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Ex Libris 333 (chi vuol essere fascista?)

16 dicembre 2018

In America del Nord e in Europa occidentale ci culliamo nell’idea che democrazia, diritti, liberalismo e progresso economico siano intrinsecamente legati fra loro. Ma per la maggior parte delle persone, la legittimità e la credibilità di un sistema politico poggiano non tanto sulle pratiche liberali e sulle forme democratiche, bensì sull’ordine e sulla prevedibilità. Un regime autoritario stabile, per la maggioranza dei cittadini, è molto più desiderabile di uno stato democratico allo sbando. Perfino la giustizia probabilmente conta meno della competenza amministrativa e del mantenimento dell’ordine nelle strade. Se sarà possibile avere la democrazia, la avremo. Ma innanzi tutto vogliamo sentirci sicuri. Con il crescere delle minacce globali, crescerà inevitabilmente anche il desiderio di ordine.

Le implicazioni, anche per le democrazie storiche, sono significative. In assenza di forti istituzioni di fiducia reciproca, di servizi affidabili forniti da un settore pubblico provvisto di finanziamenti adeguati, le persone cercheranno sostituti privati. La religione (come fede, comunità e dottrina) probabilmente godrà di un certo rilancio, anche nell’Occidente laico. L’altro, a prescindere dalla definizione che se ne dà, verrà visto come una minaccia, un nemico, una sfida. Come in passato, la promessa di stabilità rischia di confondersi con i comfort della protezione. Se la sinistra non avrà qualcosa di meglio da offrire, non ci sarà da meravigliarsi se gli elettori staranno a sentire chi fa loro promesse del genere.

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Diario di bordo di Gravity’s Rainbow – parte 1

11 dicembre 2018

Grido convoglio Pirata banane luce missile margarina blip crucco VAT 69 Balaklava freddo fantasie W.C. Fields “Cervello Genitale” Nome di Dio “Adenoide gigante” lord Blatherard Osmo Croix mystique SHAEF (Supreme Headquarters Allied Expeditionary Forces) ACHTUNG (Allied Clearing House, Technical Units, Northern Germany) zippo stelle yankee Unlucky Strike Tantivy Mucker-Maffick Frick Frack Club lucciole Bovril luppolo Blitz bombe memento mori uccello Kilroy Emily Dickinson Grande Depressione Indie Occidentali medium freccetta Legge di Zipf sul Minimo Sforzo Misteriosa Operazione da Microfilm fascisti PISCES (Psychological Intelligence Schemes for Expediting Surrender) Loro “un aprile alla T.S. Eliot” Golfo Persico Tamigi Dracula Jaguar ausiliaria guerra Rapporto Medio di Uccisioni per Tonnellata Battaglia d’Inghilterra vaffanculo water macerie BBC cane spugna White Visitation Testo reparto Abreazioni del Signore della Notte “fase ultraparadossale” tabula rasa Realpolitik Ick Regis polipo diavolo autocarri schema di Poisson angeli Kyprinos Orient Dopoguerra Fay Wray Quoziente di Dolore Monte di Venere Natale giochi d’infanzia Tyrone Slothrop kenosha cazzo fair-West semibiscrome lustrascarpe Insospettabile Nichilista escrementi Atlantico Pearl Harbor isolamento Fiume Rosso “giovane mulatto norvegese” olocausto Ardenne Kryptosam prostata Enrico VIII Flotsam and Jetsam Operazione Ala Nera Schwarzkommando efficienza shrapnel Eisenhower fanatici lunatici interfaccia Zucca a sorpresa Electra House Rorschach s”timolo strutturato” homo monstrosus “Progenie orrenda” Lie Detector singolarità simbolo sado-anale sabbia fortezze volanti paranoia Pavlov Deserto “punto d’inerzia patologica” Probabilità lobotomia ghiaccio Amanita muscaria Rizla “Asse Roma-Berlino” Forno glande follia Spitfire Destino Wandervogel herero svastica profezia meta-soluzioni Sigfrido verginità oude genever Mare del Nord Storia White Zombie Sten vitello d’oro dodi Vermeer Eletti Dono della Parola Tamigi Croce di Lorena Molotov bobina anomalia poltrona di peluche rosa gelatine al vino Gilbert & Sullivan Hop Harrigan lacrime Fuoco del Paradiso efelidi figa Maria Montez fremito sperma mostriciattoli je ne sai quoi de sinistre ipnotismo “Nazis in the News” Morte Sistema calze di nylon pudding Impero Angloamericano tenore inedia schizofrenico Avvento mano morta “Radio Doctor” “Monopoli Elettrico” Noel Coward “Antico Avversario” Cesari bombardieri sogni fantasmi Luftwaffe caso Maestro erezione “Premio Finale” Minotauro Riviera simmetria ectoplasmi eliotropio psicometria magnetofono autocromatismo raggi ultravioletti Radiosità Esterna esplosione Zero incursione Tarocchi IG Farben memoria Muro UFA capitalismo Juden-schnautze Troll Bundestag Rosa Luxemburg Burgundi Monaco Reno Kurt Mondaugen disastro Marx Licht Et tu, brute Bismarck Autobahn catrame di carbone automa virilità belladonna Siboney “Times” Tribù Perdute di Israele fumo gin “Città Paranoia” blatte Strega politene Gusci dei Morti teiera “tepore britannico”

EX LIBRIS 332 (tecnici della distruzione)

2 dicembre 2018

Primavera

Conosco bene una certa strada, dove il paesaggio naturale è allietato da filari di ontani, viburni, felci dolci e ginepro che, ad ogni stagione, si vestono di nuovi fiori sgargianti, in autunno, mettono in mostra ricchi grappoli di bacche. Non vi era, in essa, alcun traffico intenso e, ad ogni modo, ben poche erano le curve strette o gli incroci in cui i cespugli potessero impedire la visuale agli automobilisti, Ma con l’arrivo degli erbicidi quella strada è diventata un nastro d’asfalto da percorrere in fretta, un panorama da sopportare cercando di non pensare al mondo sterile e brutto che permettiamo che i nostri tecnici ci preparino. Tuttavia, qua e là, le autorità avevano “mancato al loro dovere”, cosicché, nonostante i piani per la completa eliminazione della vegetazione superflua, alcune inesplicabili dimenticanze permisero la sopravvivenza di qualche oasi piena di attrattive – ciò che rende ancora più intollerabile la profanazione perpetrata lungo quasi tutta la nostra rete stradale. In queste isole di verde il mio spirito può ancora rasserenarsi alla vista delle estensioni di bianco trifoglio o delle nubi purpuree di veccia in mezzo alle quali spuntano i rosseggianti calici del Trillium.

Queste piante sono “erbacce” soltanto per coloro che fanno affari vendendo i prodotti chimici, oppure accaparrandosi l’appalto per le disinfestazioni. Negli “Atti” d’uno dei molti congressi sul controllo delle erbe infestanti, che vengono ormai regolarmente organizzati, ho letto una volta uno stupefacente principio filosofico sugli erbicidi. Il suo assertore sosteneva la necessità di distruggere anche le piante utili ” semplicemente perché esse sono in cattiva compagnia”, ed aggiungeva parlando di coloro che si rammaricavano per la scomparsa dei fiori selvatici lungo i bordi delle strade: “Mi ricordano quelli che osteggiavano la vivisezione: per essi, a giudicare dal loro comportamento, la vita d’un cane randagio è più sacra della vita di un bambino.”

These are the songs of my life: Folk Sensations Edition

28 novembre 2018

Chi mi conosce sa del mio penchant per le voci femminili in generale, quelle del folk inglese in particolare.

Negli empirei, c’è lei, “la voce folk rock britannica per eccellenza” secondo Pete Townshend, e si parva licet secondo me, ovverosia Sandy Denny, una predestinata del cielo se c’è n’è stata una, e dal cielo perciò condannata al travaglio, all’infelicità, alla morte, da mescolare in proporzopnmi variabili nel calderone della creazione: oltre al puro cristallo celato nell’ugola, Sandy ha scritto/interpretato alcune delle canzoni che più amo in assoluto – le sublimi elegie coi Fairport Convention, Fotheringay, Who Knows Where the Time Goes, Crazy Man Michael, l’epica Banks of the Nile con gli eponimi Fotheringay, e poi John the Gun, Listen, Listen, Like an Old Fashioned Waltz, No More Sad Refrains. No more, davvero.

Lassù in alto, vicino a lei c’è anche Jacqui McShee, sacerdotessa del pentacolo che magicamente univa in matrimonio folk blues jazz musica antica, officiando riti indimenticabili come Let No Man Steal Your Thyme, The Trees They Do Grow High, Light Flight, Cruel Sister.

Poi, scendendo dai cieli del sublime nella polvere dei villaggi, nel fango dei campi, tra gli spruzzi salini sulle rive dell’oceano sarebbe venuta la ruspante Maddy Prior coi suoi Steeleye Span a dare una spinta più laica e rockeggiante a Dark-Eyed Sailor, The Blacksmith, When I Was on Horseback.

L’età dell’oro, come tutte le età dell’oro devono fare, è passata, ma più vicino a noi c’è sempre chi porta alta la fiamma. Basta ascoltare le sorelle Unthank dal reame di Northumbria che armonizzano sulle melodie dolcissime e sconsolate di Here’s the Tender Coming o Gan to the Kye. O scoprire che lo spettro di Sandy, 40 anni dopo, aleggia ancora nella casa sulla collina, nelle vacanze romane, nei vecchi cimiteri di un’altra benedetta dalle stelle, Olivia Chaney.

Ex Libris 331 (la legge del più for… stronzo)

25 novembre 2018

La società attuale è in gran parte il riflesso di una visione antropocentrica della vita e il risultato di un percorso evolutivo governato dalla competizione: la “legge del più forte” da sempre giustifica violenze e soprusi, non solo a danno dei nostri simili, ma anche delle altre specie. Questo sistema di vita potrà essere modificato attraverso una presa di coscienza collettiva, che affondi le radici in una nuova percezione che ciascuno ha di sé. Fintanto che l’uomo continuerà ad avere l’illusione di essere al vertice della piramide evolutiva – quindi superiore a tutte le altre specie e in diritto di sfruttare senza limiti e scrupoli le risorse del pianeta – non sarà in grado di compiere scelte decisive ed evolutivamente rilevanti per il futuro dell’umanità e della Terra.

We have a dream

19 novembre 2018

Ogni tanto dobbiamo scrivere un pezzullo ispirato alle nostre riviste preferite, per esempio “Il Venerdì di Repubblica”, che troviamo a casa dei genitori paterni in occasione del rituale pranzo sabatino.

Bene, sul suddetto “Venerdì” c’è una rubrica fissa che parla di animali altri, con presentazione di libri, di ricerche e compagnia bella, dove si trovano anche informazioni interessanti a volte.

Solo che il tono è ben esemplificato da quello contenuto nel numero del 2/11 scorso, e paradigmaticamente intitolato: Alcol, truffe e gelosia – Il lato umano degli animali. Nell’occhiello si precisa che si parla di un libro che rivela come “nel bene e nel male, non siamo poi così unici”. (sarebbe questo)

Ora, noi capiamo l’approccio divulgativo, il fatto che di fatto la maggior parte della gente umana crede di esserlo, unica (quelli che “solo noi sapiens facciamo questo e facciamo quello”, sapete no?; quelli per esempio come Marco Malvaldi che proprio qualche giorno fa abbiamo sentito su Fahrenheit sparare senza pudore che noi umani abbiamo una infanzia prolungata ma poi surclassiamo tutti gli altri animali – cioè, lui non ha detto altri, ha detto “gli animali”, col più classico del noi-contro-loro e tanti saluti a Derrida) e quindi su una rivista generalista si cerchi di andare giù morbidi, per tema di scombussolare un po’ troppe certezze tutte in una volta.

Però, però, è davvero una fatica leggere due pagine in cui per sfatare appunto le acritiche certezze su tutta una serie di presunte prerogative umane si parli in sprezzo a ogni logica scientifica e linguistica di “somiglianza animali-uomo”. Cosa diamine vuol dire in italiano “somiglianza animali-uomo” (uomo, poi, manco umani: nella lingua si sa che sessismo e specismo vanno a braccetto in allegria), visto che gli umani sono animali? Cosa diamine vuol dire che sono “inspiegabili” analogie che non darebbero vantaggi “agli individui, al gruppo o alla specie”, tipo la presenza del lutto nelle società degli elefanti, degli scimpanzè ecc. ecc.? Cioè, se non si può spiegare con un palese interesse evoluzionistico una caratteristica comportamentale, andiamo a finire nel campo dei misteri metafisici, pur di non ammettere che non esiste solo l’istinto ma anche la cultura, non solo la necessità ma anche la gratuità?

Ecco, we have a dream: che in un futuro accettabile non dovremo più leggere roba delimitata da un tale pencolante frame di pensiero; e se non altro che quando il giornalista di turno si appresti a vergare qualche stupidaggine del genere gli appaia il fantasma di Roger Caillois a recitargli uno dei passi che non ci stanchiamo mai di riportare in circostanze del genere (e scusate se l’avete già letto da queste parti, fa sempre ):

L’uomo è un animale come tutti gli altri, la sua struttura biologica è la stessa degli altri esseri viventi; lui pure è sottomesso a tutte le leggi dell’universo, come quelle dalla gravitazione, della chimica, della simmetria, e così via. Perché allora supporre aprioristicamente che sia necessariamente una mania, un’illusione o un miraggio la pretesa di ritrovare altrove le proprietà della sua natura o, inversamente, di ritrovare in lui le leggi che si constatano reggere le altre specie? Tutto invece fa ritenere più probabile la continuità. Mi pare comunque sia una forma di antropocentrismo, se non di antropomorfismo, quella che porta ad escludere l’uomo dall’universo e a sottrarlo alla legislazione comune. Antropocentrismo negativo, ma non meno pericoloso dell’altro che lo situa al centro del mondo e rapporta tutto a lui solo. Due effetti del medesimo orgoglio.

Ex Libris 330 (resistenza estetica)

11 novembre 2018

«[…] ogni sistema totalitario, non importa quanto severo, ha il suo underground. Due underground, anzi. C’è quello della resistenza politica e quello della sopravvivenza del bello e del dilettevole – cioè della salvaguardia dello spirito umano. Ti racconto una storia. Negli anni ’40 quando Parigi era occupata dai nazisti, un artista che si chiamava Marcel Carné fece un film. Le riprese le effettuò sulla Via dei Ladri, la vecchia via parigina dei teatri dove si poteva trovare di tutto, da Shakespeare agli spettacoli delle pulci, dall’opera lirica agli strip. Il film di Carné era ambientato nel passato e bisognò trovare centinaia di comparse in costumi ottocenteschi. Dovettero intervenire cavalli e carrozze e giocolieri e acrobati. il film venne fuori lungo più di tre ore. E Carné lo fece proprio sotto il nasco dei nazisti. È, quel film, un’affermazione della vita che dura tre ore nonché un esame dello strano e talora devastante magnetismo dell’amore. Romantico? Oh, tanto romantico da far sospirare un poster turistico, da far arrossire un sonetto. Però totalmente intransigente. È una celebrazione dello spirito umano e di tutti i suoi buffi, delicati e più grotteschi aspetti. E lo fece proprio nel bel mezzo dell’occupazione nazista: filmò una simile bellezza praticamente nel ventre della bestia. Lo chiamò Les Enfants du Paradis e passati quarant’anni commuove ancora le platee di tutto il mondo. Intendiamoci, non voglio toglier nulla alla resistenza francese. Le sue imprese coraggiose e i suoi sabotaggi minarono i tedeschi contribuendo al loro crollo. Ma in più di una maniera il film di Marcel Carné è stato più importante della resistenza armata. I partigiani forse hanno salvato la pelle a Parigi, Carné ne ha tenuto in vita l’anima.»

These are the songs of my life: Jefferson’ Hymns Edition

7 novembre 2018

“When the truth is found to be lies and all the hope within you dies. Grace Slick. Marty Balin. Paul Kantner. Jorma Kaukonen. These are the members of the Airplane. Interesting.”

Il venerabile rabbino di A Serious Man, richiesto di un consulto, parafrasava Somebody to Love trasformandola in una cantilena sapienziale, prima di elencare i nomi della formazione quasi celassero una qualche superiore verità cabalistica.

Paul Kantner è volato via un paio d’anni fa (lo stesso giorno, in un clamoroso twist of fate, di Signe Toly Anderson, la cantante della prima formazione, destinata ad essere eclissata dall’arrivo di sua maestà Grace Slick); a Marty Balin è toccato un paio di mesi fa; Spencer Dryden se n’era già andato nel 2005.

Ma gli inni che i Jefferson, nelle loro molteplici incarnazioni, ci hanno donato, sono qui per restare, e ricordarci che, quando ci chiudiamo noi nostri sterili io, c’è sempre un we che aspetta di erompere in un canto di liberazione.

E allora, we can be together, we should be together.

Let’s go together right now.

We were like lovers in another lifetime.

We built this city, we built this city on rock an’ roll. (sì, anche questa, la supposta peggior canzone della storia, senza pudore)

Ex Libris 329 (ma in certi casi non è solo una sensazione)

28 ottobre 2018

Tra gli anni della nostra infanzia e quelli odierni c’è stata una profonda evoluzione del ruolo di genitore. La pedagogia è diventata sempre più accessibile, nelle scuole sono entrati gli psicologi, ci è stato spiegato che avere figli comporta responsabilità dalle mille sfaccettature. Non bastasse, a rendercelo noto, la nostra pratica quotidiana.

Presenza, ascolto, condivisione, interessamento, coinvolgimento, recupero della propria esperienza per porla al servizio del bambino, sono solo i primi fondamentali requisiti che vengono richiesti a noi genitori di oggi, con l’obiettivo principale di non commettere gli stessi errori di quelli di ieri, che si facevano meno domande e navigavano a vista. I nostri doveri, in certi momenti, ci appaiono così complessi da indurre la paranoia che sia impossibile assolverli per intero. Da qui le manie di controllo su ogni aspetto della vita dei figli, affinché nulla ci sfugga, compreso il loro rendimento scolastico. Di più: di fronte a un brutto voto, o a un ammonimento disciplinare, siamo noi a sentirci criticati nel nostro ruolo, come se le difficoltà scolastiche trovassero unica causa nella nostra disattenzione, o dicessero della nostra inadeguatezza. Se un insegnante rimprovera nostro figlio non ci stiamo, ci sentiamo sotto accusa, aggrediti, scoperti, indifesi.

Perché?

Perché i genitori che siamo contengono anche i bambini che siamo stati.

Perché abbiamo la sensazione che stiano cercando, di nuovo, di dare la colpa a noi.

Premio Nobel per la letteratura 2018

25 ottobre 2018

Datosi che quest’anno non si assegna il nobel per la letteratura perché su all’Accademia com’è noto hanno fatto un po’ casino con certe questioni di credibilità, abbiamo deciso di concerto e a blog unificati con l’amica Emma di assegnarlo noi. Non abbiamo un milioncino di euro da parte da smollare, però se il vincitore viene da noi gli prepariamo una buona cenetta veg e poi magari andiamo a mangiare un gelato a Frascati.

Quindi, il Premio Nobel per la letteratura 2018 va a Thomas Pynchon (tanto gli svedesi non glielo daranno mai, già son rimasti scottati con Dylan), per i nomi più geniali mai ammollati a personaggi di romanzo.*

Ciao Tommy, ti aspettiamo, all’aeroporto ci riconosci perché Vale porta questa maglietta. Tu mettiti il sacchetto in testa come nei Simpsons, così non ci sbagliamo.

* Nell’articolo mancano un paio dei nostri preferiti, come Japonica Fenway o Vyrva McElmo.

Ex Libris 328 (buchi)

21 ottobre 2018

Persecutore

– Bruno, quel tipo e tutti gli altri tipi di Camarillo erano convinti. Di che cosa, vuoi sapere? Non lo so, te lo giuro, ma erano convinti. Di quello che erano loro, suppongo, di quello che valevano, del loro diploma. No, non è proprio così. Alcuni erano modesti e non si reputavano infallibili. Ma persino il più modesto si sentiva sicuro. Ed era proprio quello che mi imbestialiva, Bruno, che si sentissero sicuri. Sicuri di che, dimmelo un poco, quando io, un povero diavolo con più accidenti del demonio sotto la pelle, avevo sufficiente coscienza per rendermi conto che tutto era come una gelatina, che tutto tremava attorno, che bastava solo osservarsi un poco, sentirsi un poco, tacere un poco, per scoprire buchi. Sulla porta, nel letto: buchi. Nella mano, nel giornale, nel tempo, nell’aria: tutto pieno di buchi, tutto una spugna, tutto come un colabrodo che scolandosi da sé… Ma loro erano la scienza americana, capisci, Bruno? Il camice li proteggeva dai buchi; non vedevano nulla, accettavano quello che gli altri avevano visto, s’immaginavano di star vedendo. E naturalmente non potevano vedere i buchi, ed erano perfettamente sicuri di se stessi, arciconvinti delle loro ricette, delle loro siringhe, della loro maledetta psicanalisi, dei loro non fumi e non beva… Ah, il giorno che potei farmi trasferire, salire in treno, guardare dal finestrino come tutto se ne andava all’indietro, si frantumava, non so se hai visto come il paesaggio si va facendo a pezzi quando lo guardi allontanarsi…

Rinnovare il mondo

19 ottobre 2018

Gunnar Bjönstrand ne Il posto delle fragole dice che è assurdo mettere al mondo bambini in un mondo come questo, più o meno. E penso che qualunque genitore responsabile si faccia questa domanda. In un mondo che sta andando verso gli 8 miliardi di popolazione umana. In un mondo dove ogni anno batte il precedente nell’infausta corsa al record del global warming. In un mondo dove fantasmi che parevano se non dissolti quantomeno arginati si riaffacciano in tutta la loro baldanza. In un mondo dove razzismo specismo sessismo omofobia ignoranza sprezzo del futuro dominano sovrani(sti)…

Eppure, proprio quel futuro cerchiamo di intravedere tramite GB, proprio su quel futuro vogliamo scommettere. Perché il futuro apre sul passato, come dice Rupert Sheldrake, e sul passato agisce in qualche modo, come il frutto agisce sul seme trascinandolo a sé.

Come lo vorremmo, questo futuro, se c’è? Come ciò che cercheremo di trasmettere a GB. Prima che un’educazione, un approccio alla vita: laico e aperto al mistero, rispettoso e passionale, postumanista e biocentrico, teso alla bellezza, perché è sempre la bellezza che fa per prima la rivoluzione.

Quanto più ricca è l’esperienza estetica di un individuo, quanto più sicuro è il suo gusto, tanto più netta sarà la sua scelta morale e tanto più libero – anche se non necessariamente più felice – sarà lui stesso.

Lo diceva Brodskij, nel suo discorso del Nobel.

Intanto quando GB sorride e urla di entusiasmo, inventa parole e manda baci, gioca e balla, scopre e collega, ma anche quando si incazza e ci fa incazzare, ricarica di energia questo stanco mondo. E tutto acquista un senso nuovo.

Ex Libris 327 (perché io *non* valgo)

7 ottobre 2018

Appena attribuisci a un uomo una certa grandezza ed importanza, ne fai un mostro. Basta attribuire questo a noi stessi e siamo perduti: non esiste più alcuna tranquillità né chiarezza di vita né impavidità davanti alla morte. Applico questa tendenza a me stesso: a me è dato il bisogno di pensare, di esprimere dei pensieri, di scrivere e conformare in qualche modo la mia vita alle mie idee (ciò che faccio molto male) e dunque per quanto i miei pensieri fissati sulla carta sembrino importanti a me e agli altri uomini – microbi -, sono in realtà così importanti come la segala che abbiamo fatto crescere o come l’aver allevato un gatto. Sento che appena mi sono attribuito un significato più grande che a un acero o a un melo che ha dato il suo frutto, ho perduto la calma, la gioia della vita, la rassegnazione davanti alla morte.

GB legge

6 ottobre 2018

Non è per vantarci (cioè, un po’ sì effettivamente), ma a noi dovrebbero farci testimonial di Nati per leggere.

Abbiamo iniziato a leggere a GB quando stava nella pancia da 4/5 mesi. Vale ci è andata subito giù pesante, come da programma, propinando al feto l’obbligatorio Pasticciaccio, nonché L’incanto del lotto 49. Ale si è attenuto a cose più child oriented tipo Gli amici della foresta, un Longanesi d’epoca pescato tempo fa in una bancarella.

Quando poi il non-nolano è spuntato fuori, abbiamo proseguito le letture tutte le sante sere prima della nanna, grazie ai libri comprati, a quelli generosamente donati da amic* o presi in biblioteca. Partendo dai basic per poi complessificare pian piano seguendo la sua crescita.

GB è stato un habitué della biblio di Colleferro fin dalla solita pancia, poi quando lo portavamo in fascia, e a poco a poco è diventato un beniamino delle bibliotecarie Candida e Dianora (oltre a leggere, adesso, le sue attività preferite nelle nostre visite ogni due settimane sono il farsi mettere dei video “mamm mamm” – ergo di macchine – sul computer di Dianora, e scorrazzare tra gli scaffali col carrello portalibri buttando dentro tomi a caso).

Cosicché, quando stava per compiere un anno ci hanno proposto: “Beh, visto che prendete tanti libri per lui, dovrebbe avere una sua tessera personale.” Così GB è diventato il più giovane tesserato della biblioteca. L’altro giorno per curiosità abbiamo chiesto quanti libri avessimo preso in questi due anni, e ci hanno stampato un corposo elenco di 18 pagine per 160 titoli, che parte da Quattro animali e un buco e finisce momentaneamente con La mamma.

Oltre a quelli che a botte di 7 alla volta preleviamo in quel di Colleferro e agli altri di casa, il nostro anarco-insurrezionalista personale pretende la lettura, ormai a qualsiasi ora, di una serie regalatagli dai nonni paterni, con lettere e numeri abbinati ad animali, per la gioia di Vale che li apprezza (coff coff) moltissimo*.

Comunque, non siamo qui alla ricerca di record. Noi speriamo soprattutto di trasmettergli la passione per quegli oggetti cartacei che contengono parole, immagini, mondi infiniti.

 

(* diciamo che vi risparmio la recensione, NdVale)

Ex Libris 326 (e non c’erano i social)

30 settembre 2018

F.S. L’attuale successo – o forse non così attuale – della letteratura argentina non le pare un po’ “fabbricato”?

J.L.B. Probabilmente ha influito il fatto che ora la letteratura è commerciale mentre prima non lo era. Ossia, il fatto che ora si parli di bestseller, che influisca la moda (cosa che prima non avveniva). Ricordo che, quando iniziai a scrivere, non pensavamo mai al successo o al fallimento di un libro. Quello che ora si chiama successo, a quei tempi non esisteva. E quello che si chiama fallimento, si dava per scontato. Si scriveva per se stessi e, forse, come diceva Stevenson, per un piccolo gruppo di amici. Invece ora si pensa alla vendita; so che ci sono scrittori che annunciano pubblicamente di essere arrivati alla quinta, alla sesta o alla settima edizione, e di aver guadagnato molto: queste cose sarebbero parse del tutto ridicole quando io ero giovane. O, per meglio dire, più che ridicole sarebbero sembrate incredibili. Si sarebbe pensato che uno scrittore che parla di quanto guadagna con i suoi libri, lo faccia come per dire: “Io so che quello che scrivo è brutto, ma lo faccio per ragioni commerciali, o perché devo mantenere la mia famiglia.” Quindi vedo questo atteggiamento quasi come una forma di modestia. O di mera stupidità.