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Incontri in metropolitana

4 marzo 2015

William Wilson si imbatte nel suo fatale Altro a scuola, Locke in un albergo africano. Robert Klein lo scopre leggendo il giornale, Tertuliano Máximo Afonso guardando una commediola portoghese in vhs. Weronika/Véronique si incontra in una piazza di Cracovia. Io l’altra sera in metropolitana, linea A. Salgo a Flaminio, il solito carnaio, un vagone di gente schiacciata l’una sull’altra. Si chiudono le porte, mi volto, vedo un compagno di sventura che mi sorride come per dire “cosa tocca sopportare in questa città, eh?, portiamo pazienza”. Ed ecco il tuffo al cuore, perché a un’occhiata veloce il co-passeggero mi assomiglia in maniera inquietante. Pelato, ovvio, con occhiali del genere mio, la forma della testa è simile nel suo ovale allungato, l’età più o meno quella, pur se trovo sempre difficoltà nell’individuarla. Niente, ho dovuto deviare lo sguardo, forse proprio perché ho letto troppi racconti gotici sui doppelgänger, e il vagone ha assunto di botto un’apparenza unheimlich. Poi ho avuto il coraggio di riguardare l’Altro, che non pareva per nulla inquieto, come forse dovevo apparirgli io. Mi rivolgeva ogni tanto lo sguardo, senza particolare intenzione, come avrebbe fatto con chiunque altro sventurato stretto con lui in attesa della fermata giusta. Con calma, ho constatato che la somiglianza non era così estrema: quella fossetta sul mento era tutt’altro che borriana, e altri dettagli sparsi del viso dirimevano la possibile gemellarità oscura. Insomma, alla fine ho realizzato che non ci sarebbero stati duelli alla Wilson o scambi d’identità alla Locke/Klein (o Fracchia). Eppure quel momento di epifania penso lo ricorderò a lungo con strana, intensa emozione.

Ex Libris 176 (Degas)

1 marzo 2015

Romanzi

Una coscia, un fiore, uno chignon, ballerine ritorte nello svolazzo del tutu; il naso di un pompiere; fantini e rasher che divorano il verde; la mano di una modista in una palpitazione di piume e rubini; cere dipinte, come vive. Una cinematica infallibile.  Gli abbagli delle luci, esposti. Il moderno, espresso.

Se Pynchon dà il permesso di tirar fuori film dai suoi libri

26 febbraio 2015

Ok, va bene, lo avevo detto, e lo ribadisco: sarà pure uno dei migliori attori in circolazione, è un asso per il ruolo del mentecatto, sa scegliersi i film giusti, è pure vegano, toh, ma a me Gioacchino fa proprio un pessimo effetto.

Oh, e comunque mettiamo le mani avanti: se vi aspettate una recensione seria e puntuale, e che vi spieghi cosa è e cosa aspettarvi dal film, della sua posizione nella filmografia di P.T. Anderson, dalle scelte registiche e dal colloquio immagine-suono, beh, state nel posto sbagliato. Rivolgetevi piuttosto al nostro amico Giona. O ad Ale, che vi risponderà nei commenti. Io non faccio queste cose. Io sclero, va bene? Va bene.

Ora, nonostante la presenza di Gioacchino nel ruolo del protagonista (chissà come sarebbe stato col molto più fico Robert Downey Jr., mi chiedo ora), erano mesi che aspettavo questo film. Perché? Beh, perché sono una fan di Pynchon. Non capisco un cazzo di tre quarti della roba che scrive, ma lo amo. L’ho amato dal primo sguardo, dalla prima volta che i miei occhi miopi hanno incrociato una sua riga, nella fattispecie l’attacco de L’incanto del lotto 49, all’università, coi miei compagni che mi guardavano per storto perché loro quella roba proprio no, schifo, e io non riuscivo a capire come facessero a non rendersi conto, ma che dico, a non vedere il genio in azione. Ciechi e pazzi. Da allora, nei miei momenti di megalomania, penso che vorrei essere Pynchon, cioè, non sparire nel nulla e far circolare solo una foto di me ragazzina, ma scrivere romanzi-mondo in cui si riversa in forme schizoidi tutto lo scibile umano, come V., L’arcobaleno della gravità o Vineland. Poi mi sveglio tutta sudata, certo.

Comunque, nello stesso tempo la Vocina della Ragione (quella noiosona, sì) mi diceva, di tanto in tanto: Guarda che lo sai, che non puoi pretendere più di tanto, vero? Lo sai che finirai per farti rodere il culo, vero, Vale? Sì, lo sapevo, e lo so. Passatemela. Io cerco di non paragare mai film e romanzi, sono due mondi diversissimi e i discorsi su “è meglio il libro”, “è uguale” o “non è uguale” sono fuffa, lo so. Però passatemela, oggi. Perché per lui, il paragone, scatta automatico. Ale torna a casa e mi butta lì: “oh, faranno un film tratto da Pynchon”. E io riesco solo a fare una faccia a punto interrogativo, a chiedermi “cosa?”, perché… come spiegarvelo… tentare di incastrare Pynchon in un film mi pare come tentare di infilare una sequoia sul treppiede accanto al telefono, in soggiorno. Pynchon è strabordante e allucinato e folle e delirante e le attuali conoscenze scientifiche ottiche e fisiche non sono in grado di tenerne il passo.

Il film esce oggi, se vi riesce andate in ogni caso a vederlo (in originale se possibile, non oso pensare cos’avranno combinato i “migliori doppiatori del mondo”) perché è divertente, Owen Wilson (altro che sulle facce da scemo c’ha costruito una carriera) è azzeccatissimo nel suo ruolo, e tutto il resto del cast funziona nel rendere il caleidoscopio losangeleno tardo hippie shakerato da Pynchon. Ci si diverte, ci si sballa con certe soluzioni visive, e insomma son 2 ore e mezzo che valgono. Però, niente da fare, la magia del geniaccio newyorchese rimane elusiva, non riesce a filtrare che in parte. Il megasconvoltone Denis (che regala alcune delle scene più esilaranti del libro) è sottoutilizzato e non mi convince la voice over di Sortilège (come non mi ha mai convinto quella del Blade Runner originale, e mille altre voice over. Io detesto la voice over) – immagino che su questo Ale avrà qualcosa da ridire.* Più in generale, troppo va perso secondo me nella traduzione pagina-schermo, di ciò che rende unica la poetica di Pynchon. Sicuramente sono io che dovevo andare al cinema con meno aspettative. E magari dovevo andare anche in un altro cinema, perché la sala del Maxxi (sui mortacci che abbiamo tirato a Zaha Hadid potrà meglio informarvi l’amico Spiderman in sede di commento, magari) è terribile – le poltroncine di design scomode, lo schermo troppo piccolo e troppo in alto, il climatizzatore impazzito, faceva un caldo che si boccheggiava** – ma vabbe’, suppongo dovrei comunque essere grata per la possibilità di aver visto questo film in anteprima (di un giorno solo, ma non sottilizziamo).

Ora dunque lascio la parola ad Ale, che vi parlerà del film in modo più professionale, sempre che ne abbia voglia.***

* In effetti, a me pare una delle scelte più intelligenti di Anderson (lei in fondo anche in Pynchon è una sorta di coscienza segreta della narrazione), e poi Joanna Newsom è fantastica, che canti o che declami. (NdAlessandro)

** Sul tema ho protestato nelle alte sfere maxxiane, si spera che quando andremo a vedere IL FILM la questione sarà sistemata. (NdAlessandro)

*** Ecco, a me P.T. è sempre stato un po’ sulle balle, ma ultimamente è diventato un cineasta molto più interessante. Anche qui, invece di lasciarsi andare ai luoghi comuni manieristi che l’ambientazione primo-settantesca chiamava, mantiene un rigore testimoniale di gran fascino, con queste lunghe riprese in lento aggiustamento, in cui le gag, i giochi attoriali, e tutto l’ambaradan psichedelico non sono exploited, ma emergono con una sorta di limpidezza straniante, e tutte le scelte (musicali, di grana fotografica e apparato scenico-costumistico) sono conseguenti. Insomma, un tentativo coraggioso e riuscito, anche se non eccezionale. (NdAlessandro)

Ex Libris 175 (inversioni)

22 febbraio 2015

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Cibo!

These are the songs of my life: Suite Edition

18 febbraio 2015

Forse al giorno d’oggi non fa tanto fino dirlo, ma non c’è niente da fare, sono cresciuto a pane e progressive. E nel prog, le suite sono come lo sciroppo d’acero sui pancake, il tripudio e l’estasi insomma. Quante decine di minuti della mia vita avrò passato a crogiolarmi nei caleidoscopici cambi di tempo di Supper’s Ready o a delibare l’intricato crescendo di Lizard; a seguire le volute dell’organo di Dave Sinclair in Nine Feet Underground o quello di Dave Greenslade nella Valentyne Suite; a farsi accompagnare dagli ariosteschi Di Giacomo e Nocenzi nel Giardino del mago o a penetrare con Peter Hammill e compagnia nelle nebbie apocalittiche di A Plague of Lighthouse Sleepers?

Alla fine della fiera, comunque, saran pomposi, bombastici e conciati in modo discutibile quei cinque lì, epperò la suite prog per eccellenza rimane Close to the Edge, dall’intro panteista alla più (Bruford) o meno (Squire) delicata potenza di fuoco della sezione ritmica, dai ricami furibondi di Howe alle vocalizzazioni mai così ispirate di Anderson fino all’assolo orgasmico di Wakeman e al riassorbimento ciclico della musica nel respiro universale, over the edge.

 

 

Ex Libris 174 (eye liner)

15 febbraio 2015

Vizio

- Com’è la televisione? – si informò Eddie del piano di sotto.

– I film che trasmettono su certi canali… – rispose Elmina. – Giuro. Ce n’era uno ieri sera che non mi ha fatto dormire. Quando è finito avevo paura ad addormentarmi. Lo hai visto, Narciso nero, del 1947?

Eddie, che era iscritto al corso di cinema postlaurea dell’Università della Southern California, lanciò un gridolino di riconoscimento. Stava lavorando alla sua tesi di dottorato: Dall’impassibile al demoniaco. Il sottotesto nell’uso dell’eye liner nel cinema, e di fatto era appena arrivato al momento di Narciso nero in cui Kathleen Byron, nel ruolo della suora pazza, appare in abiti borghesi e con tanto di quel trucco sugli occhi da garantire un anno intero di incubi.

– Be’, spero che parlerà anche di qualche uomo, – disse Elmina. – Tutti quei film muti tedeschi, Conrad Veidt in Caligari, Klein-Rogge in Metropolis…

– … naturalmente con la complicazione delle esigenze delle pellicole ortocromatiche…

Le traduzioni estemporanee 8

11 febbraio 2015

Personaggi: Vale, Moka, Gatta Piccola
Ambiente: soggiorno, angolo studio.

(Moka sale sul tavolo)
Vale: scendi.
Moka: sto bene così, grazie.
Vale: eh no, scendi (lo prende e lo scarica a terra).
Moka (risalendo): voi non capite. Forse non lo sapete, ma io dormo qui, proprio qui.
Vale: no, qui c’è il cavetto ethernet e se ti ci piazzi sopra mi stacca il collegamento. Non puoi stare qui.
Moka: ho sempre dormito qui! Ci sono nato qui!
Vale: ehm, no, sei nato a Pietralata, sei un ragatto di vita.
Moka: io comunque sto qui.
Vale (prendendolo e rimettendolo giù): no, tu non resti qui.
Moka: uff…
Gatta Piccola (arrivando a scatafascio, buttando giù i fogli per gli appunti e quasi tirando via il cavetto ethernet): uh, bel posticino, come mai non ho mai pensato di dormirci?
Vale: -.-”’

Ex Libris 173 (nascita di una strega)

8 febbraio 2015

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Si fermò davanti a una pozzanghera lasciata dall’ultimo acquazzone, si chinò sotto il chiarore che proveniva da una finestra illuminata per distinguere il proprio volto, e subitamente si mise a ridere. Rideva, di un riso per lei stessa inatteso, selvaggio, di una perfidia che, più d’ogni altra cosa, la persuadeva di essersi trasformata, o per meglio dire di essersi trovata. Non soltanto il suo cuore, ma l’aspetto del mondo per lei era mutato: una scopa dimenticata in un cortile, uno spillo al suo corsetto, il belato di una capra da oltre il muro di una stalla le ricordavano non più gli atti usuali, facili, della vita ordinaria, bensì scene di sortilegio e di sabba, e, quando rovesciò la testa all’indietro per meglio respirare l’aria notturna, le stelle tracciavano per lei, in grandi aste tremolanti, le gigantesche lettere dell’alfabeto delle streghe.

These are the songs of my life: Starless Edition

4 febbraio 2015

Starless funziona così: parte un mellotron d’ambiente che dichiara senza indugi “salve, siamo i King Crimson, forse vi ricorderete di noi per un simile uso degli archi sintetici su album come In the Court of the Crimson King e In the Wake of Poseidon“, disteso su un tessuto ritmico di finezza tipicamente brufordiana. Al secondo 23 entra Fripp, porgendo una frase di tale bellezza lirica da avere pochi paragoni nella storia, una sorta di extended riff subito ripreso con variazioni a preparare l’ingresso della voce da vecchio mollicone di Wetton, a 1.31. Le due strofe sono decorate dalle volute jazzy del sax soprano di Mel Collins, che continua a dialogare anche con la chitarra frippiana che ribadisce il riff, prima che Wetton metta a segno la terza strofa, e siamo a 4.25. A quel punto il buon John si zittisce e col suo basso distorto mette la prima pietra di quello che sarà, subito raggiunto da mastro Fripp, artefice nel caso di una cantilena su due note, ossessiva, implacabile, condita da qualche inquietante effetto mellotronico. A 5.12 torna della partita anche Bruford, dapprima con sparsi tocchi percussivi, poi da 6.33 riprendendo le fila del ritmo (13/8, mi si dice), e passando a guidare il crescendo sempre più maniacale, in particolare da 7.44, quando Fripp alza il volume e per un minuto è puro rock dall’inferno; fino a quando (8.35), la batteria si riposa un po’ e un duetto basso-chitarra sempre più snervante conduce all’accelerazione di 8.59, dove a condurre le danze è il sax alto di Ian McDonald. Il flusso improvvisativo del vecchio sodale frippiano è supportato dal resto della band fino a 9.55, dove ritorna Mel Collins ad addolcire il sound e a ricamare sulle note della strofa. A 10.17 Fripp riprende a macinare il suo ostinato, mentre sopra di lui tutti la sezione ritmica inscena un delirio semirumoristico da cui sboccia come un fiore di fuoco, a 11.09 (uno dei momenti supremi nella storia della musica, per me), il memorabile riff, stavolta innalzato per due volte da Collins a dimensioni epiche, mentre torna il mellotron, Wetton spinge come fosse indiavolato e Bruford, che non chiedeva altro, può scatenarsi e portare a compimento il tripudio finale.

(Per chi vuole, tra le varie cover c’è quella splendida delle Unthanks, in cui le sorellone e Adrian McNally distillano il dettato crimsoniano – minus il mayhem strumentale, ovviamente – in una incantata partitura da camera, con archi veri, un piano a dettare il ritmo, la tromba di Lizzie Jones a incaricarsi del tema, e le voci “che te lo dico a fà” di Rachel e Becky a trasportare in un amen il Fripp-pensiero sulle brughiere del Northumberland.)

Ex Libris 172 (confluenze)

1 febbraio 2015

Cappello

Nella vita non c’è soltanto la Letteratura, andiamo, né il Successo, né la Fortunata Carriera, la Giusta Previdenza, il Savio ammiccare! Ah no! Miriadi sono le cose incompiute, i programmi stracciati, i calici rotti, gli ultimi champagne, i saluti educati, definitivi, gli addio-addio, le cartoline non arrivate, i capolavori sbagliati, le bollette della luce accumulate su uno scaffale accanto ai Mistici, ai Sublimi.
Vi è una verità di cose incompiute, degradate – o Umanità, o Realtà, o triste Bellezza! – dove più o meno tutto confluisce.

Le traduzioni est… no, vabbe’, questa non è tradotta

28 gennaio 2015

Personaggi: Ale, Vale, Tillo tillo e Gatta Piccola
Ambiente: cucina

Ale e Vale sparecchiano, Gipì e Tillo leccano il piatto di Ale

Vale: senti, pensavo, per domani sera, di fare un gateau (pronuncia: gatò) di patate…
Ale: sono d’accordo.
Vale: bene, quindi, gateau…
Ale: propongo Tillotillo che è bello consistente, e Gatta Piccola, tonda e tenera. Basteranno le patate che abbiamo, come contorno?
Vale: ehm, credo di sì.
Ale: mi piace questa idea.
Vale: fa piacere che ci troviamo d’accordo. Coff.

 

(NdVale: nessun gatto è stato maltrattato per la presente traduzione)

Ex Libris 171 (limoni di Sorrento)

24 gennaio 2015

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Per un capriccio che ben si addiceva a una fanciulla annoiata da troppe comodità e da troppe ricercatezze, ma forse anche per contraddire lo zio di cui derideva i gusti borghesi, miss Alicia aveva preferito a case più raffinate quella villa, i cui padroni erano in viaggio e che per molti anni era rimasta disabitata. Le piaceva la selvaggia poesia di quel giardino abbandonato e quasi inselvatichito. Nell’ardente clima napoletano, tutto vi era cresciuto prodigiosamente: aranci, mirti, melograni, limoni si erano dati alla pazza gioia e i rami, non avendo più da temere il falcetto del potatore, si davano la mano da una parte all’altra del viale o s’infilavano familiarmente nelle camere da qualche vetro rotto. Non era la tristezza di una casa deserta, come nel nord, ma la scatenata allegria e la petulante vivacità della natura del sud abbandonata a sé stessa. In assenza del padrone, le piante esuberanti si concedevano il piacere di un’orgia di foglie, di fiori, di frutti e di profumi. Si riprendevano lo spazio che di solito l’uomo gli contende.

These are the songs of my life: Disfunctional Edition

21 gennaio 2015

Lindsay Buckingham diceva in un’intervista a “Rolling Stone” che i Fleetwood Mac sono un gruppo eminentemente disfunzionale, al contrario dell’altra superband californiana degli anni Settanta, gli Eagles. E in effetti verrebbe più da paragonarli a un altro collettivo di coppie scoppiate che in quegli stessi anni come loro vendeva vagonate di dischi, chi altri se non gli Abba? Da una parte l’equilibrio formidabile tra il genio ai limiti dello schizoide di Lindsay, sorta di Brian Wilson del Laurel Canyon, l’intensità da sacerdotessa di velluto di Stevie Nicks, e, come asse d’equilibrio re le opposte tensioni, la serena forza di Christine Perfect McVie, la tranquilla signora inglese col blues nelle vene. Dall’altra la torrenziale vena melodica di Ulvaeus e Andersson a riempire le ugole di Agnetha e Anni-Frid. Entrambi i collettivi di precaria solidità sapevano farti percepire l’inesorabile necessità di certe canzoni che pensi di conoscere da sempre, perché non possono che esistere, basta che qualcuno prima o poi le colga, e le immergevano nella vibrante energia di legami (la chain da non rompere) sull’orlo, e oltre, del breakdown.

Guardate il gioco di sguardi live tra Stevie e Lindsay in quel sublime psicodramma che è Silver Springs; pensate all’urgenza di quest’ultimo di dirle che può andarsene per la sua strada; o i vari messaggi in codice di Christine, da Songbird a Little Lies; e d’altronde riflettete sulla sostanza di puro dolore che innerva apparenti ear candys come SOS o The Winner Takes It All, When All is Said and Done o The Day Before You Came.

Ex Libris 170 (California lynchiana)

18 gennaio 2015

Tennis tv


Griffith Park
, anche se è un posto molto bello, di una bellezza disseccata e lunare, si rivela essere un luogo per le riprese (oddio, avrà scritto location, Wallace? ndr) assolutamente lynchiano, inondato di sole, di una luce del colore della birra chiara di importazione, ma anche pervaso di una sottile aura sinistra. Questa impressione di minaccia è difficile da definire precisamente o da descrivere in termini sensoriali. Vengo a sapere che quel giorno è stato dichiarato a rischio per il vento di Santa Ana, uno strano fenomeno metereologico che determina un pericolo di inquietudine da alto tasso di ioni tanto negli uomini quanto negli animali. Pare che il tasso di omicidi, a Los Angeles, sia più alto durante i periodi in cui soffia il vento di Santa Ana che nel resto dell’anno, e a Griffith Park è facile confermare che c’è qualcosa di strano, atmosfericamente parlando: i suoni sono più aspri, gli odori più intensi, l’aria che respiri ha un sapore insolito, la luce del sole si scompone in raggi appuntiti come spilloni che penetrano ben bene alla base del cranio, e soprattutto l’aria ha una strana immobilità dalla consistenza quasi di cuoio, l’equivalente californiano della strana immobilità da acquario che di solito precede i temporali nel Midwest. L’aria odora di salvia, pino, polvere, e di creosoto in lontananza. Senape selvatica, yucca, sommacco e altre erbe corte e ispide come la barba del pomeriggio coprono i fianchi delle colline, querce nane e pini nani spuntano con angolazioni improbabili, alcuni dei tronchi degli alberi sono curvati e deformati in maniere inquietanti, e ci sono anche un sacco di erbacce indisciplinate e robacce spinose che scoraggiano le passeggiate nei dintorni. L’aspetto della flora locale è sostanzialmente quello della spazzola di una scopa. Un unico falco dalla coda rossa vola in circolo sopra di noi per tutto il primo giorno delle riprese, un falco solo, e sempre lo stesso cerchio, così che dopo un po’ il cerchio sembrava inciso all’acquaforte.

Le traduzioni estemporanee 7/b

15 gennaio 2015

Personaggi: Moka, Vale e Nando (dietro la porta)
Ambiente: camera da letto. Moka ha una ciotola di crocchette davanti.

Vale: perché non mangi? Perché mi fai questo?
Moka (annusa): ma che è? Ma che roba mi date? Che cos’è questa zozzeria, ma ma ma non vedete? Il mio povero palato bistrattato non…
Vale: piantiamola, ok?
Moka: io questa roba non. La. Mangio.
Vale (tira fuori una bustina di umido e la versa nella ciotola): Sei davvero una cosa impossibile, guarda, ti do questo solo perc….
Moka (improvvisamente tutto arzillo e affettuoso e coccoloso): mmmmaaaadre! madre madre madre mia quanto tempo non ci facciamo le coccole! Oh, madre ma quanto vi voglio bene! Ah, madre mia! Ma quanto mi piace stare con voi, non per la bustina, chiaro, mmmma voi, madre…
Vale (mettendogli la ciotola davanti): piantala.
Nando (da dietro la porta): Aaaaaaah! Apriteeee! Non è giuuuuusto! Bustinaaaaaaah! Frugherò per sempre nella spazzaturaaaaaah!

 

(per la cronaca: da qualche mese Moka deve mangiare crocchette renal. Al momento abbiamo trovato una marca che incontra il suo difficilissimo gusto di gourmand. Al momento, eh. Speriamo.)

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