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Ex Libris 312 (la vita del bosco)

29 aprile 2018

Per chi non si impegna a sottrarsi a un atteggiamento passivo, una passeggiata nel bosco potrebbe apparire monotona, addirittura noiosa. Il visitatore svogliato difficilmente può percepire le meraviglie della foresta: all’inizio, dentro l’ombroso ventre silvestre, lo scenario si manifesta tutto uniforme, ripetitivo, uguale a sé stesso. E allora la foresta può sembrare tediosa proprio come – nonostante sia il suo opposto – il deserto. Camminare tra gli alberi è come avanzare tra dune sempre uguali, sotto foglie e rami che si susseguono come le onde disegnate dal vento sulla sabbia. Migliaia e migliaia di piante che si sovrappongono, si diradano per poi infittirsi di nuovo. Lo sguardo vaga in una profondità di campo limitata: sopra gli alberi sai che c’è cielo, vento, luce, nubi, montagne; ma sotto vedi solo moltitudini sempre uguali di presenze immobili che cancellano il sole, che si confondono nell’indistinguibile amalgama verde stretta intorno a ogni cosa.
Ma se si compie lo sforzo necessario a cogliere anche le variazioni apparentemente più insignificanti di quel sistema ecologico, allora  proprio come nel deserto – ciò che vediamo sfilare mentre camminiamo diventa una successione di episodi inattesi.
Quando osserviamo un ambiente naturale con uno sguardo passivo, siamo tentati di rimanere sulla prospettiva che ci è più consona, la cosiddetta “scala del paesaggio”, quella che noi immaginiamo in genere da un belvedere, con lo scenario composto per piani digradanti, da vicino a lontano, fin verso l’infinito degli orizzonti. Ciò che ci salta subito all’occhio, e che apprezziamo maggiormente, è la somma tra i dettagli a noi vicini e le distanze espanse su cime e valli che sfumano sullo sfondo. Ma chi si sforza di osservare la natura riuscendo a porsi su altre scale di riferimento scoprirà che anche solo in una porzione di bosco, anche in un singolo albero morto può risiedere un inatteso motivo di interesse. In un albero morto abitato da infinite catene trofiche c’è tanta vita quanto quella che, su altra scala, può abitare un’intera valle appenninica.

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Lavori di primavera (in attesa di un giardino vero…)

26 aprile 2018

La stagione migliore ad Artena è anche la più molesta. Tarda primavera/estate. Tanto bella, fresca, luminosa, e continue processioni, sagre, palii e tutto il novero della monnezza tradizional-becera di un paese incapace di valorizzare veramente le sue ricchezze, e sì che ne avrebbe. Ma la genuflessione e l’arrosticino evidentemente valgono più di un intero borgo.

Basta lagnanze, comunque. Dicevo che questa è la stagione più bella, perché… beh, perché ricominciano i lavori in giardino! *

Già, questi giorni ho ripreso a fare giardinaggio, per quel che posso in questo cortiletto lastricato, ovvio. Ce n’è comunque abbastanza, direi, a iniziare dalla consueta pulizia di ortiche e parietaria. Ho tolto la vite canadese, mi è dispiaciuto molto ma non potevo continuare a triturarmi le ossa della schiena perché la vecchia del piano di sopra se vede un rametto fuori posto sbrocca (e la vite canadese non manda un misero tralcio, in esplorazione. La vite canadese *è* il Trifido).

Togliendo ortiche e parietaria si scopre che la pianticina di edera spuntata spontaneamente sulla parete nel frattempo è cresciuta. GiordiMao è più interessato ai millepiedi che girano lì intorno.

E abbiamo ricominciato un mini orto sul balcone (cercate su Erbaviola) con zucchine, fragole, rosmarino strisciante, una pianta di pachino e dobbiamo prendere ancora qualche aromatica. Oltre ai fiori. Quest’anno voglio tanti fiori, tanti. 

Per partecipare alla terza edizione dei balconi fioriti?, ha scherzato Ale. Beh, no… ma non perché non mi piaccia l’idea o voglia fare la snob… è che la mia idea di giardino riuscito si discosta un po’ (un po’ tanto, direi) dall’idea di un qualsiasi giudice che esamina petunie, gerani e margherite ben disposte in aiuole e fioriere. Quanto più la mia parete è coperta di Umbilicus rupestrisCymbalaria e Geranium robertianum, a formare un micro ecosistema non meno perfetto di un bosco, tanto più io sono contenta.

L’amica chiocciola. Dell’orto in vaso non mi preoccupo, userò uno dei tanti metodi naturali per tenerle lontane senza ucciderle.

E ho finalmente scoperto – su campo – che fare giardinaggio mi piace. Anche raccogliere le ortiche, anche spazzare il lastricato. Ho una panchina vecchia da risistemare, di quelle con i braccioli in ghisa, e ho comprato smalto blu e vernice per legno bianca. Ho trapiantato in terra il rincospermuccio stentato, che ha già iniziato a cacciare i germogli. Pensavo che lo avrei perso, invece è bastato spostarlo in un posto a lui più consono. La cycas che ho spostato lo scorso inverno purtroppo non ce l’ha fatta, ma del resto era comunque condannata lì dove l’avevano piantata. C’è già una rosa bellissima che attende di prendere il suo posto.

Bella, eh? Peccato che ho appena scoperto che le rose rampicanti sono una iattura per quanto riguarda la gestione… della “rampicata”. Uff.

L’anno scorso, presa dalla disperazione che “qui non cresce nulla”, ho preso un rametto di Tradescantia, quella chiamata erba miseria, pensando che forse una peste come questa avrebbe un po’ inverdito finalmente questo cortiletto grigio. Ebbene, quest’anno stanno spuntando da sole, ovunque. Le piante figlie di quel singolo rametto pure mezzo appassito. La lezione è: mai sfidare le invasive alloctone (Gilles Clément e Richard Mabey sarebbero d’accordo).

Quando dico che spuntano ovunque, intendo proprio ovunque. Anche alla base del vascone in cui le avevo messe l’anno scorso.

Mi sono anche decisa finalmente a prendere qualche Hosta, qualche germoglio a radice nuda: Parrebbe che abbiano preso bene, no?

Lo so: dovevo decidermi prima con queste bellissime piante da ombra.

Abbiamo un sacco di germogli anche sconosciuti frutto delle mie insensate semine invernali, e anche questo va benissimo, il tempo ci dirà chi sono, e se avranno un posto nel mondo. Dovevo pensarci prima, che il giardinaggio era la mia scrittura. Beh, non è mai troppo tardi, diceva quello.

Non è mai troppo tardi.

* Anche in casa, stavolta: abbiamo detto ciao al vecchio letto, che ricollocheremo in città, per far posto al nostro bellissimo (quanto un po’ ostico da montare) Felce; e grazie all’inestimabile aiuto del cognato Mihai in camera adesso troneggia un doppio Pax dove possiamo finalmente collocare tutto il guardaroba sì da evitare i noiosi cambi stagione.

Ex Libris 311 (gente sostenibile)

22 aprile 2018

Per cavarsela, le piante hanno dovuto affinare nuove strategie per colonizzare la terraferma, dalle aree più fertili fino alle nicchie più inospitali per aridità, illuminazione, temperatura, competizione. Senza voce né muscoli hanno trovato il modo per coordinarsi, per comunicare, per farsi la guerra. Ottenendo di fatto ogni cosa dal niente, dato che lavorano solo con l’aria, con l’acqua e con pochi sali minerali, riuscendo a riciclare quasi tutto e producendo sistemi a ciclo chiuso la cui efficienza nella gestione del rischio e delle risorse dovrebbe fare invidia a ingegneri ed economisti. Sono migliori di noi – non ammetto contestazioni a riguardo – e, mi si perdoni il bias, hanno già trovato una soluzione sostenibile a quasi tutti i crucci che arrovellano l’uomo contemporaneo. In tutto questo noi, anziché copiarle come dovremmo, ci ostiniamo a voler fare di testa nostra.

It was 10 years and 10 days ago today

18 aprile 2018

10 anni e 10 giorni fa la Vale inaugurava questo blogghino.

Quello che scrisse, e un altro po’ di post, diciamo un best of, della versione Splinder ormai defunta, li abbiamo recuperati nella sezione Come eravamo.

Poi, possiamo considerare quello un ur-V(ale)ntinamente, e rimandare all’anno prossimo il decennale, ma ci piaceva intanto segnalare la contingenza storica.

E per finire con l’angolo Bacio Perugina di V(ale)ntinamente, vi ricordiamo che “La cura per la noia è la curiosità. Non c’è cura per la curiosità” (lo diceva Dorothy Parker, o forse una tale Ellen Parr, o magari qualche anonimo redattore del Reader’s Digest – comunque ci pare un’ottima massima per un blog, e per la vita in generale).

Ex Libris 310 (resistenza greaser)

15 aprile 2018

Alla fine riuscimmo ad arrivare all’IB Club, il locale più importante della zona, il paradiso terrestre dei greaser. […]
Per i Castiles era un colpo grosso. La pista da ballo era piena di ragazzi vestiti di pelle, e noi ci eravamo regolati di conseguenza nel comporre la scaletta. Gli ingredienti segreti erano doo-wop, soul e Motown: era quella la musica che toccava nel profondo il cuore dei greaser. Per raccontare la loro vita occorreva un mix tra il romanticismo cupo e violento del doo-wop, il vigoroso realismo del soul e quella vaga promessa di ascesa sociale offerta dalla Motown. Fatta eccezione per le hit della Top 40, l’atteggiamento alternativo degli Stones e dei loro colleghi negli anni anni Sessanta non rispecchiava l’esperienza di quei ragazzi. E chi se lo poteva permettere? C’era da lottare, stringere i denti, lavorare, proteggere ciò che era tuo, restare fedele ai tuoi compagni, ai tuoi antenati, alla famiglia, al territorio, ai fratelli e sorelle greaser, alla patria. Erano queste le cose che ti rimanevano quando tutto il resto si sgretolava, quando le mode passavano e mettevi incinta la tua ragazza, quando tuo padre finiva in galera o perdeva il lavoro e toccava a te rimboccarti le maniche. Quando la vita bussava alla tua porta, era il cantante doo-wop con il cuore spezzato a conoscere il rimpianto e il prezzo dell’amore, era il soul man che si spaccava la schiena ogni giorno a comprendere il senso delle parole “I take what I want, I’m a bad go-getter, yeah…”, erano le stelle Motown, uomini e donne, a sapere che almeno un po’ bisognava giocare all'”uomo bianco/uomo ricco”. Devi trovare compromessi efficaci che ti permettano di non tradire la tua anima e di puntare appena più in alto, fino al momento in cui sarai tu a dettare le regole. Era questo il credo della Route 9, e non accettarlo significava rischiare una morte musicale atroce e una manica di botte il sabato sera.

These are the songs of my life: GB Edition

12 aprile 2018

In certe tribù africane i bambini hanno una loro canzone distintiva, diciamo un codice fiscale musicale. GB non ne ha una in particolare, ma certo mi viene da associargliene diverse.

Per iniziare, Cupe vampe, perché Vale glie l’ha fatta ascoltare molto fin da quando era in pancia (una cura pre-natale Giovanni Lindo: c’è tanto da imparare…), e perché il primo concerto a cui GB è stato presente, sempre in pancia, è stato quello dei Post-CSI (ricordo davanti a noi un padre scatenato con la sua bimba piccola).

Il primo concerto fuori dalla pancia invece, gli Avion Travel dell’ultima tournée con Fausto Mesolella (GB addormentato nel marsupio per quasi tutto il tempo, ma rinvenne ai bis). E allora, Dalle stazioni al mare/stenderò le braccia/verso la fortuna.

Nei primi mesi, per addormentarlo, ricorrevo al repertorio che meglio conosco, e allora ninnanneggiavo così: Sing me to sleep/sing me to sleep/I’m tired and I/Want to go to beed.

Un po’ di pedagogia hippie fa sempre bene, così nei primi tempi andavo anche sul sicuro col classico per antonomasia del genere: Teach tour children well/Their father’s hell will slowly go by.

Per la serie classici minori, una che in quel periodo mi veniva spesso in mente, soprattutto se qualcuno diceva “Hey”, era quella che inizia: Hey hey hey hey/There’ll be food on the table tonight.

Poi, quando lui ha iniziato a vedere video, ci sono state le sue prime passioni autonome, che già raccontammo: la Feist in visita a Sesame Street, o la Bohemian Rhapsody versione Muppets.

Ma la passione predominante com’è noto è stata per mesi e mesi quella per gli ineffabili Ok Go, e la prediletta in assoluto tra le tante è stata non a caso Do What You Want, inno e vessillo perfetto di un GB la cui unica parola per tanto tempo è stata NO (adesso corretto gergalmente in Nom):

Come on come on
Do what you want
What could go wrong?

Ex Libris 309 (razzisti contro l’incertezza!)

8 aprile 2018

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Con un numero sempre maggiore di persone connesse le une con le altre, gli effetti della metaforica farfalla che batte le ali all’altro capo del mondo si fanno sentire dovunque più rapidamente e più intensamente, con un incremento nel ritmo del cambiamento (fenomeno che costituisce l’essenza di un sistema complesso, non lineare). Un mondo sempre più interconnesso è di per sé anche sempre più imprevedibile. Questo pone grandi sfide alla vita di oggi, in tutti i suoi aspetti, personali e professionali. Molte delle professioni attualmente più ambite, come esperto di social media o web designer, vent’anni fa nemmeno esistevano. Ma un’azienda di successo, una relazione appagante, un ambiente privo di pericoli, sono tutte cose che oggi ci sono e domani potrebbero non esserci più. In un mondo connesso, attraversato da innumerevoli flussi, non si è mai davvero “immuni”. Ci saranno sempre degli eventi che ci colgono impreparati, che non avevamo previsto, da un temporale non annunciato dal meteo che rovina il barbecue di un sabato sera, ai londinesi che da un giorno all’altro si ritrovano fuori dall’Unione Europea. È per questo motivo che il cervello umano si è evoluto allo scopo di trasformare in certezza tutto ciò che è intrinsecamente incerto, ogni istante di ogni giorno. La motivazione biologica di molte delle nostre abitudini e dei nostri automatismi sociali e culturali, compresi quelli religiosi e politici, persino l’odio e il razzismo, è quella di diminuire l’incertezza attraverso l’imposizione di regole e contesti rigidi, nel vano tentativo di disconnettersi da un mondo che vive proprio perché è interconnesso e in costante movimento. Così facendo, questi automatismi ereditari – per una dinamica determinata dall’evoluzione – ci impediscono di vivere un’esistenza più creativa, più appagante, più collaborativa, più coraggiosa. Nell’andare a costruire questo tipo di certezza, perdiamo…. libertà.

Aggiornamento miciolesco

4 aprile 2018

Ci siamo. Di nuovo qui.

Dopo Aristillo e Moka, un altro dei nostri amatissimi ha dovuto prendere il volo. Il bel Mao, il girovago, Mao che cammina per i boschi, Mao che ti saluta da lontano e ti guarda affettuoso, Mao che da gatto di strada terrorizzato era diventato un amico discreto sulla cui presenza potevi sempre contare. Abbiamo dovuto accompagnarlo. Era stanco, malato e sofferente. Abbiamo deciso di farlo andare con la dignità che gli restava, e anche perché un gatto che non ama più il cibo, è un gatto che non vuole vivere. E Mao amava il cibo, veniva sempre a controllare se gli altri avessero lasciato le ciotole piene.

E per un gatto che parte ce ne sono che arrivano. Lui è Peter Gabriel. Aveva iniziato a entrare e a piazzarsi dove meglio gli garbava, in salotto, in camera, in cameretta. Era un perfetto intruder, da qui al nome è stato un attimo. Appena fatto il lavoretto cui ahimé bisognerebbe sottoporre tutti i gatti su cui uno mette le mani, ha deciso che questa è casa sua. La prova del nove l’ho avuta qualche giorno fa, di mattina. Aprendo il portone di casa sono uscita, e pioveva. Lui è uscito con me, mi si è seduto accanto, ha contemplato la pioggia con aria filosofante, poi ha preso ed è rientrato.

Lei invece è Charlotte Gainsbourg. La solita micia sfiatata come una chanteuse francese che prende a schiaffoni tutti gli altri gatti. Anche lei è stata sterilizzata, ma in casa non ha voluto saperne di restare. Si limita a presidiare le cucce qui fuori della porta.

Benvenuti, voi due.

Ex Libris 308 (nascita di una canzone)

1 aprile 2018

25Set the boy

Ero a casa dei miei con Angie, e strimpellavo distrattamente una vecchia chitarra acustica che avevo lasciato lì. In un primo momento il riff che suonavo assomigliava a qualcosa che avrebbe potuto fare Nile Rodgers con gli Chic, ma poi si adattò rapidamente al mio stile, finché non trovai quella che mi sembrò ispirazione pura. In casa non avevo la possibilità di registrare il pezzo e l’unico modo per farlo sentire a Morrissey era andare a casa sua con la chitarra e suonargliela prima di dimenticarmela. Supplicai Angie che mi accompagnasse con il Maggiolino e partimmo subito; intanto io continuavo a suonare la melodia con la chitarra, facendo del mio meglio per non cambiarla o dimenticarla. Durante il viaggio Angie mi diede un suggerimento, cosa che che non faceva quasi mai. “Suonala come se fosse un pezzo di Iggy”, disse.
“Eh?”, le chiesi.
“Suonala alla Iggy“, ripetè, e ora sembra un ordine più che una richiesta.
Adattai l’approccio ritmico veloce e secco che stavo usando e cambiai il riff in una fantastica strimpellata sugli accordi aperti che pensavo somigliasse di più a un pezzi di Raw Power, e nel giro di pochi secondi era davvero perfetto. Continuai a suonare il riff e quando arrivai da Morrissey pregai che non fosse una delle rare occasioni in cui usciva di casa. Aprì la porta e trovò me che strimpellavo e gli parlavo balbettando di una nuova canzone; così, mentre gli suonavo la serenata sulla soglia di casa, lui corse a prendere il registratore. Non vedevo l’ora di far sentire la nuova canzone a Mike e Andy e un paio di giorni dopo, quando ci trovammo per provare, ottenemmo subito un buon suono. Poi Morrissey prese il microfono con in mano un foglio di carta, ci lanciammo tutti nella canzone per la prima volta e bam! Si intitolava “Hand in Glove” ed era la cosa migliore che avevamo scritto. Lo spirito del cantato era lo stesso di quello della chitarra. La canzone ci definiva e descriveva la devozione e la solidarietà di un’amicizia forte. Era una dichiarazione e il nostro manifesto. Il testo era perfetto, la musica era perfetta, la mia vita era perfetta.

Il vergine, il vivace e il bell’oggi

28 marzo 2018

Ex Libris 307 (guardiano)

18 marzo 2018

Se penso alla mia prima adolescenza, mi ricordo la sensazione di tante volte in cui tenevo accoccolata sul petto una qualche creatura. Un piccolo essere, della grandezza diciamo di un gatto. Non è un bambino e non è neppure un animale. Non esattamente. È in parte umano e in parte qualcos’altro. Mi viene in mente una volta, nella casa di Price Road. Devo avere dodici, forse tredici anni. Mi domando cosa sia… uno scoiattolo?… No, non direi. Non riesco a percepirlo chiaramente. Non so neppure di cosa abbia bisogno. So che si affida a me completamente.

Molto tempo dopo avrei capito che mi spetta il ruolo del Guardiano, per dar vita e nutrimento a una creatura che è in parte gatto, in parte uomo, e in parte qualcosa di ancora inimmaginabile, che potrebbe essere il risultato di un’unione non consumata per milioni di anni.

These are the songs of my life: Near Final Songs Edition

16 marzo 2018

Risentendo dopo tanto tempo la splendida, toccante There’s a World Outside degli Psychedelic Furs di Richard Butler m’è venuto da pensare ai grandi brani da ultimo album: i capolavori nella vicinanza titoli di coda, in quelle raccolte dove domina la maturità o magari la stanchezza, ma da dove può spuntare una malinconica, luminosa perla prima dell’addio.

Già parlavo tempo fa della “sublime stanchezza” di Hegel, e tra i supremi album finali come non citare Anime salve? Ma mi vengono in mente anche il dolore in salsa sudamericana di Fool in the Rain; Johnny Marr che passa senza soluzione di continuità dalla definitiva I Won’t Share You alla semi-definitiva (Nothing But) Flowers; le lande free form dei Talk Talk.

E ovviamente la canzone finale (che finale non doveva essere, ma tant’è) più bella della storia: questa.

 

Ex Libris 306 (le sobrie registrazioni di Junkyard)

11 marzo 2018

Nick Cave

Cohen mixava i brani col volume al massimo, perché era parzialmente sordo e non riusciva più a percepire certe frequenze; inoltre, si sforzava sempre di rendere il sound della chitarra quanto più distorto e abrasivo possibile. “Realizzammo una specie di grosso tubo di metallo ondulato attorno a un amplificatore, e piazzammo dei microfoni sulla sua superficie” racconta con evidente gioia. “Ne venne fuori un rumore talmente orrendo da farti saltare via le otturazioni dai denti! Un suono veramente tremendo, l’ideale per il sound metallico che andavamo cercando. Tutto l’equipaggiamento venne strapazzato piuttosto malamente…”
La title track del long-playing venne registrata per caso, poiché Cohen fece appena in tempo a premere il pulsante della registrazione prima di sprofondare in un sonno letargico; quando il gruppo, terminato il brano, chiese al tecnico com’era venuto, non ricevette alcuna risposta: presto scoprì il perché. Spesso Cohen veniva trovato a dormire sotto al banco del mixer, come se stesse controllando i collegamenti. “Una volta Tony disse: ‘Aspettate lì, torno tra un minuto’, e ci lasciò in studio” racconta Howard. “Restammo seduti là per ore e ore, e alla fine decidemmo di andare a vedere cosa fosse accaduto, e siccome non riuscivamo a trovarlo da nessuna parte, telefonammo persino a della gente per sapere se l’avevano visto. Alla fine lo trovammo: si era infilato in un condotto dell’aria e ci era rimasto a dormire per dodici ore filate, mentre noi eravamo rimasti in studio, il cui affitto ci costava centocinquanta dollari l’ora, a far niente. Cose del genere succedevano abbastanza spesso; ci fu un periodo in cui Tony praticamente visse sotto il pianoforte che c’era in studio.
Tracy si sbronzava a tal punto che il suo cervello, a un certo punto, smise di funzionare, a qualsiasi livello, e lui fu in grado soltanto di ripetere a pappagallo quanto sentiva dire dagli altri. Nell’arco di un’intera serata, era capace di starsene seduto per ore e ore su una sedia borbottando: “Sono il produttore, sono il produttore”, massacrando il bordo di pelle del banco del mixer con i suoi speroni. Una volta, alla fine di una session, saranno state le sette di mattina, si alzò, barcollò fuori dallo studio, vide un’auto e la rubò. Come riuscì a tornare a casa, non lo so”. Cohen conferma il racconto fatto da Howard: “Tracy quel giorno faceva spavento: penso che, prima di mezzogiorno, si fosse scolato almeno due fiaschi di vino. Anche Nick era fatto perso, e così io: eravamo tutti in condizioni pietose, e non ho idea di come Mick Harvey riuscisse a sopportare tutto quel casino”.

La Veritàààà

6 marzo 2018

Sarà mica una delle cause della situazione in cui siamo? Lungi da noi lanciarci in analisi del dopo voto, che ce ne sono fin troppe, ma: a trionfare nelle elezioni di domenica sono M5S e Lega, i cui elettori sono, diciamo, tra i più inclini a cascare nelle trappole (o a usare scientemente; o peggio ancora a non capire il gioco quando è scoperto) delle fake news, dei deliri razzisti on line e compagnia bella. Da Rignano sul Membro ai clandestini Samuel L. Jackson e Magic Johnson, gli esempi sarebbero infiniti, no? Il popolo del vergognia, dei caps lock, degli insulti a Boldrini e dei suoi fantomatici parenti, insomma, ci siamo capiti.

Il problema del brodo di incultura in cui siamo immersi, dell’avversione agli intellettuali e del crollo del principio di autorità è serio, serissimo (uno dei firmatari di questo blog ha svolto per diversi anni l’attività di critico cinematografico, e sa l’importanza delle competenze nel questionare di un argomento); eppure niente, non riusciamo per reazione a salire sul carro dei debunker professionisti, dei blastatori dell’ignoranza popolare, dei cultori della razionalità senza se e senza ma. Perché? Beh, per esempio perché, leggendo uno dei tanti articoli sul tema, uscito un mesetto fa in piena campagna elettorale e svariante da Trump a Di Maio, in mezzo a tante cose pure condivisibili, troviamo un passo del genere:

Naturalmente non tutti hanno fortuna e possibilità di trovare la propria strada con lungimiranza e costanza, ma quel che non torna è la presunzione dell’incompetenza, quel saper tutto di tutto, “persone qualsiasi persuase di essere depositarie di un patrimonio di sapere, di essere più informati degli esperti, dei professori e di essere molto più acuti della massa di creduloni”, descrive (Tom) Nichols nel libro. Li chiama “spiegatori” entusiasti di illuminare, in conversazioni “estenuanti”, dalla storia dell’imperialismo ai pericoli connessi ai vaccini. È la comunità dei No Tav e dei No Tap che si battono contro un’opera pubblica e dei Novax avversa all’obbligatorietà dei vaccini, spesso non così erudita nei confronti della crociata da combattere.

Ecco, en passant, senza parere, buttata nello stesso calderone (strano manchino i vegan, che ci stan sempre a fagiolo) quella gran massa di beceri che vanno educati alla Verità e tolti dalle tenebre dell’ignoranza. Ora, accostare No Tav e Novax ci sembra già una bella stupidaggine. Possiamo essere sicuramente d’accordo sul fatto che molti antivaccinisti ne sparano di grosse e credono a stupidaggini le più varie, ma questo non ci indurrà mai a glorificare scientisti duri e puri stile Roberto Burioni o Elena Cattaneo (quest’ultima negli stessi giorni scriveva che è meglio obbligare piuttosto che far capire, tanto per essere chiari il terreno scivoloso su cui ci muoviamo). E quanto ai vituperati No Tav, beh, magari proprio ignorantissimi non sono, eh?

Questo per dire che vorremmo sottrarci alla morsa incrociata di “spiegatori” e “controspiegatori” rinchiusi nelle proprie certezze incrollabili. Non si combattono gli atteggiamenti antiscientifici con la supponenza del fedele razionalista (che è solo la faccia un po’ più presentabile del fanatico religioso: la scienza è l’arte del dubbio, sarebbe sempre da ricordarlo) o le fake news (termine su cui proponiamo una moratoria, visto che ormai in una inquietante torsione semantica si avvia alla designazione di qualsiasi notizia contraria ai propri convincimenti) con la certezza incrollabile e alla fine collaborazionista che le notizie ufficiali siano vangelo non questionabile. Bensì con una lucida analisi della imponderabile complessità dell’esistente, conscia di tutte le sue ambiguità, delle forze visibili e invisibili in campo, che sia seria, informata, e allo stesso non abbia paura di essere definita “complottista”* se va a svelare trame nascoste nel tessuto di quella che sembra la realtà. Altrimenti M5S e Lega vinceranno da qui all’eternità.

* Per una notevole rivendicazione di un “complottismo critico”, se vogliamo chiamarlo così, leggere questo.

Ex Libris 305 (da vicino)

25 febbraio 2018

Quando arrivò l’estate iniziò a spingersi sempre più in là. Cambiò il ritmo delle sue giornate. Si svegliava all’alba e usciva in mare tenendosi sottocosta, a ridosso delle rocce.

Coglieva di sorpresa la natura come mai era riuscita a fare prima. Comparve vicinissimo all’airone che stava appollaiato tutte le mattine sulla stessa roccia: l’uccello tese il lungo collo guardandola stupito e prima di fare in tempo a spaventarsi e a volare via, lei era già passata. Per l’airone era altrettanto irreale come lo era stato per lei il ragazzo quella famosa volta. Sorprendeva anche gli esseri umani, persone che avevano ormeggiato le loro barche in piccole insenature appartate e che si credevano perfettamente sole al mondo. Prendevano il sole nudi, pisciavano e facevano l’amore.

Un giorno vide un visone che nuotava solo a pochi metri dal kayak. La bestiola alzò su di lei gli occhietti scuri e lucidi, lei fermò la pagaia e per un attimo proseguirono così, affiancati, e il visone non le staccava mai lo sguardo di dosso mentre nuotava dritto in avanti roteando le piccole zampe. Poi d’improvviso era scomparso, come cancellato.