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Come eravamo: Niente di nuovo sul fronte marciapiedi

4 novembre 2016

Forse con qualche frigo in meno, ma la situazione sempra quella era, da Gianni a Virginia.

Ma sì, lo trattiamo sempre male, è un delinquente di qua, un ladro di là, un grottesco buffone inceronato affetto da satiriasi senescente e così via (andatecelo a negare…).
Una volta tanto però, c’è da dirlo, ne ha detta una giusta: Roma è zozza.
Lo è adesso con quello lì impegnato a buttar giù alberi a destra e manca. Lo era con Rultroni e Veltrelli.
Lo è (data per scontata l’inescusabile ignavia di chi dovrebbe occuparsi del decoro urbano) anche perché chi la vive è zozzo, è abituato all’incuria e la rilancia, nel più (im)perfetto dei circoli viziosi. Perché chi trova un foglio pubblicitario sul tergicristallo (tipo l’elegante tipo in Smart stamattina su via Medaglie D’Oro), invece di metterselo in tasca e buttarlo quando ha in vista un cassonetto (preferibilmente per la carta) lo getta a terra, e chi s’è visto s’è visto. Perché chi scarta un pacchetto di sigarette, o di caramelle, o di quant’altro, non si perita di scaricare pezzetti di plastica tipo stadi missilistici lungo la strada, e quando è finito magari tira fuori la manina dal finestrino e lo lancia fuoribordo, tout court. Perché chi prende i free press alle fermate della metro, se li lascia dietro capati foglio per foglio, producendo ogni sera scenari post-atomici con giornali svolazzanti dentro i cunicoli. Perché le regole basiche di convivenza civile non si insegnano a scuola e in famiglia. Perché nessuno può/vuole andare a multare chi condivide abusivamente la sua monnezza con tutti. E nessuno c’è che condanna quantomeno con uno sguardo schifato queste pratiche invalse nell’uso di tanti buoni romani.
Loro per primi (si) dovrebbero cambiare la testa, l’atteggiamento verso la loro città, l’ambiente in cui vivono, la cui (mancanza di) cura tante cose dice su chi lo vive, e che magari è il primo a dirsi orgoglioso della sua romanità. Noi amiamo Roma, fortemente e dolorosamente, e ogni minima cartaccia abbandonata (come ogni ammasso di striscioni elettorali, come ogni graffito fatto a cazzo, come ogni orrore abusivo) la sentiamo come una coltellata a una bellezza che è (anche) nostra.

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