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These are the songs of my life: 2 (Almost) Love Songs Edition

3 dicembre 2015

Nel 1974 Ivano (Alberto) Fossati e Oscar Prudente, dopo le collaborazioni innologiche in zona Delirium, sfornavano un album in tandem che è una perfetta testimonianza di cantautorato rock d’epoca, con le liriche fossatiane svarianti tra l’intimista e il post-hippy, e i call and response con i coretti femminili che tanto piacevano a Battisti e Flora Fauna Cemento (e da cui tanto avrebbero imparato gli EELST). Genovesi per nascita o adozione, e in quanto tali sempre tesi all’infinito, i due si scoprono nell’unico brano cantato in solitaria da Prudente, e capolavoro del disco. È una canzone quasi d’amore, la storia di un breve incontro, di una intesa impossibile che però fa sprizzare scintille di poesia nella plumbea atmosfera di metà decennio. I due amanti si sfiorano e slittano via in un giorno qualsiasi di terrorismo e crisi petrolifera. Nella stanza di città, con un divano sicuramente troppo stretto per farsi delle illusioni, lui porta l’impossibile vento d’Africa, che sa di tempeste, mari, foreste, ma lei, la dama razionale il cui cielo riflesso negli occhi è cangiante di cemento e nuvole, non può lasciarsi andare, non riesce a farsi portare via, e il viaggio sentimentale rimane il miraggio di un attimo.

Poi Prudente e Fossati e avrebbero ancora scritto insieme una cosetta come Pensiero stupendo, e mentre il primo si illustrava per una indimenticata sigla di Domenica Sprint, il secondo diventava uno dei guru della musica italiana, con la sua poetica da sempiterno esploratore dell’anima. Una quindicina d’anni dopo avrebbe redatto quella che è la sua versione definitiva del paradosso d’amore, sempre incarnato per traslazione da immagini d’altrove. È questa, al contrario dell’altra, una canzone di campagna, un notturno: al post dell’appartamento di design c’è un casale rustico immerso nella solitudine della sera d’inverno; dentro, davanti al fuoco, il protagonista, immaginiamo lo stesso, ormai esiliato dal consesso umano, forse stanco di orizzonti, amareggiato di distacchi. L’amante, magari (ma è improbabile) la stessa, che più matura e terrena sceglie di annullare le distanze. Mascherata sotto una serie di travestimenti immaginativi (cane, luna, amico), forse sta arrivando a colmare il vuoto di lui, o forse è davvero la volpe a portare notizie dai boschi. Noi postuliamo che l’amante è la volpe, la congiunzione ferina di ignoto e promessa che può cambiare la notte. L’amore è come la volpe, furtivo, folgorante. L’incontro, un tempo carnale e impossibile, si fa possibile ma solo nel pensiero desiderante. Il gioco di approssimazioni e allontanamenti, aspettative e inganni, strade perse e ritrovate, è puro Fossati. Ed è bello che sia la voce di Teresa De Sio, lei che davvero è ariò di Mediterraneo, Sud, Africa, a squarciare le brume nordiche.

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