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Ex Libris 242: Stupidaggini e Animot

21 agosto 2016

Animale

Al di là del bordo sedicente umano, al di là di questo ma non su un unico bordo opposto, al di là de “L’Animale” o de “La-Vita-Animale” è presente, già qui, una molteplicità eterogenea di viventi, più precisamente (perché dire “viventi” è dire troppo o troppo poco) una molteplicità di organizzazioni di rapporti tra il vivente e la morte, rapporti di organizzazione e non-organizzazione di rapporti tra regni che è sempre più difficile scindere nelle figure dell’organico e dell’inorganico, delle vita e/o della morte. Questi rapporti, che sono nello stesso tempo intimi e abissali, non sono mai totalmente oggettivabili. Non si definiscono in alcun modo con la semplice esteriorità ed estraneità di un termine rispetto all’altro. Ne consegue che non è mai possibile ritenere gli animali come specie di un genere da chiamare Animale, l’animale in generale. Ogni volta che “si” dice “L’Animale”, ogni volta che il filosofo, o chiunque altro, dice al singolare e senza aggiungere altro “L’Animale”, pretendendo così di indicare ogni essere vivente tranne l’uomo (l’uomo come “animal rationale”, l’uomo come animale politico, come animale parlante, zoon logon echon, l’uomo che dice “io” e si considera come il soggetto della frase che pronuncia sull’animale, ecc.), ebbene, ogni volta, il soggetto di tale frase, quel “si”, quell'”io” dice una stupidaggine. Egli ammette senza ammetterlo, dichiara, come una malattia viene annunciata da un sintomo da diagnosticare, un “io dico una stupidaggine”. E questo “io dico una stupidaggine” viene a confermare non solo l’animalità che egli nega, ma anche la sua partecipazione attiva, continua e organizzata a una vera e propria guerra delle specie.

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Come eravamo: Rockers on a Train

17 agosto 2016

Un memorabile incontro di Ale, propiziato dalla benemerita Trenitalia (sempre sia lordata).

Scena: treno Roma-Colleferro, qualche sera fa.
Una ventina di minuti prima della partenza. Carrozza vuota, eccezion fatta per il sottoscritto. Cuffie dell’i-pod alle orecchie. Sul sedile accanto, questo libro.
Entra un ragazzo, debitamente piercingato, sbircia il volume.

Boy
Oh, Jeff Buckley. Mitico! Ahò, uno che te fa na versione de Hallelujah come lui, deve stà nell’Olimpo. Pure er padre era bravo, eh?, però faceva roba un po’ più tipo folk, no?, alla lunga du palle. Jeff invece, je l’ammollava de brutto.
Ahò, stamattina me sò svejiato co Space Oddity. “Graund control tu megior Tom…” Cazzo, nun riesco a levammela dalla testa. Spazziale.
Però, Jeff, mannaggia, quanno vai a fatte er bagno, portate li braccioli. Seconno me s’era fatto quarcosa dai, nun se po’. Che dici, biondo? Ma poi chi lo sa com’è andata, se scoprirà che non era vero niente, tipo Brian Jones. Bon Scott invece se sa. Te lo ricordi Bon Scott?
Però pure adesso gli AC/DC: cazzarola, Angus Young c’ha 50 anni sonati e n’energia che me la sogno…
Senti bello, stò fori casa co la mi regazza, non è che c’avresti un euro?
Grazie, ciao. Grande!

Ehi: rock’n’roll!

Ex Libris 241 (se fossimo, ma non siamo)

14 agosto 2016

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Se noi fossimo soli a possedere e mantenere una particella di materia in quel particolare stato di fioritura o d’incandescenza che chiamiamo intelligenza, avremmo un qualche diritto a crederci privilegiati, d’immaginare che la natura raggiunga in noi una specie di meta; ma ecco un’intera categoria di esseri, gl’imenotteri, nei quali essa raggiunge una meta quasi identica. Ciò non risolve nulla, se si vuole, ma il fatto non ha per questo un posto meno onorevole nella massa dei piccoli fatti che contribuiscono a chiarire la nostra situazione su questa terra. Sotto un certo punto di vista, troviamo là come uno specchio della parte più indecifrabile del nostro essere; troviamo delle sovrapposizioni di destini che noi dominiamo da un punto più alto di tutti quelli che potremmo raggiungere per contemplare i destini dell’uomo. Troviamo là, in scorcio, linee grandi e semplici che non abbiamo mai l’occasione di sbrogliare e di seguire fino in fondo, nella nostra sfera smisurata. Là troviamo lo spirito e la materia, la specie e l’individuo, l’evoluzione e la permanenza, il passato e l’avvenire, la vita e la morte, accumulati in una piccola dimora che possiamo sollevare con una mano e che abbracciamo con un solo sguardo; e possiamo chiederci se la potenza dei corpi e il posto ch’essi occupano nel tempo e nello spazio modifichino, tanto quanto noi crediamo, l’idea segreta della natura; quell’idea che ci sforziamo di afferrare nella piccola storia dell’alveare, secolare in pochi giorni, come nella grande storia degli uomini di cui tre generazioni riempiono più di un lungo secolo.

Come eravamo: L’agguato di Frohnleiten

10 agosto 2016

La Vale e un certo memorabile micio austriaco.

Osservava nascosto dall’ombra di un portone. In quel lato, la Hauptplatz è pedonale. È uscito pancia a terra, silenzioso, intento, decisissimo a fargliela vedere a quegli impertinenti passeri che becchettavano spensierati là in mezzo, tra i radi passanti.
È stato mezz’ora a strisciare cautamente, in perfetta aderenza al terreno, attento a ogni minima vibrazione di coda.
Gli uccellini continuavano a pasteggiare con le briciole, ignari, incoscienti.
Lui continuava ad avanzare, energia letale concentrata.
Poi, ZANG! BUM!
Un rumore non meglio identificato, da sinistra lo ha distratto un microsecondo. Un’automobile è passata dall’altro lato della piazza. Gli uccellini si sono involati in un amen.
Lui, senza alzare la pancia da terra, è tornato al sicuro, nell’ombra fresca del portone.

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Ex Libris 240 (psicogeografie londinesi)

7 agosto 2016

London Calling

All’epoca era considerato straordinario che Warhol potesse sistemare da qualche parte una cinepresa e andarsene, lasciando che la macchina svolgesse il proprio lavoro girando il film: nessuno partecipò alla realizzazione di Empire (1964), della durata di otto ore e sei minuti,  e ben pochi si presero la briga di guardarselo tutto, compreso lo stesso Warhol. Oggi, nel moderno stato di polizia britannico, centinaia di migliaia di telecamere di sorveglianza, grappoli di frutti metallici appesi ai lampioni e ad appositi pali portano avanti l’opera di Warhol, registrando e immagazzinando milioni di film che non saranno mai visti da nessuno. Ma spezzano, come ipotizza Burroughs, il continuum spazio-temporale? Gli scrittori Iain Sinclair e Peter Ackroyd sottolineano ripetutamente i pericoli che porta con sé l’interruzione della sacra geometria della città: il Tempio di Mitra ricostruito su un allineamento errato, i fiumi di Londra deviati, la Temple Bar che non conduce a niente, il cimitero della Pancras Old Church – il centro di Jerusalem di Blake – coperto da binari, le antiche strade romane che conducevano prima in città poi ostruite o deviate, i filmati di sorveglianza che appiattiscono la realtà, risucchiando energia dal territorio costruito, trasformando i londinesi in zombie consumatori.

Come eravamo: Cattocomunisteggiando

4 agosto 2016

Riflessioni un po’ alla buona dell’Ale di un tempo, ma che tutto sommato l’Ale di oggi ancora in gran parte condivide.

Insomma, quello lì ha dato a Franceschini del catto-comunista, prendendosi in ribattuta un clerico-fascista.
Era un po’ che non sentivo lanciare il termine (il primo, del secondo chissene, affari loro) nell’arena politica. Ora, a parte che quello lì vede acquattati comunisti a ogni angolo, non gli hanno spiegato bene che sono in via d’estinzione, la categoria effettivamente c’è, et pour cause.
In Italia (perlomeno in quella dei Peppone-Don Camillo e derivati), le due chiese, quella con la sede in Vaticano, e quella di base alle Botteghe Oscure, si sono spartite le carte ideologiche dal dopoguerra in poi, e nella smazzata se le sono anche confuse. Ed essendo il PD una maionese impazzita di ex-ds (ex-pds, ex-pci) ed ex-dc, ecco che le due facce si sono sovrapposte (male).
Questo è (dal mio modesto punto di vista), il problema storico della sinistra italiana. Senza un partito socialista forte, ha affidato tutte le sue carte al pci (che ho pure votato: alle mie prime elezioni era l’ultima volta dello storico simbolo), un partito dogmatico che naturalmente su certe tematiche sociali (e anche su certi rigorismi etici) si incontrava a meraviglia con le frange progressiste del cattolicesimo. Ancora oggi, crollati muri e nomi, l’onda lunga di quel clima culturale (in un paese dalle forti resistenze al cambiamento di mentalità) rilascia la sua risacca nel confronto politico.
E in tutto ciò continua a mancare un punto di riferimento, per chi – come me, ad esempio – non è cattolico, né comunista, le chiese di tutti i colori gli stanno sui cosidetti e il dogmatismo gli fa venire da grattarsi. Per chi – sempre come me – vorrebbe, oh quanto vorrebbe, uno Stato compiutamente laico (lasciando all’intimo di ognuno le tendenze alla trascendenza), per chi è un fan del sincretismo in tutte le sue forme, del relativismo così inviso a quell’altro, del meticciato delle idee, del pan-culturalismo, del crossover intellettuale, della contaminazione virtuosa, della pluralità e della complessità.

Ex Libris 239 (ancora antropomorfissazione)

24 luglio 2016

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Gli scienziati prendono spesso in giro le persone comuni come noi giornalisti, affermando che quando scriviamo sugli animali tendiamo sempre ad antropomorfizzare. Ci rimproverano perché interpretiamo i comportamenti delle bestie in chiave umana e usiamo le stesse parole che useremmo per descrivere azioni o emozioni nostre. Se gli cteniza però fanno davvero un coperchio di botola alternando esattamente sessanta strati di seta e terriccio, che tipo di linguaggio poteva usare il povero Michelet per spiegarlo? Invece di dire “contano” – visto che sono animali, e soprattutto i ragni e gli insetti, per i sapiens sono solo macchinette programmate – doveva dire “computano”?

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Come eravamo: La mitica saga della differenziata ad Alchermes

20 luglio 2016

Questo repechage interesserà solo noi, of course, ma non potevamo esigerci dal ricordare come iniziò la storia della raccolta differenziata qui al centro storico. Che poi, la storiella, qualcosa lo dice sui rapporti tra amministrazioni e cittadini, sulla (non)comunicazione tra i due soggetti, sul perché un così basico atto di civiltà pare sia così maledettamente difficile da attuare in questo p/P/aese.

OTTOBRE
Un bel giorno, passando davanti al comune e sbirciando alla ricerca di qualche depliant interessante, lo troviamo: il volantino annuncia l’avvio della sospirata raccolta differenziata porta a porta in centro storico. Evviva, tripudio, sommo gaudio. Finalmente potremo evitare di caricarci plastica, vetro, alluminio e co. per portarli a valle, dato che su da noi non esistono cassonetti deputati manco a pagarli oro. Incontriamo anche la sindaca che ci ricorda la cosa, ci dice quanto è importante (maddai?) e di tenerci aggiornati. Come no? Visto che il volantino rimanda a fine mese, in prossimità della scadenza chiamiamo l’assessorato per sapere come procedono i preparativi. Risulta che stanno sbrigando le ultime formalità burocratic/amministrative, e appena ci saranno i particolari li faranno sapere. Ne prendiamo atto.

NOVEMBRE
Sul sito del comune si dice che la raccolta inizierà il 18 novembre. Ottimo. Anche questa volta, guarda un po’, siamo noi a chiamare il numero di cui sopra quando la data fatidica è arrivata, per conoscere le novità (ahi, questa brutta abitudine di prendere sul serio le date). Risulta, stavolta, che il personale è stato ahimè impegnato nell’emergenza maltempo (beh, effettivamente, la strada per Valmontone si allaga un giorno sì l’altro pure…), e quindi il tutto slitta un po’, mannaggia, però appena sono pronti faranno sapere ecc. ecc. Ne riprendiamo atto. Riflettiamo d’altronde che finora non c’è stata una comunicazione ai cittadini che non sia il depliant (che sta sempre nella sua rastrelliera al Comune, ma mai è stato inviato per posta) e il sito (che immaginiamo non sia frequentatissimo dai vecchietti che vanno su e giù per le antiche scale). Anyway, en attendant…

DICEMBRE
Aspettiamo bel belli, chiedendoci se gliela faranno prima delle festività natalizie, col loro carico di monnezza molesta, mentre continua imperterrito a piovere, e immaginiamo l’indefessa opera per arginare frane, tappare buche, stappare tombini, mentre la differenziata rimane incastrata in god’s eye, poverina. Ecco le feste, e noi ci siamo scocciati di dover chiamare una volta al mese per sapere che succede, quindi continuiamo a caricarci di plastica, e di bottiglie, e di barattoli, per buttarli giù al parcheggio, dove ci stanno  gli unici cassonetti che differenziano bene. Senonché, proprio a fine anno, un lampo nel buio: un manifesto del Comune fissa la distribuzione dei contenitori per il 5 gennaio. Due mesi e passa dopo la prima scadenza, ma meglio tardi che mai, no? Ora, però: il 5 gennaio è un lunedì. Non si poteva fare in un giorno festivo, magari organizzando una festicciola, con qualcosa da mangiare per invogliare i paesani e con un apparato esplicativo che introduca al mondo del riciclo (come e perché), visto che magari il pensiero ecologico non è il pane quotidiano quassù? Sarebbe un’anticchia più utile delle innumerevoli processioni che ci tocca sorbire dalla primavera all’autunno… Quante ne vogliamo, vero?

GENNAIO
Fattostà che il giorno fatidico alla Vale tocca la scarpinata fino in cima al paese (ah, sì, l’appuntamento è proprio in pizzo alla collina: comodo no?). Era annunciata la presenza del sindaco e dell’assessore preposto. Lei ci trova solo qualche funzionario sgarbato anzichenò, che invece di ringraziare per il servizio alla comunità che i presenti stanno compiendo, non perde l’occasione di giustificare la pessima fama che i comunali si portano dietro, con qualche ragione. Un paio di fogli col calendario della raccolta, e amen, nessun’altra spiegazione. Nella nostra beata ingenuità, arguiamo che, se non quella, la settimana dopo inizieranno a svuotare i contenitori, e il 14 mettiamo fuori la plastica. La sera il contenuto è ancora lì. Richiamiamo l’ormai ben noto numero, e ci vien risposto – dalla stessa gentile signorina dell’altra volta – che la raccolta inizierà quando tutti avranno i contenitori. Ah, appunto, volevamo ben dire. Ma, tipo, mettere dei cartelli in cui si dica: i contenitori sono disponibili in tal posto tutti i giorni da tale a talaltra ora, prendeteli entro il giorno tot, che poi si principiano le danze? Era così difficile?

FEBBRAIO
Aspettando e sperando, con la pazienza ai limiti di guardia, l’unica novità significativa è il pregnante dialogo che cogliamo proprio davanti al Comune. Tradotto in italiano: “Mo’ ci fanno pure tenere i sacchi della monnezza dentro casa.” A proposito di far arrivare il messaggio forte e chiaro, eh? Comunque, finalmente arriva l’agognata notizia: si parte il 5 febbraio, senza se e senza ma. Così è stato, effettivamente, almeno questa scadenza l’hanno azzeccata. Oddio, bisogna dire che a parte i nostri, almeno sulla strada che faccio tutti i giorni mai ho visto altri contenitori fuori dalle case, in attesa di svuotamento. Speriam bene: time will tell. Se a Sermoneta stanno al 77%, perché non possiamo arrivarci pure noi? Già, perché…?

Ex Libris 238 (Sostiene Sterling)

17 luglio 2016

Peeled

Trovare il pubblico giusto per la band fu un compito arduo da portare a termine. Anche se l’uso del nome di Andy Warhol portò la necessaria pubblicità, non aiutava un pubblico inconsapevole a sapere cosa aspettarsi. “Ricordo di averli guardati e di aver pensato che erano troppo giovani e innocenti per essere esposti alla nostra musica”, ha dichiarato Sterling Morrison nel 1975. “Non pensavo ci fosse alcun motivo per cui dovesse piacergli e speravo che non gli piacesse. Non avevo bisogno di preoccuparmi: non gli piaceva”.

**

Le vibrazioni acide della California stavano per scontrarsi con la fredda negatività newyorkese. La West Coast era colorata, i Velvet vestivano di nero. I figli dei fiori si facevano di acidi, la East Coast era tutta anfetamine. Gli hippie andavano in giro a piedi nudi, i membri della Factory arrivarono con gli stivali. “C’erano giovani estremamente sensibili e responsabili che improvvisamente entrarono in sintonia con domande cosmiche, che riguardavano tutti noi, ed esprimevano queste preoccupazioni con la chitarra acustica e armonie gradevoli e melodie incolori”, ha detto Sterling Morrison. “Odio queste persone”.

**
Una volta Sterling Morrison disse che, anche se la gente pensava che fossero dei tossici depravati, i Velvet Underground in realtà erano borghesi molto educati che pagavano il conto negli alberghi e non sfasciavano i mobili.

Serate italiane

12 luglio 2016

Questo immaginario (?) programma per una seratina rilassante, datato 2009, ci pare ancora attuale, sostituendo qualche nome qua e là.

– Che fai stasera?
– Mah, guarda, prima di tutto vado alla partita a sprangare a destra e manca, poi quasi quasi vado a fare una bella ronda per denunciare i medici che non denunciano i clandestini, quindi faccio un salto a Udine a fare un po’ di casino fuori dalla clinica di Eluana, a quel punto c’ho l’appuntamento per lo stupro con quella conosciuta su Facebook, e finisco dando fuoco a qualche barbone, dopo averlo schedato, però. Il tutto canticchiando la canzone di Povia. E tu?
– Niente, guarda, un po’ coca e quella rumena della Cristoforo Colombo, adesso va in giro tutta elegante, dopo la cura Carfagna. Poi a nanna, che domani c’abbiamo qualche altro bel decretino da votare.
– Mi raccomando, siamo tutti con voi.
– Grazie, è bello sapere di avere dietro di sé il popolo. Ciao.
– Ciao.

Come eravamo: Vale cronista sportiva (e il correttore più o meno automatico)

6 luglio 2016

Storie di parrocchie, giornalismo in erba e capi redattori in-correggibili, decenni prima che Vale scrivesse su posti più seri.

Ad un certo momento dei tempi in cui la Vale – ahilei – frequentava la parrocchia, il prete aveva deciso di “resuscitare” il vecchio giornalino parrocchiale, ormai defunto e cristianamente sepolto da quarant’anni.
“Resuscitare” è una parola grossa, in realtà il giornalino sarebbe stato un clone come la pecora Dolly, una roba che in apparenza ricalcava la moda giornalistica degli anni cinquanta e sessanta, modernizzata. Come la pecora Dolly, però, aveva un problema: il materiale del dna era vecchio. Il giornale era nato già vecchio, sarebbe morto in fretta. La Vale ci aveva pensato, guardando gli sforzi dei redattori, chi più chi meno impegnato nella vita comunitaria, sghignazzando – la Vale – ai pamphlet inneggianti l’unione dei fedeli in una grande famiglia amorosa. Sghignazzava, lei, perché conosceva abbastanza retroscena da smentire abbondantemente il diktat “amatevi come io ho amato voi” impartito da Lui – c’erano vittime ed aguzzini, come accade ovunque, ma lì non si poteva dirlo, non ad alta voce, per lo meno.
Nessuno scrupolo di coscienza quindi, fino a quando il prete, non si sa per quali oscuri motivi, decise di sostituire gli allora cronisti sportivi proprio con la Vale. I due predecessori non erano granché bravi, a dirla tutta non sapevano scrivere. La Vale sapeva già scrivere, allora, ma non ne sapeva di calcio  (e in parrocchia, l’equazione sport = calcio è forte come nel resto d’Italia) ma accettò il posto, chissà perché. Forse non aveva di meglio da fare.
I primi articoli che produsse, a mano su fogli A4 con i buchi, li passava all’allora redattore capo, che li riscriveva su un mac e poi andava via di correttore automatico, producendo risultati spesso ambigui. La Vale aveva provato a dirglielo, di non usare il correttore automatico, ma a lui da un orecchio gli entrava e dall’altro gli usciva. La Vale decise che avrebbe scritto i suoi articoli direttamente sul computer – macchina avveniristica appena comprata dal padre, con word pad. Ma il suo era un pc, e comunque il Correttore Automatico del redattore capo non perdonava lo stesso.
Gli articoli diventavano alquanto surreali, ma il giornale prosperava, per quanto può prosperare un giornaletto parrocchiale.
Si può anzi dire che fosse nel pieno della sua breve età dell’oro.

***

La battaglia campale della Vale contro il Correttore Automatico pareva in stallo.
Lei continuava a fare il suo lavoro: scriveva i pezzi in word, corregeva i refusi, specificava di non modificare niente; il Perfido Correttore, da parte sua, faceva il proprio, di sporco lavoro: inseriva altri refusi, modificava le parole perché quelle usate dalla Vale non le conosceva, scambiava le minuscole e le maisucole.
La Vale continuava con pervicacia degna di miglior causa a chiedere al caporedattore di non toccare gli articoli, il capo continuava beatamente a fare quello che faceva.
Ma una domenica di pioggia l’ennesima violenza refusistica fece traboccare il vaso. La Vale aveva scritto, tanto per cambiare, la cronaca in diretta di una partita assai importante: la capolista del torneo parrocchiale aveva perso contro l’ultima in classifica, e di conseguenza i secondi erano passati in testa.
Quando ebbe tra le mani il giornale constatò con orrore che tutti i verbi erano al passato remoto.
La Vale furiosa andò dritta dal caporedattore:
«Ti avevo detto di non usare il correttore… hai rovinato l’articolo.»
«Quale correttore? I verbi li ho corretti io.»
La Vale tacque qualche istante.
«Così è meglio, no?», fiero.

Così finì l’avventura di Vale cronista  sportiva.

Ex Libris 237 (non credono a nulla)

3 luglio 2016

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Un abile gioco di prestigio, quando lo si osserva da vicino, può far rimanere perplessi, e la cosa diventa ancora più strabiliante se l’illusionista ci svela il trucco e ci dimostra quanto è stato facile ingannarci, quanto siamo stati ciechi a non vedere quello che era proprio davanti al nostro naso. Ci rendiamo immediatamente conto di che giudici incompetenti saremmo di fronte a qualcuno che dichiarasse di poter piegare cucchiai o levitare. Gli scienziati sono i più facili da raggirare perché non sono abituati al fatto che la natura cerchi di ingannarli: credono che quasi tutto ciò che vedono sia vero. I maghi invece non credono a nulla.

Come eravamo: Dreaming

28 giugno 2016

Un vecchio sogno di Ale.

Ho sognato un palazzo antico, con dietro un giardino pensile da cui, noi visitatori, eravamo condotti in una specie di torre sotterranea che sprofondava per una scala concentrica, stanza dopo stanza, nell’oscurità.
Fino a un grande ambiente in fondo alla torre-pozzo: sul soffitto di questo, incombente come un qualche idolo, la statua sul suo trono, fatta di innumerevoli pedine del go.
Poi c’è la gatta che dorme lì, si sveglia, fa un salto, con una zampata ne stacca qualcuna, e comincia a giocarci, si perde nel buio, mentre noi ci addormentiamo.

Ex Libris 236 (assedi)

26 giugno 2016

Guerra

Forse è possibile evitare l’assedio. Basta vivere del balzo tra un belvedere e il successivo.
O magari bisognerebbe sedersi qui, e mandare a memoria i nomi di tutti i ruscelli, di tutte le montagne, di ogni casolare abbandonato e di ogni ripiano per pascolare le bestie. Forse non si può andare via, prima di aver esplorato tutti i sentieri e le radure, gli anfratti della selva e le cavità del suolo come quegli antichi patriarchi del bosco che cambiano aspetto ad ogni stagione e ad ogni estate allungano le radici che li avvinghiano a terra.

***

Nessun luogo vale un assedio.

Come eravamo: Derrick, Klein e quell’altro

21 giugno 2016

In occasione della dipartita di Horst Tappert (prima della scoperta postuma di certi altarini) ad Ale veniva spontaneo questo amarcord derrickiano.

Salutando il compianto Horst, che tante pre-cene allietò con le sue melanconiche inchieste per le strade di München, un pensiero ci sovviene.
Dunque: c’era il mitologico Stephan Derrick, e ok.
C’era il fido e un po’ stolido Harry Klein, col mascellone debitamente teutonico di Fritz Wepper, e d’accordo.
E poi? Vi ricordate di lui?

Ecco: a un certo punto del caso, metti che c’era da affrontare la cosa investigativamente più pallosa (che so, controllare sull’elenco quanti Otto Schumacher ci stiano a Monaco, verificare gli alibi degli 80 operai della fabbrica il cui padrone stronzo è stato or ora ammazzato, perquisire uno per uno i tifosi del Bayern che sciamano dall’Olympiastadion); ok, il buon Derrick chiedeva al devoto Willi Berger, questi rispondeva senza batter ciglio “va bene”, e mezz’ora dopo forniva i risultati del titanico sforzo, per poi scomparire lasciando Stephan e Harry a risolvere da par loro il caso.
Così, per 23 anni e 159 episodi Willy Schäfer si è portato a casa la pagnotta. Nient’altro si sapeva di Berger, nessuna caratterizzazione psicologica, aneddoto, approfondimento narrativo, niente di niente. Fosse stato ogni volta uno sbirro diverso, nulla sarebbe cambiato nell’economia del telefilm.
Però, però.
Alla fine ci si affezionò a quell’umile funzionario della polizia tedesca, a quell’eroico attore che invecchiò recitando con la massima neutralità un personaggio che non esisteva se non negli interstizi di un meccanismo poliziesco sempre uguale a sé stesso.

Onore a Willi/Willy.

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