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Quando proprio non ti riesce manco con i pomodori

19 ottobre 2017

Finalmente riesco a scrivere due righe su un libro che attendo da quando ho saputo della sua uscita, mesi fa.

L’orto naturale for dummies, edito da Hoepli, di Grazia Cacciola. Lo aspettavo per vari motivi.

Il primo, ovvio, è che stimo il lavoro di Grazia, ed ero curiosa di come avrebbe declinato le sue ricerche sull’argomento nell’impostazione tutorial di questa collana.

Il secondo è che nonostante da un po’ di tempo la maggior parte delle mie letture siano dedicate a pubblicazioni dedicate alla botanica (alberi, giardini e così via), l’orto continua a essere qualcosa che un po’ temo. Non nel senso di “aiuto! aiuto! i Trifidi mi si sono mangiati Gatta Piccola!”. Nel senso pratico che forse non credo riuscirei (sempre se vendiamo casa, magnifica ossessione di questi anni) a progettare, impiantare, curare e far fruttare un orto. La scorsa estate ho fatto un esperimento coi pomodori, naufragato miseramente. Quest’anno avrei voluto provare con una pianticella di zucchine (certi amici mi dicono che sono infestanti e le avrei ritrovate a strisciare pure sotto il letto), ma abbiamo avuto altri pensieri, così niente grande invasione delle zucchine. Insomma, finora, nonostante ne parli continuamente (chiedete ad Ale), dal lato orto non combino nulla. E sarebbe bene che iniziassi, anche per Giordano! Certo, pure i bimbi possono fare l’orto, per un bel po’ di motivi:

Ma finiamola coi miei problemi di “cento ne dico e nessuna ne faccio”, torniamo al libro, che è diviso in sei parti:

I primi passi (cos’è un orto naturale, perché “naturale”?, come si inizia, cosa bisogna avere a disposizione)

Il terreno e la semina (come si lavora la terra, meglio i semi o le piantine?)

Piante e ortaggi (in cui sono descritte brevemente parecchie orticole fra verdure, ortaggi e aromatiche)

I metodi di coltivazione (sulle varie “scuole” più o meno vicine a quello che fa Madre Natura da eoni)

La parte dei dieci (questa piace ai patiti delle liste: una sorta di riassunto concettuale).

La scrittura è chiara, immediata, giustamente didascalica senza però ipersemplicare. Insomma… perfetta for dummies orticoli come la sottoscritta!

I consigli pratici sono davvero pratici (mi sono capitati sotto gli occhi manuali magari inappuntabili sulla teoria, ma che al momento di sporcarsi le mani latitavano).

L’impostazione è aperta e incoraggiante.

Non serve seguire una linea di pensiero o una scuola in particolare, non bisogna diventare specialisti di una tecnica, va bene anche prendere un po’ dall’una e un po’ dall’altra.

I disegni – sempre dell’autrice – sono bellissimi.

Ci sono anche, come valore aggiunto degli accenni volanti sulla sua esperienza personale, e io dico che Grazia dovrebbe scrivere un libro di soli aneddoti, non limitato alle avventure tra i filari, ma che peschi da tutta la sua vita, nel tragitto tra i giorni frenetici della metropoli e l’attuale base appenninica dove persegue la sua idea di decrescita. Chi segue il blog conosce già la felicità narrativa, l’ironia pungente e l’entusiasmo contagioso di Erbaviola, quindi non dico niente di nuovo.

In definitiva, per chi è questo libro? Per chi vuole farsi un orto naturale ed è un neofita del campo, certo; ma anche chi vuole solo provare a coltivarsi sul balcone qualcosa di diverso dalle solite belle di notte (quelle vengono anche a me, eddai); ma anche chi vuole sapere qulcosa di più su un argomento sempre più all’ordine del giorno, perché l’autoproduzione, lo svincolarsi dalle leggi del mercato e il fare i conti con la scarsità delle risorse di questo pianeta sono necessariamente uno dei temi chiave del presente e del futuro.

 

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Ex Libris 290 (musica)

15 ottobre 2017


Mi è sempre sembrato che la musica non dovrebbe essere che l’eccedenza di un grande silenzio.

Cinque o sei cose sul caso H.W.

13 ottobre 2017

Harvey Weinstein è un molestatore seriale, non un “porco” o un “maiale”: non risulta che porci/maiali si dedichino di solito alle attività predilette dai produttori hollywoodiani. (quanto siamo noiosi)

***

Tutti che sanno, ma tutti zitti (e non si parla delle vittime, ovviamente). Delle segretarie, alla fine, chi se importa. Ma appena parlano le Gwyneth e le Angeline, apriti twitter.

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Se parlano le Asie, poi, apriti cielo. Dobbiamo sempre dimostrare di essere i peggio di tutti.

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Finalmente l'”Huffington Post” e gli altri possono alternare gli articoli su un volgare misogino sessista uomo bianco di potere di sinistra a quelli su un volgare misogino sessista uomo bianco di potere di destra.

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Come al solito, c’è a scommetterci, massacrato l’Uomo Nero, fatto il lavacro purificatore, tutto tornerà come prima, Hollywood si sentirà più bella e più pura che mai, e il casting couching continuerà senza colpo ferire.

***

Ah, semi-OT: non per infierire, ma anche la concezione weinsteniana del cinema l’ho sempre trovata assai discutibile. Come diceva H.W. in tempi comunque sospetti, “voglio creare un cinema artistico e populista”. L’arte spiegata al popolo, il midcult forgiato per l’Academy. Eh, appunto: una egregia sintesi di quello che per lo più non vorrei vedere al cinema. Per carità, ci sono quelli che ci riescono alla grande, come spesso Tarantino, l’autore numero uno della Miramax, o qualche volta Jane Campion quando non si fa prendere dai suoi estri più sghembi. Ma quel che invece vorrei sono proprio gli opposti: un cinema autenticamente popolare che proprio per questo si fa arte, senzo doverlo dimostrare coi riferimenti colti e gli ammicchi intellettuali; e un cinema autenticamente artistico che può permettersi di fregarsene dei grandi numeri.

Ex Libris 289 (una città in cui si sente)

8 ottobre 2017

Questa è una città di saliscendi non soltanto alle finestre, ma di scalette che scendono e risalgono per passaggi nascosti, di corti improvvise e buie, di cunicoli arcuati da un palazzo all’altro, camminamenti scavati nei secoli come da vermi, una città dove i morti si sentono, composti e presenti, non morti sguaiati. Se ne sente il respiro e il ronfo, c’è un’età in cui lo si comincia ad avvertire nettamente, e piano piano si capisce che il pensiero della morte non è altro che questo, la capacità di smorzare tutti gli altri suoni, vani e caduchi, per percepire il ronzio della comunità disincarnata e russante alla quale si apparterrà per sempre. Non tutte le città permettono questo ascolto, il mondo è pieno di città inconsapevoli o illuse, città sbadate, dove i morti non si sentono, e perciò sono dei semplici scomparsi; in quelle città bisogna cercarli negli strati sottostanti, aprire una botola in fondo a una cantina, scoperchiando un cielo grigio su strade ancora piene di carri e di miseria, di carbone, di tram a cavalli e venditori d’acqua ambulanti, di una popolazione in costume con le scarpe impolverate, dove le fabbriche continuano a sfornare macchinari scheletrici, e una folla di ragazzini sdentati e analfabeti solleva gli occhi e ti guarda irridente.

GB fa cose 3

3 ottobre 2017
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GB indica la boccuccia se ha fame e fametta. Poi si bulla.

GB indica i leoni della Peugeot, anche in mezzo al traffico.*

GB balla appena parte una musica che gli piace. Tipo. O tipo.

GB fa discorsi sempre più complicati, per quanto ancora inintellegibili.

A GB piace la D: è la scala dei nonni, oltre che la zona del parcheggio al centro storico, e quando la vede fa “DE!”.

GB durante la passeggiata pomeridiana rimedia sempre una banana dai fruttaroli egiziani. Con il marito fa anche gimme five, e manda bacetti.

GB è un control freak: solitamente non ne vuol sapere di farsi cambiare. Non sempre, ma di prammatica protesta, piange, si divincola. Allora per farlo star tranquillo magari il Papooshko fa suonare i wind chimes sopra il letto; e fa muovere l’acchiappasogni n.1; siccome adesso c’è anche un acchiappasogni n.2 sul suo lettino, a quel punto GB lo indica: “Datti una mossa, pure quello!” Sempre con l’aria offesa, per carità.

GB rimane ipnotizzato dal ventilatore a pale del lavasecco. Quando però le signore del negozio si affacciano a salutarlo, tutte carine, lui fa l’aria vaga, “che, no, io?, mi interessava la pianta a quel balcone lì sopra, chi vi si fila”.

GB alza il pollicetto alla Fonzie pure mentre il simpaticamente rude Italo del Bambin Gesù lo visita.

GB quando passeggia col Papooshko lo invita a sedere su un muretto, lo saluta con la manina, e se ne va. Se il Papooshko prova a seguirlo, lui fa: no no, tu seduto, io vado. Magari ti mando qualche baciuzzo da lontano.

GB mette in discussione qualsiasi supposta legge della conservazione dell’energia.

“Chi è il mio bimbo?” Si indica. “E la mamma?” Indica la mamma. “E il papà?” Indica il papà. “E Tigrillo?” Indica Tigrillo. “E i nonni?” Indica da qualche parte altrove. “E gli Ok Go?” Alza le mani e ride.

*Da dove venga la passione di GB per le vespe (quelle della Piaggio), le moto, le automobili, non sappiamo proprio, visto che entrambi i genitori sono del tutto alieni alla passione motoristica.

Ex Libris 288 (lavori di merda)

24 settembre 2017

Scar

A metà ottobre facemmo due date con i Rolling Stones. […] aprire per i Rolling Stones è un lavoro di merda in ogni caso. Non lo consiglio a nessuno. Ti fanno questa proposta e tu pensi: “Sono il secondo gruppo rock più importante nella storia della musica dopo i Beatles. Perciò suonando con loro dovremmo sfiorare la storia.” Ma il fatto è che oggi il pubblico dei Rolling Stones è formato da avvocati, medici, commercialisti, consulenti. È un gruppo conservatore e ricco. Nessuno impazzisce. Il prezzo del biglietto e i costi del merchandising sono astronomici. È una roba del tipo: “Andiamo al centro commerciale Rolling Stones e guardiamoli suonare sul grande schermo”.
Tutta l’esperienza è orribile. Prima arrivi lì e non ti lasciano fare il sound check. Poi ti condedono un ottantesimo del palco. Ti riservano un’area microscopica e ti dicono: “Questa è per te. Non hai le luci, non puoi usare il nostro impianto di amplificazione. E, oh, fra l’altro, lo vedi questo pavimento di legno? È il vecchio pavimento di legno pregiato brasiliano di Mick, quello dove balla lui. Se fai tanto così di guardarlo, non ti paghiamo.” In sostanza, sei una piccola televisione sul palco e fai il tuo concerto mentre ottantacinquemila fan facoltosi, annoiati, fuori moda stanno lentamente prendendo posto. Indossano i loro giubbotti e sfogliano i loro cataloghi decidendo quale maglietta e quali pantaloni dei Rolling Stones prendere. Noi eravamo la musica di accompagnamento, il sottofondo per sedersi, prendere gli snack, comprare i vestiti. Un incubo.

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Dagli al vegan

22 settembre 2017

Lo sappiamo, dovremmo esserci abituati, lasciar perdere, non curarci di lor, ma ogni volta ci caschiamo, sprechiamo tempo ed energie col solito flame antiveg, solo l’ultimo della lunga lista, stavolta spiattato dall’autorevole penna di un coautore di J-Ax, per dire la cattedra. Del resto, ormai dovrebbe essere ben noto, dagli al migrante, dagli alla femminista e dagli al vegano sono tra gli sport preferiti dagli itagliani, e quando uno langue arriva l’altro a sostituirlo: le battute all’insegna di “tutta l’erba un fascio” su queste categorie sono facili, costano poco e garantiscono un sacco di pacche sulle spalle e ammicchi d’intesa. L’anima fascista del paese è viva e vegeta, insomma.
Eppure, alla fin fine, nonostante gli scazzi e la tentazione dell'”abbasta”, non tutto vien per nuocere. Perché vedere impilate un bel po’ di stupidaggini tutte insieme, osservare certe capriole logiche, certe arrampicate sugli specchi per giustificare l’ingiustificabile, dapprima ha l’infausto effetto di bruciare neuroni a tappeto, ma eventually aiuta a chiarirsi le idee, a imparare come non si costruisce un ragionamento, a ricordarci che prima di parlare ci si dovrebbe sempre informare ben bene e non spalmare dati a caso per supportare i propri bias cognitivi.
Da una parte, il problema sono anche i tanti che non aspettano altro che un portavoce dei loro pregiudizi, e si affrettano a definire “impeccabile” la sequela di idiozie dispensate dal Leonardon di turno; dall’altra, per fortuna, una punta di speranza la fornisce chi si mette di buzzo buono e smonta il fragile castello di carte: lo hanno fatto in tanti, ma meglio ancora se è un onnivoro pensante, e non i soliti noti amici nostri, pur benemeriti fino alla fine dei tempi (vedi per esempio Grazia, che sull’argomento ha dovuto commentare più volte su un suo vecchio e famoso post; come lei abbiamo evitato il link al pezzo incriminato, già troppi click s’è guadagnato).
In particolare è da applausi questo brano (tratto da una precedente versione dell’articolo): “bisognerebbe studiare bene (se già non è stato fatto) il disprezzo che certi segmenti esternano verso i vegani -disprezzo che serpeggia in gran parte tra segmenti del pubblico che spesso si piccano di essere “razionali”- e il virtue signalling in merito. Perculare vegani sembra una specie di badge per segnalare al prossimo di stare da una certa parte, dove “parte” è un frame ideologico dove la patina di razionalpositivismo non è che un paletto tribale intorno al quale raccogliersi.” Infatti, a parte la sacrosanta critica alla polarizzazione ideologica: questi sedicenti razionalisti sotto sotto più fideisti di quelli raccolti intorno al sangue di San Gennaro sono una iattura per chi persegue un esercizio non feticistico della ragione; e si scordano sempre di affrontare sul serio le basi del pensiero antispecista, più difficili da perculare dell’aspetto dietistico, modaiolo “goveganyeah” della questione (perché, ricordiamolo sempre, la scelta veg è un mezzo, non un fine).
Mo’ basta, comunque, che dobbiamo lavorare, pensare, e visto che Grazia cita Guccini, costruir su macerie, mantenerci vivi. Prima di salutare però segnaliamo uno status di Serena che vince tutto e tutti:

Più la quinoa è insanguinata, più è ricca di ferro

Ex Libris 287 (eh, ma loro amano la natura e i boschi. Li amano tanto. Tanto da ammazzarli)

18 settembre 2017

In natura, per ogni chilometro quadrato di boscaglia c’è un solo capriolo. Cervi e cinghiali sono ospiti ancora più rari sotto vecchi faggi e querce. […] Per aumentare il numero di capi, si porta nel bosco mangime per la selvaggina e si risparmiano le femmine. E così ora per chilometro quadrato ci sono dai 30 ai 50 caprioli, ai quali si aggiungono dai 10 ai 20 cinghiali nonché, a seconda della stagione, 10 cervi. Tra le 50 e le 100 volte di più di ciò che aveva previsto madre natura. Lupi e linci sono già stati sterminati secoli fa dai cacciatori, o oggi il loro ritorno è ostacolato dall’abbattimento illegale da parte dei bracconieri.

Che questo modo di praticare la caccia assomigli più a un allevamento, lo si può comprendere dando un’occhiata al cibo che si trova nei boschi: alle schiere di cervi affamati vengono offerti mais, avena, mele, avanzi di pane o addirittura cioccolatini scartati dal produttore in fase di controllo di qualità. Persino le mangiatoie di fieno, a prima vista innocue, interferiscono con l’equilibrio naturale e determinano un aumento della selvaggina. Con le quantità di cibo che i cacciatori scaricano nel bosco di potrebbero tranquillamente allevare questi animali nelle stalle. Pubblicamente i cacciatori si uniscono al coro di lamentele sui danni provocati dai cinghiali nei giardini delle case e nei vigneti. Gli accusati di comodo sono i cambiamenti climatici, con gli inverni miti, e le coltivazioni di mais.

Anche caprioli e cervi vengono rimpinzati a dovere, in modo che il loro numero non diminuisca. E lo si capisce dalle statistiche sugli incidenti che coinvolgono la fauna selvatica, in cui restano uccisi più caprioli di quanti dovrebbero essercene in natura.

Questa situazione ha pesanti ripercussioni sugli alberi perché a fine inverno cervi e compari hanno una fame irrefrenabile. Ciò che suona come un paradosso ha una spiegazione scientifica: normalmente gli erbivori nei periodi di freddo pungente vanno in letargo, e in certi casi la temperatura corporea si abbassa addirittura sotto i 20 gradi. Se gli animali vengono nutriti, i processi digestivi la fanno risalire e il tasso metabolico aumenta vertiginosamente. Quindi il mangime stimola la fame: per un capriolo significa che giornalmente deve assumere un chilo e mezzo del cibo che gli piace di più, cioè le gemme delle piante caduche. Sui rami degli alberelli più bassi arriva comodamente e lì trova le gemme apicali, che sono le più grosse e nutrienti. E se il capriolo se le mangia, l’albero ha chiuso.

These are the songs of my life: 4 P Live Edition

15 settembre 2017

Mi chiedevo ultimamente quali fossero, non dico i più bei concerti che avessi visto, ma quelli che più mi sono rimasti dentro, in qualche modo. E ho tirato fuori quattro P.

P numero 1: Peter Gabriel, è una bella lotta tra il Secret World Tour e il Growing Up Tour, ma alla fine propenderei per il SWT, perché è il primo suo che vidi, e in particolare la seconda data romana, 19/11/1993, cui andai con biglietto rimediato all’ultimo, direttamente dall’università, mi ricordo che saltavo come un matto con cappotto e zaino sulle spalle. L’intro, Come Talk to Me, fu qualcosa di indimenticabile.

P numero 2: E secondo Peter, stavolta Hammill. L’ho visto due volte da solista, e sarei tentato di mettere il primo, al Palladium, un anno dopo Gabriel. Concerto visto da solo, di straordinaria atmosfera. Però il 12/6/2005 ho coronato il sogno di una vita, e i Van Der Graaf che mi fanno live The Sleepwalkers con un David Jackson scatenato non ha prezzo (in effetti ci andai pure gratis, lucky me).

P numero 3: A Roma negli anni 90 Radio Rock pompava alla grande i Porcupine Tree, tanto da costruire un culto cittadino per il gruppo di Steven Wilson, un po’ come ai primi tempi del prog, quando Genesis o VDGG, per richiamare i protagonisti di cui sopra, arrivavano in testa alla hit parade. Così il trittico live al Frontiera (25-27/5/1997) in cui i PC registrarono Coma Divine, riepilogo della fase psichedelica della band, fu circondato da un’eccitazione palpabile che rese il ben poco suggestivo capannone sull’Aurelia un’astronave psichica per 1500 persone a botta. Non mi ricordo sinceramente a quale delle date fossi (una volta conservavo tutti i biglietti, da bravo fanatico, adesso molti si sono persi per strada), ma comunque il concerto ufficiale, prima dei bis, si chiudeva sempre con la mitica Radioactive Toy.

P numero 4: Il posto, l’Ippodromo delle Capannelle, non era il massimo, ma la magia dei Portishead lo trasfigurò. Il suono live più bello che abbia mai sentito, testimonianza palpabile del genio di Geoff Barrow. La chitarra di Adrian Utley che si librava nell’aria fendendo i beat ipnotici, la cortina elettronica stesa da Barrow. E Beth Gibbons, abbarbicata al microfono, che fermava il tempo ogni volta che apriva la bocca. La qualità non è granché (e verso i 40 secondi un membro del pubblico decide di tirar giù un sonoro bestemmione), ma questo è il primo magico bis di quella magica sera.

Ex Libris 286 (una festa “interessante”)

10 settembre 2017

V.

La festa era vicino al confine con il Maryland; tra i partecipanti, Profane trovò un vaso da Devil’s Island, il quale era in viaggio, sotto il falso nome di Maynard Basilisk, diretto a Vassar, dove contava di insegnare apicultura; un inventore che festeggiava la settantaduesima invenzione respintagli dall’ufficio brevetti: questa volta si trattava di un bordello che funzionava a gettone, da installare nelle stazioni degli autobus e dei treni, e lui ne stava spiegando il progetto avvalendosi di cianografie e di gesti a un piccolo gruppo di Tirosemiofili (collezionisti di etichette di confezioni di formaggio francese), rapiti da Iago mentre partecipavano al loro convegno annuale; una dolce patologa originaria dell’isola di Man, la quale si distingueva per essere l’unica persona al mondo a parlare la lingua di quell’isola, e di conseguenza non parlava con nessuno; un musicologo disoccupato che si chiamava Petard, il quale aveva dedicato la vita alla ricerca del Concerto per kazoo di Vivaldi; il concerto, andato perduto, era stato segnalato alla sua attenzione da un certo Squasimodeo, il quale un tempo faceva l’impiegato statale sotto Mussolini e ora giaceva ubriaco sotto il piano; Petard non solo aveva sentito dire da certi musicofili fascisti che il Concerto era stato trafugato da un monastero, ma aveva anche sentito l’esecuzione di una ventina di battute dell’adagio, che ora andava suonando su un kazoo di plastica, aggirandosi fra i partecipanti alla festa; e molte altre persone “interessanti”.

These are the songs of my life: Videoclip Edition (with GB’s Introduction)

5 settembre 2017

Com’è come non è, GB ultimamente ci sta sotto con i clip degli Ok Go. Diciamo che dopo Dogs Like Socks e For the Birds, s’era appassionato a Sesame Street e Muppets, in particolare alle ospitate musicali. Dapprima l’innamoramento era per Feist, ma quando s’è stufato di Leslie, povera, si è concentrato su Kulash e Co. (non dimentichiamo anche le cose a cappella, tipo Pentatonix e Mike Tompkins).

La Vale ha pensato a un certo punto di proporre qualcuno dei celebri video del simpatico gruppo di Chicago. Non l’avesse mai fatto: ormai il pargolo vuole solo loro: segue tutto il delirante meccanismo di This Too Shall Pass, impazzisce per le palle che escono dalle valigie e per le secchiate di vernice di Upside Down & Inside Out o i gavettoni che esplodono di The One Moment, gli piacciono anche gli ombrelli colorati di I Won’t Let You Down e la macchina sonora di Nedding/Getting, per non parlare dei time lapse con cameo paperesco di End Love, anche se i preferiti rimangono i cagnetti di White Knuckles e il caleidoscopio illusionistico di The Writing’s on The Wall (quelli dove si balla li digerisce meno, anche se Here It Goes Again ogni tanto lo chiede, e anche All Is Not Lost).

Allora, mi pare giusto segnalare i miei, di video preferiti della storia. Da pischello cresciuto a pane e Videomusic, e poi MTV fino a quando era vedibile, di clip ne ho ingollati a profusione, ma tra i millemila me ne vengono in mente tre, dove l’eccezionalità della canzone va a sublimarsi con quella del visual:

Godley and Creme, i genietti pop dei 10CC riciclatisi come genietti visuali (tra tutti basti ricordare Cry) circondano i Police con centinaia di candele, semplicissimo e di atmosfera immensa.

Michel Gondry, che sul formato breve ha sempre avuto una marcia in più rispetto al lungo, modella su Bjork una meta-favola surreale semplimente perfetta.

Tom Barman, sempre a proposito di musicisti/registi (anche se non ho trovato certezza sull’attribuzione) illustra il capolavoro dei suoi dEUS con una suite di alienazioni discotecare su cui si innesta una coda coreografica neogodardiana che si attaglia magnificamente alla memorabile uscita strumentale del brano.

Ex Libris 285 (state guardando dalla parte sbagliata)

3 settembre 2017

Gli studi sulla cognizione evoluzionistica richiedono di considerare ogni specie nel suo complesso. Sia che studiamo l’anatomia della mano, la multifunzionalità del tronco, la percezione delle facce o i rituali di saluto, dobbiamo conoscere tutti gli aspetti dell’animale e della sua storia naturale prima di spingerci a capire quale sia il suo livello cognitivo. Invece di sottoporre a test animali su abilità nelle quali noi siamo particolarmente capaci – sulle fonti magiche della nostra specie, come il linguaggio -, perché non dovremmo valutarli sulla base delle loro specializzazioni? Così facendo, non appiattiremmo la scala naturae di Aristotele, ma la trasformeremmo in un cespuglio con molti rami. Questo cambiamento di prospettiva ci mostra che non dobbiamo ricercare forme di vita intelligente soltanto ai confini dello spazio e con grande dispendio di denaro ed energie. La vita intelligente abbonda infatti qui sulla Terra, proprio sotto i nostri nasi non prensili.

Lettera a Giordano #1

29 agosto 2017

Caro Giordano,

ti scrivo questa lettera in pubblico, e la lascio qui dove sarà per sempre fissata e per sempre perduta, perché magari un giorno ti farai delle domande, e anche se “excusatio non petita”, si sa, sento il bisogno di dirti delle cose. Perché da un po’ di mesi, e da qualche anno a questa parte, stanno succedendo cose che preparano un futuro contro cui un giorno *tu* sarai faccia a faccia. E potresti giustamente farti rodere il culo, e chiedermi: Tu dov’eri?, Tu lo sapevi?
Qualche giorno fa per esempio nella città in cui sono nata la polizia fascista e infame ha aggredito delle persone inermi, vecchi donne e bambini, ma anche uomini forti (perché nessuno deve essere messo nella condizione di subire violenza) senza un reale motivo (l’ordine pubblico e le altre cose con cui si imbelletta tutto) se non odio razzista. Ecco, vorrei solo dirti che sì, io lo sapevo. L’ho saputo. Ho fatto qualcosa? Beh, no, a parte protestare su un social del tutto inutile e pieno di gente in malafede, no. Non ho fatto nulla. Questa situazione è anche colpa mia? No.
Anche se non ho potuto far nulla per quelle persone, e per le migliaia di persone che scappano dalle guerre, dalle carestie che noi (gli occidentali e quelli prima di noi) hanno provocato nei loro paesi, anche se sono nata nella parte giusta del mondo e non avrò mai i problemi che una donna nata in quel lato deve affrontare ogni giorno, non è colpa mia. Non è colpa di tuo padre. C’è un limite alle cose che una come me può fare. Comprare i calzini da un qualsiasi Ahmed fuori dal supermercato, o lasciargli l’euro del carrello, perché ho pochi soldi io stessa e non sono un’imprenditrice. Provare a piantare alberi e farli crescere in vaso, per poi liberarli e sperare che nessuno li tagli, perché non ho i milioni per comprare terreni da riforestare. Cercare di dare quel briciolo di spazio in più alla verità contro il trasbordare di falsità razziste e fasciste che giustificano la violenza e l’orrore, perché ho solo degli account poco seguiti e non una testata giornalistica.
Caro Giordano, sì, in questi giorni noi sappiamo. Sappiamo cosa sta succedendo, e non ci piace. Facciamo del nostro meglio però, anche se la mia depressione mi suggerisce di mollare tutto e girarmi dall’altra parte, perché il mondo non cambierà, perché il mondo purtroppo è in mano agli stronzi, perché gli stronzi sono in numero molto maggiore della brava gente, e perché gli stronzi tirano su i figli stronzi come loro. Magari quando sarà il tuo turno, il mondo sarà un posto un po’ migliore, chi lo sa. Io non ci credo.
Per questo ti chiedo di credermi, quando chiederai che diamine abbiamo fatto per impedirlo, che persone come noi possono solo fino a un certo punto.
Ora ti saluto, perché sei qui a fianco che vuoi guardare i video degli Ok Go, e chi sono io per dirti “oggi no”?
This too shall pass, appunto.

Ciao, ti voglio bene.
Ti vogliamo bene

Mamoohska

Ex Libris 284 (bioritmi)

27 agosto 2017

Principessa

Chiunque è dotato di un po’ di fantasia dovrebbe soffrire, come dice un libro pieno di saggezza, di una specie di follia che sale e scende come l’alta e la bassa marea. La prima, quando le onde salgono sempre più alte e incalzano con maggiore forza, viene sul calar della notte; mentre invece le prime ore della mattina, subito dopo il risveglio, quando si prende il caffè, sono considerate come il momento della marea più bassa. Per questo anche quel libro dà il ragionevole consiglio di approfittare di questo momento, che è quello della nostra maggiore lucidità, per gli affari più importanti della vita. Solo di mattina presto si dovrebbe per esempio sposarsi, leggere recensioni che dicono male dei propri libri, far testamento, bastonare il servitore e così via.

Se questo è un filosofo

22 agosto 2017

Quando si torna dalle vacanze e non si sa che post scrivere, tanto vale rivolgerci al già citato nostro giornale preferito, no? D’estate capita che le riviste si accumulino sulla cassapanca in cucina o accanto alla tazza del bagno, luoghi elettivi per la lettura di complessi articoli e alate rubriche. Tipo quella in fondo al suddetto magazine, che dopo l’obbligatoria occhiata all’oroscopo dovrebbe elevare gli animi delle gentili lettrici (e dei lettori spioni) con pensose riflessioni filosofiche. Se ne occupa Umberto Galimberti, che di solito non scrive neanche stupidaggini, al netto di un’infatuazione per il concetto heideggeriano di tecnica al limite del patologico, e per una certa tendenza a scopiazzare qua e là, via.

Poi però gli si rivolge una signora per condividere un momento assai triste di lei e del marito, quando giunge la notizia della morte del loro cane mentre sono in un ipermercato, e sperimentano ciò che tanti provano in momenti del genere: la sensazione dell’indifferenza del mondo che intorno a loro continua come niente fosse, mentre nel cuore si apre un vuoto incolmabile. Ci si aspetterebbe, da parte dell’insigne filosofo, una chiosa sul dolore, il lutto, lo scorrere inesorabile del tempo che fa il suo dovere trascinando con sé verso l’oblio tutto e tutti, la morte che è parte ineludibile della vita, cose del genere, no? No. Perché, mal gliene incolse alla scrivente, l’oggetto del cordoglio è un cane. Pensieri del genere possono essere riservati agli umani, mica a qualsiasi altro animale, che scherziamo?

Ed ecco che il Galimberti si sente in dovere di rifilare alla signora un’indigesta ramanzina sul fatto che intorno a noi ci sono cose ben più importanti cui pensare, piuttosto che dilungarsi su quisquilie come la morte del proprio cane: “Sa qualcosa dei morti in Siria, in Iraq, in Afghanistan, dei milioni di morti in Africa a causa di pulizie etniche e di massacri indisciminati?” E così via, un bell’elenco di disgrazie cui evidentemente alla signora non potrebbe fregare di meno, perché sta lì in mezzo a un centro commerciale a piangere la morte di un cane. Anzi, c’è di più: “Oppure ha imparato anche lei a chiamare le guerre missioni di pace, i massacri danni collaterali, le torture pressioni fisiche, le pulizie etniche trasferimento di popolazione, per cui addolcendo la realtà con questi eufemismi, da piangere resta solo la morte del cane?” Ecco, perfetto: chi piange per un cane (per un gatto, un coniglio, o un’orsa, magari) non può che essere un minus habens col cervello in pappa che si beve ogni stronzata e pensa solo agli animaletti tanto carucci.

Ovviamente, da parte sua, il Galimberti, se muore un suo caro (sempre non si offenda perché andiamo a paragonare lutti per specie diverse), mica piange, giammai si dispera, piuttosto lancia la sua mente superiore verso i migranti annegati nel Mediterraneo, i bambini che muoiono di fame e tutti gli orrori di questo pianeta, dicendosi: “Che sarà mai se è morto un amico o un parente, sono ben altre le tragedie.” Mica per niente è un filosofo, uno che si può permettere con nonchalance di rivolgere alla povera signora che gli ha scritto aspettandosi un qualche colto conforto l’accusa di avere una percezione distorta della realtà, che può produrre nientemeno l’effetto di portare il mondo intero alla perdizione, “perché se il nostro sentimento non è all’altezza di quanto sta accadendo intorno a noi, che cosa può impedire la ripetizione di quelle terribili cose a cui sopra abbiamo accennato?” Col che abbiamo chiuso il cerchio: come si sospettava, tutti i mali del mondo son colpa di chi ama gli animali.

Per carità, conosciamo fin troppo bene tanti animalisti o supposti tali che corrispondono al profilo delineato da Galimberti. Ma qui è in gioco qualcosa di più: un pregiudizio connaturato, per cui in automatico chi si interessa agli animali (tranne l’uomo, per carità) è un ingenuo sentimentale boccalone del tutto scollegato dai veri problemi (che sono sempre si sa “ben altri”), pago com’è di condividere micetti e cagnolini pucciosi. Un pregiudizio correlato con la granitica certezza (fideismo laico, vorremmo chiamarlo) della superiorità e unicità della specie umana rispetto a qualsiasi altra, anzi meglio, su un clamorosamente antiscientifico distacco dell’homo sapiens da tutti gli altri animali, come fossimo un incredibile scherzo dell’evoluzione che ci ha lanciati in chissà quale iperuranio lasciando il resto del mondo al palo (sull’argomento, leggere per credere Siamo così intelligenti da capire l’intelligenza degli animali? di Frans de Waal, a proposito del quale seguirà Ex Libris).

Siamo certi che Galimberti non abbia idea di cosa sia l’antispecismo, e di come diversi suoi colleghi abbiano chiarito come l’interesse e la cura per gli animali possa inserirsi in una visione davvero globale della società e delle sue molteplici forme di sfruttamento. Ma magari una letta a L’animale che dunque sono di Derrida potrebbe intanto essergli utile per una sana decostruzione delle stupidaggini che anche i più grandi esponenti della sua categoria hanno nei secoli sparato sul tema “Animot”. Dopo, forse, ci potrebbe anche stare una lettera di scuse alla signora Mafalda Albanelli, da lui senza alcun pudore svillaneggiata a mezzo stampa, e un po’ più di umiltà, in futuro, nel maneggiare parole e concetti così delicati: stia una mezz’oretta con un cane, e vedrà che ha ancora molto da imparare.