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Ex Libris 262 (forme del dominio)

29 gennaio 2017

dialettica

Al posto dell’adesione organica all’altro, del mimetismo propriamente detto, la civiltà ha introdotto dapprima, nella fase magica, l’uso regolato della mimesi, e poi, nella fase storica, la prassi razionale, il lavoro. La mimesi incontrollata è messa al bando. L’angelo dalla spada fiammeggiante, che ha cacciato gli uomini dal paradiso, sulle vie del progresso tecnico, è già il simbolo di questo progresso. La severità con cui, nel corso dei millenni, i dominatori hanno vietato alla propria prole, come alle masse soggette, la ricaduta nelle forme mimetiche di vita, a cominciare dal divieto religioso delle immagini, attraverso la condanna sociale degli attori e degli zingari, fino alla pedagogia che insegna ai bambini a non essere puerili, è la premessa dell’incivilimento. L’educazione sociale e individuale rafforza l’uomo nel contegno oggettivante del lavoro e lo preserva dal lasciarsi assorbire dal ritmo alterno della natura ambiente. Ogni diversione, anzi ogni abbandono, ha qualcosa di mimetico. L’io, invece, si è forgiato nell’indurimento. Con la sua formazione si compie il passaggio dal riflesso mimetico alla riflessione controllata. Al posto dell’adeguazione fisica alla natura subentra la “ricognizione del concetto”, l’assunzione del diverso sotto l’identico. Ma la costellazione in cui si instaura l’identità (quella immediata della mimesi come quella mediata della sintesi, l’adeguazione alla cosa nel cieco atto vitale o la comparazione del reificato nella terminologia scientifica) è sempre quella del terrore. La società continua la natura minacciosa come coazione stabile e organizzata, che, riproducendosi negli individui come autoconservazione coerente, si ripercuote sulla natura come dominio sociale su di essa.

***

L’idea dell’uomo, nella storia europea trova espressione nella distinzione dall’animale. Con l’irragionevolezza dell’animale si dimostra la dignità dell’uomo. Questa antitesi è stata predicata con tale costanza e unanimità da tutti gli antenati del pensiero borghese – antichi ebrei, stoici e padri della Chiesa –, e poi attraverso il Medioevo e l’età moderna, che appartiene ormai, come poche altre idee, al fondo inalienabile dell’antropologia occidentale. Essa è ammessa anche oggi. I behavioristi se ne sono scordati solo in apparenza. Che essi applichino agli uomini le stesse formule e risultati che essi stessi, liberi da catene, ottengono, nei loro orrendi laboratori fisiologici, da animali indifesi, conferma la differenza in forma particolarmente malvagia. La conclusione che essi traggono dai corpi mutilati degli animali non si adatta all’animale in libertà, ma all’uomo odierno. Egli prova, facendo violenza sull’animale, che egli, ed egli solo in tutta la creazione, funziona – liberamente e di sua propria volontà – con la stessa cieca e automatica meccanicità dei guizzi convulsi delle vittime incatenate che il tecnico utilizza ai propri scopi. Il professore alla tavola anatomica li definisce scientificamente riflessi, l’aruspice all’altare li aveva stamburati come segni dei suoi dèi. All’uomo appartiene la ragione del decorso spietato; l’animale, da cui trae le sue illazioni sanguinose, ha solo il terrore irragionevole, l’istinto della fuga che gli è preclusa.

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