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These are the songs of my life: 4 P Live Edition

15 settembre 2017

Mi chiedevo ultimamente quali fossero, non dico i più bei concerti che avessi visto, ma quelli che più mi sono rimasti dentro, in qualche modo. E ho tirato fuori quattro P.

P numero 1: Peter Gabriel, è una bella lotta tra il Secret World Tour e il Growing Up Tour, ma alla fine propenderei per il SWT, perché è il primo suo che vidi, e in particolare la seconda data romana, 19/11/1993, cui andai con biglietto rimediato all’ultimo, direttamente dall’università, mi ricordo che saltavo come un matto con cappotto e zaino sulle spalle. L’intro, Come Talk to Me, fu qualcosa di indimenticabile.

P numero 2: E secondo Peter, stavolta Hammill. L’ho visto due volte da solista, e sarei tentato di mettere il primo, al Palladium, un anno dopo Gabriel. Concerto visto da solo, di straordinaria atmosfera. Però il 12/6/2005 ho coronato il sogno di una vita, e i Van Der Graaf che mi fanno live The Sleepwalkers con un David Jackson scatenato non ha prezzo (in effetti ci andai pure gratis, lucky me).

P numero 3: A Roma negli anni 90 Radio Rock pompava alla grande i Porcupine Tree, tanto da costruire un culto cittadino per il gruppo di Steven Wilson, un po’ come ai primi tempi del prog, quando Genesis o VDGG, per richiamare i protagonisti di cui sopra, arrivavano in testa alla hit parade. Così il trittico live al Frontiera (25-27/5/1997) in cui i PC registrarono Coma Divine, riepilogo della fase psichedelica della band, fu circondato da un’eccitazione palpabile che rese il ben poco suggestivo capannone sull’Aurelia un’astronave psichica per 1500 persone a botta. Non mi ricordo sinceramente a quale delle date fossi (una volta conservavo tutti i biglietti, da bravo fanatico, adesso molti si sono persi per strada), ma comunque il concerto ufficiale, prima dei bis, si chiudeva sempre con la mitica Radioactive Toy.

P numero 4: Il posto, l’Ippodromo delle Capannelle, non era il massimo, ma la magia dei Portishead lo trasfigurò. Il suono live più bello che abbia mai sentito, testimonianza palpabile del genio di Geoff Barrow. La chitarra di Adrian Utley che si librava nell’aria fendendo i beat ipnotici, la cortina elettronica stesa da Barrow. E Beth Gibbons, abbarbicata al microfono, che fermava il tempo ogni volta che apriva la bocca. La qualità non è granché (e verso i 40 secondi un membro del pubblico decide di tirar giù un sonoro bestemmione), ma questo è il primo magico bis di quella magica sera.

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Ex Libris 286 (una festa “interessante”)

10 settembre 2017

V.

La festa era vicino al confine con il Maryland; tra i partecipanti, Profane trovò un vaso da Devil’s Island, il quale era in viaggio, sotto il falso nome di Maynard Basilisk, diretto a Vassar, dove contava di insegnare apicultura; un inventore che festeggiava la settantaduesima invenzione respintagli dall’ufficio brevetti: questa volta si trattava di un bordello che funzionava a gettone, da installare nelle stazioni degli autobus e dei treni, e lui ne stava spiegando il progetto avvalendosi di cianografie e di gesti a un piccolo gruppo di Tirosemiofili (collezionisti di etichette di confezioni di formaggio francese), rapiti da Iago mentre partecipavano al loro convegno annuale; una dolce patologa originaria dell’isola di Man, la quale si distingueva per essere l’unica persona al mondo a parlare la lingua di quell’isola, e di conseguenza non parlava con nessuno; un musicologo disoccupato che si chiamava Petard, il quale aveva dedicato la vita alla ricerca del Concerto per kazoo di Vivaldi; il concerto, andato perduto, era stato segnalato alla sua attenzione da un certo Squasimodeo, il quale un tempo faceva l’impiegato statale sotto Mussolini e ora giaceva ubriaco sotto il piano; Petard non solo aveva sentito dire da certi musicofili fascisti che il Concerto era stato trafugato da un monastero, ma aveva anche sentito l’esecuzione di una ventina di battute dell’adagio, che ora andava suonando su un kazoo di plastica, aggirandosi fra i partecipanti alla festa; e molte altre persone “interessanti”.

These are the songs of my life: Videoclip Edition (with GB’s Introduction)

5 settembre 2017

Com’è come non è, GB ultimamente ci sta sotto con i clip degli Ok Go. Diciamo che dopo Dogs Like Socks e For the Birds, s’era appassionato a Sesame Street e Muppets, in particolare alle ospitate musicali. Dapprima l’innamoramento era per Feist, ma quando s’è stufato di Leslie, povera, si è concentrato su Kulash e Co. (non dimentichiamo anche le cose a cappella, tipo Pentatonix e Mike Tompkins).

La Vale ha pensato a un certo punto di proporre qualcuno dei celebri video del simpatico gruppo di Chicago. Non l’avesse mai fatto: ormai il pargolo vuole solo loro: segue tutto il delirante meccanismo di This Too Shall Pass, impazzisce per le palle che escono dalle valigie e per le secchiate di vernice di Upside Down & Inside Out o i gavettoni che esplodono di The One Moment, gli piacciono anche gli ombrelli colorati di I Won’t Let You Down e la macchina sonora di Nedding/Getting, per non parlare dei time lapse con cameo paperesco di End Love, anche se i preferiti rimangono i cagnetti di White Knuckles e il caleidoscopio illusionistico di The Writing’s on The Wall (quelli dove si balla li digerisce meno, anche se Here It Goes Again ogni tanto lo chiede, e anche All Is Not Lost).

Allora, mi pare giusto segnalare i miei, di video preferiti della storia. Da pischello cresciuto a pane e Videomusic, e poi MTV fino a quando era vedibile, di clip ne ho ingollati a profusione, ma tra i millemila me ne vengono in mente tre, dove l’eccezionalità della canzone va a sublimarsi con quella del visual:

Godley and Creme, i genietti pop dei 10CC riciclatisi come genietti visuali (tra tutti basti ricordare Cry) circondano i Police con centinaia di candele, semplicissimo e di atmosfera immensa.

Michel Gondry, che sul formato breve ha sempre avuto una marcia in più rispetto al lungo, modella su Bjork una meta-favola surreale semplimente perfetta.

Tom Barman, sempre a proposito di musicisti/registi (anche se non ho trovato certezza sull’attribuzione) illustra il capolavoro dei suoi dEUS con una suite di alienazioni discotecare su cui si innesta una coda coreografica neogodardiana che si attaglia magnificamente alla memorabile uscita strumentale del brano.

Ex Libris 285 (state guardando dalla parte sbagliata)

3 settembre 2017

Gli studi sulla cognizione evoluzionistica richiedono di considerare ogni specie nel suo complesso. Sia che studiamo l’anatomia della mano, la multifunzionalità del tronco, la percezione delle facce o i rituali di saluto, dobbiamo conoscere tutti gli aspetti dell’animale e della sua storia naturale prima di spingerci a capire quale sia il suo livello cognitivo. Invece di sottoporre a test animali su abilità nelle quali noi siamo particolarmente capaci – sulle fonti magiche della nostra specie, come il linguaggio -, perché non dovremmo valutarli sulla base delle loro specializzazioni? Così facendo, non appiattiremmo la scala naturae di Aristotele, ma la trasformeremmo in un cespuglio con molti rami. Questo cambiamento di prospettiva ci mostra che non dobbiamo ricercare forme di vita intelligente soltanto ai confini dello spazio e con grande dispendio di denaro ed energie. La vita intelligente abbonda infatti qui sulla Terra, proprio sotto i nostri nasi non prensili.

Lettera a Giordano #1

29 agosto 2017

Caro Giordano,

ti scrivo questa lettera in pubblico, e la lascio qui dove sarà per sempre fissata e per sempre perduta, perché magari un giorno ti farai delle domande, e anche se “excusatio non petita”, si sa, sento il bisogno di dirti delle cose. Perché da un po’ di mesi, e da qualche anno a questa parte, stanno succedendo cose che preparano un futuro contro cui un giorno *tu* sarai faccia a faccia. E potresti giustamente farti rodere il culo, e chiedermi: Tu dov’eri?, Tu lo sapevi?
Qualche giorno fa per esempio nella città in cui sono nata la polizia fascista e infame ha aggredito delle persone inermi, vecchi donne e bambini, ma anche uomini forti (perché nessuno deve essere messo nella condizione di subire violenza) senza un reale motivo (l’ordine pubblico e le altre cose con cui si imbelletta tutto) se non odio razzista. Ecco, vorrei solo dirti che sì, io lo sapevo. L’ho saputo. Ho fatto qualcosa? Beh, no, a parte protestare su un social del tutto inutile e pieno di gente in malafede, no. Non ho fatto nulla. Questa situazione è anche colpa mia? No.
Anche se non ho potuto far nulla per quelle persone, e per le migliaia di persone che scappano dalle guerre, dalle carestie che noi (gli occidentali e quelli prima di noi) hanno provocato nei loro paesi, anche se sono nata nella parte giusta del mondo e non avrò mai i problemi che una donna nata in quel lato deve affrontare ogni giorno, non è colpa mia. Non è colpa di tuo padre. C’è un limite alle cose che una come me può fare. Comprare i calzini da un qualsiasi Ahmed fuori dal supermercato, o lasciargli l’euro del carrello, perché ho pochi soldi io stessa e non sono un’imprenditrice. Provare a piantare alberi e farli crescere in vaso, per poi liberarli e sperare che nessuno li tagli, perché non ho i milioni per comprare terreni da riforestare. Cercare di dare quel briciolo di spazio in più alla verità contro il trasbordare di falsità razziste e fasciste che giustificano la violenza e l’orrore, perché ho solo degli account poco seguiti e non una testata giornalistica.
Caro Giordano, sì, in questi giorni noi sappiamo. Sappiamo cosa sta succedendo, e non ci piace. Facciamo del nostro meglio però, anche se la mia depressione mi suggerisce di mollare tutto e girarmi dall’altra parte, perché il mondo non cambierà, perché il mondo purtroppo è in mano agli stronzi, perché gli stronzi sono in numero molto maggiore della brava gente, e perché gli stronzi tirano su i figli stronzi come loro. Magari quando sarà il tuo turno, il mondo sarà un posto un po’ migliore, chi lo sa. Io non ci credo.
Per questo ti chiedo di credermi, quando chiederai che diamine abbiamo fatto per impedirlo, che persone come noi possono solo fino a un certo punto.
Ora ti saluto, perché sei qui a fianco che vuoi guardare i video degli Ok Go, e chi sono io per dirti “oggi no”?
This too shall pass, appunto.

Ciao, ti voglio bene.
Ti vogliamo bene

Mamoohska

Ex Libris 284 (bioritmi)

27 agosto 2017

Principessa

Chiunque è dotato di un po’ di fantasia dovrebbe soffrire, come dice un libro pieno di saggezza, di una specie di follia che sale e scende come l’alta e la bassa marea. La prima, quando le onde salgono sempre più alte e incalzano con maggiore forza, viene sul calar della notte; mentre invece le prime ore della mattina, subito dopo il risveglio, quando si prende il caffè, sono considerate come il momento della marea più bassa. Per questo anche quel libro dà il ragionevole consiglio di approfittare di questo momento, che è quello della nostra maggiore lucidità, per gli affari più importanti della vita. Solo di mattina presto si dovrebbe per esempio sposarsi, leggere recensioni che dicono male dei propri libri, far testamento, bastonare il servitore e così via.

Se questo è un filosofo

22 agosto 2017

Quando si torna dalle vacanze e non si sa che post scrivere, tanto vale rivolgerci al già citato nostro giornale preferito, no? D’estate capita che le riviste si accumulino sulla cassapanca in cucina o accanto alla tazza del bagno, luoghi elettivi per la lettura di complessi articoli e alate rubriche. Tipo quella in fondo al suddetto magazine, che dopo l’obbligatoria occhiata all’oroscopo dovrebbe elevare gli animi delle gentili lettrici (e dei lettori spioni) con pensose riflessioni filosofiche. Se ne occupa Umberto Galimberti, che di solito non scrive neanche stupidaggini, al netto di un’infatuazione per il concetto heideggeriano di tecnica al limite del patologico, e per una certa tendenza a scopiazzare qua e là, via.

Poi però gli si rivolge una signora per condividere un momento assai triste di lei e del marito, quando giunge la notizia della morte del loro cane mentre sono in un ipermercato, e sperimentano ciò che tanti provano in momenti del genere: la sensazione dell’indifferenza del mondo che intorno a loro continua come niente fosse, mentre nel cuore si apre un vuoto incolmabile. Ci si aspetterebbe, da parte dell’insigne filosofo, una chiosa sul dolore, il lutto, lo scorrere inesorabile del tempo che fa il suo dovere trascinando con sé verso l’oblio tutto e tutti, la morte che è parte ineludibile della vita, cose del genere, no? No. Perché, mal gliene incolse alla scrivente, l’oggetto del cordoglio è un cane. Pensieri del genere possono essere riservati agli umani, mica a qualsiasi altro animale, che scherziamo?

Ed ecco che il Galimberti si sente in dovere di rifilare alla signora un’indigesta ramanzina sul fatto che intorno a noi ci sono cose ben più importanti cui pensare, piuttosto che dilungarsi su quisquilie come la morte del proprio cane: “Sa qualcosa dei morti in Siria, in Iraq, in Afghanistan, dei milioni di morti in Africa a causa di pulizie etniche e di massacri indisciminati?” E così via, un bell’elenco di disgrazie cui evidentemente alla signora non potrebbe fregare di meno, perché sta lì in mezzo a un centro commerciale a piangere la morte di un cane. Anzi, c’è di più: “Oppure ha imparato anche lei a chiamare le guerre missioni di pace, i massacri danni collaterali, le torture pressioni fisiche, le pulizie etniche trasferimento di popolazione, per cui addolcendo la realtà con questi eufemismi, da piangere resta solo la morte del cane?” Ecco, perfetto: chi piange per un cane (per un gatto, un coniglio, o un’orsa, magari) non può che essere un minus habens col cervello in pappa che si beve ogni stronzata e pensa solo agli animaletti tanto carucci.

Ovviamente, da parte sua, il Galimberti, se muore un suo caro (sempre non si offenda perché andiamo a paragonare lutti per specie diverse), mica piange, giammai si dispera, piuttosto lancia la sua mente superiore verso i migranti annegati nel Mediterraneo, i bambini che muoiono di fame e tutti gli orrori di questo pianeta, dicendosi: “Che sarà mai se è morto un amico o un parente, sono ben altre le tragedie.” Mica per niente è un filosofo, uno che si può permettere con nonchalance di rivolgere alla povera signora che gli ha scritto aspettandosi un qualche colto conforto l’accusa di avere una percezione distorta della realtà, che può produrre nientemeno l’effetto di portare il mondo intero alla perdizione, “perché se il nostro sentimento non è all’altezza di quanto sta accadendo intorno a noi, che cosa può impedire la ripetizione di quelle terribili cose a cui sopra abbiamo accennato?” Col che abbiamo chiuso il cerchio: come si sospettava, tutti i mali del mondo son colpa di chi ama gli animali.

Per carità, conosciamo fin troppo bene tanti animalisti o supposti tali che corrispondono al profilo delineato da Galimberti. Ma qui è in gioco qualcosa di più: un pregiudizio connaturato, per cui in automatico chi si interessa agli animali (tranne l’uomo, per carità) è un ingenuo sentimentale boccalone del tutto scollegato dai veri problemi (che sono sempre si sa “ben altri”), pago com’è di condividere micetti e cagnolini pucciosi. Un pregiudizio correlato con la granitica certezza (fideismo laico, vorremmo chiamarlo) della superiorità e unicità della specie umana rispetto a qualsiasi altra, anzi meglio, su un clamorosamente antiscientifico distacco dell’homo sapiens da tutti gli altri animali, come fossimo un incredibile scherzo dell’evoluzione che ci ha lanciati in chissà quale iperuranio lasciando il resto del mondo al palo (sull’argomento, leggere per credere Siamo così intelligenti da capire l’intelligenza degli animali? di Frans de Waal, a proposito del quale seguirà Ex Libris).

Siamo certi che Galimberti non abbia idea di cosa sia l’antispecismo, e di come diversi suoi colleghi abbiano chiarito come l’interesse e la cura per gli animali possa inserirsi in una visione davvero globale della società e delle sue molteplici forme di sfruttamento. Ma magari una letta a L’animale che dunque sono di Derrida potrebbe intanto essergli utile per una sana decostruzione delle stupidaggini che anche i più grandi esponenti della sua categoria hanno nei secoli sparato sul tema “Animot”. Dopo, forse, ci potrebbe anche stare una lettera di scuse alla signora Mafalda Albanelli, da lui senza alcun pudore svillaneggiata a mezzo stampa, e un po’ più di umiltà, in futuro, nel maneggiare parole e concetti così delicati: stia una mezz’oretta con un cane, e vedrà che ha ancora molto da imparare.

Ex Libris 283 (comunicare con gli idioti è pericoloso)

23 luglio 2017

‘Miagolare l’idioma degli umani è tabù’. Così recitava la legge dei gatti, e non perché loro non avessero interesse a comunicare. Il grosso rischio era nella risposta che avrebbero dato gli umani. Cosa avrebbero fatto con un gatto parlante? Sicuramente lo avrebbero rinchiuso in una gabbia per sottoporlo a ogni genere di stupidi esami, perché in genere gli umani sono incapaci di accettare che un essere diverso da loro li capisca e cerchi di farsi capire. I gatti sapevano, per esempio, della triste sorte dei delfini, che si erano comportati in modo intelligente con gli umani e così erano stati condannati a fare i pagliacci negli spettacoli acquatici. E sapevano delle umiliazioni a cui gli umani sottopongono qualsiasi animale che si mostri intelligente e ricettivo con loro. Per esempio i leoni, i grandi felini, obbligati a vivere dietro le sbarre e a vedersi infilare tra le fauci la testa di un cretino; o i pappagalli, chiusi in gabbia a ripetere sciocchezze. Perciò miagolare nel linguaggio degli umani era un grandissimo rischio per i gatti.

Antonioni: Un’educazione sentimentale all’immagine

21 luglio 2017

Fu 10 anni fa, tra qualche giorno, che se ne andava, lo stesso giorno di Ingmar Bergman, Michelangelo Antonioni. All’epoca, per la rivista su cui scrivevo, buttai giù un ricordo sfacciatamente sentimental-cinefiliaco. Lo ripropongo nell’occasione, in memoriam.

Quel che si apprende negli anni di formazione, si sa, rimane dentro confitto con più convulsa fierezza, pure se l’esperienza ha quel vizio infame di appannare ciò che un tempo splendette con tale faristica esattezza negli anni belli, quando ogni acquisto di conoscenza spiccava come un nuovo, intonso 8000 su cui piantare l’estrema picozza.

In quel gorgo sentimentale ed eroico ognuno scopre i maestri che si merita o che almeno anela a meritarsi: quelli sicuri nel tracciare la via, definitivi nel tagliare il quadro, imperiosi nel far correre da sorgente a foce lo sguardo assetato. Quelli cui ripensare con gratitudine anche quando priorità e influenze saranno altre. Il mio maestro è stato Antonioni.

Kubrick fu (per molti) il guru adolescenziale da far fuori appena la sua mausolemaica spocchiosità fosse venuta a confliggere col calore vivificante dei flamboyant, fossero Ophüls, Truffaut o John Woo. Herzog il compagno di strada di tante stagioni, il fratellone mistico e fumato con cui sballare con più stile. Michael Powell la scoperta tardiva da coltivare con cure amorose.

Ma niente (forse solo il sommo Mizoguchi, un po’ più tardi) avrebbe avuto l’impatto devastante sulla crescita delle facoltà percettive dello studentello di cinema che fui, di quelle visioni sotterranee, in laboratorio. Sapienza, 1990, sotto Scienze Politiche. La pantera più che invisibile, come un Tourneur al quadrato. Il cinema in una crisi più che nera.

Ed ecco, bum, l’in vitro esplode, e dallo schermo pixellato da videoproiettore pre-digitale balzano fuori come fiamme di cristallo: pompe di benzina lungo il Po, verde londinese, deserti su deserti, e nebbie, che nebbie, lunghi addii, portaceneri, vetrate, scale, ciminiere, vuoto-pieno-vuoto, e quei capelli, quelle rocce, quegli atelier, quella potenza acuminata e fatale di presa sulle cose.

Erano anni in cui, da buoni giovanissimi turchi, si doveva prendere posizione. Dante-Petrarca, Bartali-Coppi, Antonioni-Fellini, no? E lì si era ferocemente antonioniani, si ergevano a vessillo le metafisiche astratte dell’uno contro le pagliaccerie umbilicali dell’altro; e si scopriva cosa piaceva davvero, oltre le ammirazioni obbligate e i nomi imprescindibili del canone.

Che poi in realtà di questa storia della borghesia, dell’uncommunicado, della civiltà in decadenza, me (ce) ne caleva fino a un certo punto. Come in Gadda: chi se ne frega dei supposti messaggi più o meno sociali. Tutto è nella forma, con tale panteistica completezza da bruciare ogni residuo ideologico/teorico. Anche i contenuti sistemati, tiè: che senso di onnipotenza.

Dopo, tante altre (troppe) immagini sarebbero passate sotto gli occhi, sempre meno vergini e puramente ricettivi, magari più abili e strutturati. Quei luoghi si sarebbero allontanati, abbandonando il centro della scena oculare, sostituiti da nuove scoperte, soprattutto orientali. Eppure rimanevano lì, in quella soffitta privilegiata, pronte a pretendere nuove attenzioni.

Mentre in qualche modo si cercava sempre qualche surrogato, qualcuno che in simile, peculiarissimo modo densificasse il campo fino a farlo deflagrare, qualcuno che facesse male ai sensi non per accumulo di stimoli diversificati, ma per la loro concentrazione portentosa in pochi segni, ognuno di assoluta necessità e intensificato allo stremo.

E non erano quelli più banali, i Wenders e Co., a entusiasmarci. Probabilmente i maggiori epigoni del maestro ferrarese sono stati Edward Yang (che l’ha preceduto nell’Ade di un mese) e Michael Mann: il primo col palese nitore del cultore delle distanze e dello scavo esistenziale, il secondo col genio incorrotto dei sensi al lavoro e la sconfinata curiosità tecno-formale.

Quando tornò Lui, l’originale, emerso da un risonante silenzio, si era presso il centenario del cinema, sembrava che in qualche modo il cerchio si chiudesse. E per il volto di Irène Jacob, per lo stendersi di quei colori sull’anima, passavamo pure sopra alle cazzate di Tonino Guerra, allo sciupìo di parole su un’estasi che avremmo voluto muta.

Alla camera ardente, sullo schermo d’occasione, cogliamo una volta ancora i suoi occhi, che scrutano fuori da una macchina una campagna di pioggia e sfumature, e pensiamo che vorremmo guardare, come guardava Antonioni, qualsiasi cosa ci sia lì fuori. Di occhi così ne nasceranno sempre meno. Un grazie, è quello che resta da dire.

Ex Libris 282 (Dalla parte della cicala)

16 luglio 2017

filastrocche
Alla formica

Chiedo scusa alla favola antica,
se non mi piace l’avara formica.
Io sto dalla parte della cicala
che il più bel canto non vende, regala.

GB fa cose 2

13 luglio 2017
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GB annusa fiori e abbraccia gatti. (A volte poi i fiori li strappa e ai gatti prova a tirare la coda, stiamo lavorando sulla cosa.)

Quando entriamo in una chiesa di solito GB prende e si scaravanta verso l’uscita, se sta a terra, o la indica con insistenza se sta in braccio. Noi l’abbiamo attribuito al buio che c’è in certi edifici di culto. Però, quando entra in una chiesa di Borromini, il risultato è diverso. Successe tempo fa a San Carlino, ma era più piccolo e ancora non aveva maturato l’idiosincrasia. Ultimamente, però, a Sant’Ivo, stessa cosa: c’era quella luce assoluta che veniva giù dalla cupola, e quando abbiamo fatto per andar via, lui voleva rimanere.

GB fa ciao ciao con la manina in differita, quando i destinatari del saluto già sono andati via, hanno voltato l’angolo, non guardano più. Giusto per avvertirli.

GB, se è in momento di strilloni (per incazzatura o entusiasmo), fa concorrenza all’Ian Gillan dei tempi d’oro, o alle banshee.

A volte GB brandisce il ciuccio come una pipa. In macchina invece lo tira a noi davanti e ride.

Quando GB in macchina è stanco, mette su una faccia che, strano ma vero, sembra un misto tra il Buddha e Tiberio Murgia.

GB si vede questo con gli occhi appizzati sullo schermo per non perdersi niente (l’avevamo detto che è un po’ maniaco)*

GB prende i cd e li infila nel lettore, di solito spento. Una volta abbiamo provato a estrarlo e non veniva. Ecco fatto, ne ha messi due insieme. Quando il nonno l’ha aperto abbiamo scoperto che erano 3.**

GB prende i libri (tipo adesso è in fissa con questo), li apre e inizia a leggere: “Ehm”, o “Amm”, qualcosa del genere.

GB dice: Mamma. O Amma(gamma). Una volta sola, dopo una serie di richieste, ha concesso un: Papàhhh.

L’altra cosa che GB dice è (tema con variazioni) No. Noooo… No-No. No No No… (ad libitum)

Quando GB punta l’indiciuzzo bisogna obbedire, non ci son santi.

* Primo video visto: For the Birds. Video prediletto per un periodo: Dogs Like Socks. Al momento, tra i vari, questo (quando gli squali inseguono i pesciolini lui fa “via, via”, con la manina).

** A GB piaciono tanto i cd della Impulse, hanno quei bei colori arancio-nero, e le copertine morbide invece della plasticaccia. Prende e li porta al divano, quelli e altri di jazz: Coltrane/Ellington, Quincy Jones, Gil Evans, Ramsey Lewis. In un primo periodo, il suo preferito in assoluto era Brainwashed.

*** Libri illustrati più amati: È un piccolo libro, quelli di Eric Carle come Il piccolo bruco maisazio o Il piccolo ragno tesse e tace, Prot.

Ex Libris 281 (secondo Karen)

9 luglio 2017

Quattro motti avevano guidato la sua vita. Nella giovinezza lo sprezzante incitamento al coraggio di Pompeo al suo equipaggio: navigare necesse est, vivere non necesse.

Una volta in Africa aveva fatta sua l’asserzione, altamente etica, incisa nello stemma dei Finch Hatton: je responderay, ne risponderò.

Diventata scrittrice le piace assumere la leggerezza del nome di una nave affondata al largo dell’Islanda: Porquoi pas? In quel «perché no?» legge un «segnale di sfrenata speranza».

Più in là negli anni, quando comincia a toccare con mano – come aveva scritto in una preveggente lettera al fratello – che la vecchiaia è «il momento nella vita, in cui due scelte sono ancora possibili e poi, l’attimo dopo, solo una è possibile», sceglie come motto un insegnamento dall’ambiguità soavemente zen, preso dalle iscrizioni sulle tre mura di un’antica città inglese. Sulla prima cerchia di mura stava scritto: «Sii audace». Sulla seconda pure. Ma sulla terza: «Non essere troppo audace». Così il monito è: Sii audace. Sii audace. Non essere troppo audace.

Infine alle soglie della morte, le sembra perfetta la scritta, da ripassare sia nel momento del trionfo sia in quello della sconfitta, incisa all’interno dell’anello di un antico imperatore cinese: Anche questo passerà.

Se è vero, come scrisse Hanna Arendt, che «la saggezza è una virtù della vecchiaia, e sembra essere concessa solo a chi, da giovane, non è stato né saggio né prudente», Karen Blixen era predestinata alla saggezza.

GB fa cose 1

4 luglio 2017
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GB fa Zoidberg con la manuzza davanti alla bocca.

GB, quando gli piace una cosa da mangiare (cioè più o meno sempre) fa il gesto con l’indice (all’inizio più in aria che sulla guancia, ma il senso era già quello)

GB, quando vede qualche farfalla su un libro o una foto, indica immediatamente il soffitto dove ci stanno una dozzina di farfalle in stickers che se ne volano tra le piante.

GB fa lo scemo con le ragazze. (Se passa una ragazza, si guarda la ragazza. Se però c’è anche cane, cane batte ragazza, finora.)

GB all’Ikea apre e richude tutti i cassetti, tutti gli scaffali, tutte le scansìe.

GB, quando ci chiniamo per cercare qualcosa (di solito buttata da lui) sotto un mobile, fa lo stesso, e poi ci guarda con aria ineffabile.

GB quando si sveglia va al comodino di Mamooshka, prende la custodia degli occhiali, la apre, li afferra (con delicatezza), tira fuori le stanghette e li porge. “Mettiti ‘stocchiali e alzati, che è ora!”

GB, se il Papooshko è in salotto a vedersi qualcosa in tv, si mette nel suo posto a letto (suo del Papooshko, insomma), sotto le lenzuola, con il suo libro in mano (suo sempre del Papooshko), accanto alla Mamooshka col suo lettore e-book. (E giù a ridere, i due.)

GB alla fine di qualche concerto visto su Rai5 o Mezzo, o di dischi live, applaude insieme al pubblico.

GB, se la musica lo colpisce tiene (più o meno) il tempo, con fare serissimo.

GB, faberianamente, ama andare in direzione ostinata e contraria. Per strada, perlopiù sta appollaiato sul povero braccio di Papooshko, ma se lo metti giù prende e va con precisione dalla parte opposta a quella verso cui stai andando. (La ribellione alle regole ne farà di sicuro un individuo fuori dal comune, per adesso è una bella fatica andarlo a riacciuffare tutte le sante volte.)

GB annusa fiori e abbraccia gatti.

(a suivre)

 

Ex Libris 280 (frenesia del consumo)

2 luglio 2017

Retromania

Ero fermamente deciso a saltare a piè pari l’era dell’iPod, ma poi… me ne hanno regalato uno. Come volevasi dimostrare, anch’io ho ceduto alla perversa e soave seduzione sessuale dell’oggetto, appassionandomi come un invasato alla trafila della copiatura e organizzazione della musica. Però ci ho messo poco a rendermi conto che tutta quella scelta non mi andava a genio: è come cenare in uno di quei ristoranti con il menù troppo lungo, pagine su pagine rivestite di plastica; o guardare una tv via cavo con centinaia di canali che quasi ti obbligano a fare zapping.
La funzione shuffle mi salvava dal problema della scelta: come tutti all’inizio ne sono rimasto rapito e, come tutti, ho sperimentato il brivido delle ricorrenze misteriose e delle scalette imprevedibili. Ma lo svantaggio dello shuffle non ha tardato a manifestarsi: affascinato dal meccanismo in quanto tale, in poco tempo sono caduto vittima dell’impazienza di sapere cosa sarebbe arrivato dopo. Cliccare sul prossimo brano casuale era una tentazione irresistibile. E se anche era fantastico, c’era sempre la possibilità che subito dopo il lettore avrebbe selezionato qualcosa di ancora più fantastico. Col tempo ho cominciato ad ascoltare i primi quindici secondi di ogni canzone, poi ho smesso del tutto. La “freneticittà” colpisce ancora. Era una sorta di estasi dell’optional, il consumismo spogliato degli elementi più noiosi (il consumo, il prodotto in sé). La conclusione logica sarebbe stata levarmi le cuffie e limitarmi a osservare il display.
Per quanto riviste come “Wired” amino presentare la tecnologia come la forza inarrestabile della necessità, le innovazioni non attecchiscono se e finché il clima non è giusto: la macchina deve soddisfare e rispondere al desiderio popolare e alle esigenze del consumatore. Lo scenario culturale adatto all’utilizzo precede sempre la macchina, se non come invenzione almeno come fenomeno di successo. L’iPod è decollato perché ha potuto inserirsi spontaneamente nella “Me generation” del nuovo millennio, dove l’insistenza nel fare a modo tuo e subito riflette l’enorme peso esistenzial-politico investito nel consumismo (sostanzialmente l’unico settore controllabile nella vita della gente). La i all’inizio del nome ha una ragione ben precisa: questo è musica mia, non nostra.

Lettera aperta al sindaco di Artena

27 giugno 2017

Caro Felicetto, scusa se ti do del tu, lo do quasi a tutti.

Chi ti scrive è una tua concittadina di adozione… o meglio, la portavoce di una famiglia di tuoi concittadini: Alessandro, Valentina, e da una ventina di mesi, Giordano Bruno. Per non citare (l’elenco sarebbe lungo) i gatti che curiamo, nutriamo e sterilizziamo. A nostre spese, naturalmente, lo sai anche tu: tutti i discorsi sui soldi che non ci sono mai, e i benaltrismi del “ci sono altri problemi prima da risolvere”… ma oh! Aspetta a chiudere il blog, questa non è e non vuole essere una lettera di lamentazioni.

In realtà era tanto che volevo scriverla, ma non mi decidevo mai; poi, reduce da una passeggiata nel borgo, ho pensato: è il momento giusto. Già. Noi abitiamo al centro storico da ormai dieci anni. Prima di ieri sera pensavo fossero tanti. Il compagno della tipa che ci ha venduto casa disse, mi ricordo: “Tempo sette anni e avrete venduto. Non ci si resiste qui, l’unica cosa buona è l’acqua sempre fresca”. Beh, forse dovrei dire che “era” l’acqua, che da quando c’è ACEA ATO2…

Ah, sì, en passant. Ho letto per caso – non ne avrei saputo nulla altrimenti – che farai delle multe a chi userà l’acqua potabile per innaffiare piante e orto e lavare la macchina, o sbaglio? Per la macchina tranquillo che al massimo gli diamo una volta l’anno una ripassata al lavaggio a gettone. Mentre per le piante: sono il mio chiodo fisso, chi passa di qui lo sa, ma le irrigo con l’acqua dei bagnetti di Giordano. Puoi risparmiarti la fatica di mandare vigili che cerchino pretesti per farci multe. Oh, mica sto insinuando nulla eh. Ma sai, le brutte esperienze. Tipo: ci eravamo appena trasferiti, sarà stato il secondo o terzo giorno, ci eravamo sposati proprio quella settimana ed eravamo riusciti a entrare in casa solo a nozze celebrate (mica perché siamo bravi credenti e persone morigerate, è che gli operai, sai come vanno queste cose, le hanno tirate per le lunghe). Insomma, avevamo nella nostra corte privata (non per strada, eh?) i sacchetti degli scarti della ristrutturazione, e quell’anno c’era ancora Paolo che lavorava coi muli, te lo ricordi, che bel vecchio che era? Ci eravamo messi d’accordo per smaltirli, e lo aspettavamo. Un giorno, sono sola a casa, arrivano due vigili che mi minacciano con modi para-mafiosi, uno addirittura ha detto, testuali parole: “in 35 anni mai visto uno schifo simile”. Felicetto mio, te lo devo proprio dire, non sapevo se prenderlo a mozzichi o ridere. Perché anche allora, che c’era una sindaca di belle e immaginifiche speranze, in giro per le viette del borgo vedevo elettrodomestici morti accatastati agli angoli, cestini traboccanti e in pieno centro storico dietro casa nostra una bella palazzina di traforati a vista, per non parlare dei magnifici bagni aggettanti, degli infissi in alluminio anodizzato e altre piacevolezze similari. Non molto in linea con le caratteristiche del borgo, lo ammetterai. Anzi, un bel match a cazzotti con le belle case in pietra, portoni caratteristici in legno, i viottoli con le veneziane che ti si aprono ad altezza occhi, il tutto aggrappato a un colle nel mezzo di boschi e parchi. Chiunque, sano di mente, avesse tutta questa bellezza, cercherebbe di sfruttarla al meglio, esalterebbe i suoi punti di forza e cercherebbe perlomeno di mettere le toppe ai disastri ormai fatti (come gli abusivismi edilizi, no? Quelli che il tuo predecessore chiamava elegantemente “palazzine”).

Invece.

(oh, ho da fare qui un intermezzo personale, ma proprio mio personale in cui c’entrano poco Alessandro e Giordano. Io non sono mai stata felice di vivere qui. Dal giorno in cui sono venuti quei due vigili, ho pensato, ma guarda questi. La gente viene qui da fuori a rimettergli in sesto il paese e loro, invece di darti il benvenuto, di chiedere se serve qualche informazione, arrivano e minacciano. Perché sai, non penso che agli artenesi veri, di nascita, gli indigeni di sangue puro, quei due siano mai andati a dire niente. Ormai lo so come lavorano,* e scusa se te lo dico: non è il genere di servizio per cui mi piace vedere impiegati i soldi delle tasse che pago. Io non sono il tipo di persona che si tira su le maniche e “vediamo se lo capite con le buone”. Sono piuttosto di quelli che “non mi volete? Allora conto i giorni che mi separano da quando potrò evadere di qui”. E finora è stato così. Ma chiudo qui la parentesi, che poi comunque ci torniamo).

Invece la situazione qual è? Che i vecchi sono abbandonati, e i giovani che vorrebbero portare nuova linfa e vita nel borgo non vengono sostenuti. Anzi, vengono scoraggiati su ogni cosa. C’era il LiveArt, concerti, incontri e cantine aperte per tutto luglio, un sacco di ragazzi per la via Maggiore. Addio. Ci sono state manifestazioni anche sorprendenti, con teatro, arte, musica elettronica. Chi l’ha più viste? Ora ci sono i Balconi e vicoli fioriti, che è un’iniziativa encomiabile, rendono il paese davvero bello e profumato, ma quanto resisteranno? In questo paese quello che non passa mai di moda sono solo le processioni, che saranno pure pittoresche e tutto, ma indovina un po’?, agli abitanti del borgo portano solo disagi, perché non è possibile che il centro storico esiste solo quei pochi giorni all’anno e poi ‘sticazzi. Se vuoi fare la tua bella processione (fosse una: dalla primavera all’estate minimo una al mese), impedendoci di accedere agevolmente alle nostre case, ti impegni pure a investire soldi qui, nel semiabbandonato (dall’amministrazione) centro non carrozzabile più grande d’Europa, come lo si strombazza a destra e manca.

Perché la favoletta che da anni ci raccontate tu e i tuoi predecessori, che Artena è un borgo morente, che è un dormitorio, che ormai è buono solo per gli stranieri che non riescono a permettersi un affitto migliore a valle, è una grossa, sonora cazzata.

Ieri, durante la passeggiata, mi sono fermata a parlare con le persone che incontravamo, complice probabilmente Giordano (pochi resistono a un bel bimbo di un anno e mezzo). Devo dirti anche questa, Felice’, scusami: i primi anni forse c’era ancora la generazione più anziana e meno aperta, ma passeggiare serenamente per il borgo non era poi così piacevole, con certe facce ringhiose a fissarti da finestre e portoni. Comunque. Girando si vedono un sacco di cose. Un vicolo pieno di vasi fioriti, passi davanti a una porta aperta, velata appena da impalpabili tende rosse e arancioni, si intravede il pavimento in cotto e le travi in legno, ci sono le infradito davanti all’uscio e due donne che si preparano la cena e parlano, e si capisce che una è venuta da fuori a trovare l’altra. Una signora che innaffia le piante che partecipano al concorso, una semplice ringhiera con petunie e ortensie, che tu vedi carine ma appena oltre il muretto scorgi uno stupefacente giardino che lei tiene pulito e in ordine. Case vissute ai bordi della selva fianco a fianco con rimasugli di cantine mezze crollate, come se un distacco netto, tra mondo degli umani e mondo degli alberi non vada bene, ma ci voglia una compenetrazione reciproca di elementi, pietre e rampicanti. Ho scoperto che dieci anni ai bordi del borgo non sono poi tanti, in confronto a ottanta, con nove ernie e una vita a far su e giù per i vicoli nel cuore pietroso di Artena. Ho scoperto che palazzi interi crollano a fianco di case ristrutturate e vissute. Vieni quassù, qualche volta, non solo per le occasioni importanti, le processioni o le campagne elettorali. Vieni la sera quando non c’è nessuno da stupire e da infinocchiare con le parole vuote della politica.

Vedi, Felicetto, il borgo non *sta* morendo. Non è un malato terminale, non è una macchina cui non producono più i pezzi di ricambio, non è un vecchio che ha finito di produrre cellule nuove. Il borgo è vivo, sono le amministrazioni che lo stanno uccidendo. Siete voi. Non offenderti, ma qui le chiacchiere (chiacchiere di alberghi diffusi, di piani colore e così via) stanno a zero. Qui ci vogliono fatti. Fatti e idee. Le idee ci sono, e anche se non dovessero piacere quelle che ci sono, ti dirò un segreto (da scrittrice): le idee sono la roba più diffusa e a buon mercato del mondo, te le tirano dietro, di idee io sono sommersa. Il difficile è la realizzazione. La fatica di iniziare un progetto, portarlo avanti e terminarlo, o mantenerlo vitale. Non venite a farci il pianto greco su “che peccato per il borgo, un così bel posto”, perché voi avete il potere di mantenerlo vivo, e attirare anche più gente da fuori, per viverlo e per attirare turisti. Se il borgo muore, la colpa è vostra.

Ti saluto, perché il tempo, con un bimbo piccolo, è quel che è: minuti contati.

A presto, Valentina.

Ps: ho sentito, parole colte qua e là, che i romani si stanno lamentando della chiusura dell’inceneritore di Colleferro, perché loro non sanno dove mandare la loro monnezza. Comodo, no? Noi qui a far la differenziata, a pagare perché il mularo passi ogni giorno, a portar via il residuo, insomma, noi ci facciamo il mazzo mentre i romani (sono romana, li conosco e so di cosa parlo) non si sprecano nemmeno a separare carta, plastica e indifferenziato. Oh, i romani pensano che gli è tutto dovuto (ci sono le eccezioni, lo so) sono arroganti, sono “i padroni del mondo”, e ora pretendono che Colleferro riapra, con tutti i suoi morti, vecchi adulti e bambini, di leucemia e altri simpatici morbi, perché loro non riescono a darsi da fare con i rifiuti (la sindaca che vuole portare la differenziata al 70 per cento, bum, e intanto in un anno è scesa dal 43 al 42, ops). Comodo, scaricare sugli altri la propria merda. Perché ti dico questo? Perché voglio sperare che farai sentire anche la tua voce, sai com’è. Preserviamola, st’aria buona di Artena, invece di decantarla solo e un domani rimpiangerla. Per lo stesso motivo ti pregherei di fermare quella follia del Biometano al Colubro. Su, Felice’, non è il caso.

E qui ti saluto davvero, e scusa per la lunghezza di questa lettera: ma lo sai, le cose da dire erano tante, e in realtà tante ancora ce ne sarebbero.

V.

* Come con le macchine parcheggiate a piffero proprio nel bel mezzo di Piazza della Vittoria: quando siamo arrivati in paese appena avvistato un altro vigile gli abbiam chiesto, “ma lì si può mettere l’auto?” e lui “no, che scherzate?” E infatti non ce l’abbiamo messa. Peccato tutti gli altri ce la mettano, e per uscire dal parcheggio a volte è un diamine di fatica, te lo può dire mio marito, e mai che abbiamo visto una multa, che scherzi?

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Qualche contributo video:

Docchino in stile “magnifiche sorti e progressive” girato dal “Maestro” Zefferirelli o magari dalla seconda unità ai tempi del Romeo e Giulietta

“Lo vedi lì? Sono solo pietre e briganti.”

(Giuliano Gemma indicando a Stefano Satta Flores Gangi/Artena)

Due mattacchioni che esplorano usi e costumi dell’Artena anni ’80

Qui ad aver capito tutto è l’urbanista greco a 8.45