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Ex Libris 358 (rivoluzione ecotopiana)

5 febbraio 2020

Gli americani in genere credono che gli ecotopiani siano diventati un popolo di incapaci e di pigri. Questa fu la naturale conclusione che venne tratta dopo l’indipendenza, quando gli ecotopiani adottarono la settimana lavorativa di venti ore. Eppure ancora nessuno in America, almeno credo, ha afferrato a pieno l’immensa rottura che ciò rappresentò nei confronti del nostro sistema di vita. Ancor oggi stupisce che la legislatura ecotopiana, nell’ebbrezza del potere, abbia avuto la capacità di passare indenne attraverso una simile rottura rivoluzionaria.
Come sottolinea l’intellighenzia ecotopiana, era in gioco la revisione dell’etica protestante del lavoro, sulla cui base era stata costruita l’America. Le conseguenza furono evidentemente pesanti. In termini economici, l’Ecotopia fu costretta a isolare la propria economia dalla competizione con i popoli che lavoravano più duramente. Per anni le sue industrie furono afflitte da gravi distorsioni. Si verificò una diminuzione di più di un terzo del Prodotto nazionale lordo. Ma le più profonde implicazioni della riduzione della settimana lavorativa furono di ordine filosofico ed ecologico: l’umanità, asserivano gli ecotopiani, non venne compatita per la produzione, come si credette nei secoli Diciannovesimo e Ventesimo. Al contrario, gli uomini furono concepiti per prendere il loro modesto posto nel continuum della struttura a equilibrio stabile degli organismi viventi e perturbarla il meno possibile. Ciò avrebbe significato sacrificio dei consumi presenti, ma avrebbe assicurato la sopravvivenza futura, che divenne un fine quasi religioso, per certi versi analogo alle più antiche dottrine della “salvezza”. La gente sarebbe stata felice non in misura del suo dominio sulle altre creature della terra, ma in misura dell’equilibrata convivenza con esse.
Questo cambiamento filosofico sarebbe potuto sembrare ingenuo alla superficie. Tuttavia, le sue frasi implicazioni balzarono presto agli occhi. Gli economisti ecotopiani, tra i quali alcuni dei più eminenti d’America, erano ben consapevoli del fatto che il tenore di vita poteva esser sostenuto e incrementato soltanto per mezzo di un’ineluttabile pressione sulle ore di lavoro e sulla produttività dei lavoratori. Per questi si sarebbe trattato di “intensificazione dei ritmi”; comunque, senza un lento ma regolare incremento del prodotto del lavoro, il capitale non poteva essere attratto o anche soltanto trattenuto: ne sarebbe seguito rapidamente un collasso economico.
In questo nuovo corso del pensiero pochi militanti ecotopiani introdussero e diffusero il punto di vista assolutamente nuovo secondo il quale la catastrofe economica non si identificava con la catastrofe in ordine alla sopravvivenza delle persone e, in particolare, un tracollo finanziario si sarebbe potuto trasformare in un beneficio se la nuova nazione fosse stata in grado di organizzarsi in modo tale da destinare le sue reali risorse in energia, conoscenze, capacità e materiali alle necessità fondamentali della sopravvivenza. Se ciò fosse accaduto, perfino una diminuzione catastrofica del PNL (che, secondo loro, era in larga parte e comunque costituito di attività superflue) avrebbe potuto dimostrarsi politicamente utile.

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