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Ex Libris 273 (chi decide per tutti? Risposta ovvia, sir)

30 aprile 2017

Mi viene il sospetto che il legno e l’acqua, l’antico e il mutevole, siano i due poli dei ritmi naturali. La vita comincia nell’acqua e raggiunge la piena maturità nel bosco. Poi il giro ricomincia. Avidamente, vorrei un po’ dell’uno e dell’altra: diventare anfibio, osservare l’arrivo della primavera, il momento clou del mondo vegetale, stando dentro la palude. D’altra parte dubito di avere il fegato per stare a così intimo contatto con la natura. Strane creature affollano il mio nuovo mondo (e io invado il loro). Cercherò di adattarmi a criteri impietosi come produzione e utile, ma che succederà dei miei valori, del significato che attribuisco al mondo naturale? In simili circostanze, non è forse inutile sperare di avere relazioni che trascendano la mera funzione d’uso? Parlare di «relazione» non è forse un modo di dire, visto che la natura non sembra affatto interessata ad avere rapporti con me? Magari dovrei accontentarmi del ruolo di naturalista di provincia: osservare gli uccelli sui posatoi che ho costruito in giardino, provare a coltivare qualche pianta nuova della zona… La catalogazione come massima aspirazione?

Come ho già detto, in questo poco confortevole rito battesimale (che ha tutte le caratteristiche di una vera immersione) dovrò cercare il mio posto nel mondo. Ma la prova che devo affrontare sembra simile a quella della nostra intera specie: trovare un territorio e condividerlo con altri, scoprire una nicchia adatta a sé, se si è fortunati lasciare un segno; il tutto senza far troppo rumore e con un minimo di intelligenza. La sola differenza è che il punto di vista globale, ecologico, trascura le emozioni. Come pontificano molti esperti, la grande crisi ambientale del nostro tempo non è che un problema di cattiva gestione famigliare in grande scala. Basta mettere un freno all’avidità, fare meno figli, risparmiare energia, riciclare la plastica e usare i rifiuti organici come concime per il giardino, e tutto andrà meglio. Belle speranze! Chi potrebbe mai guidare una famiglia (per continuare con questa metafora paternalistica) senza tener conto dei gusti, delle abitudini, delle ambizioni, dei bisogni non quantificabili di ogni suo componente? L’elenco dei nostri disastri più clamorosi, dalla deforestazione all’inquinamento dei mari e alla perdita di biodiversità, porta il segno distintivo di una specie che non si crede più parte del regno animale. Abbiamo lasciato la terra e la tecnologia (è bello pensarlo) ci ha liberati dagli imperativi naturali. Così, tronfi, ci siamo autoesiliati dalla sensualità e immediatezza del mondo. Non è tanto il potere ad aver compromesso il nostro ruolo, quanto l’arroganza, il credere che il particolare tipo di conoscenza che possediamo ci renda una specie eletta, autorizzata a gestire le vite di tutte le altre secondo i nostri parametri.

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