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Ex Libris 301 (sulla verità)

21 gennaio 2018

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– Di cosa vuoi parlare?
– Della verità. Perché è così difficile che venga fuori? Perché la nascondiamo, perché la temiamo? Perché ho paura di ammettere che un giorno ho ucciso? Perché mi hanno picchiato, cosa volevano? Saprò mai la verità su quello che mi è successo?
– Ho appena attraversato tutta la città – disse Jorge. – Ho incontrato ombre di auto, persone, case. Non so cosa accadeva dentro le auto e dietro le finestre, non so cosa c’era nel cuore di quei passanti. La verità non è una cosa che si porta in tasca e si mostra, non è una lucetta che ti si accende sulla fronte segnalando “ecco, sta dicendo il vero”.
Noi vorremmo stringerla in pugno, chiuderla in una scatola o in una cella. Ma la verità è un fiato nel buio. Bisogna avere la pazienza di ascoltare, poco alla volta distingui le parole, e lei appare. E quando la verità alza la voce e urla troppo forte, allora qualcuno chiude le orecchie oppure spara per farla tacere. Noi gatti percepiamo frequenze altissime, inavvertibili da voi umani, suoni che vi farebbero sanguinare le orecchie. In quelle voci che non potete udire, forse ci sono tante verità.
– Per questo è così difficile incontrarla! – disse Gasperini. – Grazie Jorge. Staremo bene insieme. Hai fame? Vuoi che ti annaffi, pardon, che ti dia da bere?
– No, sono stanco, vorrei dormire. Nascondimi sotto le coperte.
– Ecco una bella immagine della verità: un gatto nascosto sotto le coperte.
– Letterariamente si può fare di meglio, – disse Jorge – ma ti insegnerò a scrivere, e tu mi insegnerai a curarmi con le piante. Buonanotte, che la verità di appaia in sogno.

 

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Madamina, il catalogo è questo

16 gennaio 2018
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L’amico Eugenio Saguatti qualche giorno fa postava che coi programmi di lettura per il 2018 aveva da leggere per un buon quarto di secolo.

Conosco bene il problema in questione. In effetti anch’io ho qui sul computer un file, anodinamente marcato Libri, che elenca uno via l’altro una serie di titoli. Suddetto documento consta di 33 pagine word.*

In Garamond 14, fanno 25 righe a pagina. Un rapido calcolo ci rivela che in lista ci sono all’incirca 800 titoli. Paura eh?

Ora, dentro ci sta davvero di tutto: libri che voglio affrontare da anni e anni, libri di cui ho letto una recensione che mi ha incuriosito, libri di cui so quasi niente ma che ho trovato citati en passant in altri libri, o in interviste, o in saggi. Basta la minima scintilla perché il catalogo si allunghi di un titolo.

Le prime 3 pagine sono dedicate a libri per GB; seguono altrettante di titoli che penso possano interessare a Vale, o che lei stessa mi ha segnalato in tal senso. Quindi una dozzina di pagine di titoli di narrativa, con un po’ di poesia in mezzo. Una decina dedicate alla saggistica varia. 4 altre pagine di saggistica in cui la tematica si restringe a temi antispecisti ed ecologici. Un paio di pagine finali su fumetti e libri illustrati.

Ogni sezione è in rigoroso ordine alfabetico di autore, e corredata di note sulla reperibilità o meno dei titoli in questione nel nostro polo bibliotecario.

Per dire, la narrativa inizia con Chimamanda Ngozi Adichie e finisce con Stefan Zweig; l’arco dei saggi si allunga da Peter Ackroyd a Heinrich Zimmer; l’eco/antispecismo va da Ralph Acampora a Jonathan Weiner; la fumetteria & Co. da Barbara Baldi a Jakob Wegelius.

Non voglio sapere quanto tempo sarebbe necessario per esaurire l’elenco, che è ahimé quasi quotidianamente aggiornato, cosicché per ogni titolo che esce ne entrano millanta altri.

Del resto, è noto.

Ma, nonostante tutto, affronto l’impresa di Sisifo come se potessi portarla a termine.

 

* Curioso: lo stesso esatto ammontare di pagine di un altro file, chiamato altrettanto anodinamente Musica.

Ex Libris 300 (salvate Dio)

14 gennaio 2018

Arca

E da cosa va salvato Dio?
“Intanto da questa obbedienza agli uomini, che lo consuma. Nelle loro religioni, gli uomini intrecciano reti di divieti, risposte obbligate e permessi, per esercitare un controllo sulla realtà: perché la realtà non li tocchi più di tanto. Codificano in quelle reti ciò che già sanno  – ciò che il loro piccolo io sa – per impedirsi di sapere di più: e le addossano a Dio, che deve accettarle e garantirle, per non venir licenziato.” […]

Cioè sono gli uomini a dirlo e Dio si adatta?
“Già. Sono gli uomini a dirlo e volerlo sentir dire, e Dio lo deve ripetere; ma a un certo punto un uomo disobbedisce. Così libera Dio dalle sue incombenze forzate.”

E allora che succede?
“Dio torna a essere il Dio – El – che è sempre più in là. Così come la luce è sempre più in là: perché gli uomini vedano attraverso di lui, nonostante tutte le loro obbedienze.”

L’autoproduzione è la vera rivoluzione – segnalazione

8 gennaio 2018

La nostra amica Grazia Erbaviola ha messo su un progetto di autoproduzione! Sai la novità, mi direte voi. Eh, solo che questa volta riguarda l’editoria e parte dal basso. C’è la solita cura maniacale dei dettagli, il libro è bello esteticamente, e anche a materiali. Vi lascio il link (click sull’immagine):

Si tratta di un crowdfounding: i sostenitori danno una donazione e ricevono in cambio una copia del libro. I soldi serviranno a pagare chi ci ha lavorato, perché questa non è una cosa “autoprodotta” nel senso che uno si sveglia una mattina e decide di battere alla disperata sul computer, poi apre paint e fa una copertina, poi pasticcia con indesign (se va bene) e impagina il tutto e lo mette in vendita.

Quanto al contenuto posso solo dirvi che Grazia ha un sacco di aneddoti, e anche solo quelli valgono la spesa. Ma io immagino che ci saranno anche suggerimenti che indicano una possibile strada per migliorare la propria condizione. Perché è vero, l’autoproduzione è la vera rivoluzione.

(Per fare un esempio riandando alla questione numero uno della scorsa settimana: coltivarsi le proprie verdure, anche i pomodori in un vaso, invece di etichettarli uno per uno al supermercato ed evitare il sacchetto in mater-bi sentendosi fichissimi.)

Ex Libris 299 (se non hai dubbi, non sei uno scienziato)

31 dicembre 2017

È il fascino dell’ignoto a muovere gli scienziati. Questo è dovuto in parte alla comprensione intuitiva del fatto che quante più cose scopriamo, tanto più si aprono gli spazi prospettici della nostra ignoranza.

C’è da meravigliarsi, quindi, che ci siano persone – tra le quali non mancano educatori, giornalisti, scienziati – che non sembrano in grado di afferrare quest’intuizione. Per loro la scienza riguarda esclusivamente i fatti – come nel programma pedagogico di Mr. Gradgring in Tempi difficili di Charles Dickens. I fatti equivalgono alla verità e la scienza, sembrano pensare, è un gioco a somma zero, tutto incentrato sull’accrescimento quantitativo della verità e sul corrispondente calo del volume netto dell’ignoranza. In realtà la scienza non ha a che fare né con i fatti né con la verità, ma con la quantificazione del dubbio. Nell’angolo angusto di realtà che è a noi accessibile, gli scienziati riescono a imporre dei limiti alla nostra ignoranza, ma non possono bandirla per sempre. E, ripeto, quanto più scopriamo, tanto più esteso ci apparirà l’oceano dell’ignoranza. Il commento, quasi scontato, a ogni nuova scoperta – che “solleva più problemi di quanti ne risolve” – è un ben motivato cliché. Quando vado a parlare agli scienziati dei meccanismi interni di “Nature”, io dichiaro sempre – con orgoglio – che tutto quello che la rivista pubblica è “sbagliato”. Non dovrebbe essere così sorprendente come invece risulta. Dopo tutto, nessuna delle risposte che la scienza ci fornisce è mai l’ultima parola, né potrebbe esserlo. Ogni scoperta scientifica è provvisoria, destinata a essere spodestata, grazie ai risultati raggiunti con la raccolta di ulteriori dati, con i progressi della strumentazione, con la comparsa di nuove idee. […] la scienza inizia e finisce con un tentativo di valutazione dell’ignoto, della vastità della nostra ignoranza: ciò esige umiltà, non arroganza, dinanzi alle evidenze. Credo sia qui che le anime coraggiose, nel loro tentativo di frapporre una diga contro la marea montante dell’ignoranza volontariamente scelta (spesso per motivi religiosi), abbiano fallito. Non avrebbero dovuto proclamare a gran voce le virtù della scienza, del vero e – sì – dei fatti, contro la pseudoscienza e la superstizione; avrebbero dovuto, invece, ammettere ciò che era ovvio.

Vale a dire che la scienza non ha a che fare con la verità, ma col dubbio, non con la conoscenza, ma con l’ignoranza, non con la certezza, ma con l’incertezza. Mai, nel campo della ricerca umana, è accaduto che così tanti riuscissero a sapere così tanto su così poco. Solo i creazionisti […] possono assopirsi avvolti nel calore ingannevole della verità, della conoscenza dei fatti – perché già sanno le risposte, avendole accettate senza discutere, trasmesse da un’autorità superiore, come un bambino dal padre.

Gli scienziati […] che sono cresciuti e si sentono quindi capaci di cercare da soli le risposte piuttosto che riceverle dall’alto, dovrebbero essere in grado di trasmettere al pubblico lo stupore senza fine – l’avvertimento di una spaventosa grandezza, il terrore, il senso della nostra insignificanza – generato dal confronto con l’ignoto.

Auguri propositivi

29 dicembre 2017

I migliori auguri per un nuovo anno di connessione vera, quella con la nostra natura.

Il panico meridiano, in cui gli uomini si rendevano improvvisamente conto della natura come totalità, ha il suo corrispettivo in quello che, oggi, è pronto a scoppiare ad ogni istante: gli uomini attendono che il mondo senza uscita sia messo in fiamme da una totalità che essi stessi sono e su cui nulla possono.

Adorno/Horkheimer, Dialettica dell’illuminismo

Se mi hai visto bruciare
Sai come brucio bene
Nel crepuscolo fiammeggio,
Ardo, la notte non mi spegne

Helen Hammill

Del perché Artena non fa schifo (ma la gente scappa comunque)

27 dicembre 2017

Tutti ormai sanno che a febbraio avremmo… sì, avremmo dovuto traslocare. Ci ho fatto tanto di post in pompa magna. Finalmente me ne vado, weeeee! E invece no. Cosa è successo? Beh, l’ho scritto in un post su facebook, post diretto solo a quei pochi amiche e amici che si sono interessati della cosa, e che – dopo tutto il casino che ho fatto – meritavano una spiegazione.

Questo post era lunghetto, ma sento di poterne fare una sinossi senza omettere passi importanti. In pratica: le persone che da un anno e mezzo erano lì per affittarci casa, a un mese dal trasloco si sono tirate indietro. La motivazione essenzialmente è una: troppi gatti. Ora, a me di andare in quella casa non sarebbe andato più comunque. Quando loro si sono proposti (sono stati loro a venire da noi, non il contrario) io l’ho detto subito che noi abbiamo tanti gatti. Per loro non era un problema. Il prezzo era un po’ troppo alto, ma se i gatti non erano un problema… e se il posto era più vicino al lavoro di Ale… e se c’era una scuola materna ed elementare in zona… noi ci stavamo. Tutto questo è andato avanti per mesi e mesi. La casa non mi piace, troppo grande e umida, e troppi parenti loro troppo vicino. E il prezzo era davvero alto. La cosa che mi ha fatto rodere della faccenda è che a un mese e mezzo dal trasloco “scopri” che quel prezzo per te è troppo basso. E unilateralmente come le banche, lo alzi. Poi una settimana dopo scopri che sedici gatti sono troppi. Beh, cari miei, dovevate svegliarvi prima. Io non posso imporre né la mia presenza né i sedici gatti, è legittimo, ci mancherebbe. Ma voi dovevate dirmelo subito. La prima volta ho detto “guardate che i gatti sono tanti”. No che mi illudete per un anno e mezzo, durante il quale avrei potuto trovare altre soluzioni. Invece è andata così, e la cosa peggiore è che ora non possiamo più muoverci da qui, non in tempi brevi come speravo, perché le iscrizioni scolastiche ci sono a gennaio. E questi due mi hanno costretta a stare in un posto in cui non voglio vivere, e a iscrivere mio figlio a una scuola che non volevo.

Dopo questo post arriva un tizio a commentare. Vi lascio lo screen, debitamente oscurato per non far identificare il tizio.

Che dire? Analfabeti funzionali ne abbiamo?

Dovrei copiarvi lo status qual era, e non ho voglia, ma sappiate che nel post – né qui sul blog né in qualsiasi altro momento su fb – non ho mai, mai scritto o sostenuto cose come “Artena fa schifo” o “la scuola materna di Artena fa schifo”. Se io dico che qui non mi piace, ha lo stesso identico valore di Ale che mi dice “i capperi non mi piacciono”. Lui è legittimato a toglierli, io non sono legittimata a dire che non voglio vivere ad Artena. Il tizio qui sopra evidentemente non comprende quello che legge, considerando che il post era una lamentela sui miei per fortuna non più padroni di casa. Il tizio qui sopra scatta punto sul vivo ogni qual volta gli si critica la sua perfettissima e preziosissima città, evidentemente.

Sapete una cosa? A me, e l’ho ripetuto nel blog tante volte, Artena piace pure, come posto. Ma quando paghi le tasse e vivi in un posto scomodo da raggiungere, in cui non hai nemmeno i minimi ed elementari servizi (a meno di non possedere la patente nemmeno un giornale puoi comprarti) mi fa un pochetto rodere il culo. Perché le processioni e i mercatini e tutti i cazzi e mazzi vari sono belli belli bellissimi se non vivi al centro storico, se non sei costretta a farti centinaia di metri di salita magari con la spesa, se non devi fare attenzione che non ci siano processioni per ordinare un pacco su internet altrimenti non te lo portano, logico. Ti rode un po’ il culo quando vedi che le strade al centro vengono pulite solo per le “occasioni importanti”, e nemmeno ovunque, ma solo dove passa il corteo. Ti rode il culo quando una sera su tre i lampioni restano spenti e devi fare la strada a tentoni perché non ci si vede una minchia. Ti rode il culo quando per far sostituire una rete arrugginita e accartocciata su sé stessa devi fare una petizione sennò sticazzi. Ti rode il culo quando vedi che chi dovrebbe pulire le strade se ne sta a scaccolarsi davanti al bar, anche se sono simpaticissimi e ti salutano sempre, ma intanto la strada davanti casa continua a essere immonda, piena di cartacce, fazzoletti usati e cacche di cane. Che devi tirar su tu, perché ai maleducati che hanno fatto lo scempio evidentemente piace vivere nello sporco. Ti rode il culo quando ti accorgi che sulla strada (non hai lati, proprio sulla strada) ortiche e parietarie sono alte così, e chi è che le toglie? Quelli pagati per farlo? No, le toglie la vicina albanese. Allora chi esalta tanto “lu più beglio paese del mondo” dal comodo della valle, dovrebbe farsi due domande, se uno dice che vuole andarsene.

Peraltro, i motivi per cui non voglio iscrivere Giordano alla materna di Artena non hanno nulla a che fare con la scuola in sé (vedremo, vedremo se sono a norma gli edifici, per esempio) né tantomeno gli insegnanti. Di questi motivi devo renderne conto solo a un’altra persona: il padre. Nessun altro può permettersi di sindacare su cosa devo o non devo fare e come devo o non devo farlo riguardo a mio figlio, nessuno. Nemmeno i nonni, figuriamoci un cazzeo cazzei qualunque. E comunque il motivo principale è che non avendo la patente ma avendo una bellissima ernia sarò costretta a farmi un chilometro di salita con tredici chili di ragazzino accollato. Starò stesa a letto un giorno su due. Bella la vita, eh, ma io sono la scassacazzi.

Perché io lo ripeto: Artena non fa schifo, ma certi artenesi doc sono uno dei motivi, se non il motivo principale per cui tanta gente vuole scappare via da questo paese, anche a costo di vedersi costretti a svendere casa.

Ps: Ma oh, se l’offerta è sempre valida, oh: venti euro a testa per 14.000 artenesi fanno 280 mila euro. Ci vien fuori una casetta con giardino nemmeno lontana da Roma. Noi accettiamo, seguirà IBAN. Aspettiamo, eh, non mancate.

Ex Libris 298 (fiaba maga)

24 dicembre 2017

Vento lento
mi racconti?
acqua lunga
suoni incanti
buia vaga
sogno e sogni
luna alga
fiaba maga.

Spelacchio. L’insostenibile esistenza del Picea abies

21 dicembre 2017

Tutti si saranno accorti dell’esistenza di Spelacchio, ormai. I meme “divertenti” (tra virgolette, capirete poi il motivo) su di lui, sulle sue condizioni e sulla sua dipartita, le battutine di spirito, gli status ironici, tutto all’insegna della risata. Un altro chiodo sulla bara dell’amministrazione Raggi, per usare una metafora molto in voga tra gli scienziati. E comunque c’è ancora chi difende a spada tratta l’operato della sindaca. Tempo fa per esempio, a risposta di una cosa che scrivevo sotto il post di un’amica (qualcosa del tipo “ma non sa fare nemmeno l’albero di natale!” che dai… mi pare evidente sia una cosa molto più light e scherzosa di quanto è stato detto su Raggi e il suo operato finora…) un grillino piccato è venuto a postarmi questo collage, commentando con qualcosa tipo “stai muta”.

Ora, a parte che io non ho mai detto che Spelacchio è brutto. Chiariamo preliminarmente un paio di cose, se mai ce ne fosse bisogno (come se non lo vada ripetendo continuamente da quando frequento l’internet): 1) Un albero è un essere vivente, può essere più o meno maestoso, più o meno rigoglioso, ma è sempre bello; 2) Palle di natale e lucine! Yeah! Adoro le robe sberluccicose del natale, cavolo, quest’anno ho tirato fuori l’albero a novembre, con la scusa di Giordano. Lucine di natale e palle! Doppio yeah.

Detto questo, lasciatemi dire: palle e lucine non possono compensare il fatto che i rami di Spelacchio siano nudi.

Secondo chiarimento: A me Alemanno fa schifo, faceva schifo come sindaco e l’ho detto e ripetuto tutti i giorni dal primo all’ultimo giorno del suo mandato. Eppure preferisco, e lo ripeto in capslock: PREFERISCO* un albero di quel tipo a Spelacchio. Lasciamo perdere Marino, che non è fatto peggio di quello “firmato” Raggi del 2016.

Tutti quelli che si stupiscono della morte di Spelacchio mi sembrano un po’ caduti dal pero. Ma cosa pensavate che facessero, degli abeti alti 30 metri, dopo un viaggio stressante dal mai troppo freddo nord al caldo umido di Roma? Dopo un mese di luci e calore giorno e notte? Davvero pensavate che gli alberi di natale fosse trasportati con radici e tutto? E anche se fosse, ma avete idea di cosa significhi trapiantare un albero di trenta metri? Io sarò una sempliciona qualunquista ignorante, ma lo so benissimo che se muoiono gli abeti di un metro e venti dell’ikea**, che ve li danno pure con tutte le radici,  figuriamoci un albero vecchio che ha un apparato radicale talmente esteso e complesso che sradicarlo equivarrebbe come tagliare le gambe a una persona. E senza anestesia. Comunque, se non me, ascoltate almeno un Paolo Pejrone, che di questi argomenti un minimo ci capisce.***

Che poi questi siano alberi già destinati al taglio dalle politiche forestali, come dicono i meglio informati**** è un altro discorso. Il fatto è che il peccio, Picea abies (che non è un abete, gli abeti veri sono più resistenti) non vive bene in Italia. Non vive bene nemmeno in Europa se è per questo, il suo posto di elezione è la Siberia. Se ci sono intere foreste di abeti in Europa lo dobbiamo ai nostri antenati, che ce li hanno portati per vari motivi. L’Europa, come dicevo qualche settimana fa, è la patria di faggi e querce. Detto ciò, ormai ci stanno, e comunque anche a me piacciono, e comunque… non è meglio lasciarli lì, invece che sbeffeggiarli in questo modo? Perché se di questo si tratta, del “tanto devono tagliarli”, sorge un’altra riflessione. Se morte deve essere, non può essere dignitosa? Ma che sto a scrive’… qui c’è gente che nega perfino il diritto agli altri animali, di vivere, perché “sono fatti per essere mangiati”. Figuriamoci un albero che non ha “sentimenti” né terminazioni nervose, per citare i grandi classici del pensiero antropocentrico. Tagliamolo pure e sottoponiamolo a una bardatura come questa. O più brutta, magari, come quella del 2016. E poi, via nel pellet. E per sovrapprezzo, prendiamolo per il culo sui social. Tanto non si offende o si suicida come quelle poveracce che riprendono nei momenti intimi per poi rovinar loro la vita.

Ecco. Magari lasciamo stare l’abete bianco e un po’ fascio di Alemanno, che quella striscetta tricolore me la sarei risparmiata. Su google, basta cercare, è pieno di alberi finti bellissimi. Che costano anche molto meno del povero Spelacchio del momento.***** Certo, anche quelli non sono a costo ambientale zero, ma si possono usare e riusare, e poi riciclare. Si potrebbe pensare ad alberi stilizzati, o virtuali, a operazioni di design, ad alberi di pura luce, si potrebbero fare un sacco di cose, sbrigliando a dovere la creatività.

E non mi venite a citare tradizione come ha fatto il fascista, perché se proprio vogliamo, la tradizione di addobbare un albero risale a prima del cristianesimo e ha precisi significati, non mi tirate in ballo la tradizione perché altrimenti potremmo tornare tranquillamente ai denti cavati con le pinze e allo schiavismo. Dopotutto si è fatto così per millenni, no?

* Alemanno no, infatti com’è, come non è, a suo dire non sapeva nulla dell’albero finto e lo ha subito fatto sostituire con “uno tradizionale”. Brutto fascistone.

** Oh, vabbe’, mo non mi ricordo se quelli dell’ikea sono proprio con la radice, mi pare di sì. Comunque alla coop ci sono con radice e istruzioni per tenerli in vita e magari trapiantarli in giardino dopo il 6 gennaio.

*** Sì, lo so, “Dagospia” è tremendo, ma ogni tanto utile, come qui: dovete scorrere un po’ per trovare l’articolo di Pejrone, se non l’avete già letto su “Repubblica”.

**** Più o meno.

***** C’è anche stato chi ha tirato fuori il solito discorso benaltrista: vi fanno parlare di Spelacchio per nascondere le altre magagne. Ecco, a parte che non è che uno può sempre parlare o scrivere di roba seria e preoccupante, ma quando leggo questi commenti o post, oh… a me viene da tirar su gli occhi.

 

Ex Libris 297 (rimboschimenti… ma non abbastanza)

17 dicembre 2017

In Italia ogni anno l’urbanizzazione divora 300 chilometri quadrati di terreno, un valore medio degli ultimi 50 anni. È come se ogni dodici mesi venisse asfaltata un’intera provincia. Questo mostro moderno si chiama “consumo del suolo” e divora la terra di cui si nutre, trasformandola in piazzali, case, capannoni, superfici artificiali. Processo che si verifica in tutto il mondo occidentale. In Italia, però, siamo i primi d’Europa: il 7% del patrio suolo è coperto di cemento, contro una media UE attorno al 4%, poco più della metà.

Avanza però anche un fenomeno contrario e per certi versi oscuro, perché meno misurato: l’avanzata del bosco, l’inselvatichimento. Secondo i dati 2015 dell’Inventario Nazionale delle Foreste, le selve si sono ampliate al ritmo dello 0,6% l’anno a partire dal 2005. In 10 anni, un’area di 6000 chilometri quadrati è uscita dalla sfera di utilizzo umano, tornando allo stato selvatico. In Italia il numero di alberi pro capite è passato da 199 a 210 e si stima esistano 20 miliardi di piante d’alto fusto. Questo rimboschimento naturale è una vera avanzata verde, che segue lo svuotamento delle aree interne.

Ecologia del linguaggio Slight Return

15 dicembre 2017

Non sappiamo se ci avete fatto caso, ma le maggiori inesattezze del linguaggio sono sempre strategie di separazione, esclusione, e in ultima analisi dominio. I due esempi più clamorosi sono sempre quelli: il tracciare una del tutto arbitraria linea di separazione tra gli umani e tutti gli altri animali (da cui la famosa sindrome “Noi contro il resto del mondo”; l’inglobare e annullare il femminile nel maschile (“Il maschile ha la meglio sul femminile”). Per cui, sintetizzando; da una parte ci sta “l’uomo” (niente donne, niente trans, nient’altro che l’uomo col pisello, magari bianco, caucasico e col ciuffo alla Trump), dall’altra ogni altra specie, migliaia e migliaia di forme organiche ridotte a una negazione (non essere umani, l’Animot derridiano).

Il guaio grosso è che le remore ad abbandonare al loro destino il linguaggio specista e sessista non sono solo della massa ignorante, il popolo berciante sul web, i boccaloni delle fake news e gli hater professionisti. Sono anche di numerosi intellettuali, raffinati, coltissimi, engagé, che però se gli dici magari sarebbe il caso di smetterla di utilizzare per esempio insulti a tema animale (siamo sempre , signora mia, non si scappa) – o anche che espressioni come “ridotto a un vegetale” forse potevano essere usate senza preoccupazioni un secolo fa, quando non si aveva un’idea precisa delle incredibili capacità di alberi e piante, ma adesso sono ridicole – strabuzzano gli occhi e dicono “questa discussione non ha senso”, o dicono che l’idea che le parole influenzino le azioni sia più o meno una fisima postmoderna (true story).

Insomma, anche chi è abituato a spaccare certi pensieri in quattro, di fronte a queste scorie psico-linguistiche d’improvviso sviluppa un reazionario attaccamento agli stereotipi più vieti, si adagia comodamente nel culto della tradizione (i bei tempi per dire, dove non c’erano sindache, ingegnere e avvocate a rompere le scatole con queste diamine di a e di e a turbare il placido regno delle o e delle i), del “s’è sempre detto così” (ahia, dolore fisico), dell’innocuità del flatus vocis, se non arriva all’inalberamento per una intollerabile lesione alla libertà d’espressione. Ché, in effetti, s’è anche sempre detto “sporco negro”, “lurida troia”, “frocio di merda”, e chi siamo noi per andare a intaccare queste simpatiche locuzioni che in fondo non hanno mai fatto male a nessuno?

Ex Libris 296 (archeologia in abisso)

10 dicembre 2017

Aspettando

Le strutture lignee che riportiamo alla luce sono secche e polverose. Tante si sono conservate solo perché la sabbia le ha tenute insieme, e appena esposte all’aria si polverizzano. Altre si spezzano alla minima pressione. Non ho idea dell’età del legno. Le leggende dei barbari, pastori e nomadi che vivono nelle tende, non fanno riferimento a uno stanziamento permanente nei pressi del lago. Non ci sono resti umani tra le rovine. Se c’è un cimitero, non lo abbiamo scoperto. Nelle case non c’è mobilio. Ho trovato frammenti di vasellame cotto al sole e qualcosa di marrone, che faceva pensare a una scarpa o a un cappuccio di cuoio, ma mi si è disintegrato sotto gli occhi. Non so da dove può essere venuto il legno per costruire quelle case. Forse in passato galeotti, schiavi e soldati erano costretti a marciare per quel sentiero di quasi tredici miglia fino al lago e poi a tagliare gli alberti di pioppo, segare e piallare il legno e quindi riportarlo sui loro carri fino a queste lande desertiche. Potrebbero aver costruito allora le case e anche il forte, per quanto ne so, e poi essere morti, in modo da permettere ai loro padroni, ai loro prefetti e ai loro magistrati, di salire sui tetti e sulle torri per scrutare il mondo, dominando l’orizzonte da parte a parte per cogliere i segni della presenza dei barbari. Forse con i miei scavi ho scalfito solo la superficie. Forse poco sotto le fondamenta del forte sono sepolte le rovine di un altro forte raso al suolo dai barbari, popolate dalle ossa di genti che pensavano di essere al sicuro dentro le sue alte mura. Forse, quando calpesto il suolo del tribunale, se di tribunale si può parlare, i miei piedi calpestano la testa di un altro magisrato come me, di un altro brizzolato servo dell’Impero, caduto sul campo della sua autorità, finalmente faccia a faccia con i barbari.

Ciao ciao un cazzo

8 dicembre 2017

Ex Libris 295 (ne hanno fatto una religione)

26 novembre 2017

Pochi atei credono nel solo materialismo. Per la maggior parte sono anche umanisti laici, per i quali la fede in Dio è stata sostituita da una fede nell’umanità. Gli esseri umani si avvicinano a un’onniscienza divina attraverso la scienza. Dio non influenza il corso della storia umana; se ne sono fatti direttamente carico gli esseri umani, realizzando il progresso attraverso la ragione, la scienza, la tecnologia, l’istruzione e la riforma sociale.
La scienza meccanicistica in sé non offre alcun motivo per supporre che esista qualche senso nella vita o qualche fine nell’umanità o che il progresso sia inevitabile. Afferma invece che l’universo sia, in ultima istanza, senza finalità e lo stesso vale per la vita umana. Un ateismo coerente, privo della fede umanista, dipinge un quadro fosco, con scarso spazio per la speranza, come chiariva così bene Bertrand Russell. Ma l’umanismo laico è nato all’interno della cultura giudaico-cristiana e ha ereditato dal Cristianesimo la convinzione dell’importanza speciale della vita umana, insieme con una fede in una salvezza futura. L’umanesimo laico per molti versi è un’eresia cristiana, in cui l’uomo ha preso il posto di Dio.
L’umanesimo laico rende accettabile l’ateismo perché lo riveste di una fede rassicurante nel progresso, anziché limitarsi ai fatti dimostrabili. Invece di una redenzione a opera di Dio, gli esseri umani stessi porteranno l’umanità alla salvezza attraverso la scienza, la ragione e la riforma sociale.
Che condividano o meno questa fede nel progresso umano, tutti i materialisti presuppongono che la scienza alla fine dimostrerà che le loro convinzioni sono vere. Ma anche questo è un atto di fede.

Tre passi nel delirio cinefilo o Le 3 finestre della percezione

24 novembre 2017

Andando a stringere, le mie tre somme epifanie filmiche, i 3 che davvero mi hanno insegnato a percepire il mondo.

Inizio anni ’90, Università La Sapienza, aule sotterranee, corso su Michelangelo Antonioni. L’anima dentro e fuori il quadro. Per esempio, il finale de L’eclisse.

Metà anni ’90, mi pare su Rete4, visione di Manhunter, scoperta panscannata e martoriata dalla pubblicità degli abissi della mente e della visione in Michael Mann.

2000, rassegna all’Istituto Giapponese di Cultura, 20 film di Mizoguchi Kenji uno via l’altro, piani sequenza, nebbie, boschi, misteri, e niente sarebbe più stato come prima.