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Comunicazione di servizio…

27 aprile 2017

…per i nostri affezionati 27 lettori: potrà accadere prossimamente – oppure anche no, chi lo sa – che il qui presente blog venga aggiornato con minore frequenza, rispetto all’attuale scansione bi-settimanale, causa GB, gatti, casa, scritture, lavoro, gite, varie, eventuali.

Con l’occasione, ci pregiamo di proporre alla vostra riflessione una piccola addenda all’ultimo ex libris:

Il vero deserto è la solitudine affollata e strepitante in cui nessuno ascolta nessuno, il mondo come una televisione che non viene mai spenta. Italo Calvino, nel romanzo Palomar, propone questa etica: “In un’epoca e in un paese in cui tutti si fanno in quattro per proclamare opinioni o giudizi, il signor Palomar ha preso l’abitudine di mordersi la lingua tre volte prima di fare qualsiasi affermazione. Se al terzo morso di lingua è sempre convinto della cosa che stava per dire, la dice; se no, sta zitto. Di fatto, passa settimane e mesi interi in silenzio”. Forse il vero silenzio sorge dove si cessa di avere opinioni. Anche sul silenzio.

Ex Libris 272 (maestri)

23 aprile 2017

Porte

La perdita del senso narrativo dell’esistenza è il vero significato della parola “precarietà”, dove il lavoro stesso è un job, un pezzo di ricambio, in una dimensione senza memoria, senza tempo, senza narrazione e senza consapevolezza; un presente perpetuo, sul modello delle tv, dove anche il futuro – che non c’è – se c’è è solo futuro di questo presente. (Bruno Munari)

È un processo molto interessante, perché è proprio simile a quanto accade nella vita. Un certo momento sembra un disastro totale, e quello successivo sembra il paradiso. È così che il processo funziona sempre per me. È piuttosto caotico. Anche se credo alla tradizione e al costruire, devo trovare la mia strada attraverso il caos e per mezzo dell’intuizione. Intuizione nel caos. Cercare di intuire qual è, cominciando sempre da qualcosa. Di solito cominci da qualcosa che sai: lo butti giù e lo ascolti. Lo suoni e lo ascolti. E senti qualcosa in esso che ti dice di più su quel che avevi intuito, su quanto la tua intuizione stava cercando di dirti. È come essere bambino e cercare di capire quello che un adulto vuole dirti. (Terry Riley)

Nel momento in cui vi siete accettati nella vostra debolezza, cominciate a capire quanto siete forti. È una cosa molto difficile da capire: è nella nostra debolezza che sta la nostra forza. Ma noi viviamo di dominio: ognuno cerca di dominare, in un modo o nell’altro. C’è chi è forte fisicamente e lo fa fisicamente, c’è chi è intelligente e lo fa con l’intelligenza: tutti hanno una precisa volontà di dominio. Questo dominio ha fatto il suo tempo, però ci domina a sua volta. […] Il problema è che le persone che hanno deciso di perdere sono i nostri vincitori, e non quelli che hanno deciso di vincere. (Fausto Taiten Guareschi)

Alla fine di una conferenza che ho tenuto recentemente qualcuno, uno scienziato, mi disse come il problema della formazione e dell’educazione sia il problema numero uno della nostra società. Gli credo. Al cuore di questo problema c’è la nozione di persona. Di solito s’intende per formazione qualcosa che ha come obiettivo quello di dare una professione, ovvero un salario, una formazione quindi orientata a ciò che possiamo chiamare l’efficacia, o l’efficienza. Tutto il campo complementare, che sta a lato dell’efficienza, cioè tutto quanto tocca il cuore, tutto quanto tocca l’affettivo, viene messo da parte. […] Penso che la scoperta di sé in vista di una creazione è anche la scoperta dei propri limiti. Qui si incontra la nozione di umiltà. (Frère Daniel)

Noi crediamo sia possibile ricucire le apparenze disperse negli spazi vuoti, attraverso un racconto che organizzi l’esperienza, e che perciò dia sollievo… Crediamo che tutto ciò che la gente fa dalla mattina alla sera sia uno sforzo per trovare un possibile racconto dell’esterno, che sia almeno un po’ vivibile. Pensiamo anche che questo sia una finzione, ma una finzione a cui è necessario credere. Ci sono mondi di racconto in ogni punto dello spazio, apparenze che cambiano a ogni apertura d’occhi, disorientamenti infiniti che richiedono sempre nuovi racconti: richiedono soprattutto un pensare-immaginare che non si paralizzi nel disprezzo di ciò che sta attorno. (Gianni Celati su Luigi Ghirri)

Io vivo costantemente la morte. La morte è un problema per l’individuo, ma non per la persona. Ognuno di noi, nella sua individualità, è una goccia d’acqua. Cosa capita a questa goccia d’acqua quando, secondo una tradizione che è transculturale, cade nel mare e sparisce come goccia? Dipende da che cosa è: la goccia d’acqua o l’acqua nella goccia? La goccia d’acqua sparisce, ma all’acqua della goccia non succede niente. Si unisce a tutto il mare, a tutto il divino, ma non perde la sua vera natura. Ciò che sparisce, sono le difficoltà di comunicare, di abbracciarsi, di amarsi, che nascono grazie all’individualismo… (Raimon Panikkar)

Argentate notturne

21 aprile 2017

Chi ci legge lo sa. Soffro di insonnia.

Ora succede che da un po’ (cioè, da sempre, ma lo tenevo per me) io durante le veglie mi faccio i romanzi mentali. Proprio letteralmente. Ora per esempio sono alle prese con una tizia mollata dal  marito (ferrantiano) senza apparente motivo, lei è sui 40, vita in apparenza serena ma avrebbe tanto voluto un figlio, peccato che il marito si è dato, allora lei incontra un suo vecchio compagno di scuola… Vabbeh, questo è in progress.

Ma succede anche che da uno spunto da niente mi vengano in mente trame improbabili.

Tipo la scorsa notte sono andata a fare la pipì senza accendere le luci (non sia mai disturbassi i due russanti che mi ritrovo in stanza), e da brava moglie di un appassionato di giallo/horror italiano anni ’70, mi sono immaginata il classico killer pronto con un coltellaccio da macellaio a tirarmi fuori le budella.

Così ho pensato: e se succedesse davvero?

Eh.

Se succede davvero, il killer poi uccide anche Ale, che sente i rumori sospetti e si alza per controllare cosa accade. Quindi se ne va, dimenticando la porta di casa socchiusa (è un po’ cretino, succede). La mattina seguente Laura, la nostra vicina, vede la porta ormai spalancata dal vento e si insospettisce, soprattutto quando sente il pianto del bimbo, “che sta succedendo in casa Borri/Graziani”? Prova timidamente a bussare, “Valentina, Alessandro? Tutto a posto?” Dato che nessuno risponde a parte il bimbo che continua a piangere entra e scopre la mattanza, o magari (più probabile), il bimbo ha scavalcato la sponda del lettino e Laura se lo vede arrivare con una bella scia di improntine di sangue (scusa GiordiMao).

La polizia, ovvero il commissario interpretato da un simil-Maurizio Merli con baffoni castani d’ordinanza, arriva, trova il macello e pianta un casino: secondo lui (notoriamente non una cima) il colpevole è con tutta evidenza un amico inglese della Vale, artista che alloggia da qualche settimana a Palazzo dalla principessa, nota mecenate. Il pittore, no, meglio musicista, famolo strano, violoncellista jazz, dato che Vale è un po’ fissata con lo strumento (“Ma non esistono violoncellisti jazz”, “Lo so, sono il migliore al mondo dato che non ho rivali”), allora deve darsi da fare per trovare il vero colpevole, in puro stile argentiano.

Nel frattempo piomba in paese una delle sorelle di Vale (ne ha cinque o sei, esageriamo: questa è nubile, biondina, carina, perfetta per la sottotrama love story), che viene a prendersi il bambino e i due gatti di Ale e Vale, che vagano disperati per via del Municipio (sì, evitiamo di metterci dentro tutti e quindici i gatti che sennò diventa un altro film). Insieme scoprono che Ale e Vale avevano appena scritto un romanzo, Febbri nere, su un delitto avvenuto trenta anni prima e insabbiato dalle autorità perché il principale sospettato, la terribilissima Vedova, era una delle persone più potenti di Artena. E però la Vedova, vengono a sapere, è morta da un mese.

E allora chi è stato? Lei era l’unica ad avere interesse che il libro restasse nel pc di Ale e Vale, scomparso dalla casa insieme a poche altre cose senza importanza (per confondere le acque e far supporre che il movente sia un generico furto). Come abbia saputo del romanzo è facile: una insospettabilissima signora che viene solo in estate aveva letto il romanzo, giurando di non parlarne mai con nessuno, ma ahilei, l’amica sua del cuore cui non poteva non confidarlo no, non aveva fatto nessun giuramento, per cui la voce tramite la principessa arriva anche al violoncellista. Il killer fa fuori anche la signora d’estate, l’amica del cuore, e ci prova con la principessa che però sfugge all’agguato nascondendosi nei più reconditi nascondigli del Palazzo, che conosce soltanto lei. Maurizio Merli sempre più incazzato è del tutto intenzionato a mettere sotto chiave il violoncellista, che allora decide di giocare il tutto per tutto e lancia un messaggio al killer dicendo di sapere chi è. Bluffa, ma il misteriosissimo assassino non vuole sorprese e sta per buttarlo nello strapiombo dalla terrazza in cima al paese quando viene placcato dalla sorella della Vale, che è pure esperta di arti marziali: giù la maschera, ecco la figlia della Vedova, quella che sembrava tanto caruccia, faceva pure le moine ai gatti, mica come quella cattivaccia della madre. Ché lei, la Vedova, aveva fatto insabbiare sì tutto il faldone, ma nel romanzo Ale e Vale avevano rivelato che in realtà non era stata la vecchia a far fuori il ragazzo della figlia, ma la figlia stessa, perché lui era uno stronzo che la picchiava e la drogava, e insomma non aveva poi tutti i torti (così c’è anche il sottotesto femminista, dai).

Maurizio Merli dice che lui in fondo l’aveva sempre saputo e il violoncellista con la sorella si sposano a Palazzo. Febbri nere, di cui si scopre una copia in una chiavetta usb nascosta tra le cose di GB, diventerà un successo postumo e tutti sono contenti, tranne i poveri Ale e Vale, che sono dovuti schiattare per pubblicare un romanzo.

Comunque preferisco continuare a non prendere sonniferi, checché ne diciate voialtri.

Ex Libris 271 (come sempre i gatti)

9 aprile 2017

Di giorno quando i gatti sono intensi
pensi che il loro pelo offuschi i sensi.
Di notte quando i gatti sono immensi
si ricopre di pelo quel che pensi.

Our Home for Sale

5 aprile 2017

At least, we have decided. We must move from Artena, and return to Rome… or nearest Rome. However.

In an ancient village on the Lepini mountains we sell a detached house.
On the first floor: big kitchen with fireplace, livingroom, two bedrooms, bathroom with a large shower. A big cellar on the ground floor, and a small private courtyard.
Artena has one of the largest pedonal areas in Europe. Palazzo Borghese, short walk from our house, has been the location for films like Romeo and Juliet by Franco Zeffirelli and The Golden Bowl by James Ivory. Nearby Artena you can find Castelli Romani in the north, wonderful small cities like Palestrina, Olevano Romano, Cave, San Vito Romano in the east, the coast and the picturesque villages of Norma, Sermoneta and the wonderful gardens of Ninfa in the west, Anagni, Alatri, the Ciociaria in the south. About half an hour from Rome.
€ 68.000
(0039) 3701018301
Mail to: valentinamente@gmail.com

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Other photos and planimetry on fb, click here.

(Per i non anglofoni, poi vi raccontiamo meglio, forse…)

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Ex Libris 270 (Secondo Claudio Rocchi)

2 aprile 2017

Nel ’69, l’anno delle agitazioni studentesche, avevo fondato nel mio liceo un partito, LSD, Lega Studenti Democratici, con tanto di volantini e programma politico. Come al solito venni completamente frainteso e mi ritrovai all’opposizione del movimento studentesco. Io predicavo con grande successo, specialmente tra le ragazze, l’allargamento della coscienza. Vivevo in un impunito e impunibile delirio di onnipotenza, perché sin d’allora predicavo il non attaccamento. Mi sentivo più uno strumento che un soggetto. Il mio misticismo profetico mi rendeva un facile bersaglio. Una volta al Teatro Nazionale di Milano, durante un concerto per la raccolta di fondi per “Re Nudo”, cantavo una canzone che diceva più o meno: “Ma voi credete davvero di cambiare il mondo con il pugno chiuso, quando non sapete cosa potreste dare aprendo la vostra mano” e questo scatenò una rissa tra le due anime della rivista, quella mistica e quella politica, una vera rissa con tanto di sedie divelte. Una situazione simile si scatenò al Pierlombardo, durante un concerto per il Cile, nel momento drammatico del colpo di stato di Pinochet, certo non potevo fare a meno con il cuore e con l’intelligenza di seguire quelle vicende ma non riuscivo a capire come dei milanesi potessero essere tanto coinvolti emotivamente da una cosa tanto lontana: stavano vivendo un’allucinazione collettiva, si sentivano a Santiago, tutto era ridicolmente sfasato rispetto al “qui e adesso”. Amavo fare predicozzi e non potei fare a meno di far presente ai ragazzi che non eravamo in Cile, di tornare con i piedi per terra e la cosa come al solito provocò una burrasca. Questa presunta scissione ideologica tra una presunta psichedelia di destra e un presunto movimento di sinistra, molte volte la ributtavo in faccia agli amici incazzati di sinistra, della cosiddetta “altra parte” che mi apparivano assolutamente fascisti nei modi e nelle attitudini, nelle relazioni della vita di tutti i giorni. Io mi consideravo evangelicamente e comunitariamente di “sinistra” nella mia ricerca personale, che era la stessa di molte altre persone e che faceva sul serio con la coscienza e non con l’esteriorità, con le proiezioni.

Ahi, la tuttologia

28 marzo 2017

Magari qualcuno lo sa, Concita De Gregorio ha dedicato qualche giorno fa la sua rubrica ai fatti di Grosseto, le solite storie di mamme (padri mai pervenuti, non sai mai) che si azzuffano per questioni veg.

Ok, la tuttologia è davvero un problema. De Gregorio, o Gramellini, o Serra, devono parlare e commentare su tutto lo scibile umano, anche di ciò su cui non hanno la benché minima nozione. Lo possono fare con più o meno ingegno, bella scrittura, intuizione giornalistica (ok, Gramellini manco quello), ma quando vanno su territori per loro vergini, ecco il trionfo del luogo comune, la scivolata nel qualunquismo, l’inutilità insomma di una riflessione basata sul sentito dire, sull’approssimazione, sul riciclo concettuale. La tuttologia è un problema perché porta ad affrontare con perniciosa leggerezza temi su cui non si sa nulla.

Ma questo, d’altronde spinge a pensare: perché tante persone colte, progressiste (sulla carta), attente alla società, alle persone (quasi sempre solo quelle umane, ahimé), ai diritti, non sanno nulla di un tema così cruciale della nostra epoca (non l’abbiam detto noi, che possiamo passare per fissati, ma uno che invece, anche con le sue contraddizioni, ci pensa, come Edoardo Albinati)? Perché si tende a ridurre a una questione di moda, di gusti, di “Roma o Lazio” insomma, ciò che invece è (dovrebbe essere) questione politica, etica, ecologica (vedi al proposito le disquisizioni sempre fuorvianti di Marino Niola sulle diete)? Perché chi si occupa di razzismo, di sessismo e di altre piaghe sociali troppo spesso non sa niente di specismo e antispecismo? E sì che di testi su cui documentarsi, ad averne voglia, ce ne sarebbero a iosa: di filosofi, attivisti, giornalisti, scrittori che hanno esplorato questi campi con posizioni varie, interessanti, illuminanti, discutibili, siano Roberto Marchesini o Jonathan Safran Foer, Peter Singer o Marco Maurizi ecc. ecc.

Noi consigliamo sempre, per rimanere in ambito letterario, il meraviglioso dittico di J. M. Coetzee, Elizabeth Costello/La vita degli animali, testi tra i più belli della nostra epoca. Però appunto, prima leggere, informarsi, riflettere. Poi scrivere, parlare, giudicare, se proprio si deve.

Ex Libris 269 (perché hanno inventato dio?)

26 marzo 2017

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In Mesopotamia sembrava impossibile sfuggire all’ingegnosità di cardi e spine. Più i contadini cercavano di eliminarli, più quelli prosperavano. Probabilmente, già molto prima che fosse descritta come tale nella Genesi, la loro aggressività era vista come una punizione. L’agricoltura cambiò i valori e la visione religiosa del Vicino Oriente. In origine, i cacciatori-raccoglitori della regione adoravano, o almeno rispettavano, gli spiriti degli animali, indipendenti dagli uomini ma docili. Ma i primi agricoltori, consapevoli di avere tra le mani un grande potere, avevano bisogno di esseri soprannaturali che potessero legittimare e rafforzare il loro dominio sulla natura. Dal momento che né gli spiriti degli animali né le divinità della natura potevano servire a questo scopo, le nuove divinità erano superuomini, dèi in vesti umane, «pastori di uomini».

Ma per questi nuovi poteri, e nuovi dei, bisognò pagare un prezzo. Alla libertà dei cacciatori-raccoglitori si sostituirono la fatica, la divisione del lavoro e, simbolicamente e letteralmente, le malerbe, il disordinato bagaglio della vita sedentaria. Per un gruppo di agricoltori e allevatori, le tribù di Yahweh – i primi ebrei – si aggiunse un forte trauma. Nel 586 a.C. il cuore del loro territorio, Gerusalemme, venne devastato e gli abitanti esiliati nel deserto di Babilonia. Gli ebrei interpretarono l’esilio come una punizione ma, con un astuto rivolgimento teologico, questa punizione diventò la prova che erano oggetto delle attenzioni di Dio. Gli ebrei rigettarono la raffinata civiltà e i molteplici dei della fertilità di gran parte del Vicino Oriente, e si dichiararono il popolo eletto di un solo dio. Nasceva così il monoteismo.

Ma l’insoddisfazione per il loro modo di vivere era ancora viva, e trapela dai particolari del mito della creazione. La Genesi può essere letta come il tentativo dei primi pastori e agricoltori di spiegare a sé stessi il senso di una vita di duro lavoro. La conquista della natura – e l’ottenimento della conoscenza – era tanto la causa quanto la forma della loro punizione. Come spiega John Passmore, filosofo del ventesimo secolo, i miti della creazione sono una specie di razionalizzazione: «Al tempo in cui furono scritte le storie della Genesi, l’uomo si era già imbarcato nel compito di trasformare la natura. [Con queste] giustifica le proprie azioni. Non si preparava a dominare il mondo (non più di quanto si preoccupasse di moltiplicarsi) perché gliel’aveva detto la Genesi. Piuttosto, la Genesi salvò la sua coscienza.»

Poesia

21 marzo 2017

Siccome è la giornata mondiale della poesia (quante giornate mondiali ci concediamo), azzardo a condividere qui qualche semi-verso che avevo segnato l’altra mattina andando al lavoro, sul 301:

La cornacchia becca
un sacco di plastica
fuori dal borghetto
silenzioso.
Scorre il fiume.
Anch’io,
in senso inverso.

Ex Libris 268 (creazione e cazzeggio)

19 marzo 2017

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Con il senno di poi tendiamo a esagerare quando esaminiamo la storia di qualcosa che ha avuto successo. Concepiamo miti sulla creazione dalla creazione di un mito. Lo stesso creatore, cercando una soluzione semplice alle domande alle quali deve continuamente rispondere, è spesso più che felice di contribuire a questo inganno.
Ma Star Wars non è stato realizzato in un momento celestiale insieme alle muse; non è giunto su tavole di pietra. Si è trattato piuttosto di qualcosa di più leggero e sottile. Per quanto si sia tentati di pensare all’intera saga come a un colpo di genio predestinato, è molto più indicativo guardarla come una fan fiction di Flash Gordon che incontra una favola, realizzata da un patito di cinema che, trovandosi all’improvviso fra le mani un sacco di tempo e denaro, stava più che altro sperimentando. “Ora si comporta come se sapesse che sarebbe stato un grande successo”, afferma Charley Lippincott. “Non lo sapeva. Stava soltanto cazzeggiando.”

Prima Giornata Nazionale del Paesaggio

14 marzo 2017


Ma anche

Il paesaggio è un’Italia sventrata
dalle ruspe che l’hanno divorata…

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Ex Libris 267 (api nel futuro)

12 marzo 2017

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Al coro di chi ritiene che sia l’umanità a mettere a repentaglio la vita delle api, Luigi aggiunge una postilla non da poco: «L’apicoltore inconsapevole è quello che fa più danni. La coscienza ambientalista nella comunità apistica è risibile e purtroppo a molti apicoltori manca una visione organica. L’apicoltura è l’attività ecocompatibile per eccellenza, la scelta dell’apicoltore dovrebbero essere conseguenti. Per questo motivo come associazione Apiresos, di cui fanno parte non solo apicoltrici e apicoltori di tutta l’Isola, ci siamo concentrati molto sulla formazione. Siamo convinti che l’apprendimento sul campo sia il più efficace, aprire un alveare vale più di mille slides. Il mestiere lo si impara da chi lo sa fare. Soprattutto bisogna proporre agli allievi all’inizio di ogni corso di formazione 5/10 minuti di demotivazione, che altro non sono se non l’applicazione di una visione dell’apicoltura improntata a un sobrio realismo. Fare apicoltura oggi è difficilissimo; non è come quando abbiamo iniziato decenni fa, ossia prima della varroa, dei pesticidi, del buco dell’ozono e di tutto quello che sappiamo. Bisogna essere preparati, rispondere con rigore metodologico alle sfide, ai problemi che connotano l’apicoltura di oggi. Bisogna affrancarsi dalle soluzioni facili, a portata di mano, come quelle provenienti dal web o peggio dall’universo di balbuzie dei social network, che spesso altro non sono che frammenti inconsulti di irrazionalità».

Faccio notare che non è proprio uno scenario roseo: «Tutt’altro, – ribatte Luigi – c’è un lavoro straordinario da fare, si tratta solo di avere e consolidare una visione problematica dell’universo apistico, perché, lo ribadisco, l’apicoltura è pratica complessa che richiede il possesso di competenze molteplici, acquisibili solo dopo lunga e a volte sofferta esperienza. Gramsci proponeva un duplice approccio: pessimismo della ragione e ottimismo della volontà. Credo sia l’unico praticabile, affinché dall’età del possesso si passi a quella della condivisione».

Sabati mattina: Magari… (o GB e i CD)

7 marzo 2017

Il sabato quando ci si sveglia (l’orologio biologico di GB è settato con notevole precisione sulle 7am) il Papooshko prende il fantolino che allunga speranzoso le braccia oltre la sponda del lettino e se lo porta di là per fare colazione, mentre la Mamooshka dorme un altro po’ fino a che non sarà ora di alzarsi per andare a musica. Se si tratta di colazione, la passione del momento è inzuppare: GB inzuppa tutto, ciambellone, biscotti, fette biscottate, mi sa pure la banana se gliela dessimo. Finita la colazione, ci si mette in salotto a giocare.

Magari si sceglie un libro, o il gioco delle forme, o le costruzioni. O magari GB prende un cd e lo porta a Papooshsko: il quale Papooshko è sì contento per le precoci passioni musicali del suo Bimbooshko, ma non può fare a meno di sudare freddo, perché già vede il cd per terra con la custodia frantumata – maledetta plastica. Per fortuna GB è attirato soprattutto dai cd con custodia cartonata, che in effetti sono i più belli e pratici, chissà perché non li fanno tutti così. I preferiti sono quelli della Impulse, che hanno quel contrasto molto cool tra il nero e l’arancio: per esempio Out of the Cool, o l’Ellington/Coltrane, o The Quintessence. Il preferito in assoluto è però Brainwashed, quello lo si prende quasi sempre.

A ogni modo: magari il cd del giorno lo si mette sul Tivoli, a volume basso per non disturbare la Mamooshka. Magari però GB l’altra mattina porta quello che inizia con questa cosa qui. Allora la Mamooshka, anche con la porta chiusa, non può fare a meno di sentire lo squillone d’ottoni, e allora dopo un po’ si presenta sulla soglia ancora calda di sonno: “Certo voi due che mi svegliate all’alba [tipica esagerazione valentinesca] con ‘ste coattate…”

Ex Libris 266 (il problema di Dio)

5 marzo 2017

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[…] sua madre Reenie non si interessava granché a Dio. C’era rispetto reciproco, e se si era nei guai si poteva naturalmente fare ricorso a Lui, come con gli avvocati; ma come con gli avvocati doveva trattarsi di guai seri. Altrimenti non valeva la pena frequentarlo troppo. Certamente lei non lo voleva nella sua cucina, dal momento che aveva già abbastanza cose a cui pensare.

***

Di notte Laura scivolava nella mia stanza e mi scuoteva per svegliarmi, poi si infilava nel mio letto. Non riusciva a dormire: era per via di Dio. Fino al funerale, lei e Dio erano stati in buoni rapporti. Dio ti ama, diceva la maestra della scuola domenicale della chiesa metodista, dove ci avevva mandato nostra madre, e dove Rennie continuava a mandarci per principio, e Laura ci aveva creduto. Ma ora non ne era più così sicura.
Cominciò a preoccuparsi dell’esatta ubicazione di Dio. Era colpa della maestra della scuola domenicale: Dio è ovunque, aveva detto, e Laura voleva sapere: Dio era nel sole, Dio era nella luna, Dio era nella cucina, nel bagno, era sotto il letto? (“Vorrei tocere il collo a quella donna” diceva Reenie). Laura non voleva che Dio le spuntasse davanti quando meno se lo aspettava, cosa non difficile da credere considerando il suo recente comportamento. Apri la bocca e chiudi gli occhi, e ti darò una sorpresa coi fiocchi, diceva Reenie, tenendo un biscotto dietro la schiena, ma Laura non voleva più saperne. Voleva tenere gli occhi aperti. Non che non si fidasse di Reenie, ma aveva paura delle sorprese.
Probabilmente Dio era nello stanzino delle scope. Sembrava il posto più verosimile. Se ne stava nascosto là come uno zio eccentrico e magari pericoloso, ma lei non poteva essere certa che ci stesse, perché aveva paura di aprire la porta. “Dio è nel tuo cuore” diceva la maestra della scuola domenicale, e questo era ancora peggio. Se fosse stato nello stanzino delle scope si sarebbe potuto sempre fare qualcosa, come chiudere la porta a chiave.
Dio non dormiva mai, si diceva nell’inno – Nessun sonno spensierato chiuderà i suoi occhi. No, di notte vagava per la casa spiando le persone – controllando se fossero state abbastanza buone, o mandando flagelli per ucciderle, o indulgendo in qualche altro capriccio. Prima o poi sarebbe stato obbligato a fare qualcosa di spiacevole, com’era accaduto spesso nella Bibbia.

Ex Libris 265 (per una birra)

26 febbraio 2017

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Paola va a fare la spesa. Le chiedo di comprarmi le birre. Siccome la volta scorsa le ho detto: «Prendi quella nella lattina gialla» – che Paola è astemia e le marche non le capisce – ed è tornata con una lattina argentata che al confronto la Peroni è una Weissbier artigianale fatta col malto d’orzo raccolto a mano da vergini bionde nelle notti rugiadose di luna piena, stavolta le fornisco indicazioni più specifiche. Le dico: «Prendi qualsiasi birra, ma non quella nella lattina argentata, per favore. In particolare, se proprio vuoi andare sul sicuro, prendi quella nella lattina azzurra e grigio chiaro. O quella gialla».

Stasera apro il frigo, afferro la birra. La lattina è nera come la morte con una striscia blu nel mezzo. Sul davanti campeggia un enorme 12, che lei deve aver scambiato per il numero di maglia di un giocatore dell’inter. Sta invece a indicare che la birra in questione è una triplo malto da dodici gradi. In pratica, una lattina di vino. L’ho bevuta un tre, quattro volte ed era quel periodo in cui continuavo a scrivere status romantici a cazzo su Facebook tra le sette e le otto di sera. Poi credo mi sia venuta l’epatite.

Rovisto in frigo senza speranza, alla ricerca di non so nemmeno bene io cosa. A un certo punto, scansando le acciughe e i cetriolini, le mie mani toccano una seconda lattina. La guardo. È quasi tutta rossa ma non è una Coca. Signore, ti ringrazio, forse in un impeto di esagerazione e affetto Paola mi ha comprato una seconda birra!

Leggo la marca. Mai sentita. guardo la gradazione per non avere sorprese-

È una birra analcolica.