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Ex Libris 203 (a differenza degli uomini, il resto del creato non sa)

18 ottobre 2015

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Convinti per millenni di essere i più eccelsi fra gli esseri viventi e di occupare il centro dell’universo, abbiamo dovuto subire negli ultimi tempi diverse pesanti smentite, che hanno scosso profondamente le nostre certezze. Pensateci: prima abbiamo dovuto abbandonare il sistema geocentrico, riconoscendo di vivere su un pianeta del tutto insignificante di una galassia marginale dell’universo; poi abbiamo dovuto riconoscere la nostra somiglianza con gli altri animali e addirittura la nostra origine da alcuni di essi. Che smacco!
A quel punto, per differenziarci dal resto del creato, abbiamo cominciato a erigere barriere invalicabili: gli uomini sono gli unici a usare un linguaggio (non è vero), a usare delle regole sintattiche (non è vero), a usare degli strumenti (non è vero, addirittura anche i polpi li usano!). Un tempo eravamo gli unici a saper fare calcoli matematici complessi, ma oggi nessuno può competere con una calcolatrice del costo di pochi euro. Nel giro di qualche secolo siamo stati costretti a una ritirata graduale ma inesorabile, che sembra non aver mai fine e che ha alcune implicazioni fondamentali. Per esempio: che cosa comporta il fatto che le macchine siano sempre più in grado di imitare e superare alcune delle caratteristiche intellettuali che un tempo ritenevamo nostro esclusivo dominio? Oggi un computer può battere il nostro più forte campione di scacchi, è in grado di memorizzare qualsiasi cosa in quantità praticamente illimitata e senza alcun errore, è capace di fare previsioni, di tradurre e persino di produrre musica (magari non eccelsa). Generalmente rispondiamo a questi successi dell’intelligenza artificiale affermando che ognuno di essi non è di per sé una dimostrazione di vera intelligenza. Ma se, continuando così, un giorno ci accorgessimo che tutto quello che ritenevamo prerogativa del nostro solo intelletto alla fine è replicabile o addirittura migliorabile da una macchina, non dovremmo forse ammettere la nostra posizione subordinata rispetto a quest’ultima? Insomma, è più saggio fare dell’intelligenza un baluardo a difesa della nostra differenza dagli altri esseri viventi (e non solo) o piuttosto ammettere che l’essere intelligenti ci accomuna a tutte le altre specie del regno animale e vegetale?

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