Siccome alla Vale ultimamente era tornata voglia di scrivere di fantascienza, ripeschiamo un suo post ad hoc (aggiungete altri 8 anni al vaghissimo computo qui sotto).

Una quindicina di anni fa, ma forse erano solo dodici, o addirittura sedici, con mia sorella avevamo buttato giù quello che sarebbe potuto diventare un progetto serio di lavoro, racconto, fumetto, sceneggiatura… chissà…

Lo spunto doveva essere venuto – sempre alla suddetta sorella – sull’onda dell’entusiasmo di una Olimpiade, o forse di un qualche campionato di atletica. Lei andava al parco Baden Powell a correre, e mi dicono le linguacce dei maratoneti domenicali che se la cavava piuttosto bene.

La Secca mi mollò un paio di fogli battuti a macchina, interlinea singola, senza rientri, con un incipit, una storia di Olimpiadi nello spazio. Allora ero nella mia fase di astronauta, volevo costruire l’Enterprise e sapevo a memoria tutte le costellazioni dell’emisfero settentrionale.

La storia riguardava un atleta terrestre, che avrebbe partecipato alle Olimpiadi Galattiche, quell’anno organizzate dal sistema di Tau Ceti, una stella molto simile al sole, e ad appena dieci anni luce da noi. L’unico problema era che la Terra era stata squalificata un paio di decenni prima, per comportamento scorretto delle varie federazioni sportive. Se però i genitori di un maratoneta erano emigrati su una nave mondo, o magari avevano acquistato una fattoria su Sirio, l’atleta poteva correre (portando i colori di Sirio, ovviamente). Allora cosa succedeva, al nostro protagonista? Bè, lui, come dire, era un figlio del regime. Tutto ciò che lo riguardava, la sua nascita, i suoi studi, l’interesse per lo sport che gli era stato inculcato con tecniche di ipnosi, era stato in funzione di Tau Ceti 3006 (la data non era sicura, ndr).
La federazione terrestre gli aveva costruito un’intera colonia su Giove, sulla piattaforma scientifica galleggiante che ormai non usava più nessuno. L’atleta avrebbe potuto partecipare sotto i colori di Giove, e in qualche modo riscattare l’onore della Terra. Solo che lui non si sentiva più terrestre…

Una storia di sport in assenza di gravità, nazionalismi interstellari, doping futuristico, crisi di identità e redenzione.