Skip to content

Ex Libris 276 (l’ingegno umano non ha limiti)

21 maggio 2017

Il pollo è l’uccello più diffuso al mondo. È l’uccello più diffuso al mondo. È stato plasmato a piacere dall’uomo con anni di selezioni, perché diventasse una macchina produci-uova. Purtroppo il profitto delle uova è estremamente basso per le aziende, circa l’1,6%, perciò ogni incentivo alla loro produzione è accolto a braccia aperte dai pollicoltori.
[…] I polli non sopportano il sangue, impazziscono alla vista di esso e quando uno di essi sanguina, i vicini lo beccano a morte. Questo comportamento non è assolutamente normale, ma rappresenta una risposta allo stress indotto dall’allevamento intensivo; si manifesta in aziende dove le galline non sono allevate a terra, ma in condizioni di poco spazio. È frequente che il comportamento naturale di questi uccelli sociali venga alterato e sfoci in situazioni pericolose come quella del “cannibalismo” appena descritta. Per evitare ciò, i pollicoltori tagliano la parte finale del becco, quella più appuntita, con un coltello incandescente.
Nel 1989, però, una ditta statunitense chiamata Animalens propose una soluzione alternativa al costoso e faticoso taglio dei becchi: le lenti a contatto rosse per polli.
Sembra una battuta, ma il ragionamento è valido: applicando un filtro rosso agli occhi delle galline, avrebbero visto tutto di quel colore e non si sarebbero più accorte delle eventuali fuoriuscite di sangue. Grazie a quelle lenti miracolose, le galline sarebbero state più tranquille e non si sarebbero più beccate.
Come andò a finire? Le lenti a contatto effettivamente funzionavano, ma serviva una notevole manodopera per applicarle a ogni singola gallina dell’allevamento; soprattutto, esse non permettevano all’occhio degli uccelli di “respirare” e facevano fiorire comunità batteriche all’interno della lente. Gli uccelli diventavano ben presto ciechi. La ditta ritirò il prodotto sotto le pressioni delle associazioni animaliste […]

Terry

16 maggio 2017

Terrence, soprattutto quello lubezkiano, sempre più libero, documentaristico, improvvisatorio, arreso al flusso, da The New World in poi, lo ami o lo odi. Molti lo odiano con tutto il cuore, e soprattutto in occasione di quella meraviglia totale di To the Wonder hanno iniziato a dirlo ad alta voce. Da queste parti lo si ama, anche quando ci marcia (e in Song to Song ci marcia parecchio). Del resto, nei suoi ultimi film, o sei pronto alla deriva, stacchi gli ormeggi, respiri e ti fai arrivare tutto il vento in faccia, o non vai da nessuna parte. E ti perdi tanto.

Ti perdi stormi, tanti stormi, quanto ama gli stormi Malick (quanto noi).

Ti perdi un film musicale dove incontri, nella parte di loro stessi, John Lydon che lancia le sue massime e Iggy Pop che ti fa vedere la pelle da iguana, Flea che fa i salti col basso o Patti Smith che parla a lungo di suo marito Fred “Sonic”. Ma poi c’è Lykke Li, che non fa Lykke Li, bensì una tale Lykke che duetta con Ryan Gosling su un pezzo di Bob Marley, o si guarda un concerto dietro le quinte insieme a Florence Welch (2 secondi di Florence, non di più). E quindi? Per non parlare Val Kilmer che fa intravedere come avrebbe potuto invecchiare Jim Morrison, e sproloquia di scorte di uranio dal palco. WTF?

Ti perdi un film musicale dove dei festival texani (a parte una buona porzione di Patti Smith che horseggia) ti sono concessi spizzichi e bocconi, e però c’è una sountrack pazzesca di quelle che solo Malick (o Mann) può sfoderare, dove si passa da Mahler a Ravel, da Del Shannon all’Orchestra Baobab. (E dove anche, sì, del cantautore protagonista si sente giusto mezza canzone, mentre Rooney Mara si limita a far finta di strimpellare un par di volte la chitarra sul palco.)

Ti perdi un altro, come Mann, che col digitale (“These days, with modern technology, you can shoot a lot in 40 days”) ha portato all’estremo la propria concezione del cinema, rendendolo mai così aderente alla superficie cangiante del mondo, consegnandosi ad esso fin quasi all’informalità.

Ti perdi alberi, spiagge, albe, tramonti, scarti subacquei, squarci di luce, pedinamenti grandangolari dell’inattingibile. Le solite cose? Sì, le solite cose, eppure ogni volta negli occhi di Terrence ed Emmanuel (oltre che dei contributori esterni che allargano e sfrangiano ulteriormente le prospettive) diventano “la cosa”.

Ti perdi appunto la fotografia di Lubezki. La definizione di Christopher Hooton su “The Independent” mi pare geniale: “The notion of the “camera as a character” is cliché, but if it were one here it would simultaneously be a drunkard lost on the way to the canapé table, a fan reverentially documenting a star with an iPhone, and God himself.”

Ti perdi Christian Bale o Benicio Del Toro perché sono andati a far compagnia a tutti gli altri attori scartati in moviola.

Ti perdi quella svisata di inferno psichedelico compresa di frammenti di film muto che fa davvero paura.

Ti perdi Mara, Gosling e Fassbender che fanno gli scemi, ma proprio quando inizi a pensare “Terry, non è che mi stai un po’ a pigliare per i fondelli?”, bum, un colpo al cuore, tanti ai sensi, e l’impressione che l’infinito sia proprio lì a portata di sguardo.

Ti perdi le sue molteplici voice over, che ormai hanno quasi completamente soppiantato i dialoghi, e per molti sono pretenziose e ridondanti, ma in realtà sono pura musica ipnotica dentro cui perdersi e riperdersi, come nel profluvio di location, nel tempo dell’anima che sbriciola qualsiasi cronologia.

Se non ti perdi insomma ti perdi il lavoro di un uomo che (qui prendo a prestito le parole di Pietro Masciullo) “è alla disperata ricerca di una “nuova forma” che riconsegni credenza al gesto cinematografico: ogni sua inquadratura viaggia ostinatamente controcorrente, cercando senza sconti quel “qualcosa che deve essere ancora trovato”, un sentimento originario e puro, un singolo raccordo che possa giustificare tutto il caos dei segni di questo mondo”.

 

Ex Libris 275 (perché lo dice la “sciiienzia” e allora è e sarà per sempre così)

14 maggio 2017

I bravi giardinieri tendono a essere affatto pragmatici, senza lasciarsi troppo impressionare dalla scienza.
Il punto è che la scienza ha fatto poco per guadagnarsi il rispetto del giardiniere. I pesticidi miracolosi che ha messo a sua disposizione si sono rivelati una maledizione. Per quanto riguarda i meccanismi all’opera in un orto o in un giardino, e in modo particolare i rapporti tra piante e suolo, il quadro offerto dalla scienza è risultato frammentario e incompleto. Essa infatti ha sostituito l’immagine tradizionale che il giardiniere aveva del suo terreno, come di una cosa viva e straordinariamente complicata – un mistero della fertilità che andava ben oltre l’umana comprensione -, con un modello chimico che oggi sappiamo essere di gran lunga troppo riduttivo. La fecondità di un suolo, diceva la scienza, dipende semplicemente dal suo contenuto di azoto, fosforo e potassio; qualsiasi cosa mancasse, i fertilizzanti potevano fornirla. La verità dello scienziato, però, si è rivelata, se non falsa, comunque pericolosamente parziale: quegli elementi, di per se stessi, non producevano piante sane; può darsi che raccontino il 95 per cento della storia, ma non dicono tutto. Come il giardiniere aveva sempre sospettato, il suolo è di fatto un mistero, un complesso sistema biologico naturale (e non soltanto chimico)  che possiamo nutrire ma non simulare, come avrebbe invece voluto farci credere l’immagine in bianco e nero proposta dallo scienziato. Il pollice verde desidera un ritratto più intensamente colorato e sfumato del suo terreno, un ritratto che renda conto di quell’altro 5 per cento, e che gli indichi quanto è vivo il suo terreno. E così, in primavera, possiamo sorprenderlo mentre si porta al naso una manciata di terra, forse addirittura mentre l’assaggia e poi la strofina tra le mani per vedere che colore lascia asciugandosi. Quando si tratta delle condizioni e della fertilità del terreno, le evidenze fornitegli dai cinque sensi mettono a sua disposizione informazioni che nessun laboratorio potrebbe fornirgli.

Ecologia del linguaggio

9 maggio 2017

Forse dovremmo cambiare l’animale a cui paragoniamo le persone stupide e indifese: perché le pecore non sono così male, pare

Così lo stupendo (ironia mode on) sottotitolo di un noto giornale online per un articolo che commenta uno studio sulle pecore.

Quello giusto sarebbe stato:

Forse dovremmo smetterla di snocciolare idiozie speciste: perché gli animali non umani mica stanno lì per farsi insultare da quelli umani

E forse titoli del genere nascono per quel buco nero nel campo visivo di chi vede tutti i problemi tranne quello animale, perfetto contraltare di certi animalisti che vedono solo quello, scollegato da ogni altro. Per fortuna in mezzo ci stanno gli antispecisti che riflettono, che collegano, che hanno un quadro globale delle ingiustizie nel mondo del dominio, vero? Peccato per lo più siano litigiosissimi, sempre impegnati a questionare non solo con le categorie di cui sopra, ma tra di loro peggio ancora.

Noi, nel nostro piccolo, intanto ci limitiamo a ricordare la prima ventina di insulti specisti che ci vengono in mente, e che dovrebbero essere cassati per sempre dai modi di dire inveterati e incistati nel linguaggio quotidiano:

pecorone, asino, coniglio, capra/caprone, squalo, sciacallo, iena, cane/cagna, oca, gallina, gufo, scimmia (in tutte le sue varie declinazioni), topo di fogna, corvo, avvoltoio, pappagallo, maiale/porco, scarafaggio, zecca, vipera… (continuate voi)

Ex Libris 274 (bollicine)

7 maggio 2017

Come parlano i pesci? In bollicine. Gli uomini li credono muti perché non sanno leggere le parole nell’acqua, che è la sostanza da cui ha origine la vita. Noi discendiamo dai primi abitatori di quel regno, e un tempo il nostro linguaggio era simile al loro. Lo abbiamo dimenticato. Ma è una cattiva abitudine dell’uomo credere inesistente tutto ciò che ha dimenticato.
Parlano eccome, i pesci. Un pesce erudito, un trotone di Torino, aveva tradotto in bollicine tutti i dialoghi di Platone. E anche le lettere di Massimo d’Azeglio.
Questo è solo un esempio, naturalmente. Il loro linguaggio è ricco, articolato, spesso deliziosamente cantato.
Nessuno nel mondo animato lo avverte, tranne gli uccelli. Sì, gli abitanti dell’aria capiscono quelli dell’acqua, i migliori cantanti del creato intendono la lingua che noi crediamo muta. Anzi, s’intendono alla meraviglia, tra l’acqua e il cielo.

Divisione del lavoro

4 maggio 2017

Leggendo la rubrica di Elasti sul nostro giornale preferito (modalità ironica on) ci interrogavamo sulla nostra spartizione di compiti domestici.

Quindi, a quanto pare il “marxista barese” lava i piatti (noi per fortuna siamo dotati di lavastoviglie, prima se non erriamo ci dividevamo la fastidiosa incombenza), rassetta (più Ale che Vale), stende i panni (noi li si mette, a volte l’una a volte l’altro, nell’asciugatrice), spazza per terra (più Ale che Vale, che però più spesso lava), riordina (decisamente più Ale).

Quanto allo spingere la carrozzina, niente carrozzine da queste parti. Quando GB era piccolo lo si metteva nella fascia, e in quel caso la maggior parte delle volte toccava alla Vale, perché Ale era un po’ impedito nella vestizione; passati al marsupio, e cresciuto di peso il pargolo, le percentuali si sono invertite: adesso ormai lo porta quasi sempre lui, in braccio, laddove il piccolo non più tanto piccolo non abbia voglia di camminare.

Elasti invece prende appuntamento con la pediatra (col pediatra ci pensa Ale); va al colloquio con gli insegnanti e alle riunioni a scuola (quando sarà, toccherà ad Ale, poco ma sicuro, intanto a musica GB ce lo porta lui); li iscrive a nuoto (idem); si preoccupa che i figli abbiano vestiti, scarpe, libri, quaderni (sui primi, per ora, ci preoccupiamo entrambi, e per fortuna abbiamo la nonna e le zie che ne forniscono a profusione); controlla che abbiano fatto i compiti (immaginiamo faremo insieme); firma gli avvisi sul diario (il ruolo ci pare intercambiabile); compra i regali per i loro amici (mo’ pure i regali per gli amici?!?); partecipa alle chat dei genitori (Ale già sa che Vale non vorrà averci niente a che fare); organizza le feste di compleanno (insieme); controlla che si lavino la sera (il lavaggio delle mani è a cura di Ale, per il bagno ci alterniamo, il cambio del pannolino, sì, quello duole dire che è nella stragrande maggioranza compito della Vale, Ale è schizzinosetto); guarda cosa manca nel frigorifero e rimedia (Ale guarda nel frigorifero e rompe le scatole se qualcosa ci rimane troppo tempo; la spesa è condivisa, con le specializzazioni del caso – tipo frutta Ale, verdura Vale); pensa al tagliando e al bollo dell’auto (Ale); alla luce, al gas, al condominio e alla rata del mutuo (condominio e mutuo vivaddio ce li risparmiamo, alla luce e al gas ci pensa Poste Italiane); cambia le lampadine fulminate (a quello ci arriva anche Ale, ma per il resto dei lavori manuali, Vale tutta la vita).

Di nostro dovremmo aggiungere i gatti (Ale gli dà da mangiare, Vale pulisce le lettiere), ma insomma, dai, ce la caviamo niente male sulla divisione più o meno paritaria dei compiti. Poi, su altro rientramo tristemente nello stereotipo (Ale guida, Vale cucina quasi sempre – però Ale prepara la colazione),  rubrichiamolo alla voce eccezione che conferma la regola.

 

Ex Libris 273 (chi decide per tutti? Risposta ovvia, sir)

30 aprile 2017

Mi viene il sospetto che il legno e l’acqua, l’antico e il mutevole, siano i due poli dei ritmi naturali. La vita comincia nell’acqua e raggiunge la piena maturità nel bosco. Poi il giro ricomincia. Avidamente, vorrei un po’ dell’uno e dell’altra: diventare anfibio, osservare l’arrivo della primavera, il momento clou del mondo vegetale, stando dentro la palude. D’altra parte dubito di avere il fegato per stare a così intimo contatto con la natura. Strane creature affollano il mio nuovo mondo (e io invado il loro). Cercherò di adattarmi a criteri impietosi come produzione e utile, ma che succederà dei miei valori, del significato che attribuisco al mondo naturale? In simili circostanze, non è forse inutile sperare di avere relazioni che trascendano la mera funzione d’uso? Parlare di «relazione» non è forse un modo di dire, visto che la natura non sembra affatto interessata ad avere rapporti con me? Magari dovrei accontentarmi del ruolo di naturalista di provincia: osservare gli uccelli sui posatoi che ho costruito in giardino, provare a coltivare qualche pianta nuova della zona… La catalogazione come massima aspirazione?

Come ho già detto, in questo poco confortevole rito battesimale (che ha tutte le caratteristiche di una vera immersione) dovrò cercare il mio posto nel mondo. Ma la prova che devo affrontare sembra simile a quella della nostra intera specie: trovare un territorio e condividerlo con altri, scoprire una nicchia adatta a sé, se si è fortunati lasciare un segno; il tutto senza far troppo rumore e con un minimo di intelligenza. La sola differenza è che il punto di vista globale, ecologico, trascura le emozioni. Come pontificano molti esperti, la grande crisi ambientale del nostro tempo non è che un problema di cattiva gestione famigliare in grande scala. Basta mettere un freno all’avidità, fare meno figli, risparmiare energia, riciclare la plastica e usare i rifiuti organici come concime per il giardino, e tutto andrà meglio. Belle speranze! Chi potrebbe mai guidare una famiglia (per continuare con questa metafora paternalistica) senza tener conto dei gusti, delle abitudini, delle ambizioni, dei bisogni non quantificabili di ogni suo componente? L’elenco dei nostri disastri più clamorosi, dalla deforestazione all’inquinamento dei mari e alla perdita di biodiversità, porta il segno distintivo di una specie che non si crede più parte del regno animale. Abbiamo lasciato la terra e la tecnologia (è bello pensarlo) ci ha liberati dagli imperativi naturali. Così, tronfi, ci siamo autoesiliati dalla sensualità e immediatezza del mondo. Non è tanto il potere ad aver compromesso il nostro ruolo, quanto l’arroganza, il credere che il particolare tipo di conoscenza che possediamo ci renda una specie eletta, autorizzata a gestire le vite di tutte le altre secondo i nostri parametri.

Salva

Comunicazione di servizio…

27 aprile 2017

…per i nostri affezionati 27 lettori: potrà accadere prossimamente – oppure anche no, chi lo sa – che il qui presente blog venga aggiornato con minore frequenza, rispetto all’attuale scansione bi-settimanale, causa GB, gatti, casa, scritture, lavoro, gite, varie, eventuali.

Con l’occasione, ci pregiamo di proporre alla vostra riflessione una piccola addenda all’ultimo ex libris:

Il vero deserto è la solitudine affollata e strepitante in cui nessuno ascolta nessuno, il mondo come una televisione che non viene mai spenta. Italo Calvino, nel romanzo Palomar, propone questa etica: “In un’epoca e in un paese in cui tutti si fanno in quattro per proclamare opinioni o giudizi, il signor Palomar ha preso l’abitudine di mordersi la lingua tre volte prima di fare qualsiasi affermazione. Se al terzo morso di lingua è sempre convinto della cosa che stava per dire, la dice; se no, sta zitto. Di fatto, passa settimane e mesi interi in silenzio”. Forse il vero silenzio sorge dove si cessa di avere opinioni. Anche sul silenzio.

Ex Libris 272 (maestri)

23 aprile 2017

Porte

La perdita del senso narrativo dell’esistenza è il vero significato della parola “precarietà”, dove il lavoro stesso è un job, un pezzo di ricambio, in una dimensione senza memoria, senza tempo, senza narrazione e senza consapevolezza; un presente perpetuo, sul modello delle tv, dove anche il futuro – che non c’è – se c’è è solo futuro di questo presente. (Bruno Munari)

È un processo molto interessante, perché è proprio simile a quanto accade nella vita. Un certo momento sembra un disastro totale, e quello successivo sembra il paradiso. È così che il processo funziona sempre per me. È piuttosto caotico. Anche se credo alla tradizione e al costruire, devo trovare la mia strada attraverso il caos e per mezzo dell’intuizione. Intuizione nel caos. Cercare di intuire qual è, cominciando sempre da qualcosa. Di solito cominci da qualcosa che sai: lo butti giù e lo ascolti. Lo suoni e lo ascolti. E senti qualcosa in esso che ti dice di più su quel che avevi intuito, su quanto la tua intuizione stava cercando di dirti. È come essere bambino e cercare di capire quello che un adulto vuole dirti. (Terry Riley)

Nel momento in cui vi siete accettati nella vostra debolezza, cominciate a capire quanto siete forti. È una cosa molto difficile da capire: è nella nostra debolezza che sta la nostra forza. Ma noi viviamo di dominio: ognuno cerca di dominare, in un modo o nell’altro. C’è chi è forte fisicamente e lo fa fisicamente, c’è chi è intelligente e lo fa con l’intelligenza: tutti hanno una precisa volontà di dominio. Questo dominio ha fatto il suo tempo, però ci domina a sua volta. […] Il problema è che le persone che hanno deciso di perdere sono i nostri vincitori, e non quelli che hanno deciso di vincere. (Fausto Taiten Guareschi)

Alla fine di una conferenza che ho tenuto recentemente qualcuno, uno scienziato, mi disse come il problema della formazione e dell’educazione sia il problema numero uno della nostra società. Gli credo. Al cuore di questo problema c’è la nozione di persona. Di solito s’intende per formazione qualcosa che ha come obiettivo quello di dare una professione, ovvero un salario, una formazione quindi orientata a ciò che possiamo chiamare l’efficacia, o l’efficienza. Tutto il campo complementare, che sta a lato dell’efficienza, cioè tutto quanto tocca il cuore, tutto quanto tocca l’affettivo, viene messo da parte. […] Penso che la scoperta di sé in vista di una creazione è anche la scoperta dei propri limiti. Qui si incontra la nozione di umiltà. (Frère Daniel)

Noi crediamo sia possibile ricucire le apparenze disperse negli spazi vuoti, attraverso un racconto che organizzi l’esperienza, e che perciò dia sollievo… Crediamo che tutto ciò che la gente fa dalla mattina alla sera sia uno sforzo per trovare un possibile racconto dell’esterno, che sia almeno un po’ vivibile. Pensiamo anche che questo sia una finzione, ma una finzione a cui è necessario credere. Ci sono mondi di racconto in ogni punto dello spazio, apparenze che cambiano a ogni apertura d’occhi, disorientamenti infiniti che richiedono sempre nuovi racconti: richiedono soprattutto un pensare-immaginare che non si paralizzi nel disprezzo di ciò che sta attorno. (Gianni Celati su Luigi Ghirri)

Io vivo costantemente la morte. La morte è un problema per l’individuo, ma non per la persona. Ognuno di noi, nella sua individualità, è una goccia d’acqua. Cosa capita a questa goccia d’acqua quando, secondo una tradizione che è transculturale, cade nel mare e sparisce come goccia? Dipende da che cosa è: la goccia d’acqua o l’acqua nella goccia? La goccia d’acqua sparisce, ma all’acqua della goccia non succede niente. Si unisce a tutto il mare, a tutto il divino, ma non perde la sua vera natura. Ciò che sparisce, sono le difficoltà di comunicare, di abbracciarsi, di amarsi, che nascono grazie all’individualismo… (Raimon Panikkar)

Argentate notturne

21 aprile 2017

Chi ci legge lo sa. Soffro di insonnia.

Ora succede che da un po’ (cioè, da sempre, ma lo tenevo per me) io durante le veglie mi faccio i romanzi mentali. Proprio letteralmente. Ora per esempio sono alle prese con una tizia mollata dal  marito (ferrantiano) senza apparente motivo, lei è sui 40, vita in apparenza serena ma avrebbe tanto voluto un figlio, peccato che il marito si è dato, allora lei incontra un suo vecchio compagno di scuola… Vabbeh, questo è in progress.

Ma succede anche che da uno spunto da niente mi vengano in mente trame improbabili.

Tipo la scorsa notte sono andata a fare la pipì senza accendere le luci (non sia mai disturbassi i due russanti che mi ritrovo in stanza), e da brava moglie di un appassionato di giallo/horror italiano anni ’70, mi sono immaginata il classico killer pronto con un coltellaccio da macellaio a tirarmi fuori le budella.

Così ho pensato: e se succedesse davvero?

Eh.

Se succede davvero, il killer poi uccide anche Ale, che sente i rumori sospetti e si alza per controllare cosa accade. Quindi se ne va, dimenticando la porta di casa socchiusa (è un po’ cretino, succede). La mattina seguente Laura, la nostra vicina, vede la porta ormai spalancata dal vento e si insospettisce, soprattutto quando sente il pianto del bimbo, “che sta succedendo in casa Borri/Graziani”? Prova timidamente a bussare, “Valentina, Alessandro? Tutto a posto?” Dato che nessuno risponde a parte il bimbo che continua a piangere entra e scopre la mattanza, o magari (più probabile), il bimbo ha scavalcato la sponda del lettino e Laura se lo vede arrivare con una bella scia di improntine di sangue (scusa GiordiMao).

La polizia, ovvero il commissario interpretato da un simil-Maurizio Merli con baffoni castani d’ordinanza, arriva, trova il macello e pianta un casino: secondo lui (notoriamente non una cima) il colpevole è con tutta evidenza un amico inglese della Vale, artista che alloggia da qualche settimana a Palazzo dalla principessa, nota mecenate. Il pittore, no, meglio musicista, famolo strano, violoncellista jazz, dato che Vale è un po’ fissata con lo strumento (“Ma non esistono violoncellisti jazz”, “Lo so, sono il migliore al mondo dato che non ho rivali”), allora deve darsi da fare per trovare il vero colpevole, in puro stile argentiano.

Nel frattempo piomba in paese una delle sorelle di Vale (ne ha cinque o sei, esageriamo: questa è nubile, biondina, carina, perfetta per la sottotrama love story), che viene a prendersi il bambino e i due gatti di Ale e Vale, che vagano disperati per via del Municipio (sì, evitiamo di metterci dentro tutti e quindici i gatti che sennò diventa un altro film). Insieme scoprono che Ale e Vale avevano appena scritto un romanzo, Febbri nere, su un delitto avvenuto trenta anni prima e insabbiato dalle autorità perché il principale sospettato, la terribilissima Vedova, era una delle persone più potenti di Artena. E però la Vedova, vengono a sapere, è morta da un mese.

E allora chi è stato? Lei era l’unica ad avere interesse che il libro restasse nel pc di Ale e Vale, scomparso dalla casa insieme a poche altre cose senza importanza (per confondere le acque e far supporre che il movente sia un generico furto). Come abbia saputo del romanzo è facile: una insospettabilissima signora che viene solo in estate aveva letto il romanzo, giurando di non parlarne mai con nessuno, ma ahilei, l’amica sua del cuore cui non poteva non confidarlo no, non aveva fatto nessun giuramento, per cui la voce tramite la principessa arriva anche al violoncellista. Il killer fa fuori anche la signora d’estate, l’amica del cuore, e ci prova con la principessa che però sfugge all’agguato nascondendosi nei più reconditi nascondigli del Palazzo, che conosce soltanto lei. Maurizio Merli sempre più incazzato è del tutto intenzionato a mettere sotto chiave il violoncellista, che allora decide di giocare il tutto per tutto e lancia un messaggio al killer dicendo di sapere chi è. Bluffa, ma il misteriosissimo assassino non vuole sorprese e sta per buttarlo nello strapiombo dalla terrazza in cima al paese quando viene placcato dalla sorella della Vale, che è pure esperta di arti marziali: giù la maschera, ecco la figlia della Vedova, quella che sembrava tanto caruccia, faceva pure le moine ai gatti, mica come quella cattivaccia della madre. Ché lei, la Vedova, aveva fatto insabbiare sì tutto il faldone, ma nel romanzo Ale e Vale avevano rivelato che in realtà non era stata la vecchia a far fuori il ragazzo della figlia, ma la figlia stessa, perché lui era uno stronzo che la picchiava e la drogava, e insomma non aveva poi tutti i torti (così c’è anche il sottotesto femminista, dai).

Maurizio Merli dice che lui in fondo l’aveva sempre saputo e il violoncellista con la sorella si sposano a Palazzo. Febbri nere, di cui si scopre una copia in una chiavetta usb nascosta tra le cose di GB, diventerà un successo postumo e tutti sono contenti, tranne i poveri Ale e Vale, che sono dovuti schiattare per pubblicare un romanzo.

Comunque preferisco continuare a non prendere sonniferi, checché ne diciate voialtri.

Ex Libris 271 (come sempre i gatti)

9 aprile 2017

Di giorno quando i gatti sono intensi
pensi che il loro pelo offuschi i sensi.
Di notte quando i gatti sono immensi
si ricopre di pelo quel che pensi.

Our Home for Sale

5 aprile 2017

At least, we have decided. We must move from Artena, and return to Rome… or nearest Rome. However.

In an ancient village on the Lepini mountains we sell a detached house.
On the first floor: big kitchen with fireplace, livingroom, two bedrooms, bathroom with a large shower. A big cellar on the ground floor, and a small private courtyard.
Artena has one of the largest pedonal areas in Europe. Palazzo Borghese, short walk from our house, has been the location for films like Romeo and Juliet by Franco Zeffirelli and The Golden Bowl by James Ivory. Nearby Artena you can find Castelli Romani in the north, wonderful small cities like Palestrina, Olevano Romano, Cave, San Vito Romano in the east, the coast and the picturesque villages of Norma, Sermoneta and the wonderful gardens of Ninfa in the west, Anagni, Alatri, the Ciociaria in the south. About half an hour from Rome.
€ 68.000
(0039) 3701018301
Mail to: valentinamente@gmail.com

16998787_10210226083880016_7921910733646279078_n

16998776_10210226078959893_6109438820682019562_n

16998984_10210233928356123_4716522845508772756_n

Other photos and planimetry on fb, click here.

(Per i non anglofoni, poi vi raccontiamo meglio, forse…)

Salva

Ex Libris 270 (Secondo Claudio Rocchi)

2 aprile 2017

Nel ’69, l’anno delle agitazioni studentesche, avevo fondato nel mio liceo un partito, LSD, Lega Studenti Democratici, con tanto di volantini e programma politico. Come al solito venni completamente frainteso e mi ritrovai all’opposizione del movimento studentesco. Io predicavo con grande successo, specialmente tra le ragazze, l’allargamento della coscienza. Vivevo in un impunito e impunibile delirio di onnipotenza, perché sin d’allora predicavo il non attaccamento. Mi sentivo più uno strumento che un soggetto. Il mio misticismo profetico mi rendeva un facile bersaglio. Una volta al Teatro Nazionale di Milano, durante un concerto per la raccolta di fondi per “Re Nudo”, cantavo una canzone che diceva più o meno: “Ma voi credete davvero di cambiare il mondo con il pugno chiuso, quando non sapete cosa potreste dare aprendo la vostra mano” e questo scatenò una rissa tra le due anime della rivista, quella mistica e quella politica, una vera rissa con tanto di sedie divelte. Una situazione simile si scatenò al Pierlombardo, durante un concerto per il Cile, nel momento drammatico del colpo di stato di Pinochet, certo non potevo fare a meno con il cuore e con l’intelligenza di seguire quelle vicende ma non riuscivo a capire come dei milanesi potessero essere tanto coinvolti emotivamente da una cosa tanto lontana: stavano vivendo un’allucinazione collettiva, si sentivano a Santiago, tutto era ridicolmente sfasato rispetto al “qui e adesso”. Amavo fare predicozzi e non potei fare a meno di far presente ai ragazzi che non eravamo in Cile, di tornare con i piedi per terra e la cosa come al solito provocò una burrasca. Questa presunta scissione ideologica tra una presunta psichedelia di destra e un presunto movimento di sinistra, molte volte la ributtavo in faccia agli amici incazzati di sinistra, della cosiddetta “altra parte” che mi apparivano assolutamente fascisti nei modi e nelle attitudini, nelle relazioni della vita di tutti i giorni. Io mi consideravo evangelicamente e comunitariamente di “sinistra” nella mia ricerca personale, che era la stessa di molte altre persone e che faceva sul serio con la coscienza e non con l’esteriorità, con le proiezioni.

Ahi, la tuttologia

28 marzo 2017

Magari qualcuno lo sa, Concita De Gregorio ha dedicato qualche giorno fa la sua rubrica ai fatti di Grosseto, le solite storie di mamme (padri mai pervenuti, non sai mai) che si azzuffano per questioni veg.

Ok, la tuttologia è davvero un problema. De Gregorio, o Gramellini, o Serra, devono parlare e commentare su tutto lo scibile umano, anche di ciò su cui non hanno la benché minima nozione. Lo possono fare con più o meno ingegno, bella scrittura, intuizione giornalistica (ok, Gramellini manco quello), ma quando vanno su territori per loro vergini, ecco il trionfo del luogo comune, la scivolata nel qualunquismo, l’inutilità insomma di una riflessione basata sul sentito dire, sull’approssimazione, sul riciclo concettuale. La tuttologia è un problema perché porta ad affrontare con perniciosa leggerezza temi su cui non si sa nulla.

Ma questo, d’altronde spinge a pensare: perché tante persone colte, progressiste (sulla carta), attente alla società, alle persone (quasi sempre solo quelle umane, ahimé), ai diritti, non sanno nulla di un tema così cruciale della nostra epoca (non l’abbiam detto noi, che possiamo passare per fissati, ma uno che invece, anche con le sue contraddizioni, ci pensa, come Edoardo Albinati)? Perché si tende a ridurre a una questione di moda, di gusti, di “Roma o Lazio” insomma, ciò che invece è (dovrebbe essere) questione politica, etica, ecologica (vedi al proposito le disquisizioni sempre fuorvianti di Marino Niola sulle diete)? Perché chi si occupa di razzismo, di sessismo e di altre piaghe sociali troppo spesso non sa niente di specismo e antispecismo? E sì che di testi su cui documentarsi, ad averne voglia, ce ne sarebbero a iosa: di filosofi, attivisti, giornalisti, scrittori che hanno esplorato questi campi con posizioni varie, interessanti, illuminanti, discutibili, siano Roberto Marchesini o Jonathan Safran Foer, Peter Singer o Marco Maurizi ecc. ecc.

Noi consigliamo sempre, per rimanere in ambito letterario, il meraviglioso dittico di J. M. Coetzee, Elizabeth Costello/La vita degli animali, testi tra i più belli della nostra epoca. Però appunto, prima leggere, informarsi, riflettere. Poi scrivere, parlare, giudicare, se proprio si deve.

Ex Libris 269 (perché hanno inventato dio?)

26 marzo 2017

win_20170305_172849

In Mesopotamia sembrava impossibile sfuggire all’ingegnosità di cardi e spine. Più i contadini cercavano di eliminarli, più quelli prosperavano. Probabilmente, già molto prima che fosse descritta come tale nella Genesi, la loro aggressività era vista come una punizione. L’agricoltura cambiò i valori e la visione religiosa del Vicino Oriente. In origine, i cacciatori-raccoglitori della regione adoravano, o almeno rispettavano, gli spiriti degli animali, indipendenti dagli uomini ma docili. Ma i primi agricoltori, consapevoli di avere tra le mani un grande potere, avevano bisogno di esseri soprannaturali che potessero legittimare e rafforzare il loro dominio sulla natura. Dal momento che né gli spiriti degli animali né le divinità della natura potevano servire a questo scopo, le nuove divinità erano superuomini, dèi in vesti umane, «pastori di uomini».

Ma per questi nuovi poteri, e nuovi dei, bisognò pagare un prezzo. Alla libertà dei cacciatori-raccoglitori si sostituirono la fatica, la divisione del lavoro e, simbolicamente e letteralmente, le malerbe, il disordinato bagaglio della vita sedentaria. Per un gruppo di agricoltori e allevatori, le tribù di Yahweh – i primi ebrei – si aggiunse un forte trauma. Nel 586 a.C. il cuore del loro territorio, Gerusalemme, venne devastato e gli abitanti esiliati nel deserto di Babilonia. Gli ebrei interpretarono l’esilio come una punizione ma, con un astuto rivolgimento teologico, questa punizione diventò la prova che erano oggetto delle attenzioni di Dio. Gli ebrei rigettarono la raffinata civiltà e i molteplici dei della fertilità di gran parte del Vicino Oriente, e si dichiararono il popolo eletto di un solo dio. Nasceva così il monoteismo.

Ma l’insoddisfazione per il loro modo di vivere era ancora viva, e trapela dai particolari del mito della creazione. La Genesi può essere letta come il tentativo dei primi pastori e agricoltori di spiegare a sé stessi il senso di una vita di duro lavoro. La conquista della natura – e l’ottenimento della conoscenza – era tanto la causa quanto la forma della loro punizione. Come spiega John Passmore, filosofo del ventesimo secolo, i miti della creazione sono una specie di razionalizzazione: «Al tempo in cui furono scritte le storie della Genesi, l’uomo si era già imbarcato nel compito di trasformare la natura. [Con queste] giustifica le proprie azioni. Non si preparava a dominare il mondo (non più di quanto si preoccupasse di moltiplicarsi) perché gliel’aveva detto la Genesi. Piuttosto, la Genesi salvò la sua coscienza.»