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Ex Libris 226 (naturalmente ibridi)

3 aprile 2016

3Così parlò
Le caratteristiche filogenetiche di Homo sapiens prevedono strutture motivazionali che favoriscono l’ibridazione. Siamo una specie fortemente imitativa (nessun altro primate sa scimmiottare come noi), competitiva a tal punto da invidiare ed emulare le altre specie, esplorativa fino alla compulsività, tanto epimeletica – ovvero predisposta alla cura – da maternare cuccioli eterospecifici e creare così società multispecifiche, immatura a tal punto alla nascita e con un’età evolutiva così lunga da essere estremamente flessibile nella traiettoria ontogenetica. Inoltre siamo sillegici ovvero facciamo incetta e cataloghiamo qualsiasi cosa – testimonianza della nostra natura di raccoglitori frugivori (che strazio, sentire sempre affermare che l’uomo è un predatore!) peraltro testimoniata dalla nostra elettività verso il rosso, dal piacere verso gli odori dei fiori e dell’alcool, dal modo con cui ci approcciamo al cibo, nello stile con cui lo consumiamo e nel nostro apparato gastroenterico, dai denti fino alla struttura del colon-retto. Per un gatto la pallina sta al topo come per noi una figurina sta alla frutta.

Dall’intersezione di queste strutture motivazionali – e attenzione: quando parlo di motivazioni parlo di tendenze inerenti e non di motivi o target esterni – si viene a creare una spinta ibridativa, vale a dire quell’emergere dell’oltre-uomo e/o post-uomo che più che una narrazione è una realtà da cui non possiamo spogliarci. Possiamo toglierci tutti i vestiti ma non riusciremo mai a dismettere la nostra dimensione ibrida. L’essere umano è danza, musica, cosmesi, moda, tecnopoiesi, teoresi, figurazione, narrazione, ma queste espressioni non sono contenute nella natura umana, giacché sono predicati ibridi, anche se favoriti-incentivati dalla natura umana. Siamo intimamente coniugati agli eterospecifici, debitori di referenze alloctone, organizzati ed espressivi secondo coordinate eternomiche nel modo stesso di riconoscere in noi l’umano. In altre parole ritengo che comprendere la natura umana sia fondamentale per capire il perché dell’ibridazione non per spiegarne il frutto ibridativo (l’umano) giacché questo non è un esito emanativo-autarchico, ma esprime contenuti non-umani. Questo mi fa prendere le distanze sia dall’antropologia filosofica che dalla sociobiologia, ma soprattutto mi fa rigettare qualunque petizione alla purezza dell’umano. L’oltre-uomo siamo noi e lo siamo sempre stati.

R. Marchesini

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