Skip to content

Space clearing e (auspicabilmente) mind clearing

25 marzo 2015

Il riordino, come va di moda chiamarlo adesso, o “metti a posto ‘sto casino”, come ho sempre detto io. Avevo iniziato questo post con una frase cretinissima: “Da qualche tempo mi sto interessando di riordino.” Ma è una cazzata. Io ho sempre lottato contro la mia tendenza al disordine e all’entropia. Tendenza oltre che favorita dalla mia pigrizia – e voi non avete idea del livello e dell’autostima della mia pigrizia – anche dalla fascinazione di questo concetto. Entropia: non è una bellissima parola? Non è il “luogo” in cui è destinato a finire l’intero universo? Beh, mi dicevo (mi dico), io non faccio altro che favorire il destino di tutte le cose. Chi è più aderente al piano di Dio (chiunque o qualunque cosa sia Dio) di me?

Però, c’è sempre un però (Vale torna malamente coi piedi per terra). Ale non è dello stesso parere. Ed effettivamente, devo ammettere che tutti i torti non li ha (cioè, di solito non ne ha nessuno, a parte certe cadute di stile tipo i Baustelle,* ma è comunque roba venale).** Vivere in un ambiente visivamente libero e più vuoto possibile aiuta a non sentirsi troppo sopraffatti. Così mi sono messa a leggere qualche manuale. Tipo questo, a proposito di riordino e organizzazione mentale (che passa anche, inevitabilmente, per quella fisica), in modo da pianificare al meglio riuscendo a trovare il tempo non solo per fare tutto quello che si “deve”, ma anche quello che si “vuole”. Questo libro me l’ha consigliato la nostra amica Grazia, e devo dire che ha avuto il suo perché. Ancora non l’ho letto fino in fondo,*** e ancora non riesco a usare bene la mia bellissima agenda dell’ENPA come potrei e dovrei (ci scrivo anche le cazzate più assurde pur di non lasciarla così desolatamente in bianco, ehm), però intanto mi ha aiutato a togliere tutta la monnezza di cui mi ero circondata sulla scrivania. Quasi tutta. Ci sto lavorando, comunque.

Poi ho provato con questo: è un manuale molto divertente, ben scritto, a suo modo una rivelazione, ma non lo consiglierei a nessuno. Nel senso che alcuni concetti, in sé saputi e risaputi, vengono portati a un livello tale di raffinatezza, o specializzazione, da sfociare nella follia. Sorvolo sul discorso animista sul grado di soddisfazione che gli oggetti provano svolgendo il loro compito, e del parlare con gentilezza con gli stessi (beh, anche io parlo a volte con gli oggetti, ma in genere è per insultarli. Pessima donna che sono, direbbe la Kondo). Il problema vero, e su questo la Kondo ha ragione, è che abbiamo – possediamo – troppa roba. Io stessa, che sono una morta di fame, ho eliminato diverse borsone di abiti che non usavo, e li ho girati alla caritas (perché mia madre gestisce il – come chiamarlo – reparto abbigliamento nella sua parrocchia). Invece la soluzione giapponese sarebbe: buttare tutto, letteralmente. Non vendere o regalare o portare alla caritas o chi per loro. Proprio buttare via. Cestino, secchione, e un altro bel cumulo in discarica, alla faccia del discorso sulla negatività (psicologica ed ecologica) dell’accumulo.

Per fortuna, a parte le follie nipponiche, chiunque abbia bisogno di qualche suggerimento sensato riguardo il riordino, sul come passare da una vita di disordine cronico a “perlomeno possiamo invitare gli amici senza che si spaventino”, può trovarli qui. Sì, sempre dalla nostra amica Grazia. Non è un libro di duecentocinquanta pagine, non vi risolverà magicamente i problemi di entropia, ma perlomeno non vi dirà nemmeno cappellate come “buttate tutti i libri che non leggerete più o i dischi che non avete ascoltato nell’ultimo anno”**** o “parlate e coccolate le calze che poverine stanno sempre in tensione ai vostri piedi e hanno bisogno anche loro del meritato riposo tranquille e scialle” (mia libera e un po’ tendenziosa versione).

Ah, sì, abbiamo iniziato, Ale e io, a riordinare dando via la roba che non usiamo. Finora abbiamo operato a livello di armadi e di cucina (incredibile quante stronzate uno riesca a comprarsi quando è un minimo appassionato di cucina). E la differenza c’è, si vede, si sente. Ma i libri, no, mai. I dischi neppure, non esiste. I gatti uguale. I gatti restano con noi, non esiste!

* Ehi… (NdAlessandro)

** Ah, ecco. (NdAlessandro)

*** Io sì, prrr. (NdAlessandro)

**** Anche perché dovrebbero passare sul mio corpo prima di portar via i miei dischi. (NdAlessandro)

Ex Libris 179 (e se lo dice Fante…)

22 marzo 2015

WIN_20150322_140103

Per gli scrittori, sonno e prosa vanno insieme. Se ti viene l’ispirazione, se le pagine funzionano, le notti sono serene. Se mancano le parole, non si dorme. E quello era un periodo così. Non riuscivo a dormire.

Always Trust Michael Mann

18 marzo 2015

Quando esce un film di Michael Mann, il bello (a parte la sensazione che sia sempre un Nuovo Avvento per le forme audiovisive) è che si chiamano  gli altri manniani, alcuni che magari non si sentivano da tanto tempo, per scambiarsi avidamente impressioni, idee, deliri; anche chi non scrive più si sente in dovere di dire la sua; qualche nuovo “fedele” viene nel frattempo conquistato alla causa (si celia, eh?, ché poi ci accusano davvero di essere una setta). Insomma, Mann agisce come un catalizzatore di energie ed emozioni come nessun altro regista oggi, e Blackhat rinnova e rilancia questa magia.

Per cui, sì, anch’io mi sono reso colpevole di un paio di pezzi: uno su “Mediacritica”, più asciutto, l’altro su “Point Blank”, più sbrodolato. Soprattutto, abbiam deciso, con la mia sorella di cinema Michela Carobelli, di tornare a unire le forze come ai bei tempi, per buttar giù una apologia scopertamente sentimentale e partigiana dell’ultima fatica manniana. Eccoci qui:

Ti toglie il fiato, Mann, come sempre, e ti restituisce energie che credevi perdute, come un guaranà filmico, un’iniezione di adrenalina concettuale. L’avevi lasciato a salutare un blackbird rinchiuso dietro le sbarre di una legalità asettica, tecnica, esiziale; torna per processare lo spazio concentrazionario di un eversore che legge Baudrillard e Foucault per penetrare l’eredità totalitaria di quella Weltanschauung.

Mann parla sempre di un tema dato, che scava con furore procedurale (qui la minaccia informatica globale) e d’altro. Parla di cinema (di rappresentazione che costantemente si interroga su sé stessa). Di sguardi (di cosa voglia dire guardare, essere guardati, in un mondo in perenne autoesposizione). D’amore, mai così vero, mai così necessario (dove lo sguardo che davvero taglia la cappa opaca della realtà è quello di chi ama). Dello smarrimento in un panorama interconnesso in cui le identità rimbalzano, si moltiplicano e vengono risucchiate in milioni di pixel per lasciarci nudi nella spianata di cemento e bytes del presente.

Quello che fa Mann per rivelarci la nostra condizione è non imporre un marchio pregiudiziale alla realtà, ma plasmare la propria visione direttamente nella sua creta; è sottrarre l’inessenziale e dilatare i tempi in cui incrociare sguardi, gesti, movimenti che veicolano sentimenti, paure, esitazioni come solo lui e Kathryn Bigelow sanno ancora fare a Hollywood. E il luogo di frontiera in cui stavolta pianta le sue tende da pioniere per capire dove tira il vento è quell’atavico, mitico crocevia tra oriente e occidente che è Hong Kong, là dove i ragazzi che entrano nel nocciolo del reattore nucleare di K-19 possono prendere per mano gli angeli perduti di Wong Kar-wai e piangerne le lacrime. La Hong Kong notturna e caotica di Johnnie To, in cui lasciarsi affascinare dalle geometrie dei corpi e dagli scavalcamenti di campo tra azione e abbandono, in cui devi sempre aspettarti l’inaspettato e gli eroi non muoiono mai. La Hong Kong degli addii di Peter Chan, delle scomposizioni futuriste di Tsui Hark e delle catarsi di piombo di John Woo.

Per poi fuggire ancora più lontano, verso una terra incognita fuori dalle mappe del cinema. Mentre Nick e Lien, devono trasformare in carne e materia da avvicinare e trapassare il loro avversario invisibile, Mann sublima come non mai il suo operare, identificandosi totalmente con i suoi last humans standing. “C’è tempo per piangere. Ora pensiamo a sopravvivere”. Gli amanti sopravvissuti alla fine di tutto ciò che li legava a un passato, a una storia, a una società, testano come Hawkeye e Cora in L’ultimo dei Mohicani, come Lenny e Mace in Strange Days, le possibilità di colonizzare sentimentalmente un nuovo mondo, dove contano (e parlano), dopo la catastrofe, solo i corpi, le emozioni primarie. Andare dritti allo scopo, questo conta, perché salvare sé stessi , fare i conti con la propria nemesi, immaginarsi un futuro, significa salvare l’umanità, darle un’ulteriore chance, traslarla in un altro formato. Qui e ora.

Amare è necessità in un mondo in cui ci si perde in frammenti di immagini, in cui tutto cambia alla velocità degli elettroni, in cui il punto di vista si perde di vertigine in vertigine. Non esistono più safe houses, la gente muore nell’indifferenza generale e solo gli occhi sbarrati nella morte sembrano in grado di afferrare un lembo di memoria, un istante prima del fade to black. L’amore è necessario perché in due ci si fa scudo e ci si protegge. Perché giustizia, vita e amore possono sovrapporsi in un’asse di mira che vada a solcare il caos, a svelare l’illusione. Allora sguardo, scopo, azione, si fanno unità. Moltiplicano il senso.

Allora non c’è che sopravvivenza, vendetta, fuga.

Speranza.

(Alessandro Borri & Michela Carobelli)

Ex Libris 178 (Crosby, Miles & Nash)

15 marzo 2015

Wild

Registrammo pure una meravigliosa versione di Guinnevere, che è cazzutissima da cantare. Anni dopo, fu appannaggio di uno come Miles Davis. Al tempo, era impegnato nella lavorazione di Bitches Brew e si imbatté in Crosby nel Village. “Ciao Dave”, disse, “ho registrato un tuo brano, Guinnevere. Ti va di sentirlo?”. Miles aveva un braccio intorno a una bionda alta e dalle lunghe gambe che voleva scoparsi, per cui i tre tornarono nel suo appartamento per sentire Guinnevere. Miles mise su la canzone, una versione di venti minuti che puntava in miriadi di direzioni cosmiche e andò in camera da letto con la bionda, lasciando David lì a fumare erba e ad ascoltare l’incisione. Mezz’ora dopo, Miles spuntò dalla camera da letto. “Allora Dave, che te ne pare?” Crosby gli scoccò una delle sue classiche occhiatacce. “Be’, Miles, il brano puoi usarlo, ma dovrai togliere il mio nome.”. Miles era avvilito. “Non ti piace?”, chiese? Crosby si rifiutò di stemperare la sua opinione persino di fronte a una personalità di primo piano come Miles Davis. “No, amico, no. Non mi piace per niente”.
Una decina d’anni dopo, ero a una festicciola dopo i Grammys al Mr. Chow di Los Angeles e vidi Miles fare il suo ingresso insieme a Cicely Tyson. Incrociò il mio sguardo e iniziò a gesticolare insistentemente al mio indirizzo. Mi guardai alle spalle, certo che stesse rivolgendo quel gesto a qualcun altro.
“No, no, vieni qui”, insisté. Quando giunsi a distanza sufficiente per udirlo, si sporse in avanti e, con la sua voce bassa e profonda, chiese: “Crosby è ancora incazzato con me?”
Io dissi: “Ti riferisci a Guinnevere?”
“Già”, disse annuendo. “È ancora incazzato?”
“Non credo, Miles. Era troppo sballato oppure non era dell’umore giusto per sentire la tua versione. Probabilmente, si aspettava che gli accordi fossero uguali ai suoi, ma non credo che sia minimamente incazzato con te”.
Miles ci riflettè sopra con intensità socratica. “Okay. Salutami David. Digli che spero non sia ancora incazzato”.

Il futuro, per esempio

12 marzo 2015

Magari vi siete accorti che da queste parti ci interessa certo cinema, che ci piace uno come, per esempio, Michael Mann. Ieri, per esempio, siamo stati all’anteprima del suo nuovo film, sempre al Maxxi. La temperatura stavolta era gradevole, metto subito in chiaro.* Mi ha parecchio disturbato il fatto che la copia fosse doppiata, ma almeno questo non è colpa di Zaha Hadid, quanto delle disgraziate politiche della Universal, che hanno fatto di tutto per affossare il film, tanto fanno i soldoni con le Cinquanta sfumature di beep, che gli frega. Quindi ci siamo dovuti sorbire i sedicenti doppiatori più bravi del mondo, pensate, l’allegria.**

Comunque Blackhat. Ieri notte su fb non ho potuto fare a meno di lasciare un commento a caldo, questo: “Avete visto un pezzo di cinema del futuro e non ve ne siete accorti.” La recensione sarebbe finita. Però mi dicono che dovrei un momento argomentare, sì, che questi giudizi un po’ tranchant non sono degni di una buona critica, e tutto il bla bla di contorno, e il confronto, e l’accogliere opinioni diverse, e così via. Dovrei per esempio accogliere l’opinione di un tizio (un critico, mi dicono) che definisce Mann “il coatto che si crede Bergman”? Ma anche no. Uno che afferma una cosa del genere mi dimostra solo che di cinema ne capisce meno di mio nonno carpentiere. Bergman. In caso, Antonioni (qui amiamo anche Antonioni).***

Io però non sono una critica, questo l’ho capito io molto tempo fa e magari voi se ci seguite ogni tanto. E Ale – che, lo ricordo, è l’autore della prima monografia al mondo su questo genio del cinema****, ogni tanto tiriamoci le pose, dai – avrà senza dubbio molte cose da dire su questo film e sull’opera in generale di Mann, che si rivela una volta di più precursore, sperimentatore, profeta di un linguaggio da troppi frainteso. Per cui la mia posizione resta quella di cui sopra.

Il tempo mi darà ampiamente ragione.

* Grazie a me che ho allertato l’esimio Mario Sesti, tengo a precisarlo. (NdAlessandro)

** Che poi il problema è il doppiaggio in sé, non l’amica Jun Ichikawa che provava a rendere Tang Wei. (NdAlessandro)

*** Il tipo esiste davvero, le sue iniziali sono F. A. e scrive tra le altre cose sul “Messaggero”. Ma del resto è in non buona compagnia. La prima recensione USA che lessi aveva garbage nel titolo, e il 5,5 di rating IMDB la dice lunga sulla ricezione generalista di Blackhat. Poi, sulle pagelle di “Film Tv” gli danno tutti 9 o 10, per capire la polarizzazione totale che il Mann digitale provoca. (NdAlessandro)

**** Tra l’altro vincintrice del premio per la copertina più brutta della storia, ci tengo a dirlo. Comunque sì, sto nel pieno del cono d’ombra manniano, appena riesco a uscire dalla trance e a organizzarmi le idee qualcosa butterò giù. (NdAlessandro)

Ex Libris 177 (fantasmi)

8 marzo 2015

WIN_20150308_131559

Tutto accadeva come se, su una strada che non portava in nessun luogo particolare, si incontrassero successivamente dei gruppi di viaggiatori, anch’essi ignari della loro meta, e li si incrociasse solamente per un breve momento. Altri invece vi accompagnavano per un piccolo pezzo di strada, per sparire senza ragione alla prossima curva, volatilizzati come ombre. Non si capiva perché questa gente si imponesse al vostro spirito, occupasse la vostra immaginazione, a volte persino vi divorasse il cuore, prima di rivelarsi per quello che era: dei fantasmi. Da parte loro, essi pensavano forse la stessa cosa di voi, sempre che fossero in grado di pensare a qualche cosa. Tutto ciò apparteneva all’ordine della fantasmagoria e del sogno.

Incontri in metropolitana

4 marzo 2015

William Wilson si imbatte nel suo fatale Altro a scuola, Locke in un albergo africano. Robert Klein lo scopre leggendo il giornale, Tertuliano Máximo Afonso guardando una commediola portoghese in vhs. Weronika/Véronique si incontra in una piazza di Cracovia. Io l’altra sera in metropolitana, linea A. Salgo a Flaminio, il solito carnaio, un vagone di gente schiacciata l’una sull’altra. Si chiudono le porte, mi volto, vedo un compagno di sventura che mi sorride come per dire “cosa tocca sopportare in questa città, eh?, portiamo pazienza”. Ed ecco il tuffo al cuore, perché a un’occhiata veloce il co-passeggero mi assomiglia in maniera inquietante. Pelato, ovvio, con occhiali del genere mio, la forma della testa è simile nel suo ovale allungato, l’età più o meno quella, pur se trovo sempre difficoltà nell’individuarla. Niente, ho dovuto deviare lo sguardo, forse proprio perché ho letto troppi racconti gotici sui doppelgänger, e il vagone ha assunto di botto un’apparenza unheimlich. Poi ho avuto il coraggio di riguardare l’Altro, che non pareva per nulla inquieto, come forse dovevo apparirgli io. Mi rivolgeva ogni tanto lo sguardo, senza particolare intenzione, come avrebbe fatto con chiunque altro sventurato stretto con lui in attesa della fermata giusta. Con calma, ho constatato che la somiglianza non era così estrema: quella fossetta sul mento era tutt’altro che borriana, e altri dettagli sparsi del viso dirimevano la possibile gemellarità oscura. Insomma, alla fine ho realizzato che non ci sarebbero stati duelli alla Wilson o scambi d’identità alla Locke/Klein (o Fracchia). Eppure quel momento di epifania penso lo ricorderò a lungo con strana, intensa emozione.

Ex Libris 176 (Degas)

1 marzo 2015

Romanzi

Una coscia, un fiore, uno chignon, ballerine ritorte nello svolazzo del tutu; il naso di un pompiere; fantini e rasher che divorano il verde; la mano di una modista in una palpitazione di piume e rubini; cere dipinte, come vive. Una cinematica infallibile.  Gli abbagli delle luci, esposti. Il moderno, espresso.

Se Pynchon dà il permesso di tirar fuori film dai suoi libri

26 febbraio 2015

Ok, va bene, lo avevo detto, e lo ribadisco: sarà pure uno dei migliori attori in circolazione, è un asso per il ruolo del mentecatto, sa scegliersi i film giusti, è pure vegano, toh, ma a me Gioacchino fa proprio un pessimo effetto.

Oh, e comunque mettiamo le mani avanti: se vi aspettate una recensione seria e puntuale, e che vi spieghi cosa è e cosa aspettarvi dal film, della sua posizione nella filmografia di P.T. Anderson, dalle scelte registiche e dal colloquio immagine-suono, beh, state nel posto sbagliato. Rivolgetevi piuttosto al nostro amico Giona. O ad Ale, che vi risponderà nei commenti. Io non faccio queste cose. Io sclero, va bene? Va bene.

Ora, nonostante la presenza di Gioacchino nel ruolo del protagonista (chissà come sarebbe stato col molto più fico Robert Downey Jr., mi chiedo ora), erano mesi che aspettavo questo film. Perché? Beh, perché sono una fan di Pynchon. Non capisco un cazzo di tre quarti della roba che scrive, ma lo amo. L’ho amato dal primo sguardo, dalla prima volta che i miei occhi miopi hanno incrociato una sua riga, nella fattispecie l’attacco de L’incanto del lotto 49, all’università, coi miei compagni che mi guardavano per storto perché loro quella roba proprio no, schifo, e io non riuscivo a capire come facessero a non rendersi conto, ma che dico, a non vedere il genio in azione. Ciechi e pazzi. Da allora, nei miei momenti di megalomania, penso che vorrei essere Pynchon, cioè, non sparire nel nulla e far circolare solo una foto di me ragazzina, ma scrivere romanzi-mondo in cui si riversa in forme schizoidi tutto lo scibile umano, come V., L’arcobaleno della gravità o Vineland. Poi mi sveglio tutta sudata, certo.

Comunque, nello stesso tempo la Vocina della Ragione (quella noiosona, sì) mi diceva, di tanto in tanto: Guarda che lo sai, che non puoi pretendere più di tanto, vero? Lo sai che finirai per farti rodere il culo, vero, Vale? Sì, lo sapevo, e lo so. Passatemela. Io cerco di non paragare mai film e romanzi, sono due mondi diversissimi e i discorsi su “è meglio il libro”, “è uguale” o “non è uguale” sono fuffa, lo so. Però passatemela, oggi. Perché per lui, il paragone, scatta automatico. Ale torna a casa e mi butta lì: “oh, faranno un film tratto da Pynchon”. E io riesco solo a fare una faccia a punto interrogativo, a chiedermi “cosa?”, perché… come spiegarvelo… tentare di incastrare Pynchon in un film mi pare come tentare di infilare una sequoia sul treppiede accanto al telefono, in soggiorno. Pynchon è strabordante e allucinato e folle e delirante e le attuali conoscenze scientifiche ottiche e fisiche non sono in grado di tenerne il passo.

Il film esce oggi, se vi riesce andate in ogni caso a vederlo (in originale se possibile, non oso pensare cos’avranno combinato i “migliori doppiatori del mondo”) perché è divertente, Owen Wilson (altro che sulle facce da scemo c’ha costruito una carriera) è azzeccatissimo nel suo ruolo, e tutto il resto del cast funziona nel rendere il caleidoscopio losangeleno tardo hippie shakerato da Pynchon. Ci si diverte, ci si sballa con certe soluzioni visive, e insomma son 2 ore e mezzo che valgono. Però, niente da fare, la magia del geniaccio newyorchese rimane elusiva, non riesce a filtrare che in parte. Il megasconvoltone Denis (che regala alcune delle scene più esilaranti del libro) è sottoutilizzato e non mi convince la voice over di Sortilège (come non mi ha mai convinto quella del Blade Runner originale, e mille altre voice over. Io detesto la voice over) – immagino che su questo Ale avrà qualcosa da ridire.* Più in generale, troppo va perso secondo me nella traduzione pagina-schermo, di ciò che rende unica la poetica di Pynchon. Sicuramente sono io che dovevo andare al cinema con meno aspettative. E magari dovevo andare anche in un altro cinema, perché la sala del Maxxi (sui mortacci che abbiamo tirato a Zaha Hadid potrà meglio informarvi l’amico Spiderman in sede di commento, magari) è terribile – le poltroncine di design scomode, lo schermo troppo piccolo e troppo in alto, il climatizzatore impazzito, faceva un caldo che si boccheggiava** – ma vabbe’, suppongo dovrei comunque essere grata per la possibilità di aver visto questo film in anteprima (di un giorno solo, ma non sottilizziamo).

Ora dunque lascio la parola ad Ale, che vi parlerà del film in modo più professionale, sempre che ne abbia voglia.***

* In effetti, a me pare una delle scelte più intelligenti di Anderson (lei in fondo anche in Pynchon è una sorta di coscienza segreta della narrazione), e poi Joanna Newsom è fantastica, che canti o che declami. (NdAlessandro)

** Sul tema ho protestato nelle alte sfere maxxiane, si spera che quando andremo a vedere IL FILM la questione sarà sistemata. (NdAlessandro)

*** Ecco, a me P.T. è sempre stato un po’ sulle balle, ma ultimamente è diventato un cineasta molto più interessante. Anche qui, invece di lasciarsi andare ai luoghi comuni manieristi che l’ambientazione primo-settantesca chiamava, mantiene un rigore testimoniale di gran fascino, con queste lunghe riprese in lento aggiustamento, in cui le gag, i giochi attoriali, e tutto l’ambaradan psichedelico non sono exploited, ma emergono con una sorta di limpidezza straniante, e tutte le scelte (musicali, di grana fotografica e apparato scenico-costumistico) sono conseguenti. Insomma, un tentativo coraggioso e riuscito, anche se non eccezionale. (NdAlessandro)

Ex Libris 175 (inversioni)

22 febbraio 2015

WIN_20150222_135551

Cibo!

These are the songs of my life: Suite Edition

18 febbraio 2015

Forse al giorno d’oggi non fa tanto fino dirlo, ma non c’è niente da fare, sono cresciuto a pane e progressive. E nel prog, le suite sono come lo sciroppo d’acero sui pancake, il tripudio e l’estasi insomma. Quante decine di minuti della mia vita avrò passato a crogiolarmi nei caleidoscopici cambi di tempo di Supper’s Ready o a delibare l’intricato crescendo di Lizard; a seguire le volute dell’organo di Dave Sinclair in Nine Feet Underground o quello di Dave Greenslade nella Valentyne Suite; a farsi accompagnare dagli ariosteschi Di Giacomo e Nocenzi nel Giardino del mago o a penetrare con Peter Hammill e compagnia nelle nebbie apocalittiche di A Plague of Lighthouse Sleepers?

Alla fine della fiera, comunque, saran pomposi, bombastici e conciati in modo discutibile quei cinque lì, epperò la suite prog per eccellenza rimane Close to the Edge, dall’intro panteista alla più (Bruford) o meno (Squire) delicata potenza di fuoco della sezione ritmica, dai ricami furibondi di Howe alle vocalizzazioni mai così ispirate di Anderson fino all’assolo orgasmico di Wakeman e al riassorbimento ciclico della musica nel respiro universale, over the edge.

 

 

Ex Libris 174 (eye liner)

15 febbraio 2015

Vizio

- Com’è la televisione? – si informò Eddie del piano di sotto.

– I film che trasmettono su certi canali… – rispose Elmina. – Giuro. Ce n’era uno ieri sera che non mi ha fatto dormire. Quando è finito avevo paura ad addormentarmi. Lo hai visto, Narciso nero, del 1947?

Eddie, che era iscritto al corso di cinema postlaurea dell’Università della Southern California, lanciò un gridolino di riconoscimento. Stava lavorando alla sua tesi di dottorato: Dall’impassibile al demoniaco. Il sottotesto nell’uso dell’eye liner nel cinema, e di fatto era appena arrivato al momento di Narciso nero in cui Kathleen Byron, nel ruolo della suora pazza, appare in abiti borghesi e con tanto di quel trucco sugli occhi da garantire un anno intero di incubi.

– Be’, spero che parlerà anche di qualche uomo, – disse Elmina. – Tutti quei film muti tedeschi, Conrad Veidt in Caligari, Klein-Rogge in Metropolis…

– … naturalmente con la complicazione delle esigenze delle pellicole ortocromatiche…

Le traduzioni estemporanee 8

11 febbraio 2015

Personaggi: Vale, Moka, Gatta Piccola
Ambiente: soggiorno, angolo studio.

(Moka sale sul tavolo)
Vale: scendi.
Moka: sto bene così, grazie.
Vale: eh no, scendi (lo prende e lo scarica a terra).
Moka (risalendo): voi non capite. Forse non lo sapete, ma io dormo qui, proprio qui.
Vale: no, qui c’è il cavetto ethernet e se ti ci piazzi sopra mi stacca il collegamento. Non puoi stare qui.
Moka: ho sempre dormito qui! Ci sono nato qui!
Vale: ehm, no, sei nato a Pietralata, sei un ragatto di vita.
Moka: io comunque sto qui.
Vale (prendendolo e rimettendolo giù): no, tu non resti qui.
Moka: uff…
Gatta Piccola (arrivando a scatafascio, buttando giù i fogli per gli appunti e quasi tirando via il cavetto ethernet): uh, bel posticino, come mai non ho mai pensato di dormirci?
Vale: -.-”’

Ex Libris 173 (nascita di una strega)

8 febbraio 2015

WIN_20150208_112104

Si fermò davanti a una pozzanghera lasciata dall’ultimo acquazzone, si chinò sotto il chiarore che proveniva da una finestra illuminata per distinguere il proprio volto, e subitamente si mise a ridere. Rideva, di un riso per lei stessa inatteso, selvaggio, di una perfidia che, più d’ogni altra cosa, la persuadeva di essersi trasformata, o per meglio dire di essersi trovata. Non soltanto il suo cuore, ma l’aspetto del mondo per lei era mutato: una scopa dimenticata in un cortile, uno spillo al suo corsetto, il belato di una capra da oltre il muro di una stalla le ricordavano non più gli atti usuali, facili, della vita ordinaria, bensì scene di sortilegio e di sabba, e, quando rovesciò la testa all’indietro per meglio respirare l’aria notturna, le stelle tracciavano per lei, in grandi aste tremolanti, le gigantesche lettere dell’alfabeto delle streghe.

These are the songs of my life: Starless Edition

4 febbraio 2015

Starless funziona così: parte un mellotron d’ambiente che dichiara senza indugi “salve, siamo i King Crimson, forse vi ricorderete di noi per un simile uso degli archi sintetici su album come In the Court of the Crimson King e In the Wake of Poseidon“, disteso su un tessuto ritmico di finezza tipicamente brufordiana. Al secondo 23 entra Fripp, porgendo una frase di tale bellezza lirica da avere pochi paragoni nella storia, una sorta di extended riff subito ripreso con variazioni a preparare l’ingresso della voce da vecchio mollicone di Wetton, a 1.31. Le due strofe sono decorate dalle volute jazzy del sax soprano di Mel Collins, che continua a dialogare anche con la chitarra frippiana che ribadisce il riff, prima che Wetton metta a segno la terza strofa, e siamo a 4.25. A quel punto il buon John si zittisce e col suo basso distorto mette la prima pietra di quello che sarà, subito raggiunto da mastro Fripp, artefice nel caso di una cantilena su due note, ossessiva, implacabile, condita da qualche inquietante effetto mellotronico. A 5.12 torna della partita anche Bruford, dapprima con sparsi tocchi percussivi, poi da 6.33 riprendendo le fila del ritmo (13/8, mi si dice), e passando a guidare il crescendo sempre più maniacale, in particolare da 7.44, quando Fripp alza il volume e per un minuto è puro rock dall’inferno; fino a quando (8.35), la batteria si riposa un po’ e un duetto basso-chitarra sempre più snervante conduce all’accelerazione di 8.59, dove a condurre le danze è il sax alto di Ian McDonald. Il flusso improvvisativo del vecchio sodale frippiano è supportato dal resto della band fino a 9.55, dove ritorna Mel Collins ad addolcire il sound e a ricamare sulle note della strofa. A 10.17 Fripp riprende a macinare il suo ostinato, mentre sopra di lui tutti la sezione ritmica inscena un delirio semirumoristico da cui sboccia come un fiore di fuoco, a 11.09 (uno dei momenti supremi nella storia della musica, per me), il memorabile riff, stavolta innalzato per due volte da Collins a dimensioni epiche, mentre torna il mellotron, Wetton spinge come fosse indiavolato e Bruford, che non chiedeva altro, può scatenarsi e portare a compimento il tripudio finale.

(Per chi vuole, tra le varie cover c’è quella splendida delle Unthanks, in cui le sorellone e Adrian McNally distillano il dettato crimsoniano – minus il mayhem strumentale, ovviamente – in una incantata partitura da camera, con archi veri, un piano a dettare il ritmo, la tromba di Lizzie Jones a incaricarsi del tema, e le voci “che te lo dico a fà” di Rachel e Becky a trasportare in un amen il Fripp-pensiero sulle brughiere del Northumberland.)

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 49 follower