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We don’t need no masters

15 dicembre 2016

Ripensavo a quel tizio che su una recente discussione on social si scagliava (niente di più facile) contro i critici. La discussione, un classico se avete contatti cinefili, verteva sulla nuova edizione di un noto dizionario dei film. A una mia risposta a tono, il tizio ribatteva ironizzando che sicuramente parlavo “dall’alto della mia sapienza” e proclamava, con una sorta di orgoglio da schiavo liberato, che la critica è una cosa del tutto inutile, non gli serve perché lui sa bene da sé quello che gli piace e quello che no (come se quello fosse l’unico scopo della critica, ridotta insomma agli aggettivi roboanti sparati a raffica nei trailer contemporanei – per inciso una delle iatture peggiori del cinema odierno).

Solo un minimo scontro tra i tanti, nella quotidiana guerra tra le “élite” spocchiose e il “popolo” che ha spezzato le catene, sicuro. Personalmente però, nell’autoproclamata era della disintermediazione, quello che mi sconvolge sempre un po’ è: da una parte il feroce disconoscimento di qualsiasi valore che lo studio (e il suo retaggio classista), l’applicazione a una materia possano conferire a qualcuno (in un paese in cui tra l’altro la strada della cultura è sempre più travagliata, dove i lettori sono minoranza e i governi per lo più distratti o assenti sul tema); dall’altra questa monadica autoreferenzialità che non ha bisogno di alcun riferimento esterno a sé, se non magari ciò che conferma, duplica e sostiene il proprio punto di vista.

Hang the master hang the master hang the master.

E pensare invece che uno dei miei sommi rimpianti rimane quello di non aver avuto più maestri, più figure lucide e autorevoli che mi indirizzassero per tempo dove ero destinato ad andare. Chissà, magari un vero genio può fare a meno di qualsivoglia sguardo altro, pago della propria titanica e stereoscopica visione (anche se non ci credo). Io per esempio no, ho bisogno dell’apporto di tante voci, tanti mentori che mi facciano capire il mondo e le opere che mi circondano. Si badi bene, non devono essere per forza voci “professionali”, calate dall’alto e solo per questo olezzanti di privilegio e “casta” (vade retro, signora mia). Per dire, venendo alle mie notorie fisse: sul message board IMDB dei film di Michael Mann, in mezzo ça va sans dire a tonnellate di stupidaggini, ho imparato a riconoscere alcuni nickname (asktheages, tristan eldritch) che mi hanno illuminato come pochi altri su diversi aspetti dell’opera manniana. Basta tenere le antenne drizzate per riconoscere l’autorità dell’intelligenza, della cultura, della passione.

Ma forse è una tara della natura umana (o magari della razza italica) quella di gettare il bambino con l’acqua sporca: come nel caso dell’universo scolastico (dove i cittadini si formano, del resto), laddove da una supina accettazione del potere professorale si è arrivati a una feroce demistificazione di qualsiasi posizione ex cathedra, così in ogni campo dello scibile la sana e sacrosanta critica all’autorità è presto virata in distruzione di qualsiasi auctoritas. Magari poi il culto delle personalità si fosse riversato in un atteggiamento rigorosamente “don’t follow leaders“, perché in tempi trumpiani e post truth invece la caccia ai leader è più che mai viva, solo che non devono essere percepiti come fastidiosamente superiori, ma il più terra terra e “vicini al popolo” (povero popolo) che sia possibile.

Se tutto ciò si aggaccia al gusto scellerato della polarizzazione che i social alimentano e da cui sono alimentati, ecco servito il virus perfetto dell’antipensiero, che baratta volentieri qualsiasi complessità per una ipersemplificazione naif, bianconerista, direttamente proporzionale alla massa di informazioni e disinformazioni a portata di clic (un virus che il grillismo ha cavalcato con destrezza ammirevole). Per cui: si è santo o si è stronzo, senza possibili vie di mezzo (e senza passare dall'”autorevole maestro” flaianeo); per cui qualsiasi notizia, fonte, opinione, ha lo stesso peso di qualsiasi altra; per cui abbasso l’analisi e viva lo scontro, distruggiamo i templi del sapere e innalziamo le cattedrali del rancore. La pars destruens si mangia tutto, qualsiasi appiglio razionale va a farsi fottere. Tutti sono venduti, tranne chi parla. Certo, i detentori di poteri e poterini (economico, scientifico, culturale, a scalare di peso e impatto) ne hanno fatte tante, e i famigerati critici (categoria sempre assoluta, mi raccomando, le distinzioni sono out) hanno le loro belle colpe, ma forse per ricostruire un minimo di senso della società sarebbe il momento, quando nessuno accetta più lezioni da chiunque altro, di riscoprire il senso dell’ascolto, della trasmissione, della gratitudine.

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