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GB in “Guarda me cosa dicio” 7

18 novembre 2020
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Dubbi gibileschi: “Il cinghiale è parente del riccio?”

“Avete messo le cose velocissime nel carrello. Siete degli stracci fatici.” (sic, magari ha studiato Malinowski)

La discriminante temporale fondamentale: “Quando non c’era il coronavirus…”

“Attento a come cammini. I sampietrini neri sono bombe. Da quelli bianchi esce succo di mela.”

“Mica Van Gogh. Mica Van Gogh. Mica Van Gogh.” (ossessivamente, dopo aver ascoltato Caparezza)

“Voglio la musica rock. È musica rock questa? Allora alza.”

“Vero che i calabroni sono più grandi degli zombie?”

Guardando i Looney Tunes: “Papà, guarda il coyote, beep beep lo frega sempre.” “Già, povero coyote.” “No, povero beep beep, lui lo vuole mangiare.” Eh, effettivamente…

Si ripropone come testimonial: “Ikea, quanto sono contento di vederti.”

“Sono uno da notte perché ho gli occhi da gatto.”

Visto che ha gli occhi da gatto, bizzarre visioni gattesche serali: “Nando sembra un coccodrillo di acqua salata che sta migrando nell’Oceano Pacifico”.

Altre lezioni di anatomia: “Lo sai come va il cibo al cervello? Ci sono dei tubicini nei capelli che ce lo portano.”

“Mi ha colpito un cactus con la sua unica spina, si chiama cactus Solaspina.”

“Papà, mi è piaciuto tantissimo l’inizio del film di ieri, con quell’attrezzo.” L’attrezzo sarebbe il trapano magnetico, e il film Thief. Piccoli mannniani crescono.

“Papà, quanto sono bello? Te lo dico io: più della luce, anzi più delle stelle.”

Ex Libris 373 (10 opere)

9 novembre 2020

Foto del 22-01-20 alle 16.16

Conoscevo uno che sbagliava sempre le parole. Una volta voleva dire polipo, ha detto flauto.

Io e Squarcialupi siamo morti già da tre o quattro anni, ma è meglio che non si sappia in giro.

Tranne me e te, tutto il mondo è pieno di gente strana. E poi anche te sei un po’ strano.

Le donne s’innamoravano sempre di quello seduto vicino a lui.

Facevo una bella guzzata e poi dicevo: Qua bisogna brindare. Brindare a cosa? diceva l’Ester.

Bottazzi, gli ho scritto che volevo ammazzarmi, e m’ha risposto solo dopo due mesi.

È già un po’ di anni che non vedo più un uomo assorto nei suoi pensieri.

Si va all’inferno, però uno non lo sa. Continua a chiedersi: Sarò all’inferno?

C’era Pascoli che andava sempre ad abitare nei posti dove vicino c’era una vigna di Sangiovese.

Io non ci ho quasi mai ragione. E poi dico sempre delle balle.

 

 

Qualcosa che proprio fa schifo

23 ottobre 2020

Insomma, a voi non capita?

Se solo ti occupi, anche marginalmente, anche solo come passatempo (magari dopo una malattia del piffero di cui forse vi scrivo, forse no), insomma, se ti interessi di ambiente è matematico: prima o poi arrivano. Loro, i mangiavermi.

In effetti Giordano continua a chiedermi vermi da mangiare. Temo che non sia ciò che intendono gli esperti dell’alimentazione sostenibile, però.

Oh, per carità, le tradizioni, e non si deve giudicare e tutto il resto, sono d’accordo (cioè no, non lo sono, altrimenti non avrei scritto questo post) ma a uno viene naturale chiedersi… ma le proteine vegetali fanno davvero proprio così tanto schifo? L’ultima che ho visto: può il consumo di cicale risolvere il problema della sostenibilità dei cibi proteici? Non mi sono fermata a leggere, insomma, non è che mi interessi molto.

Cicale americane, attente! Ve se vonno magna’!

Se uno è tanto in malafede da proporre di mangiare vermi e insetti piuttosto che pensare a un bel succulento e saporito beyond burger, non ci perdo nemmeno tempo. Che poi lo dico da vegana per etica. Non ho certo smesso di mangiar carne perché non mi piaceva!

E niente. Invece di sovvenzionare la ricerca sulla produzione in laboratorio (tipo che in questo modo – per esempio – azzardo – non smetteremmo di mangiare carne, ma eviteremmo tutte le cose brutte che ci sono intorno? No, eh?) questi continuano a parlare di insetti. Tanto io sono vegana, sticazzi, avrò sempre il beyond burger. Del resto si sa che noi veg mangiamo solo roba che fa schifo, no?

Io che leggo gli articoli sulla sostenibilità alimentare.

Ex Libris 372 (etica è estetica)

19 ottobre 2020

Foto del 22-01-20 alle 12.13

Oggi, nel ricco e mai sazio Occidente, la massa ha accesso a una sovrabbondanza di beni di consumo quotidiano, a una quantità senza precedenti di beni strumentali (commodities: automobili, elettrodomestici ecc.) a una quantità praticamente inesauribile di svaghi (entertainments: televisione, Internet e..). Ma non ha quasi più accesso alla bellezza. Se hanno un senso le nostre considerazioni sul bisogno umano di sinergia tra etica ed estetica, diventa necessario domandarsi: la moderna inaccessibilità della bellezza non può essere fra i responsabili della diffusa indifferenza verso la giustizia?
Da ogni parte si lamenta la mancanza di valori e di ideali della massa. Lamentarsi, però, sottintende che valori e ideali ancora esistano e siano proponibili. Ma si possono diffondere valori etici senza i loro fratelli estetici e ideali di giustizia senza rispetto per la bellezza, o questo stesso fatto sarebbe già di per sé un’ingiustizia? I problemi più squisitamente moderni, più urgenti, più drammaticamente globali come la degenerazione dell’ambiente, la scomparsa rapida e definitiva di infinite specie animali e vegetali, l’etnocidio di culture non occidentali povere di produttività economica ma ricchissime di tradizioni, fanno pensare che i veri drammi siano tornati a essere unitari, etici ed estetici insieme: chi non vede la bellezza che va sempre perduta non raggiunge il cuore dell’ingiustizia e, quindi, manca della consapevolezza necessaria per affrontarla.

GB in “Guarda me cosa dicio” 7

7 ottobre 2020

“Lo sai qual’è lo strumento che mi piace di più? I piatti!”

Lezioni di anatomia: Tubicini: “Lo sai che per fare entrare il cibo nei capelli ci sono dei tubicini della misura dei capelli? Nella barba uguale.” Successive ricerche hanno appurato che: “Lo sai come va il cibo al cervello? Ci sono dei tubicini nei capelli che ce lo portano.”

Lezioni di anatomia 2: “Sento dal tubo che va dalla pancia al cervello che è piena.”Variante: “Il ginocchio ha detto che la pancia è piena.” Quanto allo stomaco: “Le cose che non mi piacciono nello stomaco diventano rosse, quelle che mi piacciono diventano verdi.”

Lezioni di anatomia 3 (attenzione, linguaggio esplicito): “Le chiappe contengono la cacca che non va nel culo, e le palle contengono la pipì che non va nel pisello. Sono chiuse – le chiappe e le palle – e c’è un meccanismo che fa scendere la cacca e la pipì al culo e al pisello. C’è un martello che spinge e un pulsante rosso che fa aprire le chiappe…” (erano anche implicati un filo e una pinza, ma lì ci siamo persi)

“Chi arriva prima al letto è un porcospino.”

D’altronde: “No, non mi piace dormire, sono ancora pieno di energia. Io sono quello che sta più sveglio.”

Quando fa facepalm esclamando “Non ci posso credere!”, non sai se vuoi baciarlo o strozzarlo.

Andando al campo estivo canta una canzone: “Alla fine del confine non c’è niente/ solo delle rocce appuntite/appuntite, appuntite…”

Muro (interpretato da GB): “Che fai con la mano?” GB: “Mi sto pulendo su di te.” Muro: “Non è per niente bello quello che fai.” GB: “E invece sì.”

Una chiamata dal bagno: “Papààà! Ti è cascato il pulisciculo.”

“Mi piace giocare con tutte le cose uccidesche.”

La frase più spesso rivolta a GB: “Ciao bella.” La risposta canonica: “Sono maschio.”

Visto che gli piacciono così tanto i mischioni, durante un’aperitivo sul lago gli abbiamo detto che da grande potrebbe fare il barman, applicando così la sua fantasia combinatoria ai cocktail. Di risposta ha detto che vuole creare il bar Al lancio, con 50, 100, 200 bersagli per le freccette, uno per ogni cliente. Darts paradise, insomma.

“Giochiamo a ‘Valentino Rossi è bruttissimo’: chi lo dice si prende un’ascia in testa”. (fisse misteriose nate da una maglietta)

“Voglio guardarmi allo specchio… Che bello che sono. Papà, quanto sono bello? Te lo dico io: più della luce, anzi più delle stelle.”” (Narciso, chi era costui?)

Ex Libris 371 (spazio in me)

24 settembre 2020

Neppure i miei sogni sono popolati come dovrebbero.
C’è più solitudine che folle e schiamazzo.
Vi capita a volte qualcuno morto da tempo.
Una singola mano scuote la maniglia.
La casa vuota si amplia di annessi dell’eco.
Dalla soglia corro giù nella valle
silenziosa, come di nessuno, già anacronistica.

Da dove venga ancora questo spazio in me – non so.

30 anni di paradiso e sogno

17 settembre 2020

30 anni fa, 17 settembre 1990, usciva Heaven or Las Vegas.

Era registrato al September Sound, la vecchia tana sul Tamigi di Pete Townshend così ribattezzata dai Cocteau Twins in onore della nascita di Lucy Belle, figlia di Robin e Liz, l’anno prima, 17 settembre 1989 (auguri anche a lei).

Un senso vibrante di gioia, la malinconica gioia settembrina, circola incessante nel suono di HoLV, che si è lasciato ormai dietro ogni oscurità gothic e lancia nell’aria infinite spirali opalescenti.

Da Cherry-Coloured Funk a Frou-Frou Foxes in Midsummer Fires è come se ci si squadernasse alle orecchie una bibbia del dream pop, con quell’incredibile epicentro della title track e di I Wear Your Ring, una discesa e riascesa a dimensioni eteriche di cui solo i CT conoscevano il segreto.

Don’t feel damned between the sunrise and sunset…

Just dream.

GB in “Guarda me cosa dicio” 6

27 agosto 2020
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“Posso andare di là a vedere mamma come se la cava?”

“Che film ci vediamo stasera?” “Uno con Alberto Sordi. Ti piaceva, Alberto Sordi.” “No, non si menano. Voglio vedere sempre le botte!” (addicted to Bud&Terence)

“Prendi queste foglie, una per te e una per mamma, così vi ricordate di me quando sono grande.”

“Siamo i più forti, siamo la polizia magica.” (anche in ambito fantastico perdura la deriva securitaria)

Nuove canzoni: siccome la sempiterna “Nessuno” è stata ormai esplorata in tutte le possibili variazioni, arrivano “Canta in due gruppi”, “Che mi prenda un colpo riprenda un colpo” (o qualcosa del genere) e “Lillallà finisce in galera” (anche qui notare il tratto securitario).

“Sei bello papà. Sei bella mamma. Anch’io sono bello. Siamo i più belli del mondo.” (dopo aver piantato una grana delle sue)

D’altronde: “Voglio guardarmi allo specchio… Che bello che sono!” (Narciso gli spiccia casa)

Buttando via il ciuccio la mattina: “Via questo, ha lavorato tutta la notte.” (sì, a letto ancora non si stacca dal ciuccio)

Noi: “Gatti stronzi!” (avevano combinato qualcuna delle loro) GB: “Non sono stronzi, sono amabili.” (eh, lui sta prendendo proprio dai gatti, nel bene e nel male)

Primo giorno all’asilo nel bosco per l’estate. “Ti sei divertito?” “No, abbiamo fatto giochi brutti.” “Ma le educatrici sono simpatiche.” “Sì, sono tutte un po’ simpatiche.” “Però, Giò, sei proprio un bastian contrario.” “No!”

“C’è una cosa che so da cento mesi. Le macchine più veloci del mondo hanno i fari arrabbiati.”

In macchina di sera: “Dai finestrini entrano delle seghe d’aria.”

“Gatta Piccola ha la faccia brontolona.”

“A volte sento voci che non sono di mamma e di papà ma di personaggi finti, quelli che vengono di notte. Ma di giorno sono ancora più finti.”

Ex Libris 370 (il culo di Roma)

17 agosto 2020

Roma c’entra con il nostro corpo. Affacciandosi per la prima volta dalla terrazza panoramica dell’Altare della Patria sull’orizzonte violaceo del crepuscolo, mia figlia (quattro anni) ha esclamato: – Uau! Vorrei invitare a casa mia il signore che ha inventato questa città e dargli un bacio sul sedere. – Non c’era malizia: la pensava davvero come una coccola, ma intonata a una città che anche nei suoi luoghi e istanti di straordinaria bellezza non è mai rispettosa o sottile, ha sempre qualcosa di impresentabile, di essenzialmente volgare. La volgarità salva da molte cose, soprattutto a Roma. È una città che per eccesso di spiritualità deve proteggere il proprio capitale di trivialità (come Israele accudisce il salace spirito ebraico). Una città che in questo modo si risparmia di diventare una Lourdes o un’Assisi, che non sarebbe poco, ma Roma è molto di più. È una città che sul culo, per esempio, ci ragiona molto: ne fa una metafora fondamentale, che investe la sfera della concretezza, della fortuna, dell’irrazionalità – avecce culo, capì ccor culo, èsse mmatto ar culo – e addirittura chiama con lo stesso nome il culo e il suo più celebre monumento: il bel di Roma, il Culisèo. Ed è la mia città. Mi ci ritrovo, in questo corpo a corpo: Roma me la sento addosso. Ma più la amo (le sue arterie che sono le mie, e le sue ossa di marmo, e le sue cupole che mi controsoffittano il cranio), più vivo questa sindrome di Stendhal al contrario: la nausea della banalità e del conformismo, il disagio per tutta la libera e volgare vita che dovrebbe circondare tanta bellezza, ma resta schiava delle apparenze e delle cautele.

GB in “Guarda me cosa dicio” 5

3 agosto 2020
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“Fai entrare un po’ d’aria e il profumo di questa giornata?”

“Io sono quello sveglio.”

Arriva una spedizione: “Sento un buon profumo di Ikea.” Dovrebbero assumerlo come testimonial.

Abbiamo un figlio che ci trolla e poi sorridendo con la sua migliore faccia da schiaffi dice: “Ero ironico.”

“Voglio la maglietta di Battam.” “Intendi Batman?” “Lo dico come riesco!”

“O per mille colline!”

“Bello lavato. Ma che dico: Meraviglioso!” (non è lui, bensì il suo amatissimo ciuccio: con notevole fatica siamo nel frattempo riusciti a limitarlo al letto)

“Non ci sfidare.” “Vi sfido in modo gentile.” (come no)

L’acribia puntualizzatrice di GB: “Attento che non si perdano quelle biglie che sono cascate.” “Le ho recuperate. In realtà erano solo due.”

“Mi serve una scopa, devo passare dal mondo vecchio al mondo nuovo.” (mh, bastasse una scopa…)

“Non fare arrabbiare Mamuska.” “Faccio quello che posso.” (sì, vabbeh)

“Dai Mamuska, non uccidere il Papusko, che è così bello.”

“Giò, sei contento di essere maschio?” “No, perché le femmine sono più belle.”

“Guarda che scappo: io sono uno di quelli velocissimi.”

“Cosa sono quelli?” “I tronchi degli alberi.” “No, sono i ramoni.”

“È quasi sera. O mio dio!”

Ex Libris 369 (fragilità)

27 luglio 2020

Ciò che Margaret [Mee, NdV] aveva intuito è stato ormai provato. Il Selenicereus è davvero un indicatore della fragilità della foresta, una lente d’ingrandimento sulla sua complessità. Unisce non solo gli organismi della foresta, ma anche i suoi elementi fondamentali, l’aria, l’acqua e la stagionalità. Il cibo della falena diventa frutto, che diventa zattera, che diventa pesce, che diventa rampicante.

Un vecchio saggio sulle immagini

14 luglio 2020

Ci fu un periodo post-universitario in cui considerai la possibilità della via accademica. Facevo didattica dell’audiovisivo nelle scuole, scrivevo di cinema regolarmente, avevo pubblicato un libro e diversi saggi per lo più su cinema hollywoodiano e hongkonghese, lavoravo alla Mostra del Cinema di Pesaro, beh, visto che siamo proviamo il dottorato.

A entrambe le prove che feci per Roma 3 non passai, ma in una delle prove scritte (che verteva sul rapporto tra cinema e altre arti) elaborai un saggio incentrato sul parallelo tra un capolavoro di uno dei miei autori di riferimento e un romanzo che avevo letto quando mi dedicavo alle integrali giallistiche, l’ultimo della serie di Austin Freeman sul dottor Thorndyke.

Siccome mi pareva venuto bene, fuori dall’aula provvidi a sistemarlo in bella copia, e rimase lì, come testimonianza dell’epoca. E siccome gli amici di “Close-Up,” che ancora resiste imperterrita da più di vent’anni (io stavo lì quando nacque nel 1998 e per un periodo fui anche caporedattore col mitico Andrea Di Mario) mi hanno chiesto qualcosa di inedito da pubblicare, ho pensato di dar loro proprio il vecchio essai, che mi dispiaceva un po’ giacesse per sempre tra i file dimenticati.

A chi potrebbe interessare, sta qui.

Ex Libris 368 (cineclub)

7 luglio 2020

Ai miei occhi, i cinefili erano uno spettacolo più interessante di qualunque film. L’esposizione prolungata a quelle vecchie pellicole era capace, c’è da credere, di modificare la consistenza del loro corpo infagottato in abiti dimessi, privi di qualunque indizio di vanità. Sembrava che avessero depositato all’entrata del cinema ogni ambizione mondana, ogni legittimo desiderio naturale, la memoria stessa della vita vorace e rumorosa che là fuori proseguiva il suo corso inarrestabile. Quando arrivava l’ora della chiusura, e anche l’ultimo titolo di coda svaniva nella luce crudele che si accendeva in sala, li immaginavo incapaci di ritornare veramente alle loro abitudini, alle loro famiglie, alle loro eventuali occupazioni, storditi e astratti come dervisci dopo ore passate a ruotare su un perno invisibile, un vuoto abissale. La loro memoria era prodigiosa, conoscevano tutte le gioie più sottili della classificazione e della discriminazione. La pluralità inesauribile dei film era la fonte di una felicità sempre in grado di rinnovarsi, perché se ognuno di questi aveva un inizio e una fine, un titolo che li delimitava e li distingueva dagli altri, un regista, dei protagonisti, una trama, il Cinema invece era un nastro di Moebius, un’immagine concreta dell’infinito che loro potevano percorrere senza mai tornare sui propri passi, senza mai guardare indietro. Era una felicità, e anche un dolore, perché non c’è desiderio che, per durare nel tempo, non sia fatto di frustrazione e di fallimento. Ognuna di quelle persone di sicuro nutriva la convinzione di non aver ancora visto un certo film, una certa sequenza, una certa inquadratura che avrebbero sciolto l’ultimo sigillo – di non aver ancora afferrato quella che Goethe chiamava “la chiave di tutto”.

GB in “Guarda me cosa dicio” 4

30 giugno 2020
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Nel bel mezzo della quarantena: “Come diceva il mio vecchio quando non ero ancora nei sogni di mamma mia: Non ti preoccupare del coronavirus, noi siamo più forti.” (mh, ok)

Quando la mamma non vuole aderire ai suoi desiderata: “Papààà!!! Vieni a dire qualcosa a questa Mamuska?”

“Ho fatto la cacca. Papusko mi pulisci, che sento una puzza geniale?”

Audacie cromatiche: “Questa rosa la facciamo color bulldozer?”

Uscendo da uno scatolone di cartone: “Io sono uno sconosciuto, di chi è questo mondo?”

Sotto la doccia: “Ciao amici mobili, ciao amici cose. Lo sai qual’è il mio miglior amico? La saponetta grande.”

Strani giochi: “Quando dico ‘Rompiballe’ dobbiamo iniziare a correre, ok? Rompiballe!”

Strani sogni: “Stanotte ho sognato di essere una casa come quella di nonna Olimpia.”

“Sono un corvo velocissimo. Quando mi pare volo velocissimo.”

“A me piacciono le piante pelate perché le tocco e mi fanno un gran solletico.”

“Lo dico a mamma quando si sveglia. O domani. O alla fine del mondo.”

Implacabilmente in piedi a mezzanotte. “GB, non ti stanchi mai?” “No, io sono sempre sveglio, sono uno zozzone.” (his words, not ours)

Capricci reprise: “Ai vecchi tempi quando facevo moltissimi capricci al giorno…” (invece adesso…)

“Mhhh… Sento un profumo di aria. Il profumo non è abbastanza caldo per i vestiti.” (?!?)

“Se non la smetti ti facciamo il culo a strisce.” “Di che colore?” Non c’è verso.

 

Ex Libris 367 (gli autori horror in fondo sono pucci)

26 giugno 2020

In sintesi, speriamo nell’esistenza di un quarto livello (un triplo licantropo?) che chiuda il cerchio, riportandoci alla figura di autore horror non quale semplice scrittore ma misero mortale, uno dei tanti passeggeri sulla stessa barca o un ennesimo pellegrino diretto chissà dove. E ci auguriamo che se scorgerà cadere un compagno di cammino ne scriverà, non prima però di averlo soccorso, avergli pulito gli abiti, essersi accertato che stia bene e sia in grado di proseguire la marcia. E tale comportamento, ammesso che si verifichi, non dovrà essere la conseguenza di una scelta morale dettata dall’intelletto, ma dall’amore, una forza concreta che regola i rapporti tra gli uomini.