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Ex Libris 312 (la vita del bosco)

29 aprile 2018

Per chi non si impegna a sottrarsi a un atteggiamento passivo, una passeggiata nel bosco potrebbe apparire monotona, addirittura noiosa. Il visitatore svogliato difficilmente può percepire le meraviglie della foresta: all’inizio, dentro l’ombroso ventre silvestre, lo scenario si manifesta tutto uniforme, ripetitivo, uguale a sé stesso. E allora la foresta può sembrare tediosa proprio come – nonostante sia il suo opposto – il deserto. Camminare tra gli alberi è come avanzare tra dune sempre uguali, sotto foglie e rami che si susseguono come le onde disegnate dal vento sulla sabbia. Migliaia e migliaia di piante che si sovrappongono, si diradano per poi infittirsi di nuovo. Lo sguardo vaga in una profondità di campo limitata: sopra gli alberi sai che c’è cielo, vento, luce, nubi, montagne; ma sotto vedi solo moltitudini sempre uguali di presenze immobili che cancellano il sole, che si confondono nell’indistinguibile amalgama verde stretta intorno a ogni cosa.
Ma se si compie lo sforzo necessario a cogliere anche le variazioni apparentemente più insignificanti di quel sistema ecologico, allora  proprio come nel deserto – ciò che vediamo sfilare mentre camminiamo diventa una successione di episodi inattesi.
Quando osserviamo un ambiente naturale con uno sguardo passivo, siamo tentati di rimanere sulla prospettiva che ci è più consona, la cosiddetta “scala del paesaggio”, quella che noi immaginiamo in genere da un belvedere, con lo scenario composto per piani digradanti, da vicino a lontano, fin verso l’infinito degli orizzonti. Ciò che ci salta subito all’occhio, e che apprezziamo maggiormente, è la somma tra i dettagli a noi vicini e le distanze espanse su cime e valli che sfumano sullo sfondo. Ma chi si sforza di osservare la natura riuscendo a porsi su altre scale di riferimento scoprirà che anche solo in una porzione di bosco, anche in un singolo albero morto può risiedere un inatteso motivo di interesse. In un albero morto abitato da infinite catene trofiche c’è tanta vita quanto quella che, su altra scala, può abitare un’intera valle appenninica.

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