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Ex Libris 192 (Pedro il topo)

2 agosto 2015

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Pedro il topo, una brava bestia che non si lasciava addomesticare ed era restia a familiarizzare. Lo vidi la prima volta che entrai in camera, nel pieno del mio fulgore, perché “Il cagnolino rise” era stato pubblicato proprio quell’agosto, Erano passati cinque mesi dal giorno in cui ero smontato da un pullman proveniente dal Colorado con centocinquanta dollari in tasca e un sacco di progetti in testa. La mia filosofia, allora, era che si dovessere amare tutti gli esseri viventi, uomini e bestie, dello stesso amore, e Pedro ne era la dimostrazione. Purtroppo il formaggio aumentò di prezzo, e io fui costretto a nutrire col pane sia lui sia tutti gli amici che invitava. Ma il nuovo menù non risultò di loro gradimento. Li avevo viziati e così se ne andarono tutti tranne Pedro, l’asceta, che si ridusse a mangiare le pagine di una vecchia Bibbia.

Orti sinergici e compartimenti stagni

30 luglio 2015

Chi mi conosce sa (purtroppo per lui), che ho una vera e propria mania per l’orto, fino a livelli di compulsività. Compulsività totalmente intellettuale, al momento, dato che qui a Silent Hill stentano a sopravvivere anche le petunie, i gerani gettano la spugna in due casi su tre e l’unica roba che cresce allegra, gioiosa e frondosa sono le ortiche, la parietaria e la vite canadese che quelli prima di noi hanno piantato, dannazione ed eterno tormento a loro.*

Di tanto in tanto così vado a perdere tempo (attività che potrei insegnare all’università) su pinterest e simili, sublimando la frustrazione e cercando foto di orti, coltivazioni, piante, consociazioni, e giardini sinergici. In effetti l’orto sinergico è quello che finora ha più probabilità di nascere, una volta che riusciremo a scappare via da questa prigione. E no, non sarebbe nemmeno tanto per la verdura, o per la rivoluzione, o per Giordano. È che proprio mi piace l’idea (non del famigerato “orto senza fatica”, come lo chiamano alcuni, che non esiste una roba come “senza fatica” in questo mondo) di una crescita inselvatichita e libera da costrizioni, e soprattutto senza compartimenti stagni.

Già, i compartimenti stagni, famigeratissimi salvavita nei film di sottomarini e astronavi, e che avrebbero dovuto restare confinati a quei mezzi, invece di dilagare nel pensiero comune.

Tanto per farla semplice e terra terra. In un orto “tradizionale” le verdure vengono coltivate in filari, annaffiate e concimate, e spruzzate in vario grado di roba contro i parassiti. In un orto sinergico, invece, se pianti insalata e pomodori, basta che ci metti aglio e cipolle accanto, contro i parassiti, un paio di fagiolini per fissare l’azoto e qualche fiore per richiamare api e altri impollinatori. Al massimo si può usare del compost nel terriccio, quando si fa partire il tutto, ma – dicono – non dovrebbe essercene bisogno. E non dovrebbe perché la natura (sì, quella cosa che in tanti tirano per la giacchetta solo quando fa loro comodo) ci pensa da sola, appunto: leguminose per il terreno, liliacee per i parassiti e bellissimi fiori per l’impollinazione. Oh, altrimenti non si spiega come mai, passeggiando per boschi, foreste e luoghi non (o de-) antropizzati si trova sempre e immancabilmente una così ricca e varia combinazione di specie botaniche. La soluzione è che in natura non esistono i compartimenti stagni. I compartimenti stagni, sottomarini e astronavi a parte, esistono solo nel cervello della gente.

 

* Non per la vite in sé, per carità, che è bella e darebbe pure un tono al muro di fuori, tutt’altro che meraviglioso. Ma poi chi se la deve sciroppare, la vecchia del piano di sopra che bercia isterica, e chi è costretta a prendere cesoie e sacchi neri e tentare di darle una regolata? Indovinato, proprio me medesima. Sì, esattamente così.

Ex Libris 191 (uomo di mondo)

26 luglio 2015

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Quest’uomo, chiunque sia, è di quelli che sono a casa loro dovunque, qui o sotto un ponte della Senna o in un club di Piccadilly o in una traballante carrozza delle ferrovie indiane; che possono fare a meno di tutto, che non si lamentano mai per il fatto che piove o fa troppo caldo; che non fanno scene perché il gin-and-lime è tiepido; che non alzano mai la voce, che ti chiedono un servizio e ti danno la mancia con un’alzata di spalle, quella implicazione tra ironica e quasi affettuosa – impossibili da provare entrambe – di chi è abituato a considerare la vita una lotteria in cui le parti potrebbero benissimo essere invertite.

Luglio suona bene?

22 luglio 2015

1. Sabato GB s’è fatto comodo comodo il suo primo concerto, un double bill Diaframma/Post-CSI nella vagamente surreale location dei campi sportivi di Tor di Quinto, coi treni che ogni tanto sferragliavano sul ponte illuminato. Quindi la canzone che l’ha introdotto nel meraviglioso mondo della live music è, nientepopodimeno, questa.

Il vecchio Fiumani, sempre allucinato da par suo, ha servito subito una tripletta da knock out, snocciolando, dopo Siberia, Gennaio e Amsterdam. Io ogni tanto mi spizzavo l’adolescente al nostro fianco, immaginando cosa poteva messaggiare alle amiche:

Niente, i miei c’hanno portato per forza al concerto de ‘sti matusa. C’è uno strano che canta e ogni tanto ci piazza un urlaccio. Però quella in cui le infila quattro dita nel culo e le tira fuori piene di merda era divertente.

Quanto agli ex-post CSI, certo il fantasma di Giovanni Lindo aleggiava, ma Angela Baraldi è forte e coraggiosa e pure più carina di Ferretti. Fossimo rimasti qualche giorno di più in montagna l’avremmo potuti sentire a Montesole, ci siamo accontentati del posto fighetto sul Tevere. Dall’altra parte rispetto all’adolescente annoiata avevamo un padre fomentatissimo che ballava con la figlia piccola piccola in braccio, cantandole Del mondo o Linea gotica. Quando la madre gli diceva di passargliela non ne voleva sapere:

Le deve imparare tutte!

La piccolotta faceva dei gran sorrisoni, c’è da dire, poi ovviamente è crollata, perdendosi l’ultima parte. Canali ha pregato di passare dal merchandising, ché Magnelli c’ha un sacco di figli da campare, e poi hanno finito con lei.

2. Invece, siccome stavamo appunto a Roma a delibare il concerto di cui sopra, ci siam persi all’unica cosa bella che organizzano nel nostro paese, Live Artena, i Thegiornalisti. La cosa interessante è che, manco a farlo apposta, il giorno dopo a Colubro, frazione della stessa Artena, c’erano gli Stadio, come per confrontare maestri ruspanti e allievi indieggianti del pop-rock all’italiana. Allora, siccome non siamo mai andati a un concerto da queste parti, butto lì tutto fiducioso:

Dai, dobbiamo andare dal buon Curreri prima che gli venga lo schioppone definitivo, ormai vanno in giro con l’unità mobile di rianimazione sempre appresso.

Ci avviamo allora nella campagna sprawlata alle pendici dei Lepini, di sera piuttosto inquietante, con strade che sembrano superfetarsi da sé stesse producendo in continuazione villette, palazzine, fabbrichette. Alfine arriviamo: io pensavo fosse un concerto in piazza, allo stadio (dove si va a far l’amore dove si va), in qualche posto concentrato tipo il parcheggio dove fanno i live qui in paese. Invece era inserito in una specie di fiera campionaria, un viale infinito su cui scorreva un fiume a doppia corrente di gente, ma tanta, migliaia e migliaia, ch’io non avrei mai creduto che provincia tanta n’avesse prodotta, in mezzo a infinite bancarelle di paccottiglia, plastica abbastanza da inquinare oceani per centinaia d’anni. E il tutto sfociava in un campo enorme, con tutti i porchettari e i baracchini di zozzerie che ci si può immaginare, e in fondo il palco, e anche lì un sacco di gente, e dalla collina si intravedeva una fila di fari continua, altra gente che arrivava, non finivano più, tutto il circondario convergeva su Colubro. Davvero, un misto terrificante tra l’infernale fiera dell’Illinois descritta da DF Wallace e una specie di Glastonbury burina (almeno senza fango).

Niente, abbiam fatto il periplo, ripreso la macchina e puntato verso Labico per un rigenerante gelato da Greed, che merita sempre.

Ci rifaremo sabato coi dEUS, ché Instant Street ho sempre sognato di sentirla dal vivo. Pure GB immagino non veda l’ora.

Ex Libris 190 (gioia e tormento)

12 luglio 2015

Roma barocca

In un’epoca in cui prevalevano la estroversione e l’oratoria, Bernini fu la personificazione di questi due atteggiamenti dei quali cercò di recuperare gli aspetti positivi vivendoli con tutta la pienezza della sua umanità. Una operazione culturale come questa, basata sulla esclusione programmatica di ogni rinuncia, sulla decisione di accettare la realtà come essa è, non sfocia in una prospettiva di progresso, non si concreta in una battaglia e l’artista se ne accorge: teme il futuro e non lo desidera, pensa che in un mondo trasformato il suo messaggio di glorificazione del presente sia destinato ad esaurirsi. È la perfetta antitesi della posizione di Campanella che nel 1636 scrive a Ferdinando II de’ Medici: “Il secolo futuro giudicherà di noi, perché il presente sempre crucifigge i suoi benefattori; ma poi resuscitano i terzo giorno o il terzo secolo”. A questa amara certezza fa eco Borromini che anela, nella sua gelosa solitudine, quel futuro che solo potrà verificare la sua profezia:

e prego ricordarsi quando tal volta gli paja, che io m’allontani da i comuni disegni, di quello, che diceva Michel Angelo Prencipe degl’Architetti, che chi segue altri non gli va mai innanzi, ed io al certo non mi sarei posto a quella professione, col fine d’esser solo copista, benché sappia, che nell’inventare cose nuove, non si può ricevere il frutto della fatica se non tardi.

Raramente si incontrano nella storia dell’arte posizioni più difficilmente conciliabili: da una parte la convinzione che la vita va vissuta fino in fondo con impeto e abbandono, il culto della gioia di vivere, di sentirsi immerso nell’intreccio delle infinite forze naturali; dall’altra la convinzione che la vita si compie solo nel vigile, rigoroso controllo del proprio agire, che la vita è ricerca senza possibile conclusione, ipotesi in avanti verso nuovi orizzonti di conoscenza e di azione e che l’obiettivo del produrre e del sapere comporta, prima della gioia della scoperta, un lacerante tormento: ché, come dice l’Ecclesiaste, “chi aumenta sapienza aumenta dolore”.

These are the songs of my life: ToscoEmiliani Paranoici Edition

9 luglio 2015

Smettila di parlare/avvicinati un po’

Taxisti nomadi cammellieri autisti/ascoltano la radio e sanno che tempo fa

Un ciclo siamo macellati un ciclo siamo macellai/Un ciclo riempiamo gli arsenali un ciclo riempiamo i granai

Come puttana fragile in cerca di occasioni/so dove sta il delirio e trema il cuore

Uno si dichiara indipendente e se ne va/Uno si raccoglie nella propria intimità/L’ultimo proclama una totale estraneità

È una questione di qualità o una formalità/non ricordo più bene, una formalità

C’è tanto da imparare!

Oh partigiano portami via/che mi sento di morire

Ho dato al mio dolore la forma di parole abusate/che mi prometto di non pronunciare mai più

Battente pulsare/sul ritmo animale/Nel ciclo lunare/Matrilineare

Catene di monti coperte di neve/saranno confine a foreste di abeti/Mai mano d’uomo le toccherà

L’amore non cantarlo, che si canta da sé/più lo si invoca meno ce n’è

 

Ex Libris 189 (vita segreta degli oggetti)

5 luglio 2015

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Gli uomini credono di vivere più intensamente degli animali, delle piante, e a maggior ragione delle cose. Gli animali intuiscono di vivere più intensamente delle piante e delle cose. Le piante sognano di vivere più intensamente delle cose. Quanto alle cose durano, e questa durata è più vitale di tutto il resto. […]

Se osserviamo gli oggetti con attenzione, a occhi chiusi per non farci trarre in inganno dalle apparenze dietro cui le cose si nascondono, se ci concediamo di essere diffidenti, possiamo scorgere almeno per un attimo il loro vero aspetto.

Le cose sono creature immerse in un’altra realtà priva di tempo e movimento. Noi vediamo soltanto la loro superficie. È tutto il resto, nascosto altrove, a determinare il significato e il senso di ogni oggetto materiale. Per esempio, del macinacaffè.

È un frammento di materia nel quale è stata infusa l’idea del macinare.

I macinacaffè macinano, è per questo che esistono. Ma nessuno conosce il significato assoluto del macinacaffè. Nessuno conosce il significato assoluto di alcunché. Forse il macinacaffè è la scheggia di una legge universale, fondamentale della trasformazione, una legge a cui questo mondo non potrebbe rinunciare senza apparire completamente diverso. Forse i macinacaffè sono l’asse della realtà attorno al quale tutto ruota e si dipana, e può darsi che per il mondo siano più importanti degli uomini. Forse il macinacaffè di Misia costituisce addirittura il pilastro di ciò che si chiama Prawiek.

Caro GB

2 luglio 2015

Caro GB,

Anche io dunque come ogni intellettuale (io non pensavo di essere una intellettuale, finché qualcuno non mi ha detto di togliere un “more uxorio” da un romanzo, perché “il lettore non capisce”… Quindi sì, facciamo che sono un’intellettuale e amen) che si rispetti quando mette al mondo la sua prole, ho deciso di scriverti una lettera. Tanto perché ieri si diceva di che posto ti troverai a vivere, una volta uscito (se va tutto bene) da là dentro, dove te la spassi a mangiabere quel che ti passo, origliare quel che succede fuori e scalciare (oltre a sedermiti bello pacioso sulla vescica, non dimentichiamolo).

Oh, intendiamoci: ci sono posti molto più brutti in cui nascere. Tipo a fianco di Kayembe, il bimbo simbolico e realissimo dello spot di Medici senza frontiere, lì dove le multinazionali continuano a rubare anche la polvere con la connivenza criminale dei politici, oppure in posticini ameni come Afghanistan o India, in cui avresti altri quattro o cinque o dieci fratelli di cui probabilmente uno o la metà o tutti frutto di stupri. O su una di quelle isole negli arcipelaghi che rischiano di rimanere sommerse da oggi a domani, anzi, no che non rischiano, è il loro destino, bisogna solo scoprire quanto in fretta gli Oceani, su istigazione dell’inquinamento globale se le mangeranno. Quelli in genere sono posti bellissimi, la gente di qui ci va in vacanza, almeno fino a che stanno a galla, poi chi se ne frega.

Ma per questo discorso occorrerebbe una lettera a sé, e io non sono abbastanza intellettuale, o per lo meno, riconosciuta tale, per fare lo sforzo di scrivere, a te, un intero libro di lamentazioni, o al contrario di parole alate sulla bellezza e il rispetto (ma ci saranno anche quelle, anche se magari non tanto alate). C’è chi lo fa, e di solito sono nomi noti, o magari persone che hanno davvero qualcosa di importante da dire, mica no. In questa lettera tralascerò anche la questione dei diritti degli animali non umani, ma per quello abbiamo già un bel libro pronto, anche quelle sono lettere a un ragazzino, da parte di suo padre, amico nostro.

Parliamo di questo posto particolare, allora, che da un po’ di tempo si chiama Italia. Questo posto che non è il più tremendo del mondo, ma rischia di esserlo, nell’emisfero  occidentale almeno, se non stiamo attenti, se proseguiamo su questa china. Parliamo di cosa ti diranno a scuola, se la scuola ci sarà ancora, se ci andrai, a scuola, non è mica detto. Ti diranno che questo è il paese dell’arte, della cultura, delle tradizioni e della natura, qualcosa del genere. Cazzate, scusa la franchezza. Innanzitutto il tempo verbale è sbagliato. Questo “era” il paese della cultura. Era il paese dell’arte, e fra un po’ diremo “era” il paese della natura e della buona cucina. Il perché è semplice: lo stanno distruggendo. E se ti dicessi che noi italiani siamo scontenti di questa distruzione, che lottiamo per evitarla, beh, ti starei dicendo una bugia. Gli italiani non sono scontenti di questo, per la maggior parte, per lo meno. Sono scontenti di tante cose, fanno quasi a gara a chi è scontento più forte, ma non della distruzione sistematica del territorio, della costruzione indiscriminata di roba allo stato attuale per lo più inutile come palazzine, capannoni, gallerie, non sono scontenti neanche che gli venga distrutto il paesaggio che è casa loro per poche gocce di petrolio che contribuirà a fare andare il pianeta un altro po’ verso il baratro. Sono scontenti del fatto di non essere al posto di quelli che stanno combinando tutto ciò, di cui ti risparmio i nomi, spero che quando sarai abbastanza grande da interessarti a queste cose siano solo uno sgradito ricordo, anche se temo qualcuno te lo dovrai sorbire pure te.

Caro Giordano mio, si diceva della politica, e devo confessarti una cosa: la classe politica non è altro che lo specchio di chi li vota, dell’elettorato, ergo della maggioranza del paese. Se stiamo messi come stiamo (ci arriverò) è perché chi ha votato questi politici è esattamente (o vorrebbe essere) come loro. Sono (siamo) in pochi a (cercare di) resistere. Pochi a crederci ancora, e tanti di quei pochi si sono rotti, sono stanchi di combattere e vedere frustrato ogni tentativo, vanificato ogni risultato, ne hanno abbastanza di vedere che per ogni passo avanti il paese viene ritrascinato indietro dieci volte tanto, quindi decidono di andarsene.

Chi resta qui, che può fare? Può costruirsi il suo piccolo angolino di bellezza, perché solo la bellezza ti permette di andare avanti senza abbandonarsi ai pensieri suicidi, in un paese in cui chi ti ha preceduto aveva conquistato un po’ di diritti, e questi diritti – puf – non ci sono più, barattati in cambio di robe incredibili (nel senso che chiunque abbia un po’ di sale in zucca stenterebbe a crederci) come “crescita”, “pil” “salviamo le banche111!1!!1”, in un paese in cui non c’è lavoro, e se c’è è talmente tassato da farti pensare che forse è meglio starsene a fare la disoccupata in casa, almeno ho tempo per scrivere, ma no, ci sono le bollette da pagare quindi non puoi startene a casa, sai Giordano che questi vogliono soldi anche da chi non li ha, tipo da tua madre?

E poi mi chiedono perché abbia diminuito le scritture, perché non creda più in niente. Se certi giorni tutto quello che voglio fare è non fare più niente, letteralmente, a parte annaffiare le petunie e cambiare le lettiere ai gatti. Come si sopravvive in un mondo simile? Io non sono abituata ad arrangiarmi, ragazzo, mea culpa. Sono cresciuta in un mondo che prevedeva alcune certezze, come poter fare un figlio senza dovermi chiedere se il mondo esisterà ancora il giorno in cui non ci sarò più io al suo fianco (lo so che già in un film di 20 prima che nascessi si dicevano le stesse cose, ma bisogna sbatterci il muso di persona per crederci). O che una volta laureata avrei trovato un lavoro migliore che pulire il cesso in una infima tabaccheriola (no, una volta laureata non ho potuto fare più nemmeno quello, tranquillo).

L’unico modo per sopravvivere, quindi, sempre e comunque, è costruirsi pezzetto per pezzetto questa piccola bellezza privata, ma stando attenti, ché la gente se se ne accorge tenterà in utti i modi di distruggerla. Già, perché questo, oltre che essere il paese dell’ex cultura ecc., è anche il paese dei bulli, a tutti i livelli. Quindi chiudi il tuo pezzetto di bellezza con alte mura, se riesci. E tieni fuori tutti.

Sai, io non volevo fare un figlio. Non fraintendermi, non vuol dire che non ti voglia. Ma come si fa a pensare di fare un figlio in queste condizioni? Non ho nemmeno il pensiero consolante del futuro. Che tu e quelli della tua età sarete diversi, che lotterete per un mondo migliore, per un’Italia migliore. Dicevano la stessa cosa di noi, e guarda: il Renzusconcino (non ce l’ho fatta, l’ho nominato) ha grossomodo l’età mia, e dice le stesse cose del bucetto che lo ha preceduto (con accento toscano, che è ancora peggio perché lo percepisci subito che ti sta prendendo per il culo). Perché non è questione di età il rinnovamento, ma di educazione e cultura. Ricordi, il discorso sulla cultura? Potremmo fare un giochino, mettere una carta dell’Italia al muro e tirare una freccetta. Qualsiasi punto becchi puoi trovarci, proprio lì o nei dintorni, un motivo per proteggere quel posto. Un monumento, un albero secolare, una specie rara, uno scorcio unico, un frutto che matura particolarmente bene. O meglio: potevi, perché non è detto ci sia ancora. L’Italia potrebbe mettersi – come si soleva dire un tempo – in panciolle, da subito. Con quello che ha (aveva) poteva agiatamente campare di quello. Arte, natura, cultura. No, ha voluto l’industrializzazione coatta, con tutto ciò che è seguito. Ci sarebbe da ridere, se non fosse per il piccolo particolare che io, caro ragazzo mio, e quindi anche tu, ci siamo intrappolati dentro, invischiati come zanzare nell’ambra. E allora, nonostante tutto, proviamo ancora a crederci, a investire nel futuro, che sei tu, e la tua prole, se ne avrai. Italia nostra, benché il parlare sia inutile, per parafrasare il sommo poeta (che poi ti leggeremo), continuiamo a parlare e a fare e a proteggere quei lembi di bellezza che danno un senso all’essere qui, allo scrivere, al fare figli, al piantare semi, al lottare contro le evidenze.

Benvenuto, quando (e se) arriverai.

Rotture di coglioni (con rispetto parlando)

26 giugno 2015

Leggiamo su “L’Espresso” la segnalazione di un libro, che, cit., “elenca le fisime salutiste e mangerecce che ci ammorbano a colazione, pranzo e cena: ci sono vegani, crudisti e intolleranti, ma anche ‘il ladro di porzioni’ o ‘chi ha letto Safran Foer'”.
Ora – solo basandoci su questa sintetica descrizione, sia ben chiaro – notiamo qualcosa di familiare, che ritorna con sempre maggior frequenza nei discorsi sul cibo, in tempi sicuramente ossessionati dallo stesso (parlando ça va sans dire del famoso Occidente, o post-Occidente magari: insomma dove di cibo ce n’è in abbondanza, e le mode, lo spreco, i reality culinari trionfano). Notiamo cioè che vi è in atto una terribile confusione – attribuibile in parte a chi produce discorsi sul cibo, e in parte a chi li fruisce -, un gorgo dove le questioni ecologiche, etiche, di salute, di status e così via, tendono ad aggrovigliarsi a formare un tutt’uno inestricabile, dove le “fisime” dietetiche non riescono più a distinguersi con chiarezza dalle istanze di critica alla mega-macchina produttrice di cibo, le idee fisse tentendi alla psicopatologia si confondono con le sacrosante domande su cosa finisca effettivamente nel piatto, e lo spettro del “fondamentalismo” aleggia su tutto a vieppiù inquietare.
Una confusione, questa, che fa di sicuro comodo a chi vuol mantenere lo status quo, dalle multinazionali degli alimentari agli spacciatori di rimedi definitivi per l’obesità, perché in tale visione opaca e mistificante, chi corre dietro all’ultimo grido della dieta e “chi ha letto Safran Foer” sono equiparati e livellati (non sappiamo se nel libro in questione si usa il termine radical chic, ma chissà com’è saremmo disposti a scommetterci). Perché ad esempio se si è davvero letto Safran Foer (limitiamoci a lui, visto che è stato tirato in ballo), forse qualche dubbio dovrebbe essere venuto, sulla liceità del sistema di “creazione” del cibo in cui siamo immersi, sul gigantesco sistema di sfruttamento del vivente che comporta (a meno che non si sia inguaribilmente di coccio tipo questi), e se invece si dribla la questione proclamando un “va tutto bene madama la marchesa”, gli è tutta una grande fissa, ubbia, schiribizzo di gente che deve sopravvivere alla morte dei viceversa grandi ideali (come più o meno dice anche da anni Marino Niola), allora approdiamo su un terreno assai scivoloso.
Non avendo intenzione di leggere il libro (ci scuserà l’autrice, la colpa è de “L’Espresso”, che presentandolo così proprio non ci invoglia ad approfondire oltre) e sinceramente scusandoci se ne abbiamo frainteso le intenzioni basandoci sulle citazioni estrapolatene, ci viene in mente un giochino, così, d’emblée. Lalli scrive:

Gli appartenenti alla specie umana che mangiano tutto e non rompono i coglioni, si sono estinti come il dodo?

(che è un po’ la stessa cosa che si trova a un certo punto di Hanno tutti ragione, quando Tony Pagoda torna in Italia dopo l’esilio sudamericano e trova, parafrasiamo a memoria, un sacco di vegetariani che rompono le scatole).
Allora ci vengono in mente, a partire da qui, altre possibili citazioni da libri del passato (del tutto ipotetici, of course).
Per esempio

I consumatori che comprano tutto quello che gli mettiamo sugli scaffali e non rompono i coglioni con queste storie sui diritti dei lavoratori, la salvaguardia dell’ambiente, se non addirittura il benessere degli animali, si sono estinti come il dodo?

Oppure

I gay che si fanno gli affari loro e non rompono i coglioni con questa moda del coming out e dei diritti civili, si sono estinti come il dodo?

Ma anche

Le appartenenti alla specie umana femminile che stanno a casa e non rompono i coglioni con pretese come il diritto di voto e un ruolo nella società, si sono estinte come il dodo?

Per non parlare de

I negri che lavorano tutto il giorno nei campi di cotone cantando blues tristi e non rompono i coglioni alla razza superiore che gli dà lavoro, si sono estinti come il dodo?

E così via, ad libitum.

Ps. Manco a farlo apposta ascoltiamo Fahreneit e becchiamo un altro che ha proprio capito tutto della questione (ironia mode on), Massimo Donà, che dice qualcosa tipo “una volta ci scannavamo su temi come la questione trinitaria, e adesso sul mangiarci l’ovetto della zia con le galline o quello comprato al supermercato”. Certo se manco gente che si definisce “filosofo” riesce ad afferrare nel suo sistema di pensiero che dovrebb’essere assai evoluto quello di cruciale che c’è in ballo nella questione, e la scredita e minimizza con questi mezzi retorici davvero modesti, stiamo messi proprio male, eh? Se lo capiamo noi che non siamo davvero questa cima in filosofia, anzi il contrario, non dovrebbe essere così difficile.

These are the songs of my life: Zep Galaxy Edition

25 giugno 2015

Prodromi

Baibe baibe baibe

Resurrecting the master

But in the darkest steps of Mordor

Gallows Pole com’è usata in Bandits

Il diabolico riff di Black Dog

Folkrock in purezza sulle colline e lontano lontano

If we could just join hands

Un esercito di chitarre per Achille

I’ll run in the rain till I’m breathless/When I’m breathless I’ll run till I drop
The thoughts of a fool’s kind of careless/I’m just a fool waiting on the wrong block

Occhi smeraldini

Morbidezze desertiche

Zoomate bassistiche

Insomma tutto quel miracoloso equilibrio zeppelino tra efflorescenze californiane e rusticità celtiche, blues primigenio e musiche del mondo, esoterismi e ruvidezze soniche, spirito di fratellanza posthippie e simbologia sulfurea.

Le traduzioni estemporanee 12

23 giugno 2015
by

Personaggi: Vale e Tigrillo
Ambiente: cucina

Vale: L’ho già detto che dovrebbero benedire in eterno il nome dell’inventor* del cus cus?
Tigri: Sì! Più di una volta! Dallo anche a me!
Vale: ntz, non esiste…
Tigri: CUS CUS! VOGLIO IL CUS CUS!
Vale: non ti piace.
Tigri: a me piace tutto, lo sai!
Vale: stavolta no, sorry (rischia di inciampare portandosi il cus cus in sala, e ne scarica una cucchiaiata a terra) Ecco, la cattiveria. Toh, accontentati di quello. -.-‘

Debunkando?!?

19 giugno 2015

Osserviamo da tempo come in rete fioriscano che è un piacere pagine anticomplottistiche. Lì per lì parrebbe una buona notizia, no?: con tutte le stupidaggini che si leggono in giro, qualcun* che si mette lì a smontarle fa un buon servizio all’umanità, con soddisfazione di tutt*.

Poi a guardar meglio ti accorgi, per esempio, che certe pagine uniscono l’intento a uno spiccato spirito antiveg, e nascono cose tipo Le cazzate dei vegetariani, di cui evitiamo di mettere il link, ché pubblicizzare troppo tali figuri non è bello. Ora, per l’ennesima volta, che certi veg, animalisti & Co. siano un bersaglio facile, e forniscano abbondante materiale per il dileggio, lo sappiamo bene, e non perdiamo occasione per stigmatizzare il deprecabile andazzo. Però, insieme, non fa piacere che persone intelligenti e solitamente di ampie vedute condividano contenuti da luoghi del genere, altamente tossici: perché, per dire, pur se noi stiamo sempre a criticare il partito bestemmia (PD per gli amici), non lo facciamo certo condividendo status di Salvini, e che diamine, dato che facendo ciò ci renderemmo complici di un discorso e di una visione politica costruite sull’intolleranza, il razzismo, il populismo più bieco, e su questo siamo tutt* d’accordo, suppongo.

Ecco, a noi pare che questa concentrazione di energie culturali sul debunkeraggio, partendo dai suddetti buoni propositi, finisca per appiattirsi in un atteggiamento mentale di collusione, di perpetuazione dello status quo, pericolosa quanto il complottismo un tanto al chilo, visto che tendenzialmente i professionisti del debunking sfatano quello che pare a loro, e accettano supinamente costrutti ideologici altrettanto discutibili, basta che abbiano un’origine “ufficiale”. Per sintetizzare, è facile e scontato attaccare i deliri sulle scie chimiche o gli sfoghi animalisti più basici e rifuggire invece dal confronto con le radicali critiche alla società in cui siamo immersi che la controinformazione o il pensiero antispecista propongono. No, grazie.

Perché, lo diceva Horkheimer, chi non vuol parlare del capitalismo dovrebbe tacere anche sul fascismo, e lo schema tende a ripetersi pericolosamente pur mutando le questioni in gioco. E se c’è una cosa che non vogliamo è finire schiacciati nello spazio angusto tra queste polarizzazioni sterili, sprecare gli anni migliori a schivare il lancio incrociato di bufale (che poi sarebbe bene ricominciare a chiamare panzane) mentre ci nascondiamo dalla contraerea debunkante, bensì, attività di sicuro più utili al mondo, aprire nuovi orizzonti, scoprire nuovi paradigmi, immaginare nuove possibilità.

Intersezionando

17 giugno 2015

Da queste parti, forse i nostri 27 lettori se lo ricordano, tendiamo a credere che la lotta per la liberazione della società e del pensiero è letteralmente la stessa, ovverosia una lotta contro il dominio, per usare un termine adorniano. Una lotta che va ad articolarsi in forme teoriche e di attivismo ben precise, ma che non si chiude nel proprio recinto, paga di conquiste parziali, e rimane invece sempre attenta e aperta alle connessioni, alle corrispondenze.

Per questo riteniamo che le forme più utili di riflessione sullo stato attuale della società siano quelle che vanno a cercare le intersezioni concettuali tra i discorsi, a fecondarli reciprocamente, a proporre letture che considerano molteplici punti di vista sui problemi, non li imbozzolano in un contenitore di pensiero unico (per quanto “contro”) ma li illuminano con diversi fasci di luce per meglio decrittare le strategie della repressione e delle concezioni dominanti. Il discorso controculturale deve trovare una piattaforma comune su cui affrontare temi troppo spesso disgiunti come giustizia sociale, ecologia, diritti dei viventi (umani e non), lotta contro il razzismo, il sessismo, l’omofobia, lo specismo, il liberismo. Contro ogni sfruttamento dello sfruttabile: del territorio, degli animali, delle donne, dei bambini.

Sempre per questo nella colonna qui accanto consigliamo la lettura di una pagina come Intersezioni, e in particolare gli interventi di Feminoska (che in passato già più volte abbiamo segnalato – vedi qui, o qui), sempre vigili nella denuncia della reificazione femminile/animale (come in quest’ultimo sul consumo parallelo del corpo della donna e di quello della vacca – laddove una lettura femminista classica si sarebbe incentrata sulla rappresentazione della donna, eludendo l’altro corpo femminile presente, mentre una animalista basica non si sarebbe peritata di dare della “troia” all’umana) e lucidi nell’intersezionare gli strumenti del femminismo con quelli dell’antispecismo. Una firma da seguire, un modello da meditare e moltiplicare.

Notizie da GB

12 giugno 2015

Salve, da quel che mi pare d’aver capito (qui le informazioni arrivano filtrate) dovrei chiamarmi Giordano Bruno, che suona bene, in effetti, anche se un certo tizio con lo stesso nome pare abbia fatto una brutta fine. Pare fosse un gran figo, ad ogni modo, e ce n’è anche un altro che farebbe rima con me, che alla Signora che mi porta in grembo piace perché parla con la voce strascicata, che sembra proprio non c’abbia voglia. Intanto però sono un po’ confuso perché qualcun altro m’ha preso per un giocatore che faceva gol in una squadra che sembra si chiami Lazio. M’è giunta notizia che la Signora di cui sopra nutre una certa simpatia per quella squadra, ma che se pensava a quella allora sarei venuto fuori come Marcelo Salas Borri. Secondo me è meglio di no.

Un’altra cosa che mi lascia confuso è che sento delle voci provenienti da là fuori: una, quella sempre della Signora che ormai conoscete, mi racconta una storia strana di un palazzo in cui succedono cose brutte e di un commissario che cerca di capire cos’è successo, ci stanno tante parole difficili ma fa anche ridere, infatti alla fine mi viene da dare qualche calcio per far capire che m’è piaciuto*; un’altra di qualche altro tizio che non so ancora bene chi è, parla di un’elfa figlia di Illusione, di un troll che la trova caduta sulla Terra dal suo arcobaleno e di tanti animali e piante del bosco, sembra un bel posto da andarci quando sarò fuori, e anche lì scalcio anche se il tipo che legge non è bravo come la Signora, e ogni tanto sbadiglia e dice che c’ha sonno.

Ok, per il momento è tutto, ci vediamo presto (anche se mi trovo bene a casetta e non sono tanto convinto di uscire dalla porta, è un po’ strettina). Adesso gradirei uno shottino di cioccolata, grazie.

*Ah, la Signora ha anche provato a cantarmi una cosa, con una voce strana, se non sbaglio iniziava con Tuba mirum e veniva da qui: lì m’ha spaventato un attimo, sono sincero.

Le traduzioni estemporanee 11

9 giugno 2015

Personaggi:
Ale, Vale, Madre di Vale, Daniel, Miki

Ambiente:
cameretta a casa della Madre di Vale

(Vale, Madre e Ale sono intenti a cercare Daniel in ogni anfratto.)
Vale: ps ps ps…
Ale: ho come un deja-vu
Vale: eh. Pensavi di tornare e trovarlo già pronto nel trasportino? Ahahahah.
Ale: no, vabbe’.
Madre (spostando infine i letti): Oh, eccolo qui, il mascalzone!
Daniel: aiutatemi! Salvatemi! Aaaaaargh!
Miki (brontolando): quante storie.
Vale (accucciata davanti al letto): Vieni qui, dai.
Daniel (sorridendo): Ehi, ma ciao, come stai?
Vale: siamo più tranquilli, ora? Ti fai prendere?
Daniel: fossi matto! Aaaaiutooooo! Mi prendonoooooo!
Madre: forse con uno snackino…
Vale: no, lui è incorruttibile.
Daniel: mangiatela te, quella roba.
Vale: abbiamo perso fin troppo tempo, dobbiamo tornare a casa.
(afferra Daniel e riesce a infilarlo nel trasportino)
Ecco, non era difficile.
Miki (picchia il trasportino): e stai lontano dai miei snackini! Mamma, mi dai uno snackino?
Madre: ne hai già avuti abbastanza.
Miki (picchiando di nuovo il trasportino): uffa però. Tutta colpa tua. Snackini!

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