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Ex Libris 230 (isole)

8 maggio 2016

Torre

Quello che finiva poi per andare perduto era qualcosa di mai posseduto saldamente, neppure nei momenti migliori: il senso di una continuità. Ad esempio: devo fare B anche se non sembra avere uno scopo preciso, non è bello né significativo; lo devo fare perché si trova tra A e C. Per questo tutto quanto era frazionato in piccole isole che non comunicavano, e non ce n’erano altre in vista che trasformassero l’isola su cui ci si trova adesso in un punto di passaggio, nell’anello di una catena, in una fase necessaria. Isolette piazzate in un mare senza confini, che si attraversavano in un minuto, o in cinque; a cui seguivano altre che erano la stessa cosa: con le stesse voci, le stesse maschere, lo stesso vuoto dietro le parole. Cambiavano un poco gli umori e lo sfondo, ma niente altro. E sempre quella duplice paura, di restare indietro e di andare avanti: paura delle isole passate e di quelle future. Si è legati alle teorie del linguaggio, dell’arte, dell’illusione; e anche a fantasticherie senza senso. Come sognare, d’un tratto, di essere un libro privo dei capitoli conclusivi: ci si sente abbandonati per sempre su una pagina incompleta, un volto amato chino sulle orchidee selvatiche, una voce che rompe il silenzio, uno stupido schianto: fissati per sempre, per l’eternità, come in una fotografia malriuscita.

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