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Le traduzioni estemporanee 4

26 novembre 2014

Personaggi: Vale, Nando, Hermione, Ale
Ambiente: camera da letto, Vale legge, Ale tenta di dormire, Hermione si lava tranquilla sulla sua libreria, Nando sale sulla scarpiera, l’unico punto da cui riesce a raggiungere suddetta libreria.

Vale (stancamente, come un rituale troppe volte ripetuto): Nando, scendi.
Nando: no.
Vale: dai, per favore.
Nando: no no, io sto qui.
Vale: scendi immediatamente.
Hermione: vattene via! Grrrr!
Vale: buona tu. Nando, devo alzarmi?
Nando: uffaaaaa! Io sto qui, guarda, devo strofinarmi sulla lampada, lo faccio tutte le sere, chi se la fila, quella?
Hermione: certo, come se non sapessi che vuoi venire qui.
Nando: lampada. Mi struscio sulla lampada, non ti cago proprio, stronza.
Vale: piantatela! Nando, scendi!
Ale: tutte le sere ‘sto teatrino?
Nando: uffa però.
Vale: devo alzarmi? Guarda che odio alzarmi mentre leggo.
Nando (scendendo): e va bene, va bene. Però qui c’è gente che ha i privilegi, c’è. Bah.

Ex Libris 162 (menomale)

23 novembre 2014

Visibilità

Quando mi trovo bloccato in coda su una strada qualsiasi, un incidente mi dà il massimo sollievo. Nel senso che un normale maxi-ingorgo ti porta alla disperazione, può durare all’infinito, è cominciato chissà quanti chilometri dietro di te, si prolunga chissà per quanti chilometri davanti a te, non sai come ne verrai fuori, non sai perché si è formato, non c’è razionalità, non c’è via d’uscita, sei insabbiato nella legge dei grandi numeri, ventimila tuoi nemici mortali che si sono messi sulla strada contemporaneamente a te, non ci sono prospettive, non c’è speranza.
Con la strozzatura per lavori in corso, va già un po’ meglio, la rabbia è la stessa, durerà mezz’ora, magari un’ora, ma sai che alla fine l’imbuto si riapre, tutto ricomincia a scorrere.
L’ideale però resta l’incidente: giustifica retrospettivamente quel tormento della coda, ti rimette in pace col mondo. Ah, menomale era un incidente, ecco perché. Non ho sofferto così, senza un motivo, senza che ci fosse un senso. E per quanto sia grave c’è laggiù qualcuno che si sta dando da fare per togliere di mezzo TIR ribaltati, macchine in fiamme, morti, feriti. Ci metteranno un po’, ma alla lunga ti faranno passare. Menomale.

These are the songs of my life: Hair Rock Edition

19 novembre 2014

Quando avevamo 14/17 anni, quando come spugne assorbivamo tutto senza filtri, questo era il rock di cui eravamo circondati, bene o male. Certo, poco prima c’erano state le raffinatezze hardcore degli Hüsker Dü, ma era davvero una zona sonica un po’ troppo rumorosa e raffinata al tempo per le nostre orecchie ancora grezze. Ovvio, c’erano nell’aria i germi di quel virus chitarristico che di lì a qualche anno sarebbe esploso a Seattle e dintorni in forma grunge, ma non eravamo abbastanza profetici per vedere il futuro. Sì, scoprivamo le radici del tutto andando a comprare i vinili in nice price degli Zeppelin. E magari avevamo a scuola il gruppo di ragazzini metallari che si esaltava con le architetture galoppanti dei Maiden, o con la violenza controllata dei Metallica. Ma, non raccontiamoci cazzate, quello che ascoltavamo tutti i giorni, i clip che aspettavamo su Videomusic, le cassette che ci passavamo sottobanco vedevano protagonisti truzzi impresentabili come i Mötley Crüe di Girls Girls Girls, motociclette rombanti, bonazze disponibili, chiodi come se piovesse, machismo imperante e chitarroni à go go. Erano i Van Halen di Sammy Hagar e Why Can’t This Be Love, meno baracconeschi che con David Lee Roth, ma sempre epitomici degli eccessi del carrozzone rock anni ’80. Erano ballatone che più straightforward non si può come Every Rose Has Its Thorn di capelloni con l’animo romantico come i Poison, o di wannabe cowboy del New Jersey come i cotonatissimi Jon Bongiovi e Richie Sambora che intonavano Wanted Dead or Alive, o, sempre dal New Jersey, di ragazzotti che magari fossero nati a Cinecittà avrebbero gorghegghiato su Terra promessa e invece tiravano fuori 18 & Life. Erano residuati dell’hard rock Seventies che si riciclavano dopo una passata dal parrucchiere come il David Coverdale fu-Deep Purple Mark 3 e 4 che testosteroneggiava languido su Is This Love, o il re del grand guignol hard glam Alice Cooper che rinasceva dalle ceneri con l’iconica Poison. Erano epigoni nordici, indimenticabili (ahimé) come gli Europe di Carrie o dimenticabilissimi come i D-A-D di Sleeping My Day Away. Erano, soprattutto, gli autori del capolavoro del genere tutto, gli sfigatissimi Def Leppard, che con Hysteria misero su il Thriller dell’hair rock, il suo lascito più durevole. E, ça va sans dire, i Guns’n’Roses di Appetite for Destruction, che prima di rivolgere l’appetito di distruzione verso sé stessi ci fecero pensare che la colonna sonora perfetta per i nostri ambigui 15 anni potesse davvero essere Paradise City. Siamo fatti anche di questo (per fortuna, purtroppo?).

Ex Libris 161 (parole/forbici)

16 novembre 2014

Giorni

“Ho trentotto e due” disse Gianni in un soffio, “e mi fa malissimo la testa”.
“Deve mettere la supposta” insistette Ilaria.
“Non me la metto”.
“Allora ti do uno schiaffo” lo minacciò la bambina.
“Non gli dai nessuno schiaffo” intervenni.
“E perché tu li dai, gli schiaffi?”.
Non davo schiaffi, non li avevo mai dati, al massimo avevo minacciato di darli. Ma forse per i bambini non c’è nessuna differenza tra ciò che si minaccia e ciò che realmente si fa. Io almeno – adesso me ne ricordavo – da piccola ero stata così, forse anche da grande. Ciò che mi sarebbe potuto accadere se avessi violato un divieto di mia madre, mi accadeva comunque a prescindere dalla violazione. Le parole realizzavano subito il futuro e mi bruciava ancora la ferita della punizione quando neanche mi ricordavo più della colpa che avrei potuto o voluto commettere. Mi tornò in mente una frase ricorrente di mia madre: “Ferma o ti taglio le mani” diceva quando toccavo le sue cose di sarta. E quelle sue parole per me erano forbici intere, lunghe e di metallo brunito, che le uscivano dalla bocca, fauci di lame che si chiudevano sui polsi lasciando moncherini ricuciti con l’ago e il filo delle spagnolette.

Le listine della Vale

12 novembre 2014

Lo ha fatto Ale qui, com’è noto Ale adora le listine. Beh, anche a me piacciono, come si fa a resistere al fascino della lista? Comunque, siccome se lui fa una cosa devo farla anche io sennò non sono contenta, ecco qui. Ecco le prime che mi son balzate in mente. Dunque, ecco a voi:

Vampiri!

1 – Dracula. Il Vampiro. Il primo, imprescindibile.
2 – Barlow, la versione di King. Ero indecisa se metterlo, perché Barlow è proprio sgradevole, è totalmente negativo, e questo detto da una che ha empatizzato perfino per It. Barlow è proprio da brividi.
3 – Nosferatu, quello di Herzog. Che vabbe’, prima di succhiarti via il sangue t’ammazza di chiacchiere. Ha il fascino malinconico di uno che sa che morirà pur essendo una creatura immortale. Dai, guardatelo: lo sa, che morirà.
4 – Blade (nel film di Guillermo, soprattutto). Vampiro diurno, nero, e mena i vampiri più cattivi di lui. E poi è figo, che pretendete?
5 – Eve di Jarmusch. Oh, è Tilda Swinton! L’amico suo, Adam, manco l’ho visto (ok, forse non sono poi del tutto etero…)

Album

1 – Queen e Queen II. Due, ma li metto insieme per un semplice motivo: sono gemelli dizigoti, diversi da tutto quello che i Queen hanno inciso in seguito. Ci sono già la chitarrina scema di Brian May e i coretti formidabili di Freddie, ma non sono i Queen del successo… sono album cupi, rock, fantasy! Sì, sono due album fantasy, e dopo Seven Seas of Rhye i Queen sono diventati un’altra cosa. Li amo sempre, ma questi due vengono prima di tutto il resto, nel mio cuore.
2 – Seventh Son of a Seventh Son. Adoro i Maiden di Bruce Dickinson, e amo tutti i loro dischi, ma questo è un concept album, e il mio animo da romanziera fa le capriole di gioia quando becco un concept.
3 – Led Zeppelin III. Avevo quattordici anni, ero incazzata, e un giorno mio padre mi ha dimostrato che in realtà non conoscevo niente. Grazie papà per avermi regalato il terzo degli Zep.
4 – The Wall. Detto poco più su: concept album, parabola sul rock, gente fuori di testa, casino! Tutto quello che può volere una ragazza!
5 – Pictures at an Exhibition nella rivisitazione di Emerson Lake & Palmer. Una coattata, lo so. Avrei citato il primo album del simpatico trio di sboroni, che ancora ancora… ma oh! Musorgskij in salsa prog! Come si fa, cosa pretendete?

Ingredienti

1 – Aglio. Una cucina non è vera, senza aglio. Ora, oltre a quello fresco, ne ho anche un barattolino granulare, non c’è scampo!
2 – Salsa di soia. Anche più del sale, anche nei piatti più occidentali.
3 – Acidulato di umeboshi. Acido e salato, trasforma il finocchio più triste in un’insalatina raffinata.
4 – Paprika. La mia metà austroungarica potrà anche essere diventata vegetariana come il resto, ma il goulash resta il goulash, anche vegetariano.
5 – Bicarbonato di sodio. Un pizzico in ogni piatto che preveda salsa di pomodoro, o passata. Fidatevi.

Film

1 – Piume di struzzo (1996, Mike Nichols). Remake de Il vizietto, non so perché proprio questo e non un altro. Se trascorro troppo tempo insieme ad Anna Linda ci troviamo a comunicare citando l’intero script.
2 – Il mio nome è nessuno (1973, Tonino Valerii). Sarebbe stato il capolavoro definitivo di Sergio Leone, il punto fermo sulla cinematografia western mondiale di tutti i tempi. Ma Sergio mi sa che non ha avuto il coraggio, troppo oltre, perfino per lui.
3 – Hong Kong Express (1994, Wong Kar-wai). Ho scoperto il cinema di Hong Kong con questo film (e devo ringraziare la già taggata Linda che me lo ha fatto vedere!)
4 – Heat (1995, Michael Mann). Uno, quello che ho visto più volte, ma potrei inserirli tutti, quelli di Mann: perché nessuno finora mi ha ancora mostrato la verità come lui.
5 – Febbre da cavallo (1976, Steno). Eddai, ve devo pure di’ perché? Guardatelo e basta, tanto lo passano a ogni capodanno.

Autrici (e questa è tosta)

1 – Virginia Woolf, che aveva il coraggio di pretendere una stanza tutta per sé e ‘sticazzi se c’è polvere sui mobili.
2 – Margaret Atwood, perché lei è… lei è Margaret!
3 – Shirley Jackson, Perché sono appassionata di horror e il mio primo romanzo vero è un gotico. Non posso che rendere omaggio alla Maestra suprema.
4 – Chiara Palazzolo, perché le sue donne sono sempre forti, vincono sempre, anche quando la vita sembra schiacciarle con il massimo dell’accanimento. Grazie Chiara.
5 – Anna Maria Ortese, perché era cripto-anti-specista, e anche la versione al femminile di Gadda. Non si può non amarla.

Alberi

1 – Acer palmatum. Ne hanno ibridate tante varietà, e sono tutte meravigliose.
2 – Betulla. Sottile, elegante, con quei colori e il portamento… ecco, il portamento… mai visto un albero che pare davvero, ehm, scoglionato? Quella è la betulla. Non potevo non amarla.
3 – Ulivo. Eh. L’olio, il legno, la maestosità di certi vecchi. Il profumo. L’ulivo è l’ulivo, è l’Albero. L’albero che vorrei diventare una volta morta.
4 – Tiglio. Per il profumo dei fiori, perché non c’è niente che mi ricordi la primavera come il profumo dei tigli in fiore.
5 – Leccio. Perché è una quercia scura, particolare.

Accessori

1 – Calze a rete. Quanto mi ero fissata con le calze a rete, da ragazzina, una roba orrenda e kitschissima, brrrr, paura! Per fortuna poi si cresce e si rinsavisce.
2 – Mini zaino. Per qualsiasi donna, mi si diceva, sono oggetti puramente decorativi: come fai ad andare in giro con uno di quei cosi in cui entrano solo documenti, un pacchetto di fazzoletti, un piccolo notes e il cellulare? Eppure io ci riuscivo.
3 – Cappello a tesa larga. Ne ho due direttamente dagli anni ’70. Li ho rubati a mia madre. Adoro i cappelli vintage, ma solo da “grande” ho trovato il coraggio di usarli.
4 – Guanti. Stesso discorso dei cappelli, ma con l’aggravante che quando indosso i guanti sembro una mentecatta, e devo stare sempre a toglierli, col risultato che finisco per girare con i guanti in mano, o nelle tasche, o nella borsa.
5 – Scialle. Più che le sciarpe, in inverno gli scialli. Che ve devo dì, forse so’ vecchia dentro…

Parole

1 – Estemporaneo. È la *mia* parola. Non che penso di averla creata io, eh XD è che l’ho scoperta, boh, una ventina di anni fa, e mi è piaciuta subito.
2 – Gotico. Perché la maggior parte di ciò che scrivo potrebbe essere definito tale, visto che “horror” non mi ha mai convinto, e vampiri e mutaforma non sono mai stati mainstream.
3 – No. Una parola che una come me (in passato, nonostante la accuse di scontrosità e introversione) non era capace di dire. Ho imparato, però. Basta favori. Odio i favori, e non ne faccio più.
4 – Zen. Perché il cammino è impervio e in salita, e arrabbiarcisi pure è solo spreco di energie.
5 – Improcrastinabile. Stranamente, questa parola l’ho sentita dire la prima volta da mia sorella Linda. Quel periodo le piaceva andare in giro dicendo paroloni (di cui conosceva perfettamente il significato, a differenza di troppi coetanei). E niente, è piaciuta anche a me. E poi mi ricorda sempre che sono pigra e che procrastino anche troppo, dannazione!

***

Questi giorni sto leggendo questo libro, e sto seguendo il suo “corso”. Ho anche aperto un blogghino nuovo, per fare tutti i compiti per bene. Inutile che lo cerchiate, è privato. Vi saprò dire fra dodici settimane, ma già mi sento di consigliarlo. A tutti, non solo ai più o meno wannabe artisti.

Ex Libris 160 (disincanto)

9 novembre 2014

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[…] nel momento in cui scopre di poter vedere tutto, l’occhio avverte anche che quel che può vedere ha perso (o rischia di perdere) ogni contatto con la realtà. Come stanco, o disincantato, l’occhio si ritrae e rinuncia al proprio primato. Forse perché sente di aver superato quella soglia critica oltre la quale la “perfezione dell’illusione” si autonega, nella consapevolezza che – come scrive Maldonado – “se l’illusione non è più distinguibile dalla realtà, nessuna ulteriore perfezione dell’illusione è immaginabile”. Forse il cinema contemporaneo sta attraversando proprio questa fase: schiacciato fra le spinte ibridanti e contraddittorie del postmoderno, gli appelli postfordisti all’iperproduzione globalizzata e le sirene scopiche della virtualità, fatica a immaginarsi un futuro che non sia o di pura e nobile (ma sterile) fedeltà al proprio passato o di resa incondizionata al virtuale (e, quindi, di tradimento del proprio statuto ontologico originario). Così, al contempo eccitato, disorientato e lacerato, oscilla, esita, dubita.

Di uomini e oche

5 novembre 2014

Giova ripetersi, persino ad nauseam (ultimamente ci pare di dire sempre le stesse cose, chiediam venia a chi ci segue con regolarità, bontà sua). Il casus belli attuale è il servizio di Report a proposito di una nota marca di abbigliamento, e in particolare la dinamica delle reazioni allo stesso, di cui per esempio si parla qui. A noi pare vi sia in atto, al solito, una doppia dissonanza cognitiva, che provoca di riflesso una polarizzazione reattiva ormai consolidata: da una parte (a destra o sinistra, fate voi) squillano la tromba gli animalisti modello basic, che vedono “solo” la tematica animale, scollegandola a forza dal resto del mondo (insomma, vedono i primi dieci minuti di trasmissione e poi spengono); dall’altra rispondono certi generici “progressisti” (?!?) che bypassano con nonchalance il problema per concentrarsi sulle tematiche umaniste, e quindi si collegano quando la storia delle oche, buona giusto per quegli scalmanati di “animalari”, è finita, e si entra in un territorio engagé più familiare e “comodo”. A entrambi, questo è il punto, sfugge il filo tenace che unisce sfruttamento animale (o, per essere precisi, degli animali non umani, destinati a tortura e morte), e sfruttamento umano (dal punto di vista salariale e dei più elementari diritti dei lavoratori).

Magari – classico, speranzoso nostro auspicio – se tutti, sui due fronti, uscissero dalle loro trincee (un po’ fangose, sì, ma più sicure della terra di nessuno lì in mezzo), si togliessero i paraocchi e provassero a cogliere le analogie, avrebbero un’idea più chiara di come il capitalismo avanzato avanzi di gran carriera anche nella degradazione dei suoi sottoposti, nella concezione usa-e-getta dei suoi materiali viventi. A tal fine, un’ottica antispecista e post-umanista aiuta ad allargare lo sguardo e a ragionare per inclusione e non per specializzazione, facendoci meglio comprendere la nostra posizione in questo mondo, e spingendo a lottare contro la fagocitazione nel meccanismo economico globale di tutti noi (intesi, trans-specificamente, come viventi). Il titolo della puntata, Siamo tutti oche, dimostrava di comprendere bene il fenomeno, citando con molta proprietà un reduce dai campi di concentramento nazisti. Non è infatti andando Al di là delle oche, come titola “Il post”, che si comprende il mondo in cui viviamo, ma prendendo coscienza che si parla Di uomini e oche.

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