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Ex Libris 269 (perché hanno inventato dio?)

26 marzo 2017

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In Mesopotamia sembrava impossibile sfuggire all’ingegnosità di cardi e spine. Più i contadini cercavano di eliminarli, più quelli prosperavano. Probabilmente, già molto prima che fosse descritta come tale nella Genesi, la loro aggressività era vista come una punizione. L’agricoltura cambiò i valori e la visione religiosa del Vicino Oriente. In origine, i cacciatori-raccoglitori della regione adoravano, o almeno rispettavano, gli spiriti degli animali, indipendenti dagli uomini ma docili. Ma i primi agricoltori, consapevoli di avere tra le mani un grande potere, avevano bisogno di esseri soprannaturali che potessero legittimare e rafforzare il loro dominio sulla natura. Dal momento che né gli spiriti degli animali né le divinità della natura potevano servire a questo scopo, le nuove divinità erano superuomini, dèi in vesti umane, «pastori di uomini».

Ma per questi nuovi poteri, e nuovi dei, bisognò pagare un prezzo. Alla libertà dei cacciatori-raccoglitori si sostituirono la fatica, la divisione del lavoro e, simbolicamente e letteralmente, le malerbe, il disordinato bagaglio della vita sedentaria. Per un gruppo di agricoltori e allevatori, le tribù di Yahweh – i primi ebrei – si aggiunse un forte trauma. Nel 586 a.C. il cuore del loro territorio, Gerusalemme, venne devastato e gli abitanti esiliati nel deserto di Babilonia. Gli ebrei interpretarono l’esilio come una punizione ma, con un astuto rivolgimento teologico, questa punizione diventò la prova che erano oggetto delle attenzioni di Dio. Gli ebrei rigettarono la raffinata civiltà e i molteplici dei della fertilità di gran parte del Vicino Oriente, e si dichiararono il popolo eletto di un solo dio. Nasceva così il monoteismo.

Ma l’insoddisfazione per il loro modo di vivere era ancora viva, e trapela dai particolari del mito della creazione. La Genesi può essere letta come il tentativo dei primi pastori e agricoltori di spiegare a sé stessi il senso di una vita di duro lavoro. La conquista della natura – e l’ottenimento della conoscenza – era tanto la causa quanto la forma della loro punizione. Come spiega John Passmore, filosofo del ventesimo secolo, i miti della creazione sono una specie di razionalizzazione: «Al tempo in cui furono scritte le storie della Genesi, l’uomo si era già imbarcato nel compito di trasformare la natura. [Con queste] giustifica le proprie azioni. Non si preparava a dominare il mondo (non più di quanto si preoccupasse di moltiplicarsi) perché gliel’aveva detto la Genesi. Piuttosto, la Genesi salvò la sua coscienza.»

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