilo Facebook ha ricordato agli italiani brava gente (gli piacerebbe) che migranti lo sono stati, e gli stessi insulti che vomitano a chi traversa il Mediterraneo se li presero quando traversarono l’Atlantico (con l’aggravante che sono passati 100 anni, e che la loro crassa ignoranza non conosce ripensamenti neanche con quasi 1000 corpi ancora in acqua).

Non gliela faremo, lo sappiamo già, perché uno può partire con le migliori intenzioni del mondo, ma è difficile non lasciarsi contagiare dal clima, dallo Zeitgeist.

Caro Piripicchio, perché non ti rileggi, magari ti accorgi di aver scritto una stronz…

Ecco, appunto.

Invece Gianni, con la sua serafica calma, col suo aplomb un po’ democristiano, eppure capace di non arretrare un passo di fronte all’idiozia più conclamata, ci ha dato una lezione: la dimostrazione di come si possa stare in rete con semplicità eppure cognizione di causa, con afflato nazionalpopolare ma condito da ironia, in the middle of the road ma senza aver paura di dire, pane al pane, anche cose scomode (oddio, cose financo banali, ma che per l’opinione telematica di pancia suonano come proclami sovversivi).

Davvero, quale miglior Presidente della Repubblica di lui?

Quindi:

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These are the songs of my life: Genesis Galaxy Edition

22 aprile 2015

I miei Genesis sono:

Once upon a time there was confusion

The Knife sbraitato a capocchia ai concerti dei Revelation

Touch me now, now, now, now, now

La meravigliosa progressione di Can-Utility and the Coastliners.

La parafrasi della terza sezione di The Waste Land in The Cinema Show.

Come ti si scioglie in bocca il testo di The Lamia.

Gli arpeggi delle 12-corde in Entangled e della classica in Blood on the Rooftops.

Cantare a squarciagola il ritornello di Undertow.

I am the one who guided you this far

We know, we know, we know… (ok, scherzavo)

Home by the sea/Second Home by the Sea al Circo Massimo.

(Ma anche il riff di Ace of Wands, My heart going boom boom boom…, In the Air Tonight nel pilot di Miami Vice – another pure Mann Moment…)

Ex Libris 183 (non c’è più religione!)

19 aprile 2015

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Monaco allampanato    Costoro abbassano la patria del genere umano al livello di una stella errante. Uomini, bestie, vegetali, minerali, tutto cacciano su uno stesso carro e lo spediscono in giro per il deserto dei cieli. A dar retta a loro, non esiste più né cielo né terra. Non la terra, perché è un astro nel cielo, e nemmeno il cielo, perché è fatto di tante terre! Tra l’alto e il basso, tra l’effimero e l’eterno, non c’è più differenza. Che noi siamo destinati a scomparire, lo si sa; ma che debbano scomparire anche i cieli, dovevano venire loro a dircelo! Il sole, la luna, le stelle e gli uomini vivono sulla terra: così fu detto e così è scritto; ma adesso, a sentire costui, anche la terra sarebbe una stella. Soltanto stelle: non c’è altro! Arriveremo al punto che un giorno li sentiremo dire: non ci son nemmeno uomini e bestie, anche l’uomo è una bestia, esistono solo le bestie!

Le traduzioni estemporanee 10 (reprise)

16 aprile 2015

Personaggi: Artie, Vale
Ambiente: cucina

(cinque minuti più tardi)

Artie: Ehi? Adesso è sera? Possiamo uscire, allora? Daaaai! Ho fatto le ninnone! Dormito tantissimo, io. Usciamo?
Vale: -.-‘

Le traduzione estemporanee 10

15 aprile 2015

Personaggi: Artie, Vale, Mascherina, Aristillo
Ambiente: Artie in cucina, Vale al computer che tenta di scrivere, Mascherina e Aristillo che sonnecchiano

Artie: fammi uscire!
Vale: no!
Artie: aaaah, aprimi!
Vale: fa troppo caldo, uscirete stasera, col fresco.
Artie: non mi importa, voglio uscire ora.
Vale: ho detto di no. Piantala di fare casino.
(Artie va in sala e si siede davanti a Vale)
Artie: ok, vieni ad aprirmi la porta?
Vale: ma cosa… Ho detto no!
Artie (sdraiandosi): va bene, va bene, ma stai calma, eh.
Mascherina (svegliandosi): a me non va bene! Io voglio uscire! Fatemi uscire suuuuubito! (mentre va in cucina intercetta Aristillo che dorme sul poggiapiedi) Oh, ma c’è il mio Tillone! Tillotillo mio adorato ^_^ Oh, coccolo… (si mette a fare le paste su Aristillo, che non gradisce, ma sopporta).

Ex Libris 182 (rock telepaths)

12 aprile 2015

Living

Ho sempre pensato che la ragione per cui i gruppi britannici durano più di quelli americani è che in America è facile ritrovarsi circondati da gente che pende dalle tue labbra. In Inghilterra puoi andare in un pub e la gente si fa i fatti suoi senza neanche notarti.
Questo era uno degli aspetti piacevoli di andare a vivere in campagna, anche se quando la band comprò Fisher Lane Farm a Chiddingfold, nel Surrey, con l’intenzione di trasformarla in uno studio di registrazione residenziale, la gente del posto non ne fu proprio contenta. Chiddingfold è un tranquillo villaggio inglese e l’arrivo di un gruppo rock provocò un po’ di agitazione. Tuttavia, i roadie si integrarono bene nel Working Men’s Club di Chiddingfold, specialmente dopo aver scoperto che la birra era sovvenzionata. Da quel momento in poi la politica fu in genere di chiudere un occhio. L’unico soggetto che ci causò qualche fastidio a Chiddingfold fu un tizio convinto di aver usato i suoi poteri telepatici per scrivere tutte le nostre canzoni. Avendocele trasmesse in via subliminale, ci era rimasto male quando poi le avevamo spacciate per nostre e quindi lo avevamo tagliato fuori dalle royalties. Ci scriveva regolarmente e di tanto in tanto si affacciava a The Farm, come ormai era conosciuto lo studio. Uno dei roadie lo accompagnava in fondo alla strada, lo mollava al centro della piazza del villaggio e lui si dileguava fino alla volta successiva.

Ps. Mike, però, quando dici del concerto al Circo Massimo che “quella sera tutto funzionò come un meccanismo a orologeria”, te lo sei scordato il casino che a un certo punto Banks e Collins fecero su Firth of Fifth o fai lo gnorri perché ti serviva la chiusura a effetto per il libro?

Mann Moments

8 aprile 2015
by

The Jericho Mile: Ritmiche jail-stonesiane

Thief: Riflessi metropolitani su cofano che scivola nella notte part.1

The Keep: Eva si volta verso la fortezza, freeze frame, titoli (o forse no)

Manhunter: Tiger, tiger

The Last of the Mohicans: Uno sguardo perso, un salto nel vuoto

Heat: Spostamento d’aria, festone che cade

Insider: Scavalcamenti di campo Ozu-style

Ali: Sam Cooke leads the dance

Collateral: Coyotes, Cornell

Miami Vice: Offshoring

Public Enemies: Blazes in the Dark

Blackhat: Acqua, cemento e agguato

Ex Libris 181 (se…)

5 aprile 2015

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È un peccato che la sua arguzia emerga di rado dai suoi versi. Negli anni dell’università, intratteneva i suoi accoliti con brevi scritti satirici in cui rinarrava gli avvenimenti contemporanei come se fossero drammi storici nello stile di Victor Hugo. W.H. Mallock, un suo compagno, ne rammenta uno in cui la regina Vittoria restava coinvolta in un convegno amoroso tra i politici Lord John Russell e Sir Robert Peel. Forse fu durante la stesura di quella commedia che Swinburne compose anche l’angustiata confessione in cui la sovrana rivelava di essere stata sedotta da un William Wordsworth attempato.

Più tardi, in questo varietà dell’alta società vittoriana, l’attenzione si sposta sulla figlia illegittima della regina e di Lord Russell, che diviene una cortigiana con lo pseudonimo di «signorina Kitty» e ammalia vari principi e uomini di Stato. «Avrà anche fatto tutto ciò che avrebbe potuto far arrossire una Messalina, ma ogni volta che guardava il cielo, mormorava: “Dio”, e ogni volta che guardava un fiore, mormorava: “Madre”» osserva uno dei suoi corteggiatori.

Dopo il racconto, aggiunge Mallock, Swinburne inghiottì un altro bicchiere di porto e sprofondò nel sonno dell’ebbrezza.

Puerile, sì, e in certa misura semplicemente sciocco. Ma se Swinburne avesse rinunciato ai goccetti e ai bicchierini troppo frequenti, e avesse buttato giù queste burle in manoscritti destinati ai suoi amici, forse lo ricorderemmo come il precursore della commedia alternativa e dell’irriverenza satirica degli anni Sessanta del Novecento, anziché come un poeta minore, strambo e del tutto trascurabile, degli anni Sessanta dell’Ottocento.

Le traduzioni estemporanee 9

1 aprile 2015

Personaggi: Artie, Vale
Ambiente: angolo studio, soggiorno.

(Vale sgranocchia un pretzel. Artie sale sulla scrivania.)
Artie: madre, mi dai un po’…
Vale: eh, ma non ti p…
Artie: non dirlo, madre, lo sai che non devi dirlo.
Vale: vabbe’, ma insomma. Sai che non puoi stare qui sopra, vero?
Artie: dammi il pretzel e me ne vado.
Vale (concedendone magnanima un pezzetto): fatti bastare questo.
Artie: bastare, già già, intanto va bene, poi si vedrà.
Vale: no, non “si vedrà”. E guarda, già non riesci a mangiare questo, lo hai fatto cadere (lo tocca sulla nuca. Artie salta via tutto spaventato)
Artie: Wooo, oh, che è, che è stato, aiuto, mi hanno attaccato! Che era? Devo mettermi in salvo!
Vale: -.-‘ ecco. Ecco il tuo pretzel, eccolo qui, adesso vattene a dormire da qualche angolo. Uff…
Artie: …magari prima un altro pezzetto di pretzel?

Ex Libris 180 (deiezioni della Storia)

29 marzo 2015

Paesaggio

Noi ormai operiamo, nel senso proprio di costruire edifici, case, monumenti, spazi coltivati, in uno scenario già esistente nel quale altri, prima di noi, cioè i nostri progenitori, hanno operato, a loro volta operando in un quadro anch’esso preesistente. Il nostro pianeta non riesce più a contenere la nostra voglia di edificare, la nostra urgenza di fare, costruire, manipolare le cose, la natura, lo scenario ereditato. Produciamo continuamente eventi, facciamo e rifacciamo incessantemente il volto dei nostri territori, dimenticando che tutta la nostra produzione finisce sommersa: diventa cascame della storia che va a rimpolpare gli strati sui quali edifichiamo il nostro presente. Allora si guarda alla storia per cercare di capire le ragioni degli eventi che sono accaduti, delle situazioni che si sono instaurate in un paese o, come da qualche secolo accade, nell’intero mondo. E ci rendiamo conto che tutti gli accadimenti che pure producono cose, edifici, monumenti, finiscono per sedimentare sul suolo, dando vita ad una sorta di sterminato deposito archeologico, uno sterminato cimitero: “viviamo il presente – ha scritto Heidegger – correndo verso il baratro della morte”. Gli accadimenti difatti fuggono via, una volta cessati, finiscono di emettere rumore, riflessi, abbagli, fuggono via come colpi di vento. Di essi resta appena il ricordo, ma fisicamente rimangono incarnati nel paesaggio come prodotti o deiezioni della storia che avanza. Il resto è solo vento, rumore che passa.

Space clearing e (auspicabilmente) mind clearing

25 marzo 2015

Il riordino, come va di moda chiamarlo adesso, o “metti a posto ‘sto casino”, come ho sempre detto io. Avevo iniziato questo post con una frase cretinissima: “Da qualche tempo mi sto interessando di riordino.” Ma è una cazzata. Io ho sempre lottato contro la mia tendenza al disordine e all’entropia. Tendenza oltre che favorita dalla mia pigrizia – e voi non avete idea del livello e dell’autostima della mia pigrizia – anche dalla fascinazione di questo concetto. Entropia: non è una bellissima parola? Non è il “luogo” in cui è destinato a finire l’intero universo? Beh, mi dicevo (mi dico), io non faccio altro che favorire il destino di tutte le cose. Chi è più aderente al piano di Dio (chiunque o qualunque cosa sia Dio) di me?

Però, c’è sempre un però (Vale torna malamente coi piedi per terra). Ale non è dello stesso parere. Ed effettivamente, devo ammettere che tutti i torti non li ha (cioè, di solito non ne ha nessuno, a parte certe cadute di stile tipo i Baustelle,* ma è comunque roba venale).** Vivere in un ambiente visivamente libero e più vuoto possibile aiuta a non sentirsi troppo sopraffatti. Così mi sono messa a leggere qualche manuale. Tipo questo, a proposito di riordino e organizzazione mentale (che passa anche, inevitabilmente, per quella fisica), in modo da pianificare al meglio riuscendo a trovare il tempo non solo per fare tutto quello che si “deve”, ma anche quello che si “vuole”. Questo libro me l’ha consigliato la nostra amica Grazia, e devo dire che ha avuto il suo perché. Ancora non l’ho letto fino in fondo,*** e ancora non riesco a usare bene la mia bellissima agenda dell’ENPA come potrei e dovrei (ci scrivo anche le minime stupidaggini pur di non lasciarla così desolatamente in bianco, ehm), però intanto mi ha aiutato a togliere tutta la monnezza di cui mi ero circondata sulla scrivania. Quasi tutta. Ci sto lavorando, comunque.

Poi ho provato con questo: è un manuale molto divertente, ben scritto, a suo modo una rivelazione, ma non lo consiglierei a nessuno. Nel senso che alcuni concetti, in sé saputi e risaputi, vengono portati a un livello tale di raffinatezza, o specializzazione, da sfociare nella follia. Sorvolo sul discorso animista sul grado di soddisfazione che gli oggetti provano svolgendo il loro compito, e del parlare con gentilezza con gli stessi (beh, anche io parlo a volte con gli oggetti, ma in genere è per insultarli. Pessima donna che sono, direbbe la Kondo). Il problema vero, e su questo la Kondo ha ragione, è che abbiamo – possediamo – troppa roba. Io stessa, che sono una morta di fame, ho eliminato diverse borsone di abiti che non usavo, e li ho girati alla caritas (perché mia madre gestisce il – come chiamarlo – reparto abbigliamento nella sua parrocchia). Invece la soluzione giapponese sarebbe: buttare tutto, letteralmente. Non vendere o regalare o portare alla caritas o chi per loro. Proprio buttare via. Cestino, secchione, e un altro bel cumulo in discarica, alla faccia del discorso sulla negatività (psicologica ed ecologica) dell’accumulo.

Per fortuna, a parte le follie nipponiche, chiunque abbia bisogno di qualche suggerimento sensato riguardo il riordino, sul come passare da una vita di disordine cronico a “perlomeno possiamo invitare gli amici senza che si spaventino”, può trovarli qui. Sì, sempre dalla nostra amica Grazia. Non è un libro di duecentocinquanta pagine, non vi risolverà magicamente i problemi di entropia, ma perlomeno non vi dirà nemmeno cappellate come “buttate tutti i libri che non leggerete più o i dischi che non avete ascoltato nell’ultimo anno”**** o “parlate e coccolate le calze che poverine stanno sempre in tensione ai vostri piedi e hanno bisogno anche loro del meritato riposo tranquille e scialle” (mia libera e un po’ tendenziosa versione).

Ah, sì, abbiamo iniziato, Ale e io, a riordinare dando via la roba che non usiamo. Finora abbiamo operato a livello di armadi e di cucina (incredibile quante stronzate uno riesca a comprarsi quando è un minimo appassionato di cucina). E la differenza c’è, si vede, si sente. Ma i libri, no, mai. I dischi neppure, non esiste. I gatti uguale. I gatti restano con noi, non esiste!

* Ehi… (NdAlessandro)

** Ah, ecco. (NdAlessandro)

*** Io sì, prrr. (NdAlessandro)

**** Anche perché dovrebbero passare sul mio corpo prima di portar via i miei dischi. (NdAlessandro)

Ex Libris 179 (e se lo dice Fante…)

22 marzo 2015

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Per gli scrittori, sonno e prosa vanno insieme. Se ti viene l’ispirazione, se le pagine funzionano, le notti sono serene. Se mancano le parole, non si dorme. E quello era un periodo così. Non riuscivo a dormire.

Always Trust Michael Mann

18 marzo 2015

Quando esce un film di Michael Mann, il bello (a parte la sensazione che sia sempre un Nuovo Avvento per le forme audiovisive) è che si chiamano  gli altri manniani, alcuni che magari non si sentivano da tanto tempo, per scambiarsi avidamente impressioni, idee, deliri; anche chi non scrive più si sente in dovere di dire la sua; qualche nuovo “fedele” viene nel frattempo conquistato alla causa (si celia, eh?, ché poi ci accusano davvero di essere una setta). Insomma, Mann agisce come un catalizzatore di energie ed emozioni come nessun altro regista oggi, e Blackhat rinnova e rilancia questa magia.

Per cui, sì, anch’io mi sono reso colpevole di un paio di pezzi: uno su “Mediacritica”, più asciutto, l’altro su “Point Blank”, più sbrodolato. Soprattutto, abbiam deciso, con la mia sorella di cinema Michela Carobelli, di tornare a unire le forze come ai bei tempi, per buttar giù una apologia scopertamente sentimentale e partigiana dell’ultima fatica manniana. Eccoci qui:

Ti toglie il fiato, Mann, come sempre, e ti restituisce energie che credevi perdute, come un guaranà filmico, un’iniezione di adrenalina concettuale. L’avevi lasciato a salutare un blackbird rinchiuso dietro le sbarre di una legalità asettica, tecnica, esiziale; torna per processare lo spazio concentrazionario di un eversore che legge Baudrillard e Foucault per penetrare l’eredità totalitaria di quella Weltanschauung.

Mann parla sempre di un tema dato, che scava con furore procedurale (qui la minaccia informatica globale) e d’altro. Parla di cinema (di rappresentazione che costantemente si interroga su sé stessa). Di sguardi (di cosa voglia dire guardare, essere guardati, in un mondo in perenne autoesposizione). D’amore, mai così vero, mai così necessario (dove lo sguardo che davvero taglia la cappa opaca della realtà è quello di chi ama). Dello smarrimento in un panorama interconnesso in cui le identità rimbalzano, si moltiplicano e vengono risucchiate in milioni di pixel per lasciarci nudi nella spianata di cemento e bytes del presente.

Quello che fa Mann per rivelarci la nostra condizione è non imporre un marchio pregiudiziale alla realtà, ma plasmare la propria visione direttamente nella sua creta; è sottrarre l’inessenziale e dilatare i tempi in cui incrociare sguardi, gesti, movimenti che veicolano sentimenti, paure, esitazioni come solo lui e Kathryn Bigelow sanno ancora fare a Hollywood. E il luogo di frontiera in cui stavolta pianta le sue tende da pioniere per capire dove tira il vento è quell’atavico, mitico crocevia tra oriente e occidente che è Hong Kong, là dove i ragazzi che entrano nel nocciolo del reattore nucleare di K-19 possono prendere per mano gli angeli perduti di Wong Kar-wai e piangerne le lacrime. La Hong Kong notturna e caotica di Johnnie To, in cui lasciarsi affascinare dalle geometrie dei corpi e dagli scavalcamenti di campo tra azione e abbandono, in cui devi sempre aspettarti l’inaspettato e gli eroi non muoiono mai. La Hong Kong degli addii di Peter Chan, delle scomposizioni futuriste di Tsui Hark e delle catarsi di piombo di John Woo.

Per poi fuggire ancora più lontano, verso una terra incognita fuori dalle mappe del cinema. Mentre Nick e Lien, devono trasformare in carne e materia da avvicinare e trapassare il loro avversario invisibile, Mann sublima come non mai il suo operare, identificandosi totalmente con i suoi last humans standing. “C’è tempo per piangere. Ora pensiamo a sopravvivere”. Gli amanti sopravvissuti alla fine di tutto ciò che li legava a un passato, a una storia, a una società, testano come Hawkeye e Cora in L’ultimo dei Mohicani, come Lenny e Mace in Strange Days, le possibilità di colonizzare sentimentalmente un nuovo mondo, dove contano (e parlano), dopo la catastrofe, solo i corpi, le emozioni primarie. Andare dritti allo scopo, questo conta, perché salvare sé stessi , fare i conti con la propria nemesi, immaginarsi un futuro, significa salvare l’umanità, darle un’ulteriore chance, traslarla in un altro formato. Qui e ora.

Amare è necessità in un mondo in cui ci si perde in frammenti di immagini, in cui tutto cambia alla velocità degli elettroni, in cui il punto di vista si perde di vertigine in vertigine. Non esistono più safe houses, la gente muore nell’indifferenza generale e solo gli occhi sbarrati nella morte sembrano in grado di afferrare un lembo di memoria, un istante prima del fade to black. L’amore è necessario perché in due ci si fa scudo e ci si protegge. Perché giustizia, vita e amore possono sovrapporsi in un’asse di mira che vada a solcare il caos, a svelare l’illusione. Allora sguardo, scopo, azione, si fanno unità. Moltiplicano il senso.

Allora non c’è che sopravvivenza, vendetta, fuga.

Speranza.

(Alessandro Borri & Michela Carobelli)

Ex Libris 178 (Crosby, Miles & Nash)

15 marzo 2015

Wild

Registrammo pure una meravigliosa versione di Guinnevere, che è cazzutissima da cantare. Anni dopo, fu appannaggio di uno come Miles Davis. Al tempo, era impegnato nella lavorazione di Bitches Brew e si imbatté in Crosby nel Village. “Ciao Dave”, disse, “ho registrato un tuo brano, Guinnevere. Ti va di sentirlo?”. Miles aveva un braccio intorno a una bionda alta e dalle lunghe gambe che voleva scoparsi, per cui i tre tornarono nel suo appartamento per sentire Guinnevere. Miles mise su la canzone, una versione di venti minuti che puntava in miriadi di direzioni cosmiche e andò in camera da letto con la bionda, lasciando David lì a fumare erba e ad ascoltare l’incisione. Mezz’ora dopo, Miles spuntò dalla camera da letto. “Allora Dave, che te ne pare?” Crosby gli scoccò una delle sue classiche occhiatacce. “Be’, Miles, il brano puoi usarlo, ma dovrai togliere il mio nome.”. Miles era avvilito. “Non ti piace?”, chiese? Crosby si rifiutò di stemperare la sua opinione persino di fronte a una personalità di primo piano come Miles Davis. “No, amico, no. Non mi piace per niente”.
Una decina d’anni dopo, ero a una festicciola dopo i Grammys al Mr. Chow di Los Angeles e vidi Miles fare il suo ingresso insieme a Cicely Tyson. Incrociò il mio sguardo e iniziò a gesticolare insistentemente al mio indirizzo. Mi guardai alle spalle, certo che stesse rivolgendo quel gesto a qualcun altro.
“No, no, vieni qui”, insisté. Quando giunsi a distanza sufficiente per udirlo, si sporse in avanti e, con la sua voce bassa e profonda, chiese: “Crosby è ancora incazzato con me?”
Io dissi: “Ti riferisci a Guinnevere?”
“Già”, disse annuendo. “È ancora incazzato?”
“Non credo, Miles. Era troppo sballato oppure non era dell’umore giusto per sentire la tua versione. Probabilmente, si aspettava che gli accordi fossero uguali ai suoi, ma non credo che sia minimamente incazzato con te”.
Miles ci riflettè sopra con intensità socratica. “Okay. Salutami David. Digli che spero non sia ancora incazzato”.

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