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Ex Libris 94 (fuoco)

25 maggio 2013

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Era una gioia appiccare il fuoco.

Appunti novecenteschi (’50-’80)

24 maggio 2013

50

Bigliettoni e night club, riviste di cinema con foto a colori. Orson in una bianca villa di Sabaudia a progettare un qualche film incompiuto.

60

Coproduzioni con cast da delirio, technicolor. Case con pile di libri ingialliti, gallerie d’arte moderniste. Pensieri faticosi in linguaggio up to date.

70

Sintetizzatori come macchine da guerra. Tulipani e venezie invernali. Giuliette e sangue. J&B su tavoli di vetro, luci strobo.

80

Ragazze in stanze stereofoniche, uguali a Basia e Tracey Thorn. Pioggia senza tregua, fuori. Volti sorridenti di fine settembre.  

Di sogni, di alberi

22 maggio 2013
Stamattina mi sono svegliata tardi.
Ok, diciamo più tardi del solito, che già sarebbe abbastanza tardi per il resto del mondo, almeno così mi riferiscono. Sarà.
Comunque conservo un vago ricordo di Ale che mi ha salutato (o forse salutava Moka? stiamo sullo stesso cuscino, ci si può confondere), del telefono che ha fatto i suoi due squilli quotidiani in qualche parte del tempo, mentre stavo sognando (infatti nel sogno qualcuno rispondeva), quindi ho tranquillamente continuato a dormire.
Nel sogno in questione, compravamo un casale con tanta terra e iniziavamo a piantare alberi, come Salgado. O come Jean Giono. E infatti dicevo “Come Jean Giono!” correndo per tutta la stanza e imitando Elio (ci sta sempre bene, Elio, pure nei sogni).
A proposito di piantare alberi, ho trovato Torino davvero verde. Piena di alberi, anche importanti, come un bellissimo noce dei caucaso dalle parti della facoltà di architettura. Peccato che cercando qualche foto da mettere qui, mi sia imbattuta nelle solite notizie di alberi tagliati in favore dei palazzinari.
Questo mi ha buttato giù, Torino ha parecchi alberi anche monumentali (c’è un platano bellissimo a piazza Cavour) ed è un peccato perdere questo patrimonio per i soliti interessi criminali dei cementificatori.
C’erano un sacco di aceri, a Torino. Meglio che pensi agli aceri, al rosso, al verde, e lasci scorrer via i pensieri tinti.

Happenings Ten Years Time Ago

20 maggio 2013

Sunnydale

Sunnydale, May 20, 2003

Ex Libris 93 (amore e rivoluzione)

18 maggio 2013

Topsy

Topsy, ascolta all’orizzonte il canto delle masse. Sono gli operai francesi che reclamano pane e tempo libero, quello che tu hai con tanta facilità. Ci sono infatti dei poveri esseri umani, Topsy, che, in una bella giornata come questa, non sono, come te e me, in questo momento, in un bel giardino pieno di foglie e di erba, ma devono continuare a battere per ore e ore su una lamiera o su un chiodo, nell’inferno metallico di un’officina. Allora si ribellano, e a volte vanno per le strade di campagna o per le vie delle città, con grandi bandiere rosse al vento, a gridare la loro fame di tempo libero e di pane. E anche il loro odio, Topsy, per quelli che, come te o come me, hanno pane e tempo libero. Ecco perché talvolta nei giornali di questi uomini si legge che non è bene amare i tuoi simili, i cani. Vi si deride l’amore, certo spesso troppo esclusivo, di quella tale signora per la sua levriera; ci si sdegna, la si schernisce. Ma coloro che, come la tua padrona, hanno il cuore abbastanza grande per amare te e anche gli esseri umani, quelle che, come me, hanno allevato due bambini, pagando così il loro tributo alla loro razza, in nome di che cosa privarle, alle soglie della vecchiaia, della riposante dolcezza che emana dai tuoi occhi nocciola e dal tuo pelo dorato? Dopo che ti ho accarezzata, non è forse vero che mi sento più pronta a riprendere il lavoro, quel lavoro che ognuno, secondo le proprie capacità, deve ai propri simili? Tu sei il mio lusso e il mio tempo libero, dopo di che il lavoro, proprio come per l’operaio, è migliore.

Ascolta, Topsy, i canti degli uomini che si allontanano, scentolando laggiù i loro stendardi di sangue. Non sai che cosa significhino quelle grida, quei canti; drizzi appena l’orecchio. Non più di quando, sopra gli alberi o i tetti, volano molto lontano, molto in alto, con grandi strida, le rondini.
Ignori, Topsy, ciò che è al di là delle mura del giardino e dell’istante presente. Non sai che gli uomini possono fare delle rivoluzioni, non più di quanto lo sapesse l’umile cane, ultimo compagno della regina Maria Antonietta. Tu non conosci le maree umane più delle maree dell’oceano. E gli uomini in marcia, i cui canti ora si spengono all’orizzonte, ti sono altrettanto estranei che le rondini che volano allo zenit o i pesci che nuotano in fondo ai mari…

La consueta vacanzina di primavera quest’anno la passiamo…

15 maggio 2013

…qui.
Da domani ci trovate nella “Napoli che va in montagna”, per citare er poeta (ehm) a bazzicare da queste parti, a cercare location argentiane e a calcare le orme dei nostri maestri.

Un par di cose dopo una re-visione di Alien

14 maggio 2013

La re-visione, dopo molto tempo, di Alien, qualche giorno fa, mi ha suscitato un paio di pensieri:

1) Ammazza se era bravo, all’inizio, Ridley Scott. Si stenta a crederlo oggi, dopo tanti film dimenticabili, ma i primi due titoli dello Scott superstite sono capolavori che resistono alla prova del tempo. I duellanti, nel suo coniugare lo splendore visuale da subito marchio di fabbrica a una verità storica quasi rosselliniana, a un viaggio oscuro nell’animo umano che lascia attoniti ed emozionati. Alien in quella saldatura tra horror e fantascienza che regge il confronto col premonitore Terrore nello spazio di Bava (recuperato anche lui a breve distanza). E – senza che Scott abbia il genio baviano della gratuità – le sue carrellate dentro il Nostromo rimangono cariche di suggestioni epifaniche che vanno ben oltre il cotè di esaltatore scenotecnico e illuminografico cui Scott si consacrerà con Blade Runner e Legend, e via via decrescendo di intensità e qualità, fino alle derive coatte gladiatorie

2) Ammazza che stupidaggini escono a Stephen King quando parla di cinema. Si sa, il buon Stephen storce il naso di fronte a Shining e invece gli piace 1408, quindi non fa troppo testo. Però, quando in Danse macabre parla del sessismo di Alien, toppa su tutta la linea. Non è vero che la Weaver nello scontro finale, poiché “ha indosso un paio di slip e una sottile T-shirt: è donna in ogni centimetro di pelle, e a questo punto perfettamente intercambiabile con una qualsiasi delle vittime di Dracula del ciclo di film della Hammer”. No, non c’è alcuna pruderie nel desabillè di Ripley, che è perfettamente giustificato dal contesto narrativo, ed esalta invece il suo eroismo: Ripley vince “nonostante” l’apparente vulnerabilità della sua T-shirt, non cela la paura ma ribalta lo stereotipo della scream queen, ponendosi a modello per le successive eroine di Cameron, Bigelow, Whedon. E meno che mai è vero che “allorché si mette alla ricerca del gatto dell’astronave” permetterebbe “ai maschi del pubblico di rilassarsi, guardandosi l’un l’altro negli occhi e dirsi a voce alta o per telepatia: ‘Beh, in fondo è soltanto una donna.’” Caro Stephen, il “porco maschio sciovinista” qui non è proprio Dan O’Bannon, ma i tuoi spettatori ideali ai cui occhi il salvataggio di Jones parrebbe una mossa da “donnicciole”. Laddove Ripley che abbandona l’astronave in via di distruzione con la cassetta di Jones in mano dimostra la sua incontestabile superiorità su tutta la schiatta di eroi tradizionali hollywoodiani (quelli sì per lo più maschi, bianchi e sessisti), coniugando coraggio e pietas come nell’action solo gli eroi hongkonghesi riusciranno a fare negli anni seguenti.

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