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Ex Libris 183 (non c’è più religione!)

19 aprile 2015

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Monaco allampanato    Costoro abbassano la patria del genere umano al livello di una stella errante. Uomini, bestie, vegetali, minerali, tutto cacciano su uno stesso carro e lo spediscono in giro per il deserto dei cieli. A dar retta a loro, non esiste più né cielo né terra. Non la terra, perché è un astro nel cielo, e nemmeno il cielo, perché è fatto di tante terre! Tra l’alto e il basso, tra l’effimero e l’eterno, non c’è più differenza. Che noi siamo destinati a scomparire, lo si sa; ma che debbano scomparire anche i cieli, dovevano venire loro a dircelo! Il sole, la luna, le stelle e gli uomini vivono sulla terra: così fu detto e così è scritto; ma adesso, a sentire costui, anche la terra sarebbe una stella. Soltanto stelle: non c’è altro! Arriveremo al punto che un giorno li sentiremo dire: non ci son nemmeno uomini e bestie, anche l’uomo è una bestia, esistono solo le bestie!

Le traduzioni estemporanee 10 (reprise)

16 aprile 2015

Personaggi: Artie, Vale
Ambiente: cucina

(cinque minuti più tardi)

Artie: Ehi? Adesso è sera? Possiamo uscire, allora? Daaaai! Ho fatto le ninnone! Dormito tantissimo, io. Usciamo?
Vale: -.-‘

Le traduzione estemporanee 10

15 aprile 2015

Personaggi: Artie, Vale, Mascherina, Aristillo
Ambiente: Artie in cucina, Vale al computer che tenta di scrivere, Mascherina e Aristillo che sonnecchiano

Artie: fammi uscire!
Vale: no!
Artie: aaaah, aprimi!
Vale: fa troppo caldo, uscirete stasera, col fresco.
Artie: non mi importa, voglio uscire ora.
Vale: ho detto di no. Piantala di fare casino.
(Artie va in sala e si siede davanti a Vale)
Artie: ok, vieni ad aprirmi la porta?
Vale: ma cosa… Ho detto no!
Artie (sdraiandosi): va bene, va bene, ma stai calma, eh.
Mascherina (svegliandosi): a me non va bene! Io voglio uscire! Fatemi uscire suuuuubito! (mentre va in cucina intercetta Aristillo che dorme sul poggiapiedi) Oh, ma c’è il mio Tillone! Tillotillo mio adorato ^_^ Oh, coccolo… (si mette a fare le paste su Aristillo, che non gradisce, ma sopporta).

Ex Libris 182 (rock telepaths)

12 aprile 2015

Living

Ho sempre pensato che la ragione per cui i gruppi britannici durano più di quelli americani è che in America è facile ritrovarsi circondati da gente che pende dalle tue labbra. In Inghilterra puoi andare in un pub e la gente si fa i fatti suoi senza neanche notarti.
Questo era uno degli aspetti piacevoli di andare a vivere in campagna, anche se quando la band comprò Fisher Lane Farm a Chiddingfold, nel Surrey, con l’intenzione di trasformarla in uno studio di registrazione residenziale, la gente del posto non ne fu proprio contenta. Chiddingfold è un tranquillo villaggio inglese e l’arrivo di un gruppo rock provocò un po’ di agitazione. Tuttavia, i roadie si integrarono bene nel Working Men’s Club di Chiddingfold, specialmente dopo aver scoperto che la birra era sovvenzionata. Da quel momento in poi la politica fu in genere di chiudere un occhio. L’unico soggetto che ci causò qualche fastidio a Chiddingfold fu un tizio convinto di aver usato i suoi poteri telepatici per scrivere tutte le nostre canzoni. Avendocele trasmesse in via subliminale, ci era rimasto male quando poi le avevamo spacciate per nostre e quindi lo avevamo tagliato fuori dalle royalties. Ci scriveva regolarmente e di tanto in tanto si affacciava a The Farm, come ormai era conosciuto lo studio. Uno dei roadie lo accompagnava in fondo alla strada, lo mollava al centro della piazza del villaggio e lui si dileguava fino alla volta successiva.

Ps. Mike, però, quando dici del concerto al Circo Massimo che “quella sera tutto funzionò come un meccanismo a orologeria”, te lo sei scordato il casino che a un certo punto Banks e Collins fecero su Firth of Fifth o fai lo gnorri perché ti serviva la chiusura a effetto per il libro?

Mann Moments

8 aprile 2015
by

The Jericho Mile: Ritmiche jail-stonesiane

Thief: Riflessi metropolitani su cofano che scivola nella notte part.1

The Keep: Eva si volta verso la fortezza, freeze frame, titoli (o forse no)

Manhunter: Tiger, tiger

The Last of the Mohicans: Uno sguardo perso, un salto nel vuoto

Heat: Spostamento d’aria, festone che cade

Insider: Scavalcamenti di campo Ozu-style

Ali: Sam Cooke leads the dance

Collateral: Coyotes, Cornell

Miami Vice: Offshoring

Public Enemies: Blazes in the Dark

Blackhat: Acqua, cemento e agguato

Ex Libris 181 (se…)

5 aprile 2015

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È un peccato che la sua arguzia emerga di rado dai suoi versi. Negli anni dell’università, intratteneva i suoi accoliti con brevi scritti satirici in cui rinarrava gli avvenimenti contemporanei come se fossero drammi storici nello stile di Victor Hugo. W.H. Mallock, un suo compagno, ne rammenta uno in cui la regina Vittoria restava coinvolta in un convegno amoroso tra i politici Lord John Russell e Sir Robert Peel. Forse fu durante la stesura di quella commedia che Swinburne compose anche l’angustiata confessione in cui la sovrana rivelava di essere stata sedotta da un William Wordsworth attempato.

Più tardi, in questo varietà dell’alta società vittoriana, l’attenzione si sposta sulla figlia illegittima della regina e di Lord Russell, che diviene una cortigiana con lo pseudonimo di «signorina Kitty» e ammalia vari principi e uomini di Stato. «Avrà anche fatto tutto ciò che avrebbe potuto far arrossire una Messalina, ma ogni volta che guardava il cielo, mormorava: “Dio”, e ogni volta che guardava un fiore, mormorava: “Madre”» osserva uno dei suoi corteggiatori.

Dopo il racconto, aggiunge Mallock, Swinburne inghiottì un altro bicchiere di porto e sprofondò nel sonno dell’ebbrezza.

Puerile, sì, e in certa misura semplicemente sciocco. Ma se Swinburne avesse rinunciato ai goccetti e ai bicchierini troppo frequenti, e avesse buttato giù queste burle in manoscritti destinati ai suoi amici, forse lo ricorderemmo come il precursore della commedia alternativa e dell’irriverenza satirica degli anni Sessanta del Novecento, anziché come un poeta minore, strambo e del tutto trascurabile, degli anni Sessanta dell’Ottocento.

Le traduzioni estemporanee 9

1 aprile 2015

Personaggi: Artie, Vale
Ambiente: angolo studio, soggiorno.

(Vale sgranocchia un pretzel. Artie sale sulla scrivania.)
Artie: madre, mi dai un po’…
Vale: eh, ma non ti p…
Artie: non dirlo, madre, lo sai che non devi dirlo.
Vale: vabbe’, ma insomma. Sai che non puoi stare qui sopra, vero?
Artie: dammi il pretzel e me ne vado.
Vale (concedendone magnanima un pezzetto): fatti bastare questo.
Artie: bastare, già già, intanto va bene, poi si vedrà.
Vale: no, non “si vedrà”. E guarda, già non riesci a mangiare questo, lo hai fatto cadere (lo tocca sulla nuca. Artie salta via tutto spaventato)
Artie: Wooo, oh, che è, che è stato, aiuto, mi hanno attaccato! Che era? Devo mettermi in salvo!
Vale: -.-‘ ecco. Ecco il tuo pretzel, eccolo qui, adesso vattene a dormire da qualche angolo. Uff…
Artie: …magari prima un altro pezzetto di pretzel?

Ex Libris 180 (deiezioni della Storia)

29 marzo 2015

Paesaggio

Noi ormai operiamo, nel senso proprio di costruire edifici, case, monumenti, spazi coltivati, in uno scenario già esistente nel quale altri, prima di noi, cioè i nostri progenitori, hanno operato, a loro volta operando in un quadro anch’esso preesistente. Il nostro pianeta non riesce più a contenere la nostra voglia di edificare, la nostra urgenza di fare, costruire, manipolare le cose, la natura, lo scenario ereditato. Produciamo continuamente eventi, facciamo e rifacciamo incessantemente il volto dei nostri territori, dimenticando che tutta la nostra produzione finisce sommersa: diventa cascame della storia che va a rimpolpare gli strati sui quali edifichiamo il nostro presente. Allora si guarda alla storia per cercare di capire le ragioni degli eventi che sono accaduti, delle situazioni che si sono instaurate in un paese o, come da qualche secolo accade, nell’intero mondo. E ci rendiamo conto che tutti gli accadimenti che pure producono cose, edifici, monumenti, finiscono per sedimentare sul suolo, dando vita ad una sorta di sterminato deposito archeologico, uno sterminato cimitero: “viviamo il presente – ha scritto Heidegger – correndo verso il baratro della morte”. Gli accadimenti difatti fuggono via, una volta cessati, finiscono di emettere rumore, riflessi, abbagli, fuggono via come colpi di vento. Di essi resta appena il ricordo, ma fisicamente rimangono incarnati nel paesaggio come prodotti o deiezioni della storia che avanza. Il resto è solo vento, rumore che passa.

Space clearing e (auspicabilmente) mind clearing

25 marzo 2015

Il riordino, come va di moda chiamarlo adesso, o “metti a posto ‘sto casino”, come ho sempre detto io. Avevo iniziato questo post con una frase cretinissima: “Da qualche tempo mi sto interessando di riordino.” Ma è una cazzata. Io ho sempre lottato contro la mia tendenza al disordine e all’entropia. Tendenza oltre che favorita dalla mia pigrizia – e voi non avete idea del livello e dell’autostima della mia pigrizia – anche dalla fascinazione di questo concetto. Entropia: non è una bellissima parola? Non è il “luogo” in cui è destinato a finire l’intero universo? Beh, mi dicevo (mi dico), io non faccio altro che favorire il destino di tutte le cose. Chi è più aderente al piano di Dio (chiunque o qualunque cosa sia Dio) di me?

Però, c’è sempre un però (Vale torna malamente coi piedi per terra). Ale non è dello stesso parere. Ed effettivamente, devo ammettere che tutti i torti non li ha (cioè, di solito non ne ha nessuno, a parte certe cadute di stile tipo i Baustelle,* ma è comunque roba venale).** Vivere in un ambiente visivamente libero e più vuoto possibile aiuta a non sentirsi troppo sopraffatti. Così mi sono messa a leggere qualche manuale. Tipo questo, a proposito di riordino e organizzazione mentale (che passa anche, inevitabilmente, per quella fisica), in modo da pianificare al meglio riuscendo a trovare il tempo non solo per fare tutto quello che si “deve”, ma anche quello che si “vuole”. Questo libro me l’ha consigliato la nostra amica Grazia, e devo dire che ha avuto il suo perché. Ancora non l’ho letto fino in fondo,*** e ancora non riesco a usare bene la mia bellissima agenda dell’ENPA come potrei e dovrei (ci scrivo anche le minime stupidaggini pur di non lasciarla così desolatamente in bianco, ehm), però intanto mi ha aiutato a togliere tutta la monnezza di cui mi ero circondata sulla scrivania. Quasi tutta. Ci sto lavorando, comunque.

Poi ho provato con questo: è un manuale molto divertente, ben scritto, a suo modo una rivelazione, ma non lo consiglierei a nessuno. Nel senso che alcuni concetti, in sé saputi e risaputi, vengono portati a un livello tale di raffinatezza, o specializzazione, da sfociare nella follia. Sorvolo sul discorso animista sul grado di soddisfazione che gli oggetti provano svolgendo il loro compito, e del parlare con gentilezza con gli stessi (beh, anche io parlo a volte con gli oggetti, ma in genere è per insultarli. Pessima donna che sono, direbbe la Kondo). Il problema vero, e su questo la Kondo ha ragione, è che abbiamo – possediamo – troppa roba. Io stessa, che sono una morta di fame, ho eliminato diverse borsone di abiti che non usavo, e li ho girati alla caritas (perché mia madre gestisce il – come chiamarlo – reparto abbigliamento nella sua parrocchia). Invece la soluzione giapponese sarebbe: buttare tutto, letteralmente. Non vendere o regalare o portare alla caritas o chi per loro. Proprio buttare via. Cestino, secchione, e un altro bel cumulo in discarica, alla faccia del discorso sulla negatività (psicologica ed ecologica) dell’accumulo.

Per fortuna, a parte le follie nipponiche, chiunque abbia bisogno di qualche suggerimento sensato riguardo il riordino, sul come passare da una vita di disordine cronico a “perlomeno possiamo invitare gli amici senza che si spaventino”, può trovarli qui. Sì, sempre dalla nostra amica Grazia. Non è un libro di duecentocinquanta pagine, non vi risolverà magicamente i problemi di entropia, ma perlomeno non vi dirà nemmeno cappellate come “buttate tutti i libri che non leggerete più o i dischi che non avete ascoltato nell’ultimo anno”**** o “parlate e coccolate le calze che poverine stanno sempre in tensione ai vostri piedi e hanno bisogno anche loro del meritato riposo tranquille e scialle” (mia libera e un po’ tendenziosa versione).

Ah, sì, abbiamo iniziato, Ale e io, a riordinare dando via la roba che non usiamo. Finora abbiamo operato a livello di armadi e di cucina (incredibile quante stronzate uno riesca a comprarsi quando è un minimo appassionato di cucina). E la differenza c’è, si vede, si sente. Ma i libri, no, mai. I dischi neppure, non esiste. I gatti uguale. I gatti restano con noi, non esiste!

* Ehi… (NdAlessandro)

** Ah, ecco. (NdAlessandro)

*** Io sì, prrr. (NdAlessandro)

**** Anche perché dovrebbero passare sul mio corpo prima di portar via i miei dischi. (NdAlessandro)

Ex Libris 179 (e se lo dice Fante…)

22 marzo 2015

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Per gli scrittori, sonno e prosa vanno insieme. Se ti viene l’ispirazione, se le pagine funzionano, le notti sono serene. Se mancano le parole, non si dorme. E quello era un periodo così. Non riuscivo a dormire.

Always Trust Michael Mann

18 marzo 2015

Quando esce un film di Michael Mann, il bello (a parte la sensazione che sia sempre un Nuovo Avvento per le forme audiovisive) è che si chiamano  gli altri manniani, alcuni che magari non si sentivano da tanto tempo, per scambiarsi avidamente impressioni, idee, deliri; anche chi non scrive più si sente in dovere di dire la sua; qualche nuovo “fedele” viene nel frattempo conquistato alla causa (si celia, eh?, ché poi ci accusano davvero di essere una setta). Insomma, Mann agisce come un catalizzatore di energie ed emozioni come nessun altro regista oggi, e Blackhat rinnova e rilancia questa magia.

Per cui, sì, anch’io mi sono reso colpevole di un paio di pezzi: uno su “Mediacritica”, più asciutto, l’altro su “Point Blank”, più sbrodolato. Soprattutto, abbiam deciso, con la mia sorella di cinema Michela Carobelli, di tornare a unire le forze come ai bei tempi, per buttar giù una apologia scopertamente sentimentale e partigiana dell’ultima fatica manniana. Eccoci qui:

Ti toglie il fiato, Mann, come sempre, e ti restituisce energie che credevi perdute, come un guaranà filmico, un’iniezione di adrenalina concettuale. L’avevi lasciato a salutare un blackbird rinchiuso dietro le sbarre di una legalità asettica, tecnica, esiziale; torna per processare lo spazio concentrazionario di un eversore che legge Baudrillard e Foucault per penetrare l’eredità totalitaria di quella Weltanschauung.

Mann parla sempre di un tema dato, che scava con furore procedurale (qui la minaccia informatica globale) e d’altro. Parla di cinema (di rappresentazione che costantemente si interroga su sé stessa). Di sguardi (di cosa voglia dire guardare, essere guardati, in un mondo in perenne autoesposizione). D’amore, mai così vero, mai così necessario (dove lo sguardo che davvero taglia la cappa opaca della realtà è quello di chi ama). Dello smarrimento in un panorama interconnesso in cui le identità rimbalzano, si moltiplicano e vengono risucchiate in milioni di pixel per lasciarci nudi nella spianata di cemento e bytes del presente.

Quello che fa Mann per rivelarci la nostra condizione è non imporre un marchio pregiudiziale alla realtà, ma plasmare la propria visione direttamente nella sua creta; è sottrarre l’inessenziale e dilatare i tempi in cui incrociare sguardi, gesti, movimenti che veicolano sentimenti, paure, esitazioni come solo lui e Kathryn Bigelow sanno ancora fare a Hollywood. E il luogo di frontiera in cui stavolta pianta le sue tende da pioniere per capire dove tira il vento è quell’atavico, mitico crocevia tra oriente e occidente che è Hong Kong, là dove i ragazzi che entrano nel nocciolo del reattore nucleare di K-19 possono prendere per mano gli angeli perduti di Wong Kar-wai e piangerne le lacrime. La Hong Kong notturna e caotica di Johnnie To, in cui lasciarsi affascinare dalle geometrie dei corpi e dagli scavalcamenti di campo tra azione e abbandono, in cui devi sempre aspettarti l’inaspettato e gli eroi non muoiono mai. La Hong Kong degli addii di Peter Chan, delle scomposizioni futuriste di Tsui Hark e delle catarsi di piombo di John Woo.

Per poi fuggire ancora più lontano, verso una terra incognita fuori dalle mappe del cinema. Mentre Nick e Lien, devono trasformare in carne e materia da avvicinare e trapassare il loro avversario invisibile, Mann sublima come non mai il suo operare, identificandosi totalmente con i suoi last humans standing. “C’è tempo per piangere. Ora pensiamo a sopravvivere”. Gli amanti sopravvissuti alla fine di tutto ciò che li legava a un passato, a una storia, a una società, testano come Hawkeye e Cora in L’ultimo dei Mohicani, come Lenny e Mace in Strange Days, le possibilità di colonizzare sentimentalmente un nuovo mondo, dove contano (e parlano), dopo la catastrofe, solo i corpi, le emozioni primarie. Andare dritti allo scopo, questo conta, perché salvare sé stessi , fare i conti con la propria nemesi, immaginarsi un futuro, significa salvare l’umanità, darle un’ulteriore chance, traslarla in un altro formato. Qui e ora.

Amare è necessità in un mondo in cui ci si perde in frammenti di immagini, in cui tutto cambia alla velocità degli elettroni, in cui il punto di vista si perde di vertigine in vertigine. Non esistono più safe houses, la gente muore nell’indifferenza generale e solo gli occhi sbarrati nella morte sembrano in grado di afferrare un lembo di memoria, un istante prima del fade to black. L’amore è necessario perché in due ci si fa scudo e ci si protegge. Perché giustizia, vita e amore possono sovrapporsi in un’asse di mira che vada a solcare il caos, a svelare l’illusione. Allora sguardo, scopo, azione, si fanno unità. Moltiplicano il senso.

Allora non c’è che sopravvivenza, vendetta, fuga.

Speranza.

(Alessandro Borri & Michela Carobelli)

Ex Libris 178 (Crosby, Miles & Nash)

15 marzo 2015

Wild

Registrammo pure una meravigliosa versione di Guinnevere, che è cazzutissima da cantare. Anni dopo, fu appannaggio di uno come Miles Davis. Al tempo, era impegnato nella lavorazione di Bitches Brew e si imbatté in Crosby nel Village. “Ciao Dave”, disse, “ho registrato un tuo brano, Guinnevere. Ti va di sentirlo?”. Miles aveva un braccio intorno a una bionda alta e dalle lunghe gambe che voleva scoparsi, per cui i tre tornarono nel suo appartamento per sentire Guinnevere. Miles mise su la canzone, una versione di venti minuti che puntava in miriadi di direzioni cosmiche e andò in camera da letto con la bionda, lasciando David lì a fumare erba e ad ascoltare l’incisione. Mezz’ora dopo, Miles spuntò dalla camera da letto. “Allora Dave, che te ne pare?” Crosby gli scoccò una delle sue classiche occhiatacce. “Be’, Miles, il brano puoi usarlo, ma dovrai togliere il mio nome.”. Miles era avvilito. “Non ti piace?”, chiese? Crosby si rifiutò di stemperare la sua opinione persino di fronte a una personalità di primo piano come Miles Davis. “No, amico, no. Non mi piace per niente”.
Una decina d’anni dopo, ero a una festicciola dopo i Grammys al Mr. Chow di Los Angeles e vidi Miles fare il suo ingresso insieme a Cicely Tyson. Incrociò il mio sguardo e iniziò a gesticolare insistentemente al mio indirizzo. Mi guardai alle spalle, certo che stesse rivolgendo quel gesto a qualcun altro.
“No, no, vieni qui”, insisté. Quando giunsi a distanza sufficiente per udirlo, si sporse in avanti e, con la sua voce bassa e profonda, chiese: “Crosby è ancora incazzato con me?”
Io dissi: “Ti riferisci a Guinnevere?”
“Già”, disse annuendo. “È ancora incazzato?”
“Non credo, Miles. Era troppo sballato oppure non era dell’umore giusto per sentire la tua versione. Probabilmente, si aspettava che gli accordi fossero uguali ai suoi, ma non credo che sia minimamente incazzato con te”.
Miles ci riflettè sopra con intensità socratica. “Okay. Salutami David. Digli che spero non sia ancora incazzato”.

Il futuro, per esempio

12 marzo 2015

Magari vi siete accorti che da queste parti ci interessa certo cinema, che ci piace uno come, per esempio, Michael Mann. Ieri, per esempio, siamo stati all’anteprima del suo nuovo film, sempre al Maxxi. La temperatura stavolta era gradevole, metto subito in chiaro.* Mi ha parecchio disturbato il fatto che la copia fosse doppiata, ma almeno questo non è colpa di Zaha Hadid, quanto delle disgraziate politiche della Universal, che hanno fatto di tutto per affossare il film, tanto fanno i soldoni con le Cinquanta sfumature di beep, che gli frega. Quindi ci siamo dovuti sorbire i sedicenti doppiatori più bravi del mondo, pensate, l’allegria.**

Comunque Blackhat. Ieri notte su fb non ho potuto fare a meno di lasciare un commento a caldo, questo: “Avete visto un pezzo di cinema del futuro e non ve ne siete accorti.” La recensione sarebbe finita. Però mi dicono che dovrei un momento argomentare, sì, che questi giudizi un po’ tranchant non sono degni di una buona critica, e tutto il bla bla di contorno, e il confronto, e l’accogliere opinioni diverse, e così via. Dovrei per esempio accogliere l’opinione di un tizio (un critico, mi dicono) che definisce Mann “il coatto che si crede Bergman”? Ma anche no. Uno che afferma una cosa del genere mi dimostra solo che di cinema ne capisce meno di mio nonno carpentiere. Bergman. In caso, Antonioni (qui amiamo anche Antonioni).***

Io però non sono una critica, questo l’ho capito io molto tempo fa e magari voi se ci seguite ogni tanto. E Ale – che, lo ricordo, è l’autore della prima monografia al mondo su questo genio del cinema****, ogni tanto tiriamoci le pose, dai – avrà senza dubbio molte cose da dire su questo film e sull’opera in generale di Mann, che si rivela una volta di più precursore, sperimentatore, profeta di un linguaggio da troppi frainteso. Per cui la mia posizione resta quella di cui sopra.

Il tempo mi darà ampiamente ragione.

* Grazie a me che ho allertato l’esimio Mario Sesti, tengo a precisarlo. (NdAlessandro)

** Che poi il problema è il doppiaggio in sé, non l’amica Jun Ichikawa che provava a rendere Tang Wei. (NdAlessandro)

*** Il tipo esiste davvero, le sue iniziali sono F. A. e scrive tra le altre cose sul “Messaggero”. Ma del resto è in non buona compagnia. La prima recensione USA che lessi aveva garbage nel titolo, e il 5,5 di rating IMDB la dice lunga sulla ricezione generalista di Blackhat. Poi, sulle pagelle di “Film Tv” gli danno tutti 9 o 10, per capire la polarizzazione totale che il Mann digitale provoca. (NdAlessandro)

**** Tra l’altro vincintrice del premio per la copertina più brutta della storia, ci tengo a dirlo. Comunque sì, sto nel pieno del cono d’ombra manniano, appena riesco a uscire dalla trance e a organizzarmi le idee qualcosa butterò giù. (NdAlessandro)

Ex Libris 177 (fantasmi)

8 marzo 2015

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Tutto accadeva come se, su una strada che non portava in nessun luogo particolare, si incontrassero successivamente dei gruppi di viaggiatori, anch’essi ignari della loro meta, e li si incrociasse solamente per un breve momento. Altri invece vi accompagnavano per un piccolo pezzo di strada, per sparire senza ragione alla prossima curva, volatilizzati come ombre. Non si capiva perché questa gente si imponesse al vostro spirito, occupasse la vostra immaginazione, a volte persino vi divorasse il cuore, prima di rivelarsi per quello che era: dei fantasmi. Da parte loro, essi pensavano forse la stessa cosa di voi, sempre che fossero in grado di pensare a qualche cosa. Tutto ciò apparteneva all’ordine della fantasmagoria e del sogno.

Incontri in metropolitana

4 marzo 2015

William Wilson si imbatte nel suo fatale Altro a scuola, Locke in un albergo africano. Robert Klein lo scopre leggendo il giornale, Tertuliano Máximo Afonso guardando una commediola portoghese in vhs. Weronika/Véronique si incontra in una piazza di Cracovia. Io l’altra sera in metropolitana, linea A. Salgo a Flaminio, il solito carnaio, un vagone di gente schiacciata l’una sull’altra. Si chiudono le porte, mi volto, vedo un compagno di sventura che mi sorride come per dire “cosa tocca sopportare in questa città, eh?, portiamo pazienza”. Ed ecco il tuffo al cuore, perché a un’occhiata veloce il co-passeggero mi assomiglia in maniera inquietante. Pelato, ovvio, con occhiali del genere mio, la forma della testa è simile nel suo ovale allungato, l’età più o meno quella, pur se trovo sempre difficoltà nell’individuarla. Niente, ho dovuto deviare lo sguardo, forse proprio perché ho letto troppi racconti gotici sui doppelgänger, e il vagone ha assunto di botto un’apparenza unheimlich. Poi ho avuto il coraggio di riguardare l’Altro, che non pareva per nulla inquieto, come forse dovevo apparirgli io. Mi rivolgeva ogni tanto lo sguardo, senza particolare intenzione, come avrebbe fatto con chiunque altro sventurato stretto con lui in attesa della fermata giusta. Con calma, ho constatato che la somiglianza non era così estrema: quella fossetta sul mento era tutt’altro che borriana, e altri dettagli sparsi del viso dirimevano la possibile gemellarità oscura. Insomma, alla fine ho realizzato che non ci sarebbero stati duelli alla Wilson o scambi d’identità alla Locke/Klein (o Fracchia). Eppure quel momento di epifania penso lo ricorderò a lungo con strana, intensa emozione.

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