Ecco, rispolveriamo questa piccola storia che Vale ha scritto tempo fa. Un po’ inventata, un po’ no. Perché Theò c’è, esiste davvero, i suoi amici anche, sono reali. Magari raccontava balle, Theò, va a capire questi griot migranti. E sì che ne ha raccontate, di storie, quel periodo in cui Vale lo frequentava.

Oggi più che mai ci servono queste storie. Incroci, contaminazioni, reale e fantastico, migrazioni e frontiere (abbattute).

C’era che avevo iniziato ad andare in giro con Theò per non dover vedere sempre le stesse facce ipocrite. C’era che avevo cercato un vecchio amico, a cui dovevo restituire un favore, e invece avevo trovato lui, Theò, così perfetto per il cliché del nero in terra straniera.

Theò sorrideva, era arrogante, suonava bene e studiava. Faceva l’università, voleva diventare criminologo e occuparsi dei minorenni del suo paese.

Raccontava che era scappato via inseguito dagli sgherri di Kabila.

Lo Stronzo, diceva lui. Sono dovuta andare a cercarmelo su internet, chi fosse lo Stronzo del Congo-Kinshasa, perché lui lo chiamava solo così.

«Anche qui c’è uno Stronzo» provavo a dirgli, era il 2002, ma lui sorrideva e si tirava nelle spalle.

Lontano lontano da questi problemi così tipicamente italiani.

Secondo loro era abbastanza strano che una ragazza italiana si trascinasse al seguito di Theò senza avere alcuna intenzione di andarci a letto.

«Cosa ti passa per la testa, ragazza?» mi chiedevano a volte le sue amiche.

Io sapevo fare spallucce molto bene: «Non lo so».

Un pomeriggio Theò mi disse che il ragazzo di una delle sue amiche stava arrivando con il treno. Anche lui era inseguito dalla polizia. Dovevamo andare ad accoglierlo alla stazione.

Lei era già lì quando arrivammo.

«Laura, lei è Vale. Laura è figlia di una italiana e un congolese» aggiunse poi a mio beneficio.

Laura era come miele al sole.

Non ci si poteva sbagliare, era africana, era italiana, o forse no.

Poi arrivò lui, alto, barbetta curata, sorriso caldo.

Si chiamava Bienvenu.

Mi strinse la mano, sempre sorridendo, e io non trovai di meglio da dire che: «Bienvenu à Rome».

Ero indecisa se mi piaceva più lui, dio nero rappresentante della cultura da cui è nato tutto, oppure lei, il futuro che (?) sarà.

«Non esistono uomini bianchi» mi diceva Theò, che dentro gli uomini sono tutti neri, comunque sia.

Oggi accoglierei di nuovo Bienvenu, anche se mi verrebbe da chiedergli perché proprio qui. Perché in questo brutto paese, in questa prigione, se io per prima vorrei scappare via. Ma forse sono ancora la disadattata che preferiva trascorrere i suoi pomeriggi in mezzo a persone che nonostante il colore della pelle, mi trattavano più da pari di quanto sia mai stata trattata da anni e anni di frequentazioni romane.

Ogni tanto penso a Laura.

Italiana, color miele, africana, donna.

Allora penso che forse non tutto è perduto, che quando l’italico Stronzo dice “no all’Italia multietnica” è già morto.

È già storia vecchia.