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Poesia

21 marzo 2017

Siccome è la giornata mondiale della poesia (quante giornate mondiali ci concediamo), azzardo a condividere qui qualche semi-verso che avevo segnato l’altra mattina andando al lavoro, sul 301:

La cornacchia becca
un sacco di plastica
fuori dal borghetto
silenzioso.
Scorre il fiume.
Anch’io,
in senso inverso.

Ex Libris 268 (creazione e cazzeggio)

19 marzo 2017

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Con il senno di poi tendiamo a esagerare quando esaminiamo la storia di qualcosa che ha avuto successo. Concepiamo miti sulla creazione dalla creazione di un mito. Lo stesso creatore, cercando una soluzione semplice alle domande alle quali deve continuamente rispondere, è spesso più che felice di contribuire a questo inganno.
Ma Star Wars non è stato realizzato in un momento celestiale insieme alle muse; non è giunto su tavole di pietra. Si è trattato piuttosto di qualcosa di più leggero e sottile. Per quanto si sia tentati di pensare all’intera saga come a un colpo di genio predestinato, è molto più indicativo guardarla come una fan fiction di Flash Gordon che incontra una favola, realizzata da un patito di cinema che, trovandosi all’improvviso fra le mani un sacco di tempo e denaro, stava più che altro sperimentando. “Ora si comporta come se sapesse che sarebbe stato un grande successo”, afferma Charley Lippincott. “Non lo sapeva. Stava soltanto cazzeggiando.”

Prima Giornata Nazionale del Paesaggio

14 marzo 2017


Ma anche

Il paesaggio è un’Italia sventrata
dalle ruspe che l’hanno divorata…

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Ex Libris 267 (api nel futuro)

12 marzo 2017

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Al coro di chi ritiene che sia l’umanità a mettere a repentaglio la vita delle api, Luigi aggiunge una postilla non da poco: «L’apicoltore inconsapevole è quello che fa più danni. La coscienza ambientalista nella comunità apistica è risibile e purtroppo a molti apicoltori manca una visione organica. L’apicoltura è l’attività ecocompatibile per eccellenza, la scelta dell’apicoltore dovrebbero essere conseguenti. Per questo motivo come associazione Apiresos, di cui fanno parte non solo apicoltrici e apicoltori di tutta l’Isola, ci siamo concentrati molto sulla formazione. Siamo convinti che l’apprendimento sul campo sia il più efficace, aprire un alveare vale più di mille slides. Il mestiere lo si impara da chi lo sa fare. Soprattutto bisogna proporre agli allievi all’inizio di ogni corso di formazione 5/10 minuti di demotivazione, che altro non sono se non l’applicazione di una visione dell’apicoltura improntata a un sobrio realismo. Fare apicoltura oggi è difficilissimo; non è come quando abbiamo iniziato decenni fa, ossia prima della varroa, dei pesticidi, del buco dell’ozono e di tutto quello che sappiamo. Bisogna essere preparati, rispondere con rigore metodologico alle sfide, ai problemi che connotano l’apicoltura di oggi. Bisogna affrancarsi dalle soluzioni facili, a portata di mano, come quelle provenienti dal web o peggio dall’universo di balbuzie dei social network, che spesso altro non sono che frammenti inconsulti di irrazionalità».

Faccio notare che non è proprio uno scenario roseo: «Tutt’altro, – ribatte Luigi – c’è un lavoro straordinario da fare, si tratta solo di avere e consolidare una visione problematica dell’universo apistico, perché, lo ribadisco, l’apicoltura è pratica complessa che richiede il possesso di competenze molteplici, acquisibili solo dopo lunga e a volte sofferta esperienza. Gramsci proponeva un duplice approccio: pessimismo della ragione e ottimismo della volontà. Credo sia l’unico praticabile, affinché dall’età del possesso si passi a quella della condivisione».

Sabati mattina: Magari… (o GB e i CD)

7 marzo 2017

Il sabato quando ci si sveglia (l’orologio biologico di GB è settato con notevole precisione sulle 7am) il Papooshko prende il fantolino che allunga speranzoso le braccia oltre la sponda del lettino e se lo porta di là per fare colazione, mentre la Mamooshka dorme un altro po’ fino a che non sarà ora di alzarsi per andare a musica. Se si tratta di colazione, la passione del momento è inzuppare: GB inzuppa tutto, ciambellone, biscotti, fette biscottate, mi sa pure la banana se gliela dessimo. Finita la colazione, ci si mette in salotto a giocare.

Magari si sceglie un libro, o il gioco delle forme, o le costruzioni. O magari GB prende un cd e lo porta a Papooshsko: il quale Papooshko è sì contento per le precoci passioni musicali del suo Bimbooshko, ma non può fare a meno di sudare freddo, perché già vede il cd per terra con la custodia frantumata – maledetta plastica. Per fortuna GB è attirato soprattutto dai cd con custodia cartonata, che in effetti sono i più belli e pratici, chissà perché non li fanno tutti così. I preferiti sono quelli della Impulse, che hanno quel contrasto molto cool tra il nero e l’arancio: per esempio Out of the Cool, o l’Ellington/Coltrane, o The Quintessence. Il preferito in assoluto è però Brainwashed, quello lo si prende quasi sempre.

A ogni modo: magari il cd del giorno lo si mette sul Tivoli, a volume basso per non disturbare la Mamooshka. Magari però GB l’altra mattina porta quello che inizia con questa cosa qui. Allora la Mamooshka, anche con la porta chiusa, non può fare a meno di sentire lo squillone d’ottoni, e allora dopo un po’ si presenta sulla soglia ancora calda di sonno: “Certo voi due che mi svegliate all’alba [tipica esagerazione valentinesca] con ‘ste coattate…”

Ex Libris 266 (il problema di Dio)

5 marzo 2017

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[…] sua madre Reenie non si interessava granché a Dio. C’era rispetto reciproco, e se si era nei guai si poteva naturalmente fare ricorso a Lui, come con gli avvocati; ma come con gli avvocati doveva trattarsi di guai seri. Altrimenti non valeva la pena frequentarlo troppo. Certamente lei non lo voleva nella sua cucina, dal momento che aveva già abbastanza cose a cui pensare.

***

Di notte Laura scivolava nella mia stanza e mi scuoteva per svegliarmi, poi si infilava nel mio letto. Non riusciva a dormire: era per via di Dio. Fino al funerale, lei e Dio erano stati in buoni rapporti. Dio ti ama, diceva la maestra della scuola domenicale della chiesa metodista, dove ci avevva mandato nostra madre, e dove Rennie continuava a mandarci per principio, e Laura ci aveva creduto. Ma ora non ne era più così sicura.
Cominciò a preoccuparsi dell’esatta ubicazione di Dio. Era colpa della maestra della scuola domenicale: Dio è ovunque, aveva detto, e Laura voleva sapere: Dio era nel sole, Dio era nella luna, Dio era nella cucina, nel bagno, era sotto il letto? (“Vorrei tocere il collo a quella donna” diceva Reenie). Laura non voleva che Dio le spuntasse davanti quando meno se lo aspettava, cosa non difficile da credere considerando il suo recente comportamento. Apri la bocca e chiudi gli occhi, e ti darò una sorpresa coi fiocchi, diceva Reenie, tenendo un biscotto dietro la schiena, ma Laura non voleva più saperne. Voleva tenere gli occhi aperti. Non che non si fidasse di Reenie, ma aveva paura delle sorprese.
Probabilmente Dio era nello stanzino delle scope. Sembrava il posto più verosimile. Se ne stava nascosto là come uno zio eccentrico e magari pericoloso, ma lei non poteva essere certa che ci stesse, perché aveva paura di aprire la porta. “Dio è nel tuo cuore” diceva la maestra della scuola domenicale, e questo era ancora peggio. Se fosse stato nello stanzino delle scope si sarebbe potuto sempre fare qualcosa, come chiudere la porta a chiave.
Dio non dormiva mai, si diceva nell’inno – Nessun sonno spensierato chiuderà i suoi occhi. No, di notte vagava per la casa spiando le persone – controllando se fossero state abbastanza buone, o mandando flagelli per ucciderle, o indulgendo in qualche altro capriccio. Prima o poi sarebbe stato obbligato a fare qualcosa di spiacevole, com’era accaduto spesso nella Bibbia.

Ex Libris 265 (per una birra)

26 febbraio 2017

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Paola va a fare la spesa. Le chiedo di comprarmi le birre. Siccome la volta scorsa le ho detto: «Prendi quella nella lattina gialla» – che Paola è astemia e le marche non le capisce – ed è tornata con una lattina argentata che al confronto la Peroni è una Weissbier artigianale fatta col malto d’orzo raccolto a mano da vergini bionde nelle notti rugiadose di luna piena, stavolta le fornisco indicazioni più specifiche. Le dico: «Prendi qualsiasi birra, ma non quella nella lattina argentata, per favore. In particolare, se proprio vuoi andare sul sicuro, prendi quella nella lattina azzurra e grigio chiaro. O quella gialla».

Stasera apro il frigo, afferro la birra. La lattina è nera come la morte con una striscia blu nel mezzo. Sul davanti campeggia un enorme 12, che lei deve aver scambiato per il numero di maglia di un giocatore dell’inter. Sta invece a indicare che la birra in questione è una triplo malto da dodici gradi. In pratica, una lattina di vino. L’ho bevuta un tre, quattro volte ed era quel periodo in cui continuavo a scrivere status romantici a cazzo su Facebook tra le sette e le otto di sera. Poi credo mi sia venuta l’epatite.

Rovisto in frigo senza speranza, alla ricerca di non so nemmeno bene io cosa. A un certo punto, scansando le acciughe e i cetriolini, le mie mani toccano una seconda lattina. La guardo. È quasi tutta rossa ma non è una Coca. Signore, ti ringrazio, forse in un impeto di esagerazione e affetto Paola mi ha comprato una seconda birra!

Leggo la marca. Mai sentita. guardo la gradazione per non avere sorprese-

È una birra analcolica.

Lo spazio giallo e altri spazi

21 febbraio 2017

C’è un bellissimo cortometraggio di Victor Erice, La mort rouge, in cui il regista basco intreccia i suoi ricordi sulla scoperta del cinema e sulla San Sebastian della sua infanzia, e di quest’ultima con quella al presente, e di entrambe con lo spazio inventato sullo schermo, nella sala buia del Gran Kursaal. L’epitome di tutti gli sguardi su spazio per il piccolo Victor è il paese del Quebec in cui gli apocrifi Sherlock e Watson della serie con Basil Rathbone e Nigel Bruce capitano per risolvere uno dei loro casi d’epoca bellica in The Scarlet Claw, paese che per l’appunto reca il suggestivo quanto menagramo nome di La Mort Rouge.

Per il bambino quel fantomatico luogo canadese era la perfetta porta di fuga dall’era franchista, ma in fondo ogni fascinazione filmica non nasce come folgorante scoperta di luoghi da abitare, innumerevoli, rinchiusi su uno schermo grande o piccolo? Se rivado con la memoria ai primi amori, vedo, nei film con Cary Grant che divoravo decine di volte sui canali privati negli anni ’80, la casa delle sorelle Brewster di Arsenico e vecchi merletti o la locanda tedesca di Ero uno sposo di guerra, la sala stampa de La signora del venerdì o il sito in costruzione de La casa dei nostri sogni. Magari il teatro di To Be or Not to Be, certo l’Acme Book Shoop in cui Bogart-Marlowe incontra la libraia Dorothy Malone nel Grande sonno, e così via.

Ecco, un libro che mi piacerebbe scrivere e che non scriverò mai è quello sul concetto di spazio/luogo applicato al cinema di genere italiano, dalle antichità al polistirolo del peplum al west di Almeria dello spaghetti western, dalle lande gotiche dell’horror alle strade di piombo del poliziottesco. Anzi, forse questo sarebbe solo il prologo, perché il fulcro sarebbe lo spazio giallo del delitto inventato da Bava, Argento, Fulci e compagnia, quegli interni di design costellati di bottiglie di J&B e portacenere enormi, pronti a trasformarsi in labirinti di sangue, in seducenti trappole dell’occhio.

17 febbraio

17 febbraio 2017

Oggi, a quanto pare, è la festa del gatto. Allora dedichiamo, a tutti i nostri pelosi soffiosi, fusosi, gioconi, piscioni, tremendi e inevitabili, presenti e passati e futuri, una poesia di Patrizia Cavalli (che poi sembra quasi una descrizione di quel famoso agguato):

Sempre voler capire. Non si può.
Bisogna cedere, bisogna ritirarsi,
bisogna fare come fanno i gatti
quando si acquattano, i muscoli in un fremito
contratti, prima di scagliarsi verso
una qualche preda, che sia per gioco
o che sia roba seria; o quando in ferocissimo
kabuki affrontano il rivale, e l’universo
intero allora si concentra, in un assorto
millimetrico avanzare, e poi
senza preavviso, forse perché si sta mettendo
male – la scusa è sempre una mosca o un moscerino
che si ritrova dalle loro parti –
guardano in giro, si fingono distratti,
loro che c’entrano? mica era sul serio!
Ma chissà, forse si distraggono davvero.

Oggi, tanti anni fa, un potere oscurantista mandava al rogo un grande visionario nolano, che ci ha ispirati al momento di dare il nome al nostro piccolo non-nolano. A entrambi dedichiamo quella canzone di Tori Amos che fa:

We scream in cathedrals
Why can’t it be beautiful
Why does there
Gotta be a sacrifice?

Ex Libris 264 (acque)

12 febbraio 2017

anello
È una prerogativa delle lontre che avrei imparato col tempo; ogni goccia d’acqua deve essere allargata e sparsa tutt’intorno; un catino va immediatamente rovesciato, bisogna sedercisi dentro, e tuffarcisi fino a che non trabocca. L’acqua va tenuta in movimento e usata per farne cose; quando è immobile, è sprecata e irritante come un ingegno sepolto.
Due giorni dopo fuggì dalla camera da letto mentre io entravo, e feci appena in tempo a girarmi e vedere la sua coda sparire dietro la curva del corridoio che porta in bagno. Nel tempo che impiegai per raggiungerlo, era salito sull’estremità della vasca e armeggiava con le mani sui rubinetti cromati. Stetti ad osservarlo, stupefatto da questa prima esibizione di un’intelligenza che non avevo sospettato; in meno di un minuto era riuscito a girare il rubinetto abbastanza da farne uscire un filo d’acqua, e dopo qualche attimo di distrazione per il successo ottenuto, riuscì ad aprire l’intero getto.

Sogni di nomi e figliolanze

7 febbraio 2017

Ho sognato che, al posto di GB, avevamo una bambina. Invece di Emilia, volevamo chiamarla Lavinia. Solo che quando la vedevo dicevo: “No, Lavinia non è adatto, ha l’ovale allungato, dev’essere per forza un nome con la V”. E Vale: “Un’altra Valentina no, per carità, già ci sono io e odio il mio nome”. Al che io: “Chiamiamola Velouria.”

(La questione dei nomi è interessante. In realtà il primo nome femminile che avevamo in lista, in tempi non sospetti, era Ginevra. Bello, ma nel frattempo sono nate una pletora di Ginevre, e ci è passata la voglia. Quindi, per rimanere in ambito geografico, eccoci deviare su Emilia. Certo, se alla fine ne avessimo fatti due, per restare all’altezza di GIORDANO BRUNO, EMILIA avrebbe dovuto quanto meno essere PARANOICA.)

Poi lei cresceva, ma con in mezzo delle ellissi pazzesche, per cui mi perdevo dei bei pezzi, e protestavo: “Ma come, sei già così grande, volevo vedere il progresso, passi di bimba, invece tutto di botto, già vai a scuola”. Ed eccomi pure io alla sua scuola, e davanti incontravo frotte di ragazzini che cantavano canzoni di Venditti, e facevo: “Ma come, queste le cantavamo ai nostri tempi, possibile che siamo ancora lì?”

(Sì, davvero, non posso negarlo, Cuore è stato uno degli album della mia pischellezza, rivaleggiava con Eden e Diamond Life, ne cito ancora brani a memoria con grande scorno di Vale che oltre al proprio nome odia pure Antonellone, epperò, che i bambini del futuro non si scollino dai quattro ragazzi con la chitarra e un pianoforte sull’erculea spalla inquietà anzichenò.)

Velouria era in corridoio, controllava chi entrava e usciva. Io entravo in classe e mi sedevo sulla sediolina, con gli altri alunni, quarant’anni più giovani. La lezione iniziava.

 

Ex Libris 263 (ve vojo bene ma annatevene a fanculo)

5 febbraio 2017

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Il 19 continua la sua rotta. Il tram è meglio dell’autobus. Questo fatto di avere il cammino segnato, obbligato, vorrà pure dire qualcosa che ha a che fare con la mia vita, con la vita di tutti noi. Mi sento fratello di tutta la gente che è insieme a me su questo doppio vagone snodato. Anche il loro cammino è segnato. Stanno tutti andando a qualche fermata. Obbediscono. Se immagino la vita all’acceleratore, è tutto un frenetico andare e tornare, salire e smontare, ridisegnando gli stessi fili, gli stessi tragitti. Ecco la ragione per cui sto prendendo questo benedetto tram tante volte: vorrei essere fedele a qualcosa. Insistere, ripetere un gesto, accettare il cammino come fosse il mio, quella strada era lì per me, devo solo percorrerla serenamente. Sembra abbastanza facile. Ma per impazienza perdiamo la strada e per impazienza non sappiamo ritrovarla. Non c’è altro peccato, dice Kafka, che questa impazienza. Prego Kafka di perdonarmi, io lo perdonerei se lui fosse me. Chiedo perdono a tutti con gli occhi e la mente, non con la bocca. Sono sul 19 e sto chiedendo perdono e prego Franz Kafka nel nome di un’umanità che faccio fatica a condividere, perché il pezzo di pane non lo vorrei spezzare ma vorrei tenerlo tutto per me, anzi no, non ho fame, mi è passata tutta la fame, mangiatevelo voi. E andatevene affanculo tutti, col vostro tram del cazzo.

Come eravamo: Passione test

31 gennaio 2017

Un vecchio test di quelli che giravano su Splinder (ai tempi eravamo proprio lì lì per mollarlo), bisognava rispondere con titoli di libri. La Vale si cimentava così.

1. Sei maschio o femmina?
La donna della domenica, Fruttero & Lucentini

2. Descriviti:
Alice nel paese delle meraviglie, Lewis Carrol (e a volte penso che sia un romanzo horror)

3. Cosa provano le persone quando stanno con te?
V., Thomas Pynchon (chi è V? Che cosa é?)

4. Descrivi la tua relazione precedente:
L’idiota, Fëdor Dostoevskij…
Ahimè, sarebbe stato perfetto, ma non l’ho ancora letto, quindi dirò:
La cognizione del dolore, Carlo Emilio Gadda

5. Come sono le tue emozioni:
Furore, John Steinbeck

6. Dove vorresti trovarti?
La casa in collina, Cesare Pavese (ovviamente senza la guerra)

7. Come ti senti nei riguardi dell’amore?
Amatissima, Tony Morrison

8. Com’é la tua vita?
Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, Carlo Emilio Gadda (…vabbè, non così brutto…)

9. Che cosa chiederesti se avessi a disposizione un solo desiderio?
L’uomo che piantava gli alberi, Jean Giono

10. Dì qualcosa di saggio…
50 piccole cose da fare per salvare il mondo, Andreas Schlumberger (ovviamente le cose sagge stanno dentro il libro…)

11. Una musica:
Reservation Blues
, Sherman Alexie

12. Chi o cosa temi?
Cronache italiane, Sandro Veronesi

13 Un rimpianto:
Il mondo senza di noi, Alan Weisman

14. Un consiglio per chi è più giovane:
Vivere per raccontarla, Gabriel Garcia Marquez

15. Da evitare accuratamente:
Piccoli equivoci senza importanza, Antonio Tabucchi (ma anche quelli importanti, eh…)

Ex Libris 262 (forme del dominio)

29 gennaio 2017

dialettica

Al posto dell’adesione organica all’altro, del mimetismo propriamente detto, la civiltà ha introdotto dapprima, nella fase magica, l’uso regolato della mimesi, e poi, nella fase storica, la prassi razionale, il lavoro. La mimesi incontrollata è messa al bando. L’angelo dalla spada fiammeggiante, che ha cacciato gli uomini dal paradiso, sulle vie del progresso tecnico, è già il simbolo di questo progresso. La severità con cui, nel corso dei millenni, i dominatori hanno vietato alla propria prole, come alle masse soggette, la ricaduta nelle forme mimetiche di vita, a cominciare dal divieto religioso delle immagini, attraverso la condanna sociale degli attori e degli zingari, fino alla pedagogia che insegna ai bambini a non essere puerili, è la premessa dell’incivilimento. L’educazione sociale e individuale rafforza l’uomo nel contegno oggettivante del lavoro e lo preserva dal lasciarsi assorbire dal ritmo alterno della natura ambiente. Ogni diversione, anzi ogni abbandono, ha qualcosa di mimetico. L’io, invece, si è forgiato nell’indurimento. Con la sua formazione si compie il passaggio dal riflesso mimetico alla riflessione controllata. Al posto dell’adeguazione fisica alla natura subentra la “ricognizione del concetto”, l’assunzione del diverso sotto l’identico. Ma la costellazione in cui si instaura l’identità (quella immediata della mimesi come quella mediata della sintesi, l’adeguazione alla cosa nel cieco atto vitale o la comparazione del reificato nella terminologia scientifica) è sempre quella del terrore. La società continua la natura minacciosa come coazione stabile e organizzata, che, riproducendosi negli individui come autoconservazione coerente, si ripercuote sulla natura come dominio sociale su di essa.

***

L’idea dell’uomo, nella storia europea trova espressione nella distinzione dall’animale. Con l’irragionevolezza dell’animale si dimostra la dignità dell’uomo. Questa antitesi è stata predicata con tale costanza e unanimità da tutti gli antenati del pensiero borghese – antichi ebrei, stoici e padri della Chiesa –, e poi attraverso il Medioevo e l’età moderna, che appartiene ormai, come poche altre idee, al fondo inalienabile dell’antropologia occidentale. Essa è ammessa anche oggi. I behavioristi se ne sono scordati solo in apparenza. Che essi applichino agli uomini le stesse formule e risultati che essi stessi, liberi da catene, ottengono, nei loro orrendi laboratori fisiologici, da animali indifesi, conferma la differenza in forma particolarmente malvagia. La conclusione che essi traggono dai corpi mutilati degli animali non si adatta all’animale in libertà, ma all’uomo odierno. Egli prova, facendo violenza sull’animale, che egli, ed egli solo in tutta la creazione, funziona – liberamente e di sua propria volontà – con la stessa cieca e automatica meccanicità dei guizzi convulsi delle vittime incatenate che il tecnico utilizza ai propri scopi. Il professore alla tavola anatomica li definisce scientificamente riflessi, l’aruspice all’altare li aveva stamburati come segni dei suoi dèi. All’uomo appartiene la ragione del decorso spietato; l’animale, da cui trae le sue illazioni sanguinose, ha solo il terrore irragionevole, l’istinto della fuga che gli è preclusa.

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Come eravamo: Stranger on a Train

24 gennaio 2017

Ale e un piccolo esercizio stilistico a partire da un incontro tra i tanti nelle sue routine ferroviarie.

L’uomo guardava ossessivamente l’orologio, come se dentro il quadrante fosse scritto tutto ciò che gli serviva di sapere su quello che sta accadendo e sarebbe accaduto in seguito. Deviava un attimo gli occhi sul finestrino opaco, ma poi, come calamitati, tornavano sul cerchio cromato, sulle lancette fisse disposte in ghirlanda, su quella mobile che scorreva in armonia col movimento della carrozza.
L’espressione era svuotata di tutto, imperscrutabile come può essere un’espressione. Dalla fronte il sudore stillava in silenziosa discesa verso il ciglio. Il sole calava, inevitabile, tra sparse risate, cigolii aritmici, bottigliette di plastica sulla via dell’incandescenza.
Quando per una volta controllo anch’io il display del cellulare, sono le 18.38 di un giorno di fuoco, e l’uomo sta scrutando ancora una volta il quadrante, prima di scendere a Ciampino, di consegnarsi a un altro tempo.