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Se questo è un filosofo

22 agosto 2017

Quando si torna dalle vacanze e non si sa che post scrivere, tanto vale rivolgerci al già citato nostro giornale preferito, no? D’estate capita che le riviste si accumulino sulla cassapanca in cucina o accanto alla tazza del bagno, luoghi elettivi per la lettura di complessi articoli e alate rubriche. Tipo quella in fondo al suddetto magazine, che dopo l’obbligatoria occhiata all’oroscopo dovrebbe elevare gli animi delle gentili lettrici (e dei lettori spioni) con pensose riflessioni filosofiche. Se ne occupa Umberto Galimberti, che di solito non scrive neanche stupidaggini, al netto di un’infatuazione per il concetto heideggeriano di tecnica al limite del patologico, e per una certa tendenza a scopiazzare qua e là, via.

Poi però gli si rivolge una signora per condividere un momento assai triste di lei e del marito, quando giunge la notizia della morte del loro cane mentre sono in un ipermercato, e sperimentano ciò che tanti provano in momenti del genere: la sensazione dell’indifferenza del mondo che intorno a loro continua come niente fosse, mentre nel cuore si apre un vuoto incolmabile. Ci si aspetterebbe, da parte dell’insigne filosofo, una chiosa sul dolore, il lutto, lo scorrere inesorabile del tempo che fa il suo dovere trascinando con sé verso l’oblio tutto e tutti, la morte che è parte ineludibile della vita, cose del genere, no? No. Perché, mal gliene incolse alla scrivente, l’oggetto del cordoglio è un cane. Pensieri del genere possono essere riservati agli umani, mica a qualsiasi altro animale, che scherziamo?

Ed ecco che il Galimberti si sente in dovere di rifilare alla signora un’indigesta ramanzina sul fatto che intorno a noi ci sono cose ben più importanti cui pensare, piuttosto che dilungarsi su quisquilie come la morte del proprio cane: “Sa qualcosa dei morti in Siria, in Iraq, in Afghanistan, dei milioni di morti in Africa a causa di pulizie etniche e di massacri indisciminati?” E così via, un bell’elenco di disgrazie cui evidentemente alla signora non potrebbe fregare di meno, perché sta lì in mezzo a un centro commerciale a piangere la morte di un cane. Anzi, c’è di più: “Oppure ha imparato anche lei a chiamare le guerre missioni di pace, i massacri danni collaterali, le torture pressioni fisiche, le pulizie etniche trasferimento di popolazione, per cui addolcendo la realtà con questi eufemismi, da piangere resta solo la morte del cane?” Ecco, perfetto: chi piange per un cane (per un gatto, un coniglio, o un’orsa, magari) non può che essere un minus habens col cervello in pappa che si beve ogni stronzata e pensa solo agli animaletti tanto carucci.

Ovviamente, da parte sua, il Galimberti, se muore un suo caro (sempre non si offenda perché andiamo a paragonare lutti per specie diverse), mica piange, giammai si dispera, piuttosto lancia la sua mente superiore verso i migranti annegati nel Mediterraneo, i bambini che muoiono di fame e tutti gli orrori di questo pianeta, dicendosi: “Che sarà mai se è morto un amico o un parente, sono ben altre le tragedie.” Mica per niente è un filosofo, uno che si può permettere con nonchalance di rivolgere alla povera signora che gli ha scritto aspettandosi un qualche colto conforto l’accusa di avere una percezione distorta della realtà, che può produrre nientemeno l’effetto di portare il mondo intero alla perdizione, “perché se il nostro sentimento non è all’altezza di quanto sta accadendo intorno a noi, che cosa può impedire la ripetizione di quelle terribili cose a cui sopra abbiamo accennato?” Col che abbiamo chiuso il cerchio: come si sospettava, tutti i mali del mondo son colpa di chi ama gli animali.

Per carità, conosciamo fin troppo bene tanti animalisti o supposti tali che corrispondono al profilo delineato da Galimberti. Ma qui è in gioco qualcosa di più: un pregiudizio connaturato, per cui in automatico chi si interessa agli animali (tranne l’uomo, per carità) è un ingenuo sentimentale boccalone del tutto scollegato dai veri problemi (che sono sempre si sa “ben altri”), pago com’è di condividere micetti e cagnolini pucciosi. Un pregiudizio correlato con la granitica certezza (fideismo laico, vorremmo chiamarlo) della superiorità e unicità della specie umana rispetto a qualsiasi altra, anzi meglio, su un clamorosamente antiscientifico distacco dell’homo sapiens da tutti gli altri animali, come fossimo un incredibile scherzo dell’evoluzione che ci ha lanciati in chissà quale iperuranio lasciando il resto del mondo al palo (sull’argomento, leggere per credere Siamo così intelligenti da capire l’intelligenza degli animali? di Frans de Waal, a proposito del quale seguirà Ex Libris).

Siamo certi che Galimberti non abbia idea di cosa sia l’antispecismo, e di come diversi suoi colleghi abbiano chiarito come l’interesse e la cura per gli animali possa inserirsi in una visione davvero globale della società e delle sue molteplici forme di sfruttamento. Ma magari una letta a L’animale che dunque sono di Derrida potrebbe intanto essergli utile per una sana decostruzione delle stupidaggini che anche i più grandi esponenti della sua categoria hanno nei secoli sparato sul tema “Animot”. Dopo, forse, ci potrebbe anche stare una lettera di scuse alla signora Mafalda Albanelli, da lui senza alcun pudore svillaneggiata a mezzo stampa, e un po’ più di umiltà, in futuro, nel maneggiare parole e concetti così delicati: stia una mezz’oretta con un cane, e vedrà che ha ancora molto da imparare.

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