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Ex Libris 294 (Anarchy in the UK)

19 novembre 2017


È solo una canzonetta, un vecchio successo sgangherato, un sottoprodotto, e Johnny Rotten non è nessuno, un teppistello qualsiasi la cui più grande impresa, prima di quel giorno del 1975 in cui fu visto in King’s Road a Londra davanti al Sex’n’Drugs di Malcolm McLaren, era stata di infastidire occasionalmente i passanti. È una presa in giro… e tuttavia la voce che la esprime rimane una novità nel rock’n’roll, una novità nella cultura popolare del dopoguerra: una voce che rinnegava le realtà sociali, e rinnegandole affermava che tutto era possibile.
Una voce tuttora nuova, perché il rock’n’roll non l’ha superata. Niente di simile si era sentito nel rock’n’roll prima, e niente si è sentito dopo, anche se, per un periodo, quella voce è sembrata a disposizione di chiunque avesse il coraggio di usarla. Per un periodo, come per magia – la magia del pop che traducendo in suoni gli avvenimenti sociali crea simboli travolgenti delle trasformazioni della realtà -, quella voce ha rappresentato una nuova libertà di espressione. Con infinite voci diceva infinite cose nuove. Accendere la radio era sempre una sorpresa, spegnerla una fatica.
Oggi quelle vecchie voci suonano commoventi e straordinarie proprio come allora, in parte per la violenza delle loro rivendicazioni, in parte perché sono rimaste sospese nel tempo. I Sex Pistols sono stati una proposta commerciale e una minaccia culturale, sono stati lanciati per modificare il business della musica e fare i soldi su questo cambiamento… ma Johnny Rotten cantava perché voleva cambiare il mondo. Come chi, per un periodo, ha trovato nella sua la propria voce. E dai pochi pezzi che questo gruppo ha lasciato, si può intuire che è andata proprio così. Mentre li ascolti ti accorgi che stai pensando: “Sta succedendo davvero”. Ma le voci rimangono sospese nel tempo perché guardando indietro non puoi dire: “È successo davvero”. Se si prendono come parametro le guerre e le rivoluzioni, il mondo non è cambiato; siamo fermi a un’epoca in cui, per dirla con Dwight D. Eisenhower, “mai ome ora, le cose sono come sono”. Analogamente, rispetto alle rivendicazioni totali scatenate dai Sex Pistols, nulla è cambiato. Lo shock prodotto da quella musica è diventato lo shock della consapevolezza che un avvenimento tanto eclatante sia stato completamente ignorato dal business. “Non stava succedendo davvero”. La musica tenta di cambiare la vita; la vita va avanti; la musica viene lasciata indietro; questo è quanto.

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Cosa sto imparando sul mondo vegetale

16 novembre 2017

Innanzi tutto fatemi dire che mai come in questi ultimi mesi ho rimpianto di non aver studiato botanica all’università, invece che quelle quattro cazzatelle di cinema con Vito. Vi ho mai parlato di Vito? Prima o poi, dai. Oggi invece voglio dirvi quante cose sto imparando leggendo testi di botanica e giardinaggio.

Preferisco i primi, a dire il vero, i libri di giardinaggio sono un po’ come i manuali sullo sport o i ricettari: o lo fai o alla lunga leggere stufa, tutta teoria e zero pratica. Non è divertente. Ma magari prima o poi parliamo pure di quelli.

Invece i trattati di botanica mi divertono parecchio. Si imparano davvero un sacco di cose.

Per esempio le erbacce. Non sono mai stata una fissata con le “erbacce”. Sebbene qui nel borgo ce ne siano a sazietà ed oltre (soprattutto parietaria e ortica, con presenze non trascurabili di Geranium robertianumCymbalaria muralis) e tirarle via per dare una parvenza di ordine a cortiletti e stradine sia uno strazio (non sono particolarmente contenta delle disinfestazioni, ma quando inizio a dover tirar via sacchi di parietaria e ortiche mi viene da riconsiderare l’idea) le erbe spontanee mi sono sempre piaciute. Hanno tenacia, e crescono lì dove nessun’altra osa mettere radici. Sono cocciute, più le tiri via più quelle ricrescono. E tra le cose che ho scoperto, diventano invasive solo in terreni compromessi. Insomma, nelle zone antropizzate, dove la presenza umana ha fatto danni al suolo, dove ci sono costruzioni, muri e lastricati.

Stesso discorso per robinie e ailanti. Le robinie, soprattutto, demonizzatissime perché invadono ogni lembo di terra. Beh, non è così. Gli ailanti magari sì, meritano un discorso a parte, ma le robinie colonizzano sempre e solo terreni compromessi. Nei boschi non ci sono, o sono una presenza discreta, certamente non disastrosa come tanti vogliono far credere. Il discorso sulle specie aliene meriterebbe molto più di un posterello dei miei, in effetti, e in effetti entrerebbero in gioco anche gli animali. Personalmente mi stanno pure simpatici, questi nuovi cittadini che cercano un loro spazio, ius soli o meno, sulle “nostre” terre. Pappagalli, nutrie, gabbiani, le robinie in città che ci danno il famoso miele di acacia (che quest’anno è stato poco, l’ho saputo qualche giorno fa, in compenso abbiamo provato il miele di… ailanto, già. È come quello di acacia). Sarebbe diverso se arrivasse qualcosa tipo il kudzu. In quel caso sì, mi preoccuperei un tantino anche io.

E una delle solite obiezioni dei polifagi ai veg? Anche le piante soffrono! Buuh, buuh, insensibili che uccidete le piante. Eh, cari polifagi, noi veg lo sappiamo bene che le piante sono esseri sensibili e intelligenti. Per questo cerchiamo di limitarne l’uso evitando di mangiare altri animali, che vengono nutriti con tonnellate e tonnellate di vegetali, coltivati in terre che prima appartenevano a foreste lussureggianti… ah, ma forse a voi interessa solo della carota morta implasticata del supermercato, sticazzi di alberi, arbusti ed erbe magari nemmeno ancora scoperti… Già.

Tutto sommato poi scopri, man mano che leggi libri, saggi e manuali a riguardo, che le piante sono più di qualsiasi cosa uno possa pensare di loro. Si rafforza alla fine la consapevolezza che loro continueranno. Che forse i sapiens potranno distruggere il 99% della vita sulla terra, come quella che chiamano la madre di tutte le estinzioni, ma ci saranno sempre delle enclavi da cui la vita ripartirà, da cui si evolveranno nuovi pionieri, che ricopriranno di nuovo questa vecchia palla che vaga nello spazio da cinque miliardi di anni. Dopotutto ha ancora un paio di miliardi di anni come aspettativa di vita, grossomodo, e in due miliardi di anni possono succedere tanti cose.

(nb: le foto ovviamente le ho linkate da siti esterni. I libri sono tutti consigliati, soprattutto Mabey e Wohlleben: rimediateli, se non potete comprarli prendeteli in prestito in biblioteca, e leggeteli)

Ps Ah, pure GB si è appassionato a un libro ad argomento botanico: ogni tanto va a prendere L’uomo che piantava gli alberi (edizione illustrata della Salani) e vuole che glielo si legga. Lo prendiamo come un buon auspicio.

 

Ex Libris 293 (pettegolezzi)

5 novembre 2017

Siccome aveva mandato via la servitù e il giardiniere, inventando la storia delle cattive notizie ricevute e della partenza di sua moglie per Londra dove lui l’avrebbe raggiunta per poi probabilmente andare fuori dall’Inghilterra, sapeva benissimo che nei dintorni dovevano esserci stati molti pettegolezzi.

E poiché lui era rimasto, contrariamente a quanto aveva detto, ci sarebbero state altre dicerie. Infatti, lui non lo sapeva, ma circolava già per il paese una storia secondo cui la moglie era scappata con il maggiore Solmes, e lui era impazzito di dolore, aveva ucciso i cani e i cavalli a fucilate e si era chiuso tutto solo in casa e non voleva parlare con nessuno. La storia era stata fabbricata dai suoi vicini, non perché fossero fantasiosi o volessero ingannare, ma, come la maggior parte delle chiacchiere, per riempire una lacuna, poiché a pochi piace confessare la loro ignoranza, e se si chiedono alla gente informazioni di questo o di quello, tutti devono avere qualcosa da dire, altrimenti sono danneggiati nella stima altrui e definiti noiosi o «fuori del mondo». Per esempio, io ne incontrai uno, non molto tempo fa, che dopo aver parlato un po’, e non conoscendomi né sapendo chi ero, mi raccontò che David Garnett era morto, e che era morto per il morso di un gatto che aveva stuzzicato. Da molto tempo era diventato un fastidio per i suoi amici poiché era uno scroccone esoso, e il mondo era ben contento di essersene liberato.

Rivoluzione “bestiale”

3 novembre 2017

Ravanando come il solito tra le riviste di almeno un mese prima, si trovano a volte cose interessanti. Così, su un “Venerdì” settembrino, dopo una bella intervista ad Agata Boetti che ricorda suo padre Alighiero, capitiamo su un articolo di Daria Galateria a proposito di un saggio sulla abortita rivoluzione nella concezione degli animali durante la Rivoluzione francese (Comme des bêtes di Pierre Serna).

Si parla dei primi dubbi sulla cattività negli zoo; delle prime opposizioni all’uso ludico o violento di scimmie o cani in fiere e combattimenti; delle prime proposte di legge per tutelare i non umani dai maltrattamenti.

A quanto pare nel clima post-’89 si potevano davvero porre le basi per un cambiamento radicale nel rapporto tra le specie, senonché alla fine arriva Napoleone e tutto torna nei ranghi, la repubblica non è più una priorità, e insieme a lei i dubbi proto-antispecisti, con la pietra tombale posta dal Codice Civile che proclama gli animali poter essere “acquistabili e rivendibili come ogni altra proprietà”. E in effetti oggi, come dice l’amico Dario Martinelli, la Francia è la nazione meno veg friendly d’Europa.

Eppure, tutto poteva andare in modo diverso, e in un concorso dell’epoca per conoscere le opinioni dei cittadini sul tema si trovano tesi contro la caccia o il mangiare animali che parrebbero uscite dal computer di un qualche attivista contemporaneo. Per esempio il cittadino Boissel

propone di abolire il matrimonio, mettere sotto sorveglianza stretta i rappresentanti della nazione, ripensare l’urbanistica. […] “la politica è l’associazione di tutti gli esseri che compongono la natura… la Repubblica sarà vegetariana o non sarà”

La valenza politica del discorso animale e l’intersezionalismo delle lotte di liberazione concentrati in parole profetiche che arrivano da più di 200 anni fa (e che ancora oggi suonano scandalose, rivoluzionarie, avanzatissime, se aprendo un’altra rivista a caso trovi un dotto articolista buttare lì più volte a sproposito l'”istinto animale”, un concetto ormai ridimensionato da decenni negli studi sulla cognizione oltre gli umani).

Ex Libris 292 (la guerra di Ozu)

30 ottobre 2017

Scritti sul cinema

Per quanto riguarda la musica, non si può dire che io sia uno difficile. Un bel suono che non guasta l’atmosfera e non stona con le immagini, per me è sufficiente. Però non mi piacciono le scelte musicali per cui se una scena è tragica c’è una melodia triste o se è comica c’è un brano buffo. Se si raddoppia l’enfasi con la musica, la scena diventa di cattivo gusto. Una musica ridente su una scena triste, contrariamente a quanto sembra, può anche accrescerne il tono tragico. È  una cosa che mi è capitata. È stato nella seconda guerra sino-giapponese, durante la battaglia del fiume Xiushui. Ero in prima linea. Vicino alla trincea c’era un albero di albicocco con dei bellissimi fiori bianchi. A un certo punto, iniziò l’attacco nemico e i proiettili dei mortai piovvero sibilando. Il rimbombo dell’artiglieria pesante echeggiava fra il crepitio delle mitragliatrici e dei fucili. A causa del frastuono e del vento, i fiori bianchi cadevano danzando dolcemente, era una cosa bellissima. Guardando quei fiori pensai che si poteva raffigurare la guerra anche così. Anche questo è un esempio del rapporto tra la musica e le immagini…

It was 40 years ago this week

27 ottobre 2017

Il bello del ’77: il 21 ottobre usciva Bat Out of Hell; esattamente una settimana dopo usciva Never Mind the Bolloks. Non è un clash concettuale meraviglioso?

Il megarock pomp-wagneriano di Steinman e Meat Loaf contro il gesto situazionista/nichilista di McLaren e Rotten.

Todd Rundgren che aggiorna il muro del suono spectoriano contro il garage alla Nuggets/Stooges che sfocia nel neoprimitivismo diy.

Le suite di spudorata epica musical-giovanilistica contro le fiammate da 3accordi-3minuti.

La mitologia Peter Pan/teenage tragedy contro (per dirla con Greil Marcus) la negazione adorniana tradotta con basso/chitarra/batteria/urla.

Rundgren che sgasa con la chitarra con sublime sprezzo del pericolo truzzo e Steve Jones che strapazza la sua per estrarne suoni fotonici e definitivi.

Il polpettone che a suo modo onora e seppellisce Elvis (schiantatosi due mesi prima), il Giovanni Lindo inglese che glorifica, distrugge e fa risorgere dalle ceneri la musica giovane dell’ultimo quarto di secolo.

I viaggi in Harley-Davidson dentro e fuori l’inferno della frustrazione post-adolescenziale e i viaggi senza futuro dei reietti della Storia che reclamano il loro posto nel mondo.

Che dischi, signore e signori.

 

Ex Libris 291 (E certo, è proprio colpa dei pappagallini. O delle nutrie. O delle robinie. O…)

22 ottobre 2017

A volte ho la sensazione che per molti addetti ai lavori, il problema della conservazione della biodiversità in Italia si riduca a studiare i sistemi più macchinosi e costosi per eliminare pappagalli e testuggini dalle guance gialle, e che passi in secondo piano, nelle politiche per la tutela della biodiversità, il fatto che il territorio italiano perda ogni anno cinquantamila ettari di boschi e campagne a causa della cementificazione, che i fiumi siano stravolti da opere di regimazione idraulica o siano ancora inquinati, che nei campi si distribuiscano veleni, che bracconieri e cacciatori troppo esuberanti continuino ad avere un forte impatto su molte specie.

Non è paragonabile l’impatto sulla biodiversità frutto delle devastazioni ambientali, con quello causato dai pappagalli alieni: non scherziamo e non offriamo alibi a chi distrugge fiumi e selve primigenie, dune e prati, piccoli stagni o grandi paludi.

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Quando proprio non ti riesce manco con i pomodori

19 ottobre 2017

Finalmente riesco a scrivere due righe su un libro che attendo da quando ho saputo della sua uscita, mesi fa.

L’orto naturale for dummies, edito da Hoepli, di Grazia Cacciola. Lo aspettavo per vari motivi.

Il primo, ovvio, è che stimo il lavoro di Grazia, ed ero curiosa di come avrebbe declinato le sue ricerche sull’argomento nell’impostazione tutorial di questa collana.

Il secondo è che nonostante da un po’ di tempo la maggior parte delle mie letture siano dedicate a pubblicazioni dedicate alla botanica (alberi, giardini e così via), l’orto continua a essere qualcosa che un po’ temo. Non nel senso di “aiuto! aiuto! i Trifidi mi si sono mangiati Gatta Piccola!”. Nel senso pratico che forse non credo riuscirei (sempre se vendiamo casa, magnifica ossessione di questi anni) a progettare, impiantare, curare e far fruttare un orto. La scorsa estate ho fatto un esperimento coi pomodori, naufragato miseramente. Quest’anno avrei voluto provare con una pianticella di zucchine (certi amici mi dicono che sono infestanti e le avrei ritrovate a strisciare pure sotto il letto), ma abbiamo avuto altri pensieri, così niente grande invasione delle zucchine. Insomma, finora, nonostante ne parli continuamente (chiedete ad Ale), dal lato orto non combino nulla. E sarebbe bene che iniziassi, anche per Giordano! Certo, pure i bimbi possono fare l’orto, per un bel po’ di motivi:

Ma finiamola coi miei problemi di “cento ne dico e nessuna ne faccio”, torniamo al libro, che è diviso in sei parti:

I primi passi (cos’è un orto naturale, perché “naturale”?, come si inizia, cosa bisogna avere a disposizione)

Il terreno e la semina (come si lavora la terra, meglio i semi o le piantine?)

Piante e ortaggi (in cui sono descritte brevemente parecchie orticole fra verdure, ortaggi e aromatiche)

I metodi di coltivazione (sulle varie “scuole” più o meno vicine a quello che fa Madre Natura da eoni)

La parte dei dieci (questa piace ai patiti delle liste: una sorta di riassunto concettuale).

La scrittura è chiara, immediata, giustamente didascalica senza però ipersemplicare. Insomma… perfetta for dummies orticoli come la sottoscritta!

I consigli pratici sono davvero pratici (mi sono capitati sotto gli occhi manuali magari inappuntabili sulla teoria, ma che al momento di sporcarsi le mani latitavano).

L’impostazione è aperta e incoraggiante.

Non serve seguire una linea di pensiero o una scuola in particolare, non bisogna diventare specialisti di una tecnica, va bene anche prendere un po’ dall’una e un po’ dall’altra.

I disegni – sempre dell’autrice – sono bellissimi.

Ci sono anche, come valore aggiunto degli accenni volanti sulla sua esperienza personale, e io dico che Grazia dovrebbe scrivere un libro di soli aneddoti, non limitato alle avventure tra i filari, ma che peschi da tutta la sua vita, nel tragitto tra i giorni frenetici della metropoli e l’attuale base appenninica dove persegue la sua idea di decrescita. Chi segue il blog conosce già la felicità narrativa, l’ironia pungente e l’entusiasmo contagioso di Erbaviola, quindi non dico niente di nuovo.

In definitiva, per chi è questo libro? Per chi vuole farsi un orto naturale ed è un neofita del campo, certo; ma anche chi vuole solo provare a coltivarsi sul balcone qualcosa di diverso dalle solite belle di notte (quelle vengono anche a me, eddai); ma anche chi vuole sapere qulcosa di più su un argomento sempre più all’ordine del giorno, perché l’autoproduzione, lo svincolarsi dalle leggi del mercato e il fare i conti con la scarsità delle risorse di questo pianeta sono necessariamente uno dei temi chiave del presente e del futuro.

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Ex Libris 290 (musica)

15 ottobre 2017


Mi è sempre sembrato che la musica non dovrebbe essere che l’eccedenza di un grande silenzio.

Cinque o sei cose sul caso H.W.

13 ottobre 2017

Harvey Weinstein è un molestatore seriale, non un “porco” o un “maiale”: non risulta che porci/maiali si dedichino di solito alle attività predilette dai produttori hollywoodiani. (quanto siamo noiosi)

***

Tutti che sanno, ma tutti zitti (e non si parla delle vittime, ovviamente). Delle segretarie, alla fine, chi se importa. Ma appena parlano le Gwyneth e le Angeline, apriti twitter.

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Se parlano le Asie, poi, apriti cielo. Dobbiamo sempre dimostrare di essere i peggio di tutti.

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Finalmente l'”Huffington Post” e gli altri possono alternare gli articoli su un volgare misogino sessista uomo bianco di potere di sinistra a quelli su un volgare misogino sessista uomo bianco di potere di destra.

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Come al solito, c’è a scommetterci, massacrato l’Uomo Nero, fatto il lavacro purificatore, tutto tornerà come prima, Hollywood si sentirà più bella e più pura che mai, e il casting couching continuerà senza colpo ferire.

***

Ah, semi-OT: non per infierire, ma anche la concezione weinsteniana del cinema l’ho sempre trovata assai discutibile. Come diceva H.W. in tempi comunque sospetti, “voglio creare un cinema artistico e populista”. L’arte spiegata al popolo, il midcult forgiato per l’Academy. Eh, appunto: una egregia sintesi di quello che per lo più non vorrei vedere al cinema. Per carità, ci sono quelli che ci riescono alla grande, come spesso Tarantino, l’autore numero uno della Miramax, o qualche volta Jane Campion quando non si fa prendere dai suoi estri più sghembi. Ma quel che invece vorrei sono proprio gli opposti: un cinema autenticamente popolare che proprio per questo si fa arte, senzo doverlo dimostrare coi riferimenti colti e gli ammicchi intellettuali; e un cinema autenticamente artistico che può permettersi di fregarsene dei grandi numeri.

Ex Libris 289 (una città in cui si sente)

8 ottobre 2017

Questa è una città di saliscendi non soltanto alle finestre, ma di scalette che scendono e risalgono per passaggi nascosti, di corti improvvise e buie, di cunicoli arcuati da un palazzo all’altro, camminamenti scavati nei secoli come da vermi, una città dove i morti si sentono, composti e presenti, non morti sguaiati. Se ne sente il respiro e il ronfo, c’è un’età in cui lo si comincia ad avvertire nettamente, e piano piano si capisce che il pensiero della morte non è altro che questo, la capacità di smorzare tutti gli altri suoni, vani e caduchi, per percepire il ronzio della comunità disincarnata e russante alla quale si apparterrà per sempre. Non tutte le città permettono questo ascolto, il mondo è pieno di città inconsapevoli o illuse, città sbadate, dove i morti non si sentono, e perciò sono dei semplici scomparsi; in quelle città bisogna cercarli negli strati sottostanti, aprire una botola in fondo a una cantina, scoperchiando un cielo grigio su strade ancora piene di carri e di miseria, di carbone, di tram a cavalli e venditori d’acqua ambulanti, di una popolazione in costume con le scarpe impolverate, dove le fabbriche continuano a sfornare macchinari scheletrici, e una folla di ragazzini sdentati e analfabeti solleva gli occhi e ti guarda irridente.

GB fa cose 3

3 ottobre 2017
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GB indica la boccuccia se ha fame e fametta. Poi si bulla.

GB indica i leoni della Peugeot, anche in mezzo al traffico.*

GB balla appena parte una musica che gli piace. Tipo. O tipo.

GB fa discorsi sempre più complicati, per quanto ancora inintellegibili.

A GB piace la D: è la scala dei nonni, oltre che la zona del parcheggio al centro storico, e quando la vede fa “DE!”.

GB durante la passeggiata pomeridiana rimedia sempre una banana dai fruttaroli egiziani. Con il marito fa anche gimme five, e manda bacetti.

GB è un control freak: solitamente non ne vuol sapere di farsi cambiare. Non sempre, ma di prammatica protesta, piange, si divincola. Allora per farlo star tranquillo magari il Papooshko fa suonare i wind chimes sopra il letto; e fa muovere l’acchiappasogni n.1; siccome adesso c’è anche un acchiappasogni n.2 sul suo lettino, a quel punto GB lo indica: “Datti una mossa, pure quello!” Sempre con l’aria offesa, per carità.

GB rimane ipnotizzato dal ventilatore a pale del lavasecco. Quando però le signore del negozio si affacciano a salutarlo, tutte carine, lui fa l’aria vaga, “che, no, io?, mi interessava la pianta a quel balcone lì sopra, chi vi si fila”.

GB alza il pollicetto alla Fonzie pure mentre il simpaticamente rude Italo del Bambin Gesù lo visita.

GB quando passeggia col Papooshko lo invita a sedere su un muretto, lo saluta con la manina, e se ne va. Se il Papooshko prova a seguirlo, lui fa: no no, tu seduto, io vado. Magari ti mando qualche baciuzzo da lontano.

GB mette in discussione qualsiasi supposta legge della conservazione dell’energia.

“Chi è il mio bimbo?” Si indica. “E la mamma?” Indica la mamma. “E il papà?” Indica il papà. “E Tigrillo?” Indica Tigrillo. “E i nonni?” Indica da qualche parte altrove. “E gli Ok Go?” Alza le mani e ride.

*Da dove venga la passione di GB per le vespe (quelle della Piaggio), le moto, le automobili, non sappiamo proprio, visto che entrambi i genitori sono del tutto alieni alla passione motoristica.

Ex Libris 288 (lavori di merda)

24 settembre 2017

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A metà ottobre facemmo due date con i Rolling Stones. […] aprire per i Rolling Stones è un lavoro di merda in ogni caso. Non lo consiglio a nessuno. Ti fanno questa proposta e tu pensi: “Sono il secondo gruppo rock più importante nella storia della musica dopo i Beatles. Perciò suonando con loro dovremmo sfiorare la storia.” Ma il fatto è che oggi il pubblico dei Rolling Stones è formato da avvocati, medici, commercialisti, consulenti. È un gruppo conservatore e ricco. Nessuno impazzisce. Il prezzo del biglietto e i costi del merchandising sono astronomici. È una roba del tipo: “Andiamo al centro commerciale Rolling Stones e guardiamoli suonare sul grande schermo”.
Tutta l’esperienza è orribile. Prima arrivi lì e non ti lasciano fare il sound check. Poi ti condedono un ottantesimo del palco. Ti riservano un’area microscopica e ti dicono: “Questa è per te. Non hai le luci, non puoi usare il nostro impianto di amplificazione. E, oh, fra l’altro, lo vedi questo pavimento di legno? È il vecchio pavimento di legno pregiato brasiliano di Mick, quello dove balla lui. Se fai tanto così di guardarlo, non ti paghiamo.” In sostanza, sei una piccola televisione sul palco e fai il tuo concerto mentre ottantacinquemila fan facoltosi, annoiati, fuori moda stanno lentamente prendendo posto. Indossano i loro giubbotti e sfogliano i loro cataloghi decidendo quale maglietta e quali pantaloni dei Rolling Stones prendere. Noi eravamo la musica di accompagnamento, il sottofondo per sedersi, prendere gli snack, comprare i vestiti. Un incubo.

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Dagli al vegan

22 settembre 2017

Lo sappiamo, dovremmo esserci abituati, lasciar perdere, non curarci di lor, ma ogni volta ci caschiamo, sprechiamo tempo ed energie col solito flame antiveg, solo l’ultimo della lunga lista, stavolta spiattato dall’autorevole penna di un coautore di J-Ax, per dire la cattedra. Del resto, ormai dovrebbe essere ben noto, dagli al migrante, dagli alla femminista e dagli al vegano sono tra gli sport preferiti dagli itagliani, e quando uno langue arriva l’altro a sostituirlo: le battute all’insegna di “tutta l’erba un fascio” su queste categorie sono facili, costano poco e garantiscono un sacco di pacche sulle spalle e ammicchi d’intesa. L’anima fascista del paese è viva e vegeta, insomma.
Eppure, alla fin fine, nonostante gli scazzi e la tentazione dell'”abbasta”, non tutto vien per nuocere. Perché vedere impilate un bel po’ di stupidaggini tutte insieme, osservare certe capriole logiche, certe arrampicate sugli specchi per giustificare l’ingiustificabile, dapprima ha l’infausto effetto di bruciare neuroni a tappeto, ma eventually aiuta a chiarirsi le idee, a imparare come non si costruisce un ragionamento, a ricordarci che prima di parlare ci si dovrebbe sempre informare ben bene e non spalmare dati a caso per supportare i propri bias cognitivi.
Da una parte, il problema sono anche i tanti che non aspettano altro che un portavoce dei loro pregiudizi, e si affrettano a definire “impeccabile” la sequela di idiozie dispensate dal Leonardon di turno; dall’altra, per fortuna, una punta di speranza la fornisce chi si mette di buzzo buono e smonta il fragile castello di carte: lo hanno fatto in tanti, ma meglio ancora se è un onnivoro pensante, e non i soliti noti amici nostri, pur benemeriti fino alla fine dei tempi (vedi per esempio Grazia, che sull’argomento ha dovuto commentare più volte su un suo vecchio e famoso post; come lei abbiamo evitato il link al pezzo incriminato, già troppi click s’è guadagnato).
In particolare è da applausi questo brano (tratto da una precedente versione dell’articolo): “bisognerebbe studiare bene (se già non è stato fatto) il disprezzo che certi segmenti esternano verso i vegani -disprezzo che serpeggia in gran parte tra segmenti del pubblico che spesso si piccano di essere “razionali”- e il virtue signalling in merito. Perculare vegani sembra una specie di badge per segnalare al prossimo di stare da una certa parte, dove “parte” è un frame ideologico dove la patina di razionalpositivismo non è che un paletto tribale intorno al quale raccogliersi.” Infatti, a parte la sacrosanta critica alla polarizzazione ideologica: questi sedicenti razionalisti sotto sotto più fideisti di quelli raccolti intorno al sangue di San Gennaro sono una iattura per chi persegue un esercizio non feticistico della ragione; e si scordano sempre di affrontare sul serio le basi del pensiero antispecista, più difficili da perculare dell’aspetto dietistico, modaiolo “goveganyeah” della questione (perché, ricordiamolo sempre, la scelta veg è un mezzo, non un fine).
Mo’ basta, comunque, che dobbiamo lavorare, pensare, e visto che Grazia cita Guccini, costruir su macerie, mantenerci vivi. Prima di salutare però segnaliamo uno status di Serena che vince tutto e tutti:

Più la quinoa è insanguinata, più è ricca di ferro

Ex Libris 287 (eh, ma loro amano la natura e i boschi. Li amano tanto. Tanto da ammazzarli)

18 settembre 2017

In natura, per ogni chilometro quadrato di boscaglia c’è un solo capriolo. Cervi e cinghiali sono ospiti ancora più rari sotto vecchi faggi e querce. […] Per aumentare il numero di capi, si porta nel bosco mangime per la selvaggina e si risparmiano le femmine. E così ora per chilometro quadrato ci sono dai 30 ai 50 caprioli, ai quali si aggiungono dai 10 ai 20 cinghiali nonché, a seconda della stagione, 10 cervi. Tra le 50 e le 100 volte di più di ciò che aveva previsto madre natura. Lupi e linci sono già stati sterminati secoli fa dai cacciatori, o oggi il loro ritorno è ostacolato dall’abbattimento illegale da parte dei bracconieri.

Che questo modo di praticare la caccia assomigli più a un allevamento, lo si può comprendere dando un’occhiata al cibo che si trova nei boschi: alle schiere di cervi affamati vengono offerti mais, avena, mele, avanzi di pane o addirittura cioccolatini scartati dal produttore in fase di controllo di qualità. Persino le mangiatoie di fieno, a prima vista innocue, interferiscono con l’equilibrio naturale e determinano un aumento della selvaggina. Con le quantità di cibo che i cacciatori scaricano nel bosco di potrebbero tranquillamente allevare questi animali nelle stalle. Pubblicamente i cacciatori si uniscono al coro di lamentele sui danni provocati dai cinghiali nei giardini delle case e nei vigneti. Gli accusati di comodo sono i cambiamenti climatici, con gli inverni miti, e le coltivazioni di mais.

Anche caprioli e cervi vengono rimpinzati a dovere, in modo che il loro numero non diminuisca. E lo si capisce dalle statistiche sugli incidenti che coinvolgono la fauna selvatica, in cui restano uccisi più caprioli di quanti dovrebbero essercene in natura.

Questa situazione ha pesanti ripercussioni sugli alberi perché a fine inverno cervi e compari hanno una fame irrefrenabile. Ciò che suona come un paradosso ha una spiegazione scientifica: normalmente gli erbivori nei periodi di freddo pungente vanno in letargo, e in certi casi la temperatura corporea si abbassa addirittura sotto i 20 gradi. Se gli animali vengono nutriti, i processi digestivi la fanno risalire e il tasso metabolico aumenta vertiginosamente. Quindi il mangime stimola la fame: per un capriolo significa che giornalmente deve assumere un chilo e mezzo del cibo che gli piace di più, cioè le gemme delle piante caduche. Sui rami degli alberelli più bassi arriva comodamente e lì trova le gemme apicali, che sono le più grosse e nutrienti. E se il capriolo se le mangia, l’albero ha chiuso.