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Come eravamo: Liber/azioni

12 ottobre 2016

Un 25 aprile di qualche anno fa ci lasciavamo andare ad afflati utopici siffatti.

Quanto avremmo bisogno di una nuova iberazione.
Dalla bruttezza diffusa, dall’amianto dormiente, dagli scheletri di cemento, dall’abusivismo come regola, dall’individualismo come unico orizzonte, dall’anarchia liberista, dalla corruzione dei sensi, dalla privatizzazione delle necessità primarie, dal neo-clericalismo, dalla volgarità intellettuale, dall’arroccamento su se stessi, dal nazionalismo becero, dal razzismo sbandierato, dal fascismo in giacca e cravatta, dall’ottundimento estetico e culturale, dalla lagna autocommiserativa.
Con amore, con estremismo utopico, con passione per una terra, un territorio che non è di nostra proprietà, ma a noi è affidato, per proteggerlo, salvaguardarlo, valorizzarlo, ri-scoprirlo, curarlo.
Ogni crisi è una scarica tellurica per ipotizzare un’altra nascita, per immaginare un altro futuro.
Questo paese è (più o meno) sopravvissuto ad invasioni barbariche e a virus intestini di devastante potenza, sull’orlo del baratro ha sempre trovato il guizzo per ripensarsi, ricostruirsi, rilanciarsi.
Ma non si sopravvive in eterno contando sull’estro estemporaneo.
Bisogna cambiare radicalmente un intero atteggiamento psico-esistenziale. Se non ora, mai più, a occhio.
Bisogna, come diceva Alex Langer, essere (farsi) ponte, a/tra/verso il regno delle possibilità.
Bisogna, dolcemente, osare.

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