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Ex Libris 236 (assedi)

26 giugno 2016

Guerra

Forse è possibile evitare l’assedio. Basta vivere del balzo tra un belvedere e il successivo.
O magari bisognerebbe sedersi qui, e mandare a memoria i nomi di tutti i ruscelli, di tutte le montagne, di ogni casolare abbandonato e di ogni ripiano per pascolare le bestie. Forse non si può andare via, prima di aver esplorato tutti i sentieri e le radure, gli anfratti della selva e le cavità del suolo come quegli antichi patriarchi del bosco che cambiano aspetto ad ogni stagione e ad ogni estate allungano le radici che li avvinghiano a terra.

***

Nessun luogo vale un assedio.

Come eravamo: Derrick, Klein e quell’altro

21 giugno 2016

In occasione della dipartita di Horst Tappert (prima della scoperta postuma di certi altarini) ad Ale veniva spontaneo questo amarcord derrickiano.

Salutando il compianto Horst, che tante pre-cene allietò con le sue melanconiche inchieste per le strade di München, un pensiero ci sovviene.
Dunque: c’era il mitologico Stephan Derrick, e ok.
C’era il fido e un po’ stolido Harry Klein, col mascellone debitamente teutonico di Fritz Wepper, e d’accordo.
E poi? Vi ricordate di lui?

Ecco: a un certo punto del caso, metti che c’era da affrontare la cosa investigativamente più pallosa (che so, controllare sull’elenco quanti Otto Schumacher ci stiano a Monaco, verificare gli alibi degli 80 operai della fabbrica il cui padrone stronzo è stato or ora ammazzato, perquisire uno per uno i tifosi del Bayern che sciamano dall’Olympiastadion); ok, il buon Derrick chiedeva al devoto Willi Berger, questi rispondeva senza batter ciglio “va bene”, e mezz’ora dopo forniva i risultati del titanico sforzo, per poi scomparire lasciando Stephan e Harry a risolvere da par loro il caso.
Così, per 23 anni e 159 episodi Willy Schäfer si è portato a casa la pagnotta. Nient’altro si sapeva di Berger, nessuna caratterizzazione psicologica, aneddoto, approfondimento narrativo, niente di niente. Fosse stato ogni volta uno sbirro diverso, nulla sarebbe cambiato nell’economia del telefilm.
Però, però.
Alla fine ci si affezionò a quell’umile funzionario della polizia tedesca, a quell’eroico attore che invecchiò recitando con la massima neutralità un personaggio che non esisteva se non negli interstizi di un meccanismo poliziesco sempre uguale a sé stesso.

Onore a Willi/Willy.

Ex Libris 235 (metodi)

19 giugno 2016

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Questo è forse l’unico accenno di metodo che ho, non ascolto proprio mai gli altri. Può sembrare altamente arrogante e invece per me è metodo, perché credo che quello che passa nel tuo lavoro – sia un disco, sia un quadro, sia un romanzo – deve essere esclusivamente l’espressione di te, e non debba mai in nessun caso essere modificato neanche da un minimo dubbio istillato dall’esterno. Quella che entra nelle canzoni, nei testi, è una miscela che amo moltissimo di realtà e di bugia, che ho fatto diventare una specie di linguaggio personale. Quando scrivo cerco di raccontare alcune verità nitide, immediatamente controbilanciate da menzogne altrettanto precise, altrettanto chirurgicamente precise, perché le bugie quando si raccontano devono essere perfette. Tanto più nelle canzoni: devono essere quasi enigmistiche. C’è una capacità di menzogna divertita, quindi enigmistica, che nelle mie canzoni è sempre presente. A che cosa serve, è presto detto. Interpreta un ruolo preciso che deve rendere non autobiografico il lavoro di anni che senza la mediazione dell’alterazione della realtà diventerebbe odioso. La tua arte non può raccontare solo la tua vita, non può essere così limitata.

Come eravamo: Gli amici di Nando

15 giugno 2016

Ricordando un indimenticabile fax ricevuto in ufficio da Ale 7/8 anni fa (la richiesta riguardava un giornale televisivo).

Testuali parole (per quel che si capisce):

“Chiediamo a gran voce
i film di Nando Cicero,
rimedio sicuro contro
i film di violenza che
fanno da padrone in tv.
Per lo meno ti mettono
allegria e ottimismo
nelle vene e nel cervello.

Ultimo tango a Zagarolo*
Il gatto mammone
Bella ricca lieve difetto fisico…
La soldatessa alle grandi manovre
L’insegnante

etc. etc.

Due western bellissimi:
Il tempo degli avvoltoi
Due volte Giuda

Grazie di cuore.
Un gruppo di amici.”

Dimenticavano i tardi capolavori, W La Foca e Paulo Roberto Cotechiño centravanti di sfondamento, ma insomma, il senso era chiaro.

* Per la precisione sarebbe Zagarol.

 

Ex Libris 234 (supersizing)

13 giugno 2016

Dilemma

[…] l’aumento della quantità, il supersizing, non è stata un’idea originale dei produttori di cola. Il merito va a un signore di nome David Wallerstein. Fino alla sua morte, avvenuta nel 1993, questi sedeva nel consiglio di amministrazione della McDonald’s; ma negli anni Cinquanta e Sessanta lavorava in una catena di cinema del Texas, dove faticava ad aumentare le vendite di bibite e popcorn, merci con alte percentuali di ricarico sulle quali i cinema contano per fare profitti. Secondo quanto è riferito da John Love nella sua storia ufficiale di McDonald’s, Wallerstein le aveva provate tutte: offerte due per uno, sconti speciali per gli spettacoli pomeridiani, ecc. Ma non riusciva a spingere i clienti a comprare più di una bibita e un sacchetto di popcorn a testa. Ebbe però un’intuizione: forse la doppia razione era sgradevolmente associata all’ingordigia, e come tale motivo di imbarazzo per il cliente all’atto dell’acquisto.
Come Wallerstein scoprì, la gente non si faceva scrupolo a comprare quantità maggiori (molto maggiori) di popcorn e bibite, a patto che fossero servite in un’unica confezione gigante. Nacquero allora il barattolo di popcorn da sessantaquattro once (poco meno di due litri), il Big Gulp, un secchio di bibita anch’esso da un paio di litri, e qualche tempo dopo il Big Max e le porzioni jumbo di patatine, anche se ci volle un po’ di fatica per convincere Ray Kroc, il fondatore di McDonald’s. Nel 1968, Wallerstein andò a lavorare proprio per la grande catena di fast-food e cercò in tutti i modi di convincere Kroc delle viertù del supersizing.
“Se la gente vuole più patatine”, diceva il boss “ne può comprare due sacchetti”. Wallerstein cercava pazientemente di spiegare che i clienti di McDonald’s erano riluttanti a chiedere il bis, anche se ne avevano voglia: non volevano fare la figura dei mangioni.Poiché Kroc non abbandonava il suo scetticismo, l’altro cerò qualche prova pratica delle sue affermazioni. Si mise a fare la posta in vari fast-food dell’area di Chicago e a osservare il modo di mangiare dei clienti. Notò che molti succhiavano rumorosamente con la cannuccia le ultime gocce della bibita e tiravano su con le dita frammenti di sale e pezzettini bruciacchiati che giacevano sul fondo del sacchetto di patatine piccolo. Wallerstein presentò i risultati delle sue osservazioni a Kroc, che cedette e autorizzò l’aumento delle porzioni. Il clamoroso aumento delle vendite confermò le intuizioni del direttore commerciale. Evidentemente ci frena un tabù culturale profondamente radicato nei confronti della gola, che dopo tutto è uno dei sette peccati capitali. Wallerstein ottenne la sua (moralmente opinabile) vittoria con un equivalente gastronomico della dispensa papale: a tutti razione super! Aveva scoperto il segreto per aumentare la capacità dello stimaco umano, che si supponeva fosse fissata.

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Come eravamo: Gigi

8 giugno 2016

Così Vale ricordava il vecchio Gigi, verso la fine del 2008. Da poco abbiamo vissuto un’esperienza simile con Aristillo. Non bisogna aver paura di raccontare il dolore.

Mio padre ha assistito il suo, di padre, negli ultimi attimi della sua vita.
Mio nonno era in ospedale, era malato di diabete. Da giovane non si era mai piegato davanti ai fascisti. Ho l’onore di aver conosciuto un uomo che non ha mai alzato la mano nel saluto, mai. Ci prendeva le botte, per questo, ma ne dava anche. Nonno era un carpentiere e ha lavorato alla costruzione del circo per la scena delle corse delle bighe in Ben Hur. Fumava come un turco. Ha smesso solo quando gli hanno tagliato la gamba.
Quando ho chiesto a mio padre se nonno avesse sofferto, lui ha risposto di no. Dormiva. Ad un certo punto ha emesso un lungo respiro, poi basta.

Anni dopo.
Gigi, il gatto di famiglia, si è ammalato verso giugno. È parso riprendersi, grazie alle cure e alle flebo che gli faceva mio padre. Poi è arrivato agosto, e papà con mia madre, mia sorella Anna e la bimba sono andati in Austria. Io ero rimasta a casa, con Gigi.
Gigi è peggiorato in modo brusco. Il dieci stava male. L’undici l’ho portato dal veterinario. Gli davo una medicina a base di cortisone, che non serviva ad altro che a placare il dolore. il dottore mi disse di passare il tredici, per vedere come andavano le cose.
Il dodici sera Gigi non si reggeva in piedi. Respirava con affanno. Ogni tanto chiamava. Io ho avuto anche il coraggio di lasciarlo solo una decina di minuti, stronza che non sono altro, per mangiare un pezzo di pizza. Lui si era rifugiato nel bagno usato da mio padre, dove c’era un bel fresco. Avevo provato a portarlo in mezzo alla roba di mia madre, forse sentendo l’odore si sarebbe tranquillizzato, ma lui voleva stare nel bagno.
L’ho assecondato, poi ho telefonato ad Ale, pregandolo di venire da me. Ha attraversato di corsa la città.
Gigi miagolava. Forse aveva paura. Allora mi sono sdraiata accano a lui, parlandogli e carezzandolo. Non ha più chiamato, allora si vede che se n’è accorto. Se quando Ale fosse arrivato Gigi sarebbe stato ancora con noi, avrei chiamato il dottore sul cellulare, anche se era tardi.
Ma ad un certo punto Gigi ha inspirato più forte. Un lungo tremito lo ha percorso, mentre espirava.
Il suo pelo, vanto di seta negli anni in cui stava bene, era diventato moscio ed opaco, ma dopo il passaggio di quel fremito ha ritrovato tutto il suo splendore.
Gigi era di nuovo il magnifico gatto che era stato in vità.

Ho pulito il posteriore e la coda dalla pipì densa che gli era sfuggita. L’ho avvolto in una bella pezza di lino, presa dall’armadio di mia madre, e l’ho adagiato sul mio letto.
Per fortuna Ale è arrivato e mi ha fatto compagnia. Per fortuna c’era Cat insieme a me.

Sono passati due anni e mezzo.
Lo sento. Gigi è nell’acqua che mi disseta, nel profumo dei boschi, nel succo dolce della frutta. I cattolici dicono che gli animali non hanno anima. Sbagliano.
Gli animali hanno anime grandi, inconcepibili per certi meschini esseri umani.

Ex Libris 233 (Italiani brava gente. E anche un po’ cialtroni. Sicuramente smemorati. Forse da sempre fascisti. Anche oggi.)

5 giugno 2016

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Tecnicamente l’operazione di smontare i blocchi come tanti tappi di champagne era difficilissima, ma era l’unica che avrebbe potuto sortire qualche risultato.

Inoltre c’era l’incubo pioggia ad impedire sonni tranquilli all’ingegnere e alla sua equipe. Comunque era stato deciso che pioggia o non pioggia la stele sarebbe stata smontata. Non si poteva correre il rischio, e i tecnici non volevano ritardare oltre, di rimandare un’operazione tanto delicata.

Sotto la stele quella sera del 7 novembre 2003 erano assiepati giornalisti, una nutrita delegazione etiope e dei passanti incuriositi da quella piccola folla che si era concentrata nei dintorni. Tutti con il naso all’insù, chi puntava le telecamere e chi, come gli etiopi, cantava inni patriottici. La stele, pezzo per pezzo, come se fosse un edificio Lego, spariva dallo spazio visivo di Roma.

I tecnici erano nervosi, con il fiato sospeso. La paura di fallire era grande. Nei video che ci sono arrivati di quella giornata possiamo vederli muoversi a scatti, gli occhi preoccupati sotto l’elmetto. Gli etiopi invece erano sorridenti, con i loro gridolini di gioia e il loro orgoglio di patria.

Per fortuna tutto finì bene.

I tecnici tirarono un sospiro di sollievo. E i blocchi della stele furono trasportati su un camioncino che portava, non a caso, una targa con su scritto «trasporti speciali».

Solo Vittorio Sgarbi borbottava:

È un delitto smontare l’obelisco e portarlo via in un paese dove non verrà rimontato e resterà per altri cinquant’anni chiuso in un magazzino.

Vittorio Sgarbi era di fatto in aperto contrasto con la decisione del Consiglio dei ministri. Ci furono raccolte di firme, polemiche, scontri verbali abbastanza cruenti.

E in effetti c’è da dire che la stele finì in un magazzino. Ma non in un magazzino etiope come pensava Sgarbi, ma in un magazzino italiano.

Infatti dal momento dello smontaggio a quello dell’effettiva restituzione all’Etiopia passarono anni. La stele rimase dimenticata, coperta da una tela incerata, nel cortile della caserma di Polizia di Ponte Galeria.

Come eravamo: In tempi non sospetti

1 giugno 2016

Quando GB era ben di là da venire, Vale concionava così sul tema.

Ci tiene a far sapere che continua a pensarla allo stesso modo e meno male che c’è Moka.

(nel frattempo i nipoti sono cresciuti. La questione della lagna è rimasta, ma nel frattempo abbiamo conosciuto abbastanza madri da equilibrare un po’ di più i due schieramenti)

C’è una cosa del cosiddetto “mio prossimo” che mi fa salire la pressione. Devo dire in anticipo che questo prossimo è quasi sempre di genere femminile, ed avevano ragione i due maestri a scrivere che la costante della donna è la lagna.
Come donna potrei sentirmi offesa, ma – non so perché – questo non avviene. Non mi sento offesa. La costante delle donne è la lagna, lo dicevo anche a un mio amico che ha ancora certe truci idee maschiliste (come possa essere amico mio, è un altro mistero), e quando lui per scherzare ha detto, eh, tu lo sai bene, ho pensato che in effetti io non è che sia tanto donna.
Per donna, prima che ve ne usciate con le solite battute sceme, intendo l’archetipo che la società fallocentrica ha costruito sul genere umano femminile. In questo senso, posso tranquillamente affermare che non sono una donna, e sì, le donne fanno la lagna.
Ma eravamo partiti dal mio prossimo. Le mie prossime (le vecchie del paese, le parenti non strette, le “amiche” di famiglia) si ritrovano prima o poi a farmi tutte (ed è capitato che qualcuna me la facesse più volte) la stessa domanda, che rientra nella categoria lagna*:
«Ma tu un figlio quando lo fai?»

Silenzio. Il silenzio è dovuto (purtroppo?) a mia madre, che mi ha educato talmente bene che – pur volendo – non riesco a far venir fuori le parole che desidero pronunciare con tutto il cuore:
«Che cazzo te ne frega?»
Devo ammettere che non faccio salti di gioia alla prospettiva di un figlio. Certo, ci penso, ma chi non ci ha mai pensato? A volte credo che non sarei abbastanza mamma, nonostante mi scopro a trattare i gatti come figli. Se ci riesco con un micio, posso riuscirci con una roba che esce dal mio corpo? Forse sì. Di certo non sarei una di quelle madri che stressano sé stesse, il figlio e il resto del mondo con le proprie idiosincrasie. Cercherei di educare mio figlio o mia figlia al rispetto, non in prima persona, ma assumendo maestri insuperabili, in quanto ad educazione.

(immaginare foto di nostro nipote con gatta)

Conosco madri che rabbrividirebbero, alla visione della foto di mio nipote che stringe teneramente Hermione, che da brava gattina paziente capisce che il pupo vuole solo coccolarla**. Anche queste madri rientrano nella categoria della lagna.

A volte, per evitare di rispondere alle lagnose, mando giù troppe battute cattive. Ho letto nell’ultimo romanzo di Stephen King che il protagonista, quando sente che la sua rabbia sta per esplodere, picchia una bambola di pezza.
Adoro i miei nipotini, anche quando sono loro a fare la lagna (Vale è troppo piccolo, ma vi assicuro che Iris è grande abbastanza da farla coscientemente, la lagna).
E conoscendo certe mie reazioni, vorrei chiedere un favore al mio amatissimo.
Ale, so che tu vuoi un paio di bimbe, e io sarò felice di farle per te. Ma, per favore, insieme alle due bambine, regalami una bambola di pezza.

*: tutto ciò che riguarda i figli è “lagna”
**: essendo cresciuta in mezzo ai gatti, so di che cosa parlo.

Ex Libris 232 (genderizzando)

22 maggio 2016

Critica

Una delle polarità forti su cui insiste il marketing è dividere i consumatori per sesso. Le differenze tra maschi e femmine però sono molto meno marcate di quello che la società tende a evidenziare: ovvero mediamente – se di dualismo vogliamo davvero parlare – c’è molta più differenza tra un individuo lento e uno rapido che tra un maschio e una femmina. A irrobustire queste differenze si chiama poi in causa la scienza: nei giornali aumentano sempre più quegli articoli che ipotizzano basi genetiche o neuronali per i tratti caratteriali, sessuali o morali.
Ma la domanda da farsi non è: “Cos’è un cervello femminile?”, piuttosto: “Chi è interessato a saperlo?” Cioè: quali laboratori fanno ricerche del genere? Con quali soldi? Per quali scopi? Stabilito che il cervello delle donne è più portato al ragionamento analitico*, se ne potrebbe dedurre che un matrimonio musulmano, che può essere poligamico, avrà troppa analiticità mentre quello tra due uomini ne avrà troppo poca. La scienza è chiamata in causa per confermare in maniera incontrovertibile che le identità non sono accidenti sociali, ma fatti certi determinati da una volontà più forte di Dio: il Dna. Però, come sanno gli scienziati più accorti, al di fuori di un paradigma e di una visione del mondo, la scienza non è né vera né falsa.
Forse solo profilattici e assorbenti igienici sono progettati per maschi e per femmine, il resto dei prodotti viene semplicemente confezionato in modo tale da rappresentare il gender: uno stesso shampoo diventa per uomini o per donne tramite una leggera variante di profumazione, ma soprattutto attraverso il packaging: nero e smaltato per i maschi (in assonanza con le cromature delle macchine), in tinte pastello per le femmine (secondo consolidati stereotipi di tenerezza).
La furia di intercettare nuove fasce di consumatori può arrivare al parossismo, e persino il cibo può essere sessualizzato: esiste in commercio uno yogurt sul cui vasetto c’è scritto: “Ti senti gonfia?”, ma anche i maschi possono mangiarlo senza che questo ne comprometta la virilità.
Uno dei primi casi di sessualizzazione delle merci è stato quello delle sigarette Marlboro. Queste in origine erano vendute come prodotto femminile, tanto che il bocchino era color rosso per mimetizzare le eventuali tracce lasciate dal rossetto; ma quando furono pubblicati i primi dati sui pericoli del fumo, molte consumatrici – specie se incinte – smisero di fumare o passarono alle sigarette col filtro. La Marlboro, per non fallire, investì capitali ingenti per trasformare un prodotto da femmine in un prodotto per maschi inventando il mito degli uomini rudi e dei cowboy in controluce (una sigaretta è una sigaretta e il sesso è tutto nel visual). Una convenzione può però essere ribaltata ancora: negli anni Ottanta il ministero della Salute californiano lanciò una famosa campagna antifumo in cui un cowboy, fotografato in perfetto stile Marlboro, si rivolgeva all’amico dicendo: “Bob, ho l’enfisema”, smantellando in una battuta quarant’anni di ruvida mascolinità.

*La notizia è comparsa più volte ma non sembra avere fondamento.

Come eravamo: Spoilers

18 maggio 2016

Ispirati da un blog molto in voga in quel periodo, ci dedicavamo qui a qualche titolo più o meno classico, o letto in quel periodo.

I promessi sposi, Alessandro Manzoni
Si sposano.

Quer pasticciaccio brutto de via Merulana
, Carlo Emilio Gadda
Scopre il colpevole ma non ce lo dice.

Gli indifferenti, Alberto Moravia
Se ne fregano.

Sulla strada, Jack Kerouak
Torna indietro.

La morte a Venezia
, Thomas Mann
Muore.

L’eleganza del riccio, Muriel Barbery
Quella che ha appena scoperto la vita, ci rimane secca.
Quella che voleva rimanerci secca, si farà una vita.
Meditate, gente, meditate…

La solitudine dei numeri primi, Paolo Giordano
Lui si sposa la matematica (scusa ma ti chiamo numero primo);
lei rimane a pensarci un Po.

Io sono leggenda, Richard Matheson
Lui diventa leggenda.

Tre millimetri al giorno, Richard Matheson
Diventa “Tre micron al giorno”, se ho capito bene

La donna del tenente francese, John Fowles
E visse infelice e scontento, con la donna sbagliata, victorian style.
Anzi, no, lei se ne va a fare la boheme preraffaellita col bambino di lui, ma alla fine magari tutto s’aggiusta.
Ma de che, lei è proprio stronza e gli ammolla il due di picche, con la complicità dell’Autore sovrano.
A vostro gusto.

Giro di vite, Henry James
Il bimbo schiatta, e questa parrebbe l’unica cosa certa…

Ex Libris 231 (chi caspita lo vuole, il lieto fine?)

15 maggio 2016

2016-05-13 11.05.40

Volarono per un po’ in un silenzio turbato.

Poi Magrat, che secondo Tata Ogg aveva un talento ingenuo per addentrarsi in terreni pericolosi, disse: «Mi domando se abbiamo fatto bene. In fondo era compito di qualche bel principe».

«Aha!» sbottò Nonna, che volava avanti. «Bell’affare! Da come uno taglia un po’ di rovi si capisce se è un buon marito? Tipica idea da fata madrina! Andare in giro a infliggere un lieto fine a chiunque, che lo voglia o no!»

«Non c’è niente di male in un lieto fine» disse Magrat, accalorandosi.

«Stammi a sentire. Il lieto fine va benissimo, se poi loro sono veramente lieti» fece Nonna, guardando il cielo in cagnesco. «Ma non puoi farlo tu per gli altri. È come dire che l’unico modo di rendere felice un matrimonio è tagliarsi la testa prima di dire ‘Sì’. Non si può creare la felicità…»

Nonna Weatherwax fissò la città in lontananza.

«L’unica cosa che puoi creare» concluse, «è un finale».

Come eravamo: Ascolta un architetto

13 maggio 2016

(La cartolina in fondo è ancora appesa a casa nostra. Grazie a Francesca Dantini per la grafica.)

Meno è più. (Mies)

 

“La forma segue la funzione”: è un fraintendimento. Forma e funzione dovrebbero essere una cosa sola, congiunte in unione spirituale. (Frank Lloyd Wright)

 

C’è un ruolo e una funzione per la bellezza nel nostro tempo. (Tadao Ando)

 

Il design non è realizzare bellezza: la bellezza emerge da selezione, affinità, integrazione, amore. (Louis Kahn)

 

Concepisci una cosa considerandola sempre nel suo contesto più ampio – una sedia in una stanza, una stanza in una casa, una casa in un quartiere, un quartiere nel piano di una città. (Eero Saarinen)

 

Spazio, luce, ordine. Sono cose di cui gli uomini hanno bisogno, come hanno bisogno di pane o di un posto per dormire. (Le Corbusier)

 

Dovete lasciare che chi guarda se ne vada con le sue proprie conclusioni. Se dettate loro cosa devono pensare, avete perso. (Maya Lin)

 

Bisogna barcollare dritti nell’ignoto. (Frank Gehry)

 

Nessuna quantità di pensiero potrà mai rivelare l’inaspettato. (Arthur Erickson)

 

Gli specialisti sono persone che ripetono sempre gli stessi errori. (Walter Gropius)

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Ex Libris 230 (isole)

8 maggio 2016

Torre

Quello che finiva poi per andare perduto era qualcosa di mai posseduto saldamente, neppure nei momenti migliori: il senso di una continuità. Ad esempio: devo fare B anche se non sembra avere uno scopo preciso, non è bello né significativo; lo devo fare perché si trova tra A e C. Per questo tutto quanto era frazionato in piccole isole che non comunicavano, e non ce n’erano altre in vista che trasformassero l’isola su cui ci si trova adesso in un punto di passaggio, nell’anello di una catena, in una fase necessaria. Isolette piazzate in un mare senza confini, che si attraversavano in un minuto, o in cinque; a cui seguivano altre che erano la stessa cosa: con le stesse voci, le stesse maschere, lo stesso vuoto dietro le parole. Cambiavano un poco gli umori e lo sfondo, ma niente altro. E sempre quella duplice paura, di restare indietro e di andare avanti: paura delle isole passate e di quelle future. Si è legati alle teorie del linguaggio, dell’arte, dell’illusione; e anche a fantasticherie senza senso. Come sognare, d’un tratto, di essere un libro privo dei capitoli conclusivi: ci si sente abbandonati per sempre su una pagina incompleta, un volto amato chino sulle orchidee selvatiche, una voce che rompe il silenzio, uno stupido schianto: fissati per sempre, per l’eternità, come in una fotografia malriuscita.

Insomnie

4 maggio 2016

Ogni tanto mi capita di soffrire di insonnia. Non riesco ad addormentarmi e mi fisso su particolari insignificanti o eventi tristi, o cose che mi hanno fatto arrabbiare e spesso questo mi porta ad arrovellarmici ancora di più, e a incazzarmici ancora di più, cosa che alimenta la mia insonnia e mi costringe a continuare a pensare alle cose che mi fanno incazzare in un circolo vizioso impossibile da spezzare. Un bel problema, invero. Capita anche, più produttivamente, che qualche idea notturna venga a visitarmi, per un bel libro nuovo (come se non ne avessimo già abbastanza); lì il busillis è semmai quello di tenerla a mente, e al limite raggiungere al buio il taccuino su cui immortalarla.

Ma altre volte può anche succedere che passi il tempo nel letto con gli occhi sbarrati a chiedermi come diamine si chiamino quei tizi… quelli lì, insomma, dai, loro, che ce l’hai sulla punta della lingua, e invece… Tipo, quel famoso gruppo prog rock, oh, proprio non viene, e Ale non lo si può svegliare che domani lavora. Per quanti sforzi faccia, non riesco a ricordarmelo. E allora, quando arriva il sonno benedetto, sogno di conseguenza.

Dovevamo andare a un concerto di questi qui, manco a Slumberland sapevo come si chiamassero. Dai, loro, quelli di Elephant Talk e Matte kudasai, no? Il concerto era in Australia, dietro l’angolo insomma, comunque atterriamo down under, scendiamo dall’aereo e prendiamo la corriera per arrivare in città, manco quella mi ricordo. Fosse Melbourne o Sydney, comunque somigliava sospettosamente a Centocelle.

Quando siamo scesi dalla corriera, peraltro, è caduto un enorme ragnone giallo sulla spalla di Ale. Io ho fatto un salto all’indietro, e lui mi fa: che è, che succede? Gli dico: avevi un ragno gigantesco sulla spalla, ora è caduto. Ho provato a toglierlo dalla strada ma mi sono accorta che era morto, povero. Tanta fatica e tanto spavento per niente.

Con GB in braccio a turno, ci siamo diretti verso il posto dove si sarebbe tenuto il concerto, ci siamo anche fermati a mangiare qualcosa in un fast food, meno male che adesso esistono anche i fast food vegan, e nel sogno almeno quello me lo ricordavo! Dopo l’odissea raggiungiamo il luogo del concerto, solo che non è più un concerto: sono le riprese del video di Matte kudasai, in una di quelle case fighette tutte vetro e cemento in mezzo al bosco che si vedono su “AD”. C’era il complesso che suonava (fisicamente erano una sorta di Simply Red brutti – non che gli originali… – e hipster) e un graffito sul muro con il nome del gruppo.

Ah, finalmente risolto il mistero: erano gli “Spandau Ballet Sucks”, come diamine ho fatto a scordarmene.

 

Ps Sì, lo so che quelli veri sarebbero i King Crimson, non vi preoccupate, stordita sì ma non esageriamo.

Ex Libris 229 (la verità nascosta nei romanzi)

1 maggio 2016

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Quando scrivo io cerco di esprimere il mio modo di essere nel mondo. Si tratta principalmente di un processo di eliminazione: una volta eliminate tutte le parole morte, i dogmi di seconda mano, le verità che non sono tue ma di altri, i motti, gli slogan, le sfacciate bugie del tuo paese, i miti della tua epoca storica; una volta tolto di mezzo tutto ciò che deforma l’esperienza e le fa assumere un aspetto che non riconosci e in cui non credi, ciò che ti resta è qualcosa che si approssima alla verità della tua concezione. È questo che cerco quando leggo un romanzo: la verità di una persona, nella misura in cui può essere restituita mediante il linguaggio. Quest’unico dovere, debitamente perseguito, produce risultati complicati e vari. Non è certo un appello all’autobiografismo, anche se ci saranno sempre autori che confondono il desiderio di verità personale del lettore con l’invito a scrivere un trattato, o un discorso, o un libro di memorie malamente mascherato in cui gli eroi sono loro stessi. La verità del romanzo è questione di prospettiva, non di autobiografia. È ciò che non puoi evitare di dire se scrivi bene. È la filigrana dell’io che traspare da tutto ciò che fai. È la lingua come rivelazione di una coscienza.

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