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Ex Libris 147 (ritorni)

27 luglio 2014

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I vampiri erano tornati dalla morte, dalla tomba e dalla cripta, ma non erano mai riusciti a tornare da un gatto.

Cos’è il genio: Errigo Moments

24 luglio 2014

Ogni tanto deve arrivare qualche mancin* a mostrare cose che gli umani non credevano immaginabili. È lo stigma del genio: visione, ispirazione, imprevedibilità.

30 anni fa indentificavo il genio nelle seconde di servizio, nelle discese a rete, nelle volée di John McEnroe. Oggi, lo ritrovo ogni qualvolta vedo salire sulla pedana Arianna Errigo.

Con lei il fioretto, arma supremamente tecnica e strategica, assume a volte l’arrembare spavaldo della sciabola, tanta è la sicurezza nell’azione della lombarda.

Ma prendete i due ultimi assalti dei mondiali di Kazan. In semifinale si ritrova di fronte l’immarcescibile Vezzali, che è un po’ il suo opposto schermistico: iperconcentrata, cinica, micidiale nel castigare qualsiasi errore dell’avversaria, trasfigurata nella cattiveria agonistica della campionessa cannibale, tanto quanto la Errigo è apparentemente leggera, quasi svagata in certe circostanze, irridente nell’avanzare a guardia abbassata, protesa all’attacco con protervia al limite sconsiderata. In finale la Batini, la giovane promessa verrebbe da dire, anche se ha solo un anno meno di lei, sbocciata nel suo pieno fulgore con più lentezza, ma in forma micidiale in questa stagione. Bene, lo schema è lo stesso. Inizia sempre un po’ sfocata, Arianna: imprecisa, disattenta, pare abbonata alla luce bianca e si lascia sorprendere più volte dalle avversarie. Non la si conoscesse, verrebbe da dire che non è giornata, che non ha voglia, succede anche alle grandi, no?, pazienza, sarà per la prossima volta.

Poi accade, ogni volta. E ogni volta è uno di quei momenti per cui si guarda lo sport, in fondo: perché nel qui e ora della competizione, in quell’occhio del ciclone fatto di tensione, fatica, pressione, nella lotta tra i limiti del corpo, la forza della volontà, le profondità inscrutabili del talento, si accende qualcosa. Come se un’invisibile pietra focaia fosse sfregata nell’impugnatura, la lama di Arianna prende fuoco. Una stoccata, due, tre… Con la Vezzali sono cinque di fila, con la Batini addirittura otto, una valanga, la netta impressione che la Errigo possa fare quello che vuole nell’ascesi agonistica che conduce alla quindicesima, all’ennesimo trionfo. D.F. Wallace parlava di Momenti Federer, sarebbe il momento di riflettere anche sui Momenti Errigo.

Ex Libris 146 (A Napoli)

19 luglio 2014

Cardillo

A Napoli, come in tutto il mondo dove regnano incontrastate autorità di prìncipi e belle donne, e il denaro scorre a rivoli dai palazzi e si perde in mezzo al letame delle strade (vero letame, almeno allora, in quanto era tempo non di carrozze elettriche, ma di impetuose vetture a cavalli, o rozzi carri trainati anche da poveri animali, tempo di greggi che attraversavano in fretta, belando, le vie eleganti); a Napoli, retorica e letteratura da strapazzo sono già tutte depositate nel costume, rifulgono nei modi civettuoli e vani delle dame, e scintillano nelle sale da ricevimento, nelle chiese sfarzose, tra le navate del Duomo addobbate di porpora e d’oro per una Novena cupa e grandiosa. Sono, retorica e letteratura da strapazzo, porte dorate e cesellate, opera dei gioiellieri del sogno. Ma, una volta aperte, solo la scura e fredda vita geme, come un’acqua, al piede degli scalini. E vedrai anche tu, curioso Lettore, seguendo questa storia, come là dietro non c’è nulla. Udrai solo, là in fondo, un povero glu-glu.

Change the Frame

16 luglio 2014

Una cosa che ci inquieta molto, sul web-palcoscenico – squadernantesi ogni santo giorno su schermi come questo su cui scriviamo, su cui voi leggete – è che sembra non si riesca a uscire, nei confronti tra posizioni divergenti, dalle polarizzazioni dei discorsi, congelati in frame oppositivi tanto scontati quanto alfine depotenzianti ogni seria espressione di pensiero. Gli esempi sono tanti e tali che pare inutile elencarli. Noi lo notavamo di recente riguardo alla messa in scena della querelle tra fanatismo scientista (coi suoi più o meno folclorici “resistenti razionalisti”) e il corrispettivo opposto (e infine coincidente) del complottismo omnicredulone, che ormai comodamente suole identificarsi nella simbologia delle scie chimiche (e qui il target va a sovrapporsi spesso con quello di certi militanti del Movimento 5 Stelle). In tutto questo bailamme, un serio, laico, epistemologico discorso sulle possibilità e i limiti della scienza – sul come spesso i difensori a tutti i costi del paradigma (pseudo)scientifico tendano ad arroccarsi in posizioni immobili e fideistiche (tutto il contrario di quello che la scienza dovrebbe fare), e di come i complottisti internettari facciano d’altronde calare una patina di ridicolo su un’apertura mentale alle infinite possibilità della conoscenza che dovrebbe essere patrimonio di tutti – si va a perdere inesorabilmente dentro il rumore di fondo delle prese per i fondelli reciproche.

Ma potremmo citare il sempreverde scontro veg-onnivori (con la sua propaggine al calor bianco antivivisezionisti-pro test), quanto l’ennesima recrudescenza della crisi medio-orientale (ma anche i mondiali di calcio): tutte battaglie di status e commenti (spesso e volentieri insultanti) che confermano questo apparentemente ineludibile social modus, col pensiero spodestato dal trionfo permanente dell’invettiva (forma retorica che ha le sue ragioni, e i suoi spazi d’efficacia, ma non può sostituire tout court l’articolazione delle posizioni, l’intermediazione, l’ascolto dell’altro). Per fortuna non siamo soli – e ci mancherebbe – nel deprecare la tendenza: lo fa molto bene anche Loredana, che a sua volta cita (a proposito dell’eterna questione israelo-palestinese) l’importante intervento di Raimo*, oltre alle riflessioni di Grossman e Butler. La risposta alle grida che sempre più alte si levano, una sull’altra, è sempre quella: pensare, pensare, pensare.

* Che in quest’altro pezzo successivo usa lo stesso nostro termine, polarizzazione.

Ex Libris 145 (covare)

12 luglio 2014

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Un’altra gallina si stabilì dietro un’accozzaglia di pezzi di macchinari nella rimessa, dove accumulò uova – le sue e quelle di altre galline che evitavano i loro doveri di chioccia. Quando Nell la trovò, ne stava covando venticinque. Che fare? Le uova erano troppo vecchie – troppo ben sviluppate, troppo piene di embrioni – per essere mangiate.

Alchemiaway – segnalazione

9 luglio 2014

Abbiamo già parlato, in passato, della nostra amica Michela.

Oggi vorrei sfruttare questo spazio, se me lo permettete, per un piccolo, uhm, chiamiamolo spottino.

Michela è diventata produttrice di una crema dermolenitiva per gli animali, cavalli e cani e gatti, in particolare. Ma devo dire che va benissimo anche per i sapiens. Ne ho un barattolo, lo tengo in frigo ormai da diversi mesi, e la crema è ancora bella e consistente e profumata come quando l’ho aperto. La uso sulle piccole ferite che si fanno i gatti quando giocano in modo troppo espansivo, o se si grattano spesso come Emily, o dopo qualche operazione. La uso anche quando graffiano me, se è per questo.

Gli ingredienti sono tutti vegetali, e pregiati (burro di karitè, gel di aloe e oli essenziali). È vegan, e cruelty free, nessun animale è stato usato per sperimentarla. A parte qualche cavallo, che ha anche suggerito di cambiare la composizione iniziale, che era troppo buona e non resisteva a tenerla sulla ferita il tempo necessario. Il solito Dandy…

 

Ex Libris 144 (oggettività)

5 luglio 2014

Danza

Il concetto di oggettività scientifica riposa sull’assunto che vi sia un mondo esterno che è “là fuori”, contrapposto a un “io” che è “qui dentro”. (Questo punto di vista, che pone l’altra gente “là fuori”, rende molto solitario il “qui dentro”.) Secondo questa concezione, la Natura, in tutta la sua diversità, è “là fuori”. Il compito dello scienziato è di osservare questo “là fuori” il più oggettivamente possibile. E ciò significa considerarlo come apparirebbe a un osservatore privo di pregiudizi nei confronti di ciò che osserva.
Il problema di cui nessuno si è accorto per tre secoli è che una persona che pensa in questo modo sicuramente ha pregiudizi. Il suo pregiudizio è quello di essere “oggettivo”, cioè di non avere un’opinione predeterminata. Un’opinione è un punto di vista. Il punto di vista che noi possiamo non avere un punto di vista è a sua volta un punto di vista. La decisione stessa di studiare un segmento della realtà invece di un altro è un’attitudine soggettiva del ricercatore che la pone in essere. Influenza la sua percezione della realtà, se non altro. Dato che la realtà è ciò che stiamo studiando, la faccenda a questo punto si fa imbarazzante.
La nuova fisiva, la meccanica quantistica, ci dice chiaramente che non è possibile osservare la realtà senza cambiarla. Se noi osserviamo un certo esperimento di collisione di particelle, non solo non abbiamo nessun modo di provare che il risultato sarebbe stato lo stesso se non l’avessimo osservato, ma per giunta tutto quello che sappiamo indica che non sarebbe stato lo stesso, poiché il risultato ottenuto è stato influenzato dal fatto che stavamo osservando l’esperimento.
Alcuni esperimenti indicano che la luce è di natura ondulatoria. Altri mostrano con uguale forza probante che è composta di particelle. Se noi vogliamo dimostrare che la luce è composta di particelle oppure che è di natura ondulatoria, dobbiamo solo scegliere l’esperimento appropriato.
Secondo la meccanica quantistica, l’oggettività non esiste. Noi non possiamo scomparire dalla fotografia. Facciamo parte della natura e quando la studiamo non c’è modo di girare intorno al fatto che si tratta della natura che studia se stessa. La fisica è diventata un ramo della psicologia, o forse l’inverso.

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