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Pausa estiva

22 agosto 2014

E non state a lamentarvi che non abbiamo avuto l’estate!

Comunque noi andiamo in quel di Badi.

I gatti staranno bene.

Tipico gatto badese

Tipico gatto badese

Le traduzioni estemporanee – la saga

20 agosto 2014

Volume uno – la compagnia del balcone

Personaggi: Hermione, Vale, Ale
Ambiente: ballatoio di Ale e Vale, balcone della Stronza, la via di fronte ai due balconi (ad altezza di quello della stronza). Vale e sul ballatoio, Ale sulla via, Hermione sul balcone.

(Vale agita la latta delle crocchette)
Ale: Tesora, dai, su, salta
Hermione: aiuto! Papà!
Ale: Salta, dai!
Hermione: ho tanta paura!
Ale: dai, salta, non fare storie, su… sali sulla ringhiera, brava…
Hermione: è troppo alto.
Ale: per arrivare là però hai saltato.
Hermione: passo dalla porta. Apriiiiite!
Ale: e no, non ti apre nessuno! Devi saltare.
Hermione: oh, come sono disperata! Papà, non mi abbandonare!
Ale: Sono qui! Dai salta!
Hermione: no, è troppo lontano!
Ale: come, a casa fai dei salti da record…
Hermione: aiutooooooo!
Ale: vabbeh, senti, se vuoi salta, io vado. (torna giù verso casa)
Hermione: ehi! Aiuto! C’è nessuno? Aiuto! Sono bloccata! Ehiiii! E ho pure fame!
Vale: Hermione, scema, devi saltare!

Volume due – il canto della gatta solitaria

Personaggi: Hermione, Vale
Ambiente: ballatoio di Vale, via, balcone

Hermione: ehiiii! Papà mi ha abbandonato, non è possibile. Se n’è andato davvero… E ora?
Vale: salta, gatta scemissima!
(Hermione salta, senza tante storie, e senza melodrammi, dal balcone alla via. Si guarda intorno, e scende)
Vale: oh, brava, ora vieni a casa.
(Ale arriva, ma di Hermi non ci sono tracce. Vale si riaffaccia. Hermione è su un pianerottolo della via, tutta sconsolata)
Hermione: oh, povera gatta, oh, per sempre sola, oh, come farò? E poi ho fame. Ma soprattutto vorrei rivedere mio padre. Anche solo per un giorno, per un momento. Oh, quanto mi manchi, padre! Perché mi hai abbandonata? La tua figlia prediletta! Cosa farò? Come vivrò ora?
Vale: ma fai poche storie e torna a casa!

Volume tre – il felino viaggio verso casa

Personaggi: Vale, Hermione, altri gatti.
Ambiente: via

(Vale è uscita, e va a prendere Hermione, con la latta delle crocchette. La agita per chiamarla)
Hermione: madre!
Vale: coraggio, vieni da me!
Hermione: madre! Ho fame!
Vale: e vieni qui!
Hermione: uhm, non so se mi fido.
Vale: o qui, o niente crocchette.
Hermione: forse un assaggiaaaaaaAAAAAAAH! (Vale la prende per la collottola)
Vale: e ora a casa.
Hermione: e lasciami! Lasciamiiiii! Aaaaaah, sono una gatta adulta e vaccinata!
Vale: zitta, stiamo tornando a casa.
Hermione: che ci fanno loro con te?
Vale: lo sai bene che come mi muovo ho un codazzo di gatti dietro.
Hermione: grrrr, cacciali via! Viaaaaa!
Vale: piantala. E voi, venite via! Quella è la pappa di quei gattini lì, voi ciccioni avete già mangiato. VIA!
(gli altri gatti, riluttanti, seguono Vale fino a casa. Hermione finalmente cena. Vale impreca fra i denti.)

Epilogo:

Personaggi: Ale e Vale
Ambiente: soggiorno

Ale: la famosa furbizia dei gatti.
Vale: già.

Ex Libris 150 (Off Guard)

16 agosto 2014

Spirit

[...] You’re neither here not there,
A hurry through which known and strange things pass
A big soft buffetings come at hte car sideways
And catch the heart off guard and blow it open.

[...] Non sei né qui né là,
urgenza in cui passano l’estraneo e il noto,
mentre grandi sbuffi ventosi raggiungono soffici la fiancata
e colgono il cuore fuori guardia, lo fanno esplodere.

 

1984 Annus Mirabilis

14 agosto 2014
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Ce lo dicono spesso, a noi ragazzi degli anni ’80, che quando attacchiamo con la nostalgia dei favolosi Eighties diventiamo molesti. E del resto la narrazione di quel decennio fatale e ferale è diventata nel frattempo un campo di battaglia ideologico senza esclusione di colpi. Perché gli ’80 diventano, nel racconto a posteriori che se ne fa, tutto e il contrario di tutto, la sentina di ogni male della contemporaneità piuttosto che l’ultima possibile età dell’oro, il precario apice di un mondo sull’orlo di un cambiamento radicale, e perciò passibile di idealizzazioni o deprecazioni assolutizzanti.

Quanto a me, cerco per quanto possibile di evitare le pericolose chine dell'”una volta si stava meglio”. Eppure questi giorni mi veniva da pensare ripetutamente – per molteplici confronti sul campo – all’anno orwelliano di cui cade il trentennale, e certo la tentazione è forte, e per una volta cederò alle sirene della golden age.

Perché nel 1984 c’erano Evert e Navrátilová che battagliavano per il mondo (e quell’anno Martina castigava sempre Chris), mentre McEnroe era l’uomo dei miracoli, quello che vinceva 82 incontri e ne perdeva 3 (compreso ahimè quello decisivo del Roland Garros contro Lendl). E intanto nella stessa Parigi Platini andava a vincere il “suo” Europeo, e illuminava ogni campo su cui metteva piede. I Celtics battevano i Lakers 4-3 nella finale dell’NBA, mentre al Superbowl i 49ers di Joe Montana sopravanzavano i Dolphins. 

A Los Angeles Carl Lewis diventava il figlio del vento, e Greg Louganis spargeva bellezza a pieni tuffi. Ma erano anche le Olimpiadi degli Abbagnale e di Mauro Numa, Cova vinceva i 10.000 e Gabriella Dorio i 1500, e a pensarci oggi, dal nadir dell’atletica italiana,

viene un po’ da piangere. A Sarajevo, qualche mese prima, Paoletta Magoni era piombata dalla nebbia per prendersi lo speciale contro ogni previsione.

Nelle sale c’erano film come Cotton Club e Gremlins, Ghostbusters e Nightmare, Omicidio a luci rosse e Paris, Texas. C’erano BiancaNon ci resta che piangere, C’era una volta in America, e solo anni dopo avremmo scoperto cosa diamine stavano combinando a Hong Kong e Taiwan. 

Il 16 settembre sulla NBC andava in onda Brother’s Keeper, primo episodio di Miami Vice.

Qualche giorno prima era uscito il numero di “Panorama” che svelava la storia dietro (una de) le false teste di Modì ritrovate nel canale livornese.

Ma niente fa andare in tilt la macchina della nostalgia come l’hit parade, che all’epoca era una cosa seria, un vero sismografo del tempo presente, un rito radiofonico del week end che svelava come nessun’altra cosa dove tirava il vento. E scorrere le classifiche di quei mesi è come mettere le mani in un forziere di tesori.

I veri dominatori erano Trevor Horn e Paul Morley col trionfo del loro progetto di pop postmoderno della ZZT Records che comprendeva Frankie Goes to Hollywood, Propaganda, Art of Noise. E poi c’erano Billy Idol e Cindy Lauper, i Bronski Beat e i Matt Bianco, Alison Moyet e Howard Jones.

Jim Steinman onorava la soundtrack di Streets of Fire con due delle più grandi canzoni della storia del rock. Antonioni dirigeva il videoclip di Fotoromanza. Alice e Battiato andavano all’Eurofestival. Patty Pravo tornava a Sanremo. Giuni Russo era Mediterranea e Antonella Ruggiero Aristocratica. In Spagna uscivano ¿cómo pudiste hacerme esto a mí? e Aire. In Francia Toute première fois e Un autre monde.

Se poi andiamo a elencare gli album dell’anno, c’è da aver paura: in ordine sparso incontriamo Some Great Reward, Zen Arcade, Fugazi, Treasure, Reckoning, Lament, c’era un sacco di pioggia (Purple Rain, Sparkle in the Rain, Ocean Rain), e c’era il new cool di Eden, Café Bleu, Diamond Life, c’erano A Pagan Place, Brilliant Trees, Building the Perfect Beast, The Unforgettable Fire, It’s My Life, Crêuza de mä, Paolo Conte (terzo della serie), i primi degli Smiths, dei Dead Can Dance, delle Bangles, l’unico dei Dali’s Car, ecc. ecc.

1984. Let’s dance in style, let’s dance for a while

Ex Libris 149 (musica indiana)

9 agosto 2014

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Non avevo mai sentito di un indiano che suonasse il piano sino a che Victor acquistò un piano a mezzacoda al mercato delle pulci e lo portò nella riserva con un camioncino del BIA. Per tutta l’estate lo strumento si impregnò di pioggia sino a gonfiarsi come un bel tumore. Gli chiesi ripetutamente: «Victor, quando ti decidi a suonare quel coso?» Lui sorrideva, borbottava una qualche inintelligibile preghiera, poi mi sussurrava nell’orecchio: «C’è un giorno per morire e un giorno per suonare il piano». Proprio prima della festa Victor spinse il piano per metà della riserva, lo appoggiò a un pino, fletté i muscoli, fece scrocchiare le nocche e martellò un pezzo di Béla Bartók. Nel lungo silenzio che seguì l’esibizione, con le splendide dissonanze e il sotteso messaggio di sopravvivenza, gli indiani Spokane piansero, colpiti da quella musica strana e tuttavia familiare.

Rileggere Chiara

6 agosto 2014

Due anni fa se ne andava una delle nostre autrici preferite.

Loredana la ricorda così, puntando l’attenzione sui suoi libri. Uno scrittore continua a vivere attraverso le sue parole, del resto. Tanto più uno grande come Chiara.

Dicono che non ci sono scrittrici di gotico, in Italia. Come Loredana puntualizza, non è vero. C’è Chiara, c’è ancora, nei suoi libri.

Prendete un incipit come questo, di mirabile concentrazione e forza nell’impostare il tono narrativo:

In seguito, avrebbe sempre associato l’inizio della pena a quel rumore di cristalli infranti, che nella memoria si sarebbe ingigantito fino ad assumere le proporzioni di un assordante scoppio di mortaretti. Simile a quello che la terrorizzava nell’ingenuità dei suoi pochi anni, quando la mamma la teneva per mano alla festa del patrono, ridendo e consolandola delle sue paure. Né sua madre allora avrebbe potuto prevedere che Marella urlava nel terrore di un presagio che nessuna carezza avrebbe potuto alleviare. Perché, per quanti sforzi una madre possa fare, solo molti anni dopo, al largo del tempo dell’infanzia, l’intera questione avrebbe avuto il suo epilogo nel luminoso soggiorno della casa della figlia, in un arioso sabato di maggio, quando una pioggia di bicchieri sarebbe esplosa come un fuoco d’artificio sul lucido pavimento di ceramica.

Considerate la finezza con cui penetra nel cuore di una donna, di un rapporto, di una situazione drammatica:

Immobile come una statua, Amalia fissava la bara di sua figlia. Non riusciva a piangere. Non sapeva neanche come facesse a reggersi in piedi. Non mangiava e non dormiva da quattro giorni. Non pensava neppure da quattro giorni. E quasi non parlava, se non per pronunciare i pochi monosillabi di circostanza: sì, no, grazie. Accanto a lei, Piero piangeva. Suo marito riusciva a piangere. Un uomo alto dai capelli grigio ferro, chiuso in un cappotto blu scuro, che piangeva come un bambino. Da giorni. Amalia provava invidia e rabbia nei suoi confronti. Perché lei lo aveva capito subito che le cose non sarebbero potute andare diversamente. E lui non aveva voluto ascoltarla. Era arrivato, perfino, a prenderla in giro. A sorridere delle sue paure.

O il modo con cui riesce a rendere, con poche parole, la condizione miserevole di certi vecchi abbandonati, sempre all’interno di un contesto orrorifico che si apre a risonanze inaspettate:

Si sveglia di botto – al buio. Non ha idea di che ore siano. Di quanto abbia dormito. Se è ancora sera o è già notte. Dove sia finita la ragazza. Sa solo che è mezza congelata. Il dolore le martella il femore destro. E deve urinare.

Neanche a pensarci, di riuscire a scendere dal letto. E per andare dove, poi? Non ha idea di dove si trovi il bagno.

Chiude gli occhi. Coraggio, si dice, pensa solo a questo, Amanda. O chiunque tu sia – dopodiché rilascia i muscoli e sente il calore dell’urina tra le cosce. Che schifo che schifo che schifo.

Cerca di spostarsi per non rimanere distesa sulla chiazza bagnata – e tutto il mondo si riduce di botto al suo femore, e il suo femore a un inferno di dolore.

Urla, incapace di trattenersi – e perde i sensi.

Noi abbiamo già parlato di lei, diverse volte. Quel che vogliamo aggiungere qui è la raccomandazione di recuperarne i testi, quelli che si trovano in libreria o in rete, e quelli che non si trovano in biblioteca o nei mercatini. La trilogia di Mirta-Luna è certo la sua opera più celebre e celebrata, quella in cui più si è impegnata per creare una nuova mitologia fantastica con radici italiane, ma il capolavoro che ci ha lasciato è Nel bosco di Aus (di cui I bambini sono tornati, per ambientazione e tematiche, è una sorta di anticipazione “in minore”), dove padronanza strutturale e incandescenza stilistica giungono a un perfetto accordo. Mentre il suo primo libro, La casa della festa, quello di solito più dimenticato, andrebbe assolutamente riscoperto, perché lì sono i primi germi di una concezione di gotico famigliare contemporaneo che Aus avrebbe portato a compimento, e nel gioco di sottili nervature che prendono vita dall’unità di tempo-luogo-azione si celano preziosità dolci e maligne che sono puro Palazzolo touch. Tra l’altro, col coraggioso progetto di Gianni Romoli di un film da Non mi uccidere fermo al palo, sarebbe bello che qualcuno si accorgesse dei ricchi spunti cinematografici (gusto dell’intreccio romanzesco, atmosfere memorabili e suggestioni scenografiche) che La casa o Aus racchiudono. Sarebbe bello, per chi porta ancora nel sangue l’opera di Chiara.

Ex Libris 148 (feticci)

2 agosto 2014

Apocalittici

L’opera d’arte ci si propone come un messaggio la cui decodificazione implica un’avventura, proprio perché ci colpisce attraverso un modo di organizzare i segni che il codice consueto non prevedeva. Da questo punto in avanti, nell’impegno di scoprire il nuovo codice (tipico, per la prima volta, di quell’opera – e tuttavia legato al codice consueto, che in parte viola e in parte arricchisce), il ricettore si introduce per così dire nel messaggio facendo convergere su di esso tutta la serie di ipotesi consentite dalla sua particolare disposizione psicologica ed intellettuale; in difetto di un codice esterno a cui rifarsi completamente, elegge a codice ipotetico il sistema di assunzioni su cui si basa la sua sensibilità e la sua intelligenza. La comprensione dell’opera nasce da questa interazione.
Ma una volta compresa, immessa in un circuito di ricezioni ciascuna delle quali si arricchisce dei risultati delle decodificazioni precedenti (di qui la funzione della critica), l’opera rischia di urtare contro una sorta di abitudine che il ricettore ha lentamente elaborato nei suoi confronti. Quel particolare modo di offendere il codice (quel particolare modo di formare) diviene una nuova possibilità del codice; almeno nella misura in cui ogni opera d’arte modifica le abitudini linguistiche di una comunità, rendendo accettabili espressioni che prima venivano ritenute aberranti. Il messaggio poetico, quindi, trova ormai il ricettore così preparato (sia perché egli lo ha esperito già molte volte, sia perché nell’ambito culturale in cui vive mille divulgazioni e commenti glielo hanno reso familiare) che l’ambiguità del messaggio non lo sorprende più. Il messaggio viene orecchiato come qualcosa che riposi sopra un codice acquisito. Di solito lo si interpreta di colpo applicandogli, a mo’ di codice, la più accreditata e diffusa delle decodificazioni attuatane (l’interpretazione corrente, o – più spesso – una formula che riassume l’interpretazione corrente). Il messaggio perde così, agli occhi del ricettore, la sua carica di informazione. Gli stilemi di quell’opera si sono consumati.
Allora si capisce come questo fatto non solo spieghi quello che comunemente, in termini di sociologia del gusto, è inteso come “consumo delle forme”; ma anche chiarisca come una forma possa diventare “feticcio” e venire fruita non per ciò che è o può essere, ma per ciò che rappresenta sul piano del prestigio o della pubblicità. Amare la Gioconda perché rappresenta il Mistero, o l’Ambiguità, o la Grazia Ineffabile, o l’Eterno Femminino (ma poi l’utilizzazione del feticcio può essere snobisticamente più sfumata: “Ma era proprio una donna?”, “Bastava un colpo di pennello in più e il sorriso non era più quello”, e così via) significa accettare un messaggio determinato avendogli sovrapposto, come codice, una decodificazione precedente irrigidita in formula. In effetti non si guarda più alla Gioconda come a un messaggio da mettere in rilievo per la sua struttura: la si usa come segno, come significante convenzionale il cui significato è una formula diffusa dalla pubblicità.

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