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30 anni di paradiso e sogno

17 settembre 2020

30 anni fa, 17 settembre 1990, usciva Heaven or Las Vegas.

Era registrato al September Sound, la vecchia tana sul Tamigi di Pete Townshend così ribattezzata dai Cocteau Twins in onore della nascita di Lucy Belle, figlia di Robin e Liz, l’anno prima, 17 settembre 1989 (auguri anche a lei).

Un senso vibrante di gioia, la malinconica gioia settembrina, circola incessante nel suono di HoLV, che si è lasciato ormai dietro ogni oscurità gothic e lancia nell’aria infinite spirali opalescenti.

Da Cherry-Coloured Funk a Frou-Frou Foxes in Midsummer Fires è come se ci si squadernasse alle orecchie una bibbia del dream pop, con quell’incredibile epicentro della title track e di I Wear Your Ring, una discesa e riascesa a dimensioni eteriche di cui solo i CT conoscevano il segreto.

Don’t feel damned between the sunrise and sunset…

Just dream.

GB in “Guarda me cosa dicio” 6

27 agosto 2020
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“Posso andare di là a vedere mamma come se la cava?”

“Che film ci vediamo stasera?” “Uno con Alberto Sordi. Ti piaceva, Alberto Sordi.” “No, non si menano. Voglio vedere sempre le botte!” (addicted to Bud&Terence)

“Prendi queste foglie, una per te e una per mamma, così vi ricordate di me quando sono grande.”

“Siamo i più forti, siamo la polizia magica.” (anche in ambito fantastico perdura la deriva securitaria)

Nuove canzoni: siccome la sempiterna “Nessuno” è stata ormai esplorata in tutte le possibili variazioni, arrivano “Canta in due gruppi”, “Che mi prenda un colpo riprenda un colpo” (o qualcosa del genere) e “Lillallà finisce in galera” (anche qui notare il tratto securitario).

“Sei bello papà. Sei bella mamma. Anch’io sono bello. Siamo i più belli del mondo.” (dopo aver piantato una grana delle sue)

D’altronde: “Voglio guardarmi allo specchio… Che bello che sono!” (Narciso gli spiccia casa)

Buttando via il ciuccio la mattina: “Via questo, ha lavorato tutta la notte.” (sì, a letto ancora non si stacca dal ciuccio)

Noi: “Gatti stronzi!” (avevano combinato qualcuna delle loro) GB: “Non sono stronzi, sono amabili.” (eh, lui sta prendendo proprio dai gatti, nel bene e nel male)

Primo giorno all’asilo nel bosco per l’estate. “Ti sei divertito?” “No, abbiamo fatto giochi brutti.” “Ma le educatrici sono simpatiche.” “Sì, sono tutte un po’ simpatiche.” “Però, Giò, sei proprio un bastian contrario.” “No!”

“C’è una cosa che so da cento mesi. Le macchine più veloci del mondo hanno i fari arrabbiati.”

In macchina di sera: “Dai finestrini entrano delle seghe d’aria.”

“Gatta Piccola ha la faccia brontolona.”

“A volte sento voci che non sono di mamma e di papà ma di personaggi finti, quelli che vengono di notte. Ma di giorno sono ancora più finti.”

Ex Libris 370 (il culo di Roma)

17 agosto 2020

Roma c’entra con il nostro corpo. Affacciandosi per la prima volta dalla terrazza panoramica dell’Altare della Patria sull’orizzonte violaceo del crepuscolo, mia figlia (quattro anni) ha esclamato: – Uau! Vorrei invitare a casa mia il signore che ha inventato questa città e dargli un bacio sul sedere. – Non c’era malizia: la pensava davvero come una coccola, ma intonata a una città che anche nei suoi luoghi e istanti di straordinaria bellezza non è mai rispettosa o sottile, ha sempre qualcosa di impresentabile, di essenzialmente volgare. La volgarità salva da molte cose, soprattutto a Roma. È una città che per eccesso di spiritualità deve proteggere il proprio capitale di trivialità (come Israele accudisce il salace spirito ebraico). Una città che in questo modo si risparmia di diventare una Lourdes o un’Assisi, che non sarebbe poco, ma Roma è molto di più. È una città che sul culo, per esempio, ci ragiona molto: ne fa una metafora fondamentale, che investe la sfera della concretezza, della fortuna, dell’irrazionalità – avecce culo, capì ccor culo, èsse mmatto ar culo – e addirittura chiama con lo stesso nome il culo e il suo più celebre monumento: il bel di Roma, il Culisèo. Ed è la mia città. Mi ci ritrovo, in questo corpo a corpo: Roma me la sento addosso. Ma più la amo (le sue arterie che sono le mie, e le sue ossa di marmo, e le sue cupole che mi controsoffittano il cranio), più vivo questa sindrome di Stendhal al contrario: la nausea della banalità e del conformismo, il disagio per tutta la libera e volgare vita che dovrebbe circondare tanta bellezza, ma resta schiava delle apparenze e delle cautele.

GB in “Guarda me cosa dicio” 5

3 agosto 2020
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“Fai entrare un po’ d’aria e il profumo di questa giornata?”

“Io sono quello sveglio.”

Arriva una spedizione: “Sento un buon profumo di Ikea.” Dovrebbero assumerlo come testimonial.

Abbiamo un figlio che ci trolla e poi sorridendo con la sua migliore faccia da schiaffi dice: “Ero ironico.”

“Voglio la maglietta di Battam.” “Intendi Batman?” “Lo dico come riesco!”

“O per mille colline!”

“Bello lavato. Ma che dico: Meraviglioso!” (non è lui, bensì il suo amatissimo ciuccio: con notevole fatica siamo nel frattempo riusciti a limitarlo al letto)

“Non ci sfidare.” “Vi sfido in modo gentile.” (come no)

L’acribia puntualizzatrice di GB: “Attento che non si perdano quelle biglie che sono cascate.” “Le ho recuperate. In realtà erano solo due.”

“Mi serve una scopa, devo passare dal mondo vecchio al mondo nuovo.” (mh, bastasse una scopa…)

“Non fare arrabbiare Mamuska.” “Faccio quello che posso.” (sì, vabbeh)

“Dai Mamuska, non uccidere il Papusko, che è così bello.”

“Giò, sei contento di essere maschio?” “No, perché le femmine sono più belle.”

“Guarda che scappo: io sono uno di quelli velocissimi.”

“Cosa sono quelli?” “I tronchi degli alberi.” “No, sono i ramoni.”

“È quasi sera. O mio dio!”

Ex Libris 369 (fragilità)

27 luglio 2020

Ciò che Margaret [Mee, NdV] aveva intuito è stato ormai provato. Il Selenicereus è davvero un indicatore della fragilità della foresta, una lente d’ingrandimento sulla sua complessità. Unisce non solo gli organismi della foresta, ma anche i suoi elementi fondamentali, l’aria, l’acqua e la stagionalità. Il cibo della falena diventa frutto, che diventa zattera, che diventa pesce, che diventa rampicante.

Un vecchio saggio sulle immagini

14 luglio 2020

Ci fu un periodo post-universitario in cui considerai la possibilità della via accademica. Facevo didattica dell’audiovisivo nelle scuole, scrivevo di cinema regolarmente, avevo pubblicato un libro e diversi saggi per lo più su cinema hollywoodiano e hongkonghese, lavoravo alla Mostra del Cinema di Pesaro, beh, visto che siamo proviamo il dottorato.

A entrambe le prove che feci per Roma 3 non passai, ma in una delle prove scritte (che verteva sul rapporto tra cinema e altre arti) elaborai un saggio incentrato sul parallelo tra un capolavoro di uno dei miei autori di riferimento e un romanzo che avevo letto quando mi dedicavo alle integrali giallistiche, l’ultimo della serie di Austin Freeman sul dottor Thorndyke.

Siccome mi pareva venuto bene, fuori dall’aula provvidi a sistemarlo in bella copia, e rimase lì, come testimonianza dell’epoca. E siccome gli amici di “Close-Up,” che ancora resiste imperterrita da più di vent’anni (io stavo lì quando nacque nel 1998 e per un periodo fui anche caporedattore col mitico Andrea Di Mario) mi hanno chiesto qualcosa di inedito da pubblicare, ho pensato di dar loro proprio il vecchio essai, che mi dispiaceva un po’ giacesse per sempre tra i file dimenticati.

A chi potrebbe interessare, sta qui.

Ex Libris 368 (cineclub)

7 luglio 2020

Ai miei occhi, i cinefili erano uno spettacolo più interessante di qualunque film. L’esposizione prolungata a quelle vecchie pellicole era capace, c’è da credere, di modificare la consistenza del loro corpo infagottato in abiti dimessi, privi di qualunque indizio di vanità. Sembrava che avessero depositato all’entrata del cinema ogni ambizione mondana, ogni legittimo desiderio naturale, la memoria stessa della vita vorace e rumorosa che là fuori proseguiva il suo corso inarrestabile. Quando arrivava l’ora della chiusura, e anche l’ultimo titolo di coda svaniva nella luce crudele che si accendeva in sala, li immaginavo incapaci di ritornare veramente alle loro abitudini, alle loro famiglie, alle loro eventuali occupazioni, storditi e astratti come dervisci dopo ore passate a ruotare su un perno invisibile, un vuoto abissale. La loro memoria era prodigiosa, conoscevano tutte le gioie più sottili della classificazione e della discriminazione. La pluralità inesauribile dei film era la fonte di una felicità sempre in grado di rinnovarsi, perché se ognuno di questi aveva un inizio e una fine, un titolo che li delimitava e li distingueva dagli altri, un regista, dei protagonisti, una trama, il Cinema invece era un nastro di Moebius, un’immagine concreta dell’infinito che loro potevano percorrere senza mai tornare sui propri passi, senza mai guardare indietro. Era una felicità, e anche un dolore, perché non c’è desiderio che, per durare nel tempo, non sia fatto di frustrazione e di fallimento. Ognuna di quelle persone di sicuro nutriva la convinzione di non aver ancora visto un certo film, una certa sequenza, una certa inquadratura che avrebbero sciolto l’ultimo sigillo – di non aver ancora afferrato quella che Goethe chiamava “la chiave di tutto”.

GB in “Guarda me cosa dicio” 4

30 giugno 2020
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Nel bel mezzo della quarantena: “Come diceva il mio vecchio quando non ero ancora nei sogni di mamma mia: Non ti preoccupare del coronavirus, noi siamo più forti.” (mh, ok)

Quando la mamma non vuole aderire ai suoi desiderata: “Papààà!!! Vieni a dire qualcosa a questa Mamuska?”

“Ho fatto la cacca. Papusko mi pulisci, che sento una puzza geniale?”

Audacie cromatiche: “Questa rosa la facciamo color bulldozer?”

Uscendo da uno scatolone di cartone: “Io sono uno sconosciuto, di chi è questo mondo?”

Sotto la doccia: “Ciao amici mobili, ciao amici cose. Lo sai qual’è il mio miglior amico? La saponetta grande.”

Strani giochi: “Quando dico ‘Rompiballe’ dobbiamo iniziare a correre, ok? Rompiballe!”

Strani sogni: “Stanotte ho sognato di essere una casa come quella di nonna Olimpia.”

“Sono un corvo velocissimo. Quando mi pare volo velocissimo.”

“A me piacciono le piante pelate perché le tocco e mi fanno un gran solletico.”

“Lo dico a mamma quando si sveglia. O domani. O alla fine del mondo.”

Implacabilmente in piedi a mezzanotte. “GB, non ti stanchi mai?” “No, io sono sempre sveglio, sono uno zozzone.” (his words, not ours)

Capricci reprise: “Ai vecchi tempi quando facevo moltissimi capricci al giorno…” (invece adesso…)

“Mhhh… Sento un profumo di aria. Il profumo non è abbastanza caldo per i vestiti.” (?!?)

“Se non la smetti ti facciamo il culo a strisce.” “Di che colore?” Non c’è verso.

 

Ex Libris 367 (gli autori horror in fondo sono pucci)

26 giugno 2020

In sintesi, speriamo nell’esistenza di un quarto livello (un triplo licantropo?) che chiuda il cerchio, riportandoci alla figura di autore horror non quale semplice scrittore ma misero mortale, uno dei tanti passeggeri sulla stessa barca o un ennesimo pellegrino diretto chissà dove. E ci auguriamo che se scorgerà cadere un compagno di cammino ne scriverà, non prima però di averlo soccorso, avergli pulito gli abiti, essersi accertato che stia bene e sia in grado di proseguire la marcia. E tale comportamento, ammesso che si verifichi, non dovrà essere la conseguenza di una scelta morale dettata dall’intelletto, ma dall’amore, una forza concreta che regola i rapporti tra gli uomini.

These are the songs of my life: Richard Thompson Edition

18 giugno 2020

No, non la persona più allegra del mondo.

Richard Thompson è uno che a 19 anni scriveva “There’d come the day we’d all be making songs/Or finding better words“.

A 20 “helpless and slow/And you don’t have anywhere to go“.

Sempre a 20 “Farewell, farewell to you who would hear/You lonely travelers all“.

A 22 “Was there ever a winter so cold and so sad“.

A 24 “My dreams have withered and died“.

A 25 “I’m sick and weary of being alone“.

A 26 “This old house is falling down around my ears/I’m drowning in a river of my tears“.

A 32 “Keep the blind down on the window/Ah, keep the pain on the inside“.

Potremmo continuare a lungo. Ancora alla soglia dei 70, canta “I’m longing for a storm to blow through town/And blow these sad old buildings down“.

Non la persona più allegra del mondo, ma un genio.

GB in “Guarda me cosa dicio” 3

5 giugno 2020
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“Io ho tre amici. Si chiamano Nessuno, Nessuno e Nessuno.” (Nessuno, se è per questo, è anche il nome della canzone free form che si mette a cantare ogni tanto)

“Voglio casa ai Colli Albani!” (pure noi, GB, pure noi)

Il Papusko torna in città dopo qualche giorno solo soletto al paesello. GB: “Io ti sono mancato più di mamma.”

“Guarda, ho l’orologio fucsia!” (in realtà un fermaglio per capelli) “Sono le 21.57 x 2.”

Dopo aver visto Banana Joe (è il momento della sua rassegna continuata Bud Spencer-Terence Hill: “Kirby, capopattuglia” è uno dei mantra del periodo), l’illuminazione: “Io sono Albicocca Secca Giordi.”

“Basta GB, punto e basta.” “No, punto che si muove.”

“Giò, a musica avrai da ottobre un altro anno di propedeutico, poi se ti interessa dovrai scegliere uno strumento.” “Allora, voglio suonare cinque strumenti: la batteria, il flauto, l’ukulele, il violoncello, la chitarra elettrica. Anzi sei, pure il pianoforte.”

“Voglio la pista del treno a forma di 57…. Non si può? Allora a forma di rinoceronte.”

“Mamma zomba, facciamo la famiglia zombie?”

“GB, è ora, dobbiamo alzarci.” “No, è vietato fare qualsiasi cosa.”

“Devo fare pipì. Stoppa il film.” Più tardi mentre leggiamo. “Devo fare pipì, stoppa la voce.”

“Fai gli auguri a Papusko, che è la sua festa.” “Bacio, glielo sparo: Pum. Un altro: PumPum.”

“Vuoi i pistacchi Giò?” “I pistacchi puoi prenderli tutti i mesi tranne ottobre.” (detto a marzo)

GB e Pynchon: “Che numero di pagina è questo?” “844.” “È stancante questo numero.”

GB Covid 1: “Giò, lo facciamo pure noi il lenzuolo con su scritto Andrà tutto bene?” “Sì, ma ci scriviamo MUCCHE IN DIFFICOLTÀ”.

“Non c’è tempo per fare tanti grandi discorsi. Sono in partenza per un giro del mondo.” (GB cita il suo libro preferito del momento)

GB younger than yesterday: “Tanti anni fa, quando non ero piccolo.”

Capricci 1: “Basta coi capricci.” “Ma io sono nato coi capricci.”

“Io sono un genio perché trovo sempre quello che mi serve.”

“Giò, ci vediamo un film con Totò?” “No, nei film di Totò non si menano, mi piacciono i film dove si menano.” Ecco fatto, un fan fatto e finito del Cinema di menare (se da grande non scrive il libro definitivo su Bud e Terence il Papusko lo disereda: pensate che si è fatto un pianto disperato alla fine di Mister Miliardo perché non c’era una megarissa conclusiva)

Parole che resistono alla normalizzazione linguistica: mecidine (medicine), kepach (ketchup), pulizia (polizia).

“Devo andare a cucinare.” E inizia a cantare: “I miei cannellini sono famosiii…”

Niente, continua a chiamare il suo modellino di Ferrari d’epoca “la Seicento”. Povero Enzo.

Doccia 1: “Voglio che mamma non si fa la doccia per tutta la sua vita.” “Ma poi puzza.” “Voglio che puzza.”

Doccia 2: “Mamuska, non farti la doccia, è più bello fare compagnia alle persone, soprattutto ai bambini, come io sono in bambino.”

“Perché le ortiche pizzicano?” “Per difendersi.” “E perché non usano, tipo, una spada?”

Classici gibileschi 1: “Dai Giò, facciamo questa cosa.” “Mh, no. La facciamo giovedì.” In qualunque giorno siamo, si rimanda sempre a giovedì.

Classici gibileschi 2: in risposta a rimprovero, l’attacco fisso: “E’ solo che…”, a seguire scusa improbabilissima.

Applicabile a diversi soggetti: “Mamuska, Papusko, non mi piace molto, mi piace un pochino.”

Capricci 2: “Perché avete fatto un figlio se non vi piacciono i capricci?” (caro mio, la domanda delle domande)

Ex Libris 365 (quel gran troll di Dio)

31 maggio 2020

Il pensiero di Dio riprese a tormentarmi. Pensavo fosse ingiusto da parte sua mettermi i bastoni tra le ruote ogni volta che stavo cercando un posto, tanto più che non chiedevo nulla tranne il pane quotidiano. Ogni volta, dopo un periodo di fame piuttosto lungo, era come se il cervello mi scivolasse fuori dalla testa fino a lasciarla vuota: la sentivo diventare sempre più leggera tanto da non avere più peso sulle mie spalle, e i miei pensieri vagavano lontano. Mi pareva che i miei occhi si fissassero spalancati su tutti quelli che incontravo.
Seduto su quella panchina riflettevo a tutte queste cose e la mia amarezza contro Dio per le sue angherie andava via via crescendo. Se credeva di accostarsi a me e di rendermi migliore torturandomi continuamente e seminando sulla mia strada una sciagura dopo l’altra, s’ingannava un pochino: glielo potevo dire io. E alzai gli occhi al cielo quasi piangendo dallo sdegno e glielo dissi silenziosamente una volta per sempre.
Mi risuonavano in mente echi di ciò che avevo imparato a scuola da ragazzo, mi sentivo nelle orecchie il linguaggio solenne della Bibbia e parlavo sommessamente tra me e me reclinando ironicamente la testa su una spalla. Perché mi preoccupavo di ciò che dovevo mangiare, di ciò che dovevo bere, del modo di vestire questo miserabile sacco di vermi che chiamano corpo mortale? Non ci aveva forse già pensato il mio Padre celeste come per i passeri del cielo, e non mi aveva forse fatto la grazia di indicare con la Sua mano me, Suo umile servo? Dio aveva messo un dito nella rete dei miei nervi portando delicatamente un po’ di disordine fra tutti quei fili. Poi aveva ritirato il dito, e guarda un po’, vi erano rimaste attaccate alcune piccole fibre, pezzettini di nervi, di radici. E quel dito aveva lasciato anche il buco aperto, ed era il dito di Dio e a quel dito erano dovute anche le ferite del mio cervello. Ma dopo avermi toccato col dito Dio mi lasciò, non mi toccò più e non mi fece più alcun male; mi lasciò andare in pace col buco aperto. E nulla di male mi verrà da Lui, da Lui che è il Signore per tutta l’eternità…

Diario di bordo di Gravity’s Rainbow – parte 4 e ultima

22 maggio 2020

Rococò aleroni semisfere Thunderbolt Suono cornamusa budella quinta colonna Altro LatoIdiopatie Archetipiche Autobahn ptomaine botuliniche Manica Pace schifo statistica sorveglianza alti papaveri scaricabarile pappa d’avena luce inspiegabile dissanguata papaia Atlantide cappucci anticlimax filippica Sten Austerità resistenza Zippo Electro Krakatoa frequenza modulata Martello Karmico Borgo Felice cloruro di polivinile robot Tungsram filamento Esantema da Pannolino Philips Veterana Permanente luminescenza Weimar Dracula alba camisia Piano di Riserva Krupp disperazione Eddie Pensiero sentinella Goya Puttana Bionda Kalahari Vuoto plexiglas valzer Kelippot masochismo trapano continuità nichelino omosessuali liberazione dormitori Rifiuti del mondo degenerato guerriglieri Brughiera silohuette frusta Amburgo borotalco Guscio Vuoto fabbrica-stato Ora Radiosa Robert Houdin Difetto Fatale Titanic figlio fantasma Chiquita Slow Crawl cicche Walt Disney bassa frequenza paleocristiana Ass Backwards Misteri Americani Area Orientale James Cagney Tenement Simphony Cadenza del drogato Der Platz Schhit Jack kennedy tirannosauro KRUPPALOOMA!!! kamikaze komici vulcano Pasadena vestigio nebbia gabinetto ZONGGG Fusi Orari FBI eclissi parziali Hotchkiss Aristocrazia Decadente Imipolex G matrice Frank Sinatra punti precisi acido solforico spettrale Stalin ring angeli Nord Morituri Winston Churchill emissari J, Edgar Hoover matematico fantaccino Porky Pig Haydn schizoide Voci Iwo Jima Forza Contraria sandwich alla scabbia Lady Mnemosyne Gloobe kazoo incantesimo Berija segno della croce predoni di Dio Pan spruzzo Peccato Originale Regno della Morte inebetito 00001 Stand VII Esponenziale Genelli originari alcol etilico raggi X lemming Creazione marcia indietro preteriti Oberst Nguarorerue Ciomp ciomp Buddha Metatron mba-kayere Der Veld Mutti kreplach Croce Celtica Metropolitana sudiciume anello sirena Grande Depressione Bayer The Fool sballo deterioramento portalampada La nuova droga poltergeist bassopiani cabalisti Amanita muscaria magenta Nymphenburg zaffiro Superman Sottoministero Fritz Lang efemeridi Orfeo Hollywood Coscienza della Specie cocci radura fiamma profezia ultrabianco

E adesso tutti insieme…

Ex Libris 364 (mattino trascendentalista)

14 maggio 2020

Dalla cima della collina di fronte vedo lo spettacolo del mattino che si staglia oltre la mia casa, dalle prime luci dell’alba al sorgere del sole, provando emozioni che un angelo potrebbe condividere. Le strie lunghe e sottili di una nuvola fluttuano come pesci in un mare di luce vermiglia. Da terra, come da una riva, appunto lo sguardo su questo mare silente, mi pare di partecipare alle sue rapidi trasformazioni: la viva malia raggiunge la mia polvere e io mi dilato e spiro con il vento del mattino. Con così pochi e semplici elementi la Natura ci rende simili a dèi! Mi si dia la salute e un giorno renderò ridicolo il fasto degli imperatori. L’alba è la mia Assiria, il tramonto e il sorgere della luna sono la mia Pafo e inimmaginabili regni fatati; il pieno meriggio sarà la mia Inghilterra dei sensi e dell’intelletto; la notte sarà la mia Germania di filosofia mistica e sogni.