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Ex Libris 248 (Like a Stone)

9 ottobre 2016

malversazioni

Mi attardo ancora un istante sul segno isolato nel rumore dei prismi. Mi sembra che, contagiato dall’insensibilità delle pietre, quasi tutto ciò che è umano mi è divenuto estraneo. Non che io mi sia indurito, è che mi capita più spesso oggi che un tempo di sentirmi appena distinto da qualsiasi dato del mondo. Esiliato, appartengo a un regno più vasto; sonnambulo, rilevo un’altra chiarezza. Mi abituo a un lessico allargato, che non è fatto soltanto di parole ma di ogni opportunità che l’universo dimentica o deposita davanti a me e, perché troppo breve o troppo cangiante, non ha potuto ricevere il nome. Non mi stupisco più che una figura di un’età primeva mimi un carattere che serve da veicolo a un pensiero del sentito dire e fraterno, eppure zoppicante e incompleto, come sono tutti gli sforzi per comprendere l’immensità che ci comprende. Mi ricordo che nell’universo numerabile è fatale che le forme si riflettano. Quando capito su una di esse e quando, con sorpresa, la riconosco dove meno l’aspettavo, mi viene in mente che la coincidenza era inevitabile, mi sento un po’ più vicino all’intimità inaccessibile delle cose. Non ignoro che si tratta soltanto di una partita a mosca cieca dove so d’essere brancolante e più che semi-cieco. Ne provo alla fine più felicità che rassegnazione. Si vede male se si vede troppo in una volta. Inoltre la privazione di un senso favorisce l’acutezza degli altri. Mi sforzo di trarre vantaggio da una cecità della quale imparo a valermi. Mi obbliga a mostrarmi ostinato e prudente. Vi sto attento e ciascun segno, contrassegnato con cura, mi scandisce il piacere poetico.

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