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Ex Libris 159 (donna del fuoco) #PerChiara

31 ottobre 2014

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In quell’istante il vento si era impennato nuovamente, cambiando direzione. E si erano ritrovati sotto una pioggia di ceneri infuocate, mentre già dalla prima fila di case in fondo si levavano lingue di fuoco. E allora l’aveva scorta, stagliata contro l’arancio infuriato del cielo. Scendeva dal vicolo, i capelli ricci sulle spalle, arruffati dal vento. Camminava a passi lenti, la gonna lunga e svolazzante che le si attorceva tra le gambe, una maglietta rossa scollata e l’espressione aggrondata delle ventenni, con i loro imperscrutabili misteri. Veniva verso di loro, senza vederli, con l’incendio che le fiammeggiava alle spalle, e per un attimo, mentre scrutava quel viso imbronciato e remoto, aveva avuto l’impressione che il fuoco le facesse corteo, che anzi fosse proprio lei a guidarlo, a trascinarlo sulla scia della sua gonna stravagante, dei suoi riccioli scuri, delle sue labbra morbide, sdegnosamente strette.

Le traduzioni estemporanee 3

29 ottobre 2014

Personaggi: Vale, Hernan
Ambiente: cucina

Hernan: ah, buon appetito, cara madre
Vale: uhm, grazie.
Hernan: cosa mangiate, stasera?
Vale: più o meno il solito, vedi. Pasta, verdura, qualche olivetta di contorno…
Hernan: buone le olive.
Vale: poi te ne do un po’.
Hernan: che bello!  Mi fai assaggiare anche il resto?
Vale: mmh, non so. Non penso ti piacerebbe, sono tutte…
Hernan: no, scusa, non sei tu a decidere cosa mi piace e cosa no, eh. Tu intanto passa, poi decido io.
Vale: ok. Ecco. Roba aspretta, non trovi?
Hernan: invece mi piace, guarda un po’. Me ne mangerei un piatto intero, guarda un po’ (usando una zampa come forchetta per raccogliere cibo direttamente dal piatto).
Vale: NO! Quante volte ti ho detto di NON METTERMI LE ZAMPE NEL PIATTO!
Hernan (allontanandosi): E quante storie, per un filetto di erba cotta…

Ex Libris 158 (prigionieri)

26 ottobre 2014

Dissonanze

Nel feticista della merce di nuovo stile, nel “carattere sadomasochistico” e in colui che accetta l’odierna arte di massa lo stesso fenomeno si presenta sotto diversi aspetti. La cultura di massa masochistica è l’aspetto necessario della produzione onnipresente stessa. L’investimento affettivo del valore di scambio non è una transustanziazione mistica, e corrisponde all’atteggiamento del prigioniero che ama la sua cella perché non gli viene concesso di amare altro. L’uomo sacrifica l’individualità, inserendosi nella regolarità di ciò che ha successo, e fa quel che tutti fanno per il fatto fondamentale che dovunque e in tutta la produzione standardizzata dei beni di consumo si offre all’individuo sempre la stessa cosa. Tuttavia la necessità che ha il mercato di occultare questa uguaglianza conduce alla manipolazione del gusto e a quell’apparenza di individualità della cultura ufficiale, che di necessità cresce proporzionalmente con la liquidazione dell’individuo. Anche nell’ambito della sovrastruttura l’apparenza non solo occulta la sostanza, ma è costretta a sprigionare dalla sostanza stessa. L’identità di ciò che viene offerto, e che tutti debbono acquistare, si maschera con la severità di uno stile valido e universalmente necessario e la finzione del rapporto di domanda e offerta continua a esistere nelle sfumature falsamente individuali.

30 ans sans Truffaut

21 ottobre 2014
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Perché ci manca François:

“I film devono essere personali come impronte digitali”, Une certaine tendance du cinéma français, il Truffaut-Hitch, gli iris, i fondu, il fermo immagine de I 400 colpi, i baci, le locandine, Balzac, il carrello sull’acqua de Le due inglesi, quello aereo de La signora della porta accanto, i mestieri assurdi dei protagonisti, Doinel, Adele, il fucile di La calda amante, le biciclette di Jules e Jim, Trenet, Souchon, il gatto di Effetto notte, il b/n de Il ragazzo selvaggio, Incontri ravvicinati, Deneuve e Dorleac, Nathalie Baye e Bernadette Lafont, le camminate, le corse, i letti, le spiagge, il noir, il mélo, la grazia, la crudeltà, “I film avanzano come i treni nella notte”.

Chiunque può integrare, proseguire, fare la sua, di lista…

Ex Libris 157 (attraverso lo specchio)

19 ottobre 2014

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È come se uno degli emisferi del suo cervello stesse percependo il mondo come riflesso in uno specchio. Attraverso uno specchio. Capisce? Così ciò che è sinistro diventa destro, con tutte le conseguenze del caso. E noi non siamo ancora in grado di sapere quali siano tutte le conseguenze del vedere il mondo rovesciato. Da un punto di vista topologico, un guanto sinistro è un guanto destro scaraventato nell’infinito.

Le traduzioni estemporanee – GattoPiccolo edition

15 ottobre 2014

Ambiente: camera da letto di Ale  Vale nursery
Personaggi: Koi, Vale, Moka

Koi: aaargh, stronzo di un biberon! Maledetto!
Vale: non fare così.
Koi: picchiamo questo malefico.
Vale: pover’omo, lui fa quello che può…
Koi: cosa? Chi, che uomo?
Vale: il biberon, che ti ha fatto di male?
Koi: aaaaaAAAaAAAAAAAAaaaaarg! È stronzo! Aaaaaaaaaaaaaaah!
Moka: lo date a me, se a voi fa tanto schifo?
Vale e Koi: NO.
Moka: e però che cazz… (si allontana sbuffando)

***

Appunto, Gatto Piccolo: Koi, neoabitante di casa Erbaviola, che mi ha stravolto la vita in meno di un mese e mi ha insegnato più di un anno di corsi.

Live long e prosper, piccolino.

 

Ex Libris 156 (ri-creazioni)

12 ottobre 2014

Vie

Gli Antenati, che avevano creato il mondo cantandolo, disse, erano stati poeti nel significato originario di poesis, e cioè “creazione”. Nessun aborigeno poteva concepire che il mondo creato fosse in qualche modo imperfetto. La vita religiosa di ognuno di essi aveva un unico scopo: conservare la terra com’era e come deoveva essere. L’uomo che andava in walkabout compiva un viaggio rituale: calcava le orme del suo Antenato. Cantava le strofe dell’Antenato senza cambiare una parola né una nota – e così ricreava il Creato.
“Certe volte,” – disse Arkady – “mentre porto i ‘miei vecchi’ in giro per il deserto, capita che si arrivi a una catena di dune e che d’improvviso tutti si mettano a cantare. ‘Che cosa state cantando?’ domando, e loro rispondono: ‘Un canto che fa venir fuori il paese capo. Lo fa venir fuori più in fretta.'”Gli aborigeni non credevano all’esistenza del paese finché non lo vedevano e lo cantavano: allo stesso modo, nel Tempo del Sogno, il paese non era esistito finché gli Antenati non lo avevano cantato.
“Quindi, se ho capito bene, la terra deve prima esistere come concetto mentale. Poi la si deve cantare. Solo allora si può dire che esiste.”
“Esatto.”
“In altre parole ‘esistere’ è ‘essere percepito’?”
“Sì.”
“Somiglia pericolosamente alla confutazione della Materia del vescovo Berkeley.”
“O al buddhismo della Mente Pura,” disse Arkady “che vede a sua volta il mondo come illusione.”

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