Dis/Ordine

Aria frizzante, finestre dorate, fragranze nelle strade.
Sono da poco passate le nove, fine ottobre, ma le ragazze sedute al sole lasciano le spalle scoperte.
Nella piazza, poco traffico. Le persone sostano in gruppetti davanti a bar e tabaccai.
Il palazzo più importante ha una grande porta e un grande cortile interno, uno di quelli in cui è possibile portarci dentro l’automobile, con l’ingresso sorvegliato.
C’è una sbarra che protegge l’ingresso dalle automobili estranee.
Una donna grassoccia vestita di verde ne esce, a piedi. Il custode, dalla guardiola, le fa un cenno. Lei gli risponde distrattamente.
Prosegue sul marciapiede incrociando una giovane che entra, e a sua volta saluta il custode.
Lui si stacca dal suo giornale e la segue.
È proprio in questo istante che arriva il Padrone, con un’automobile di grossa cilindrata, verde scuro, pappagorgia e dignità offesa.
È un uomo bianco vestito di scuro, un veramente importante padrone, con la dignità offesa per quella sbarra ostinatamente chiusa.
Non riesce a capire come tutto questo possa succedere. Anche la sua auto, come un essere senziente, pure lui ferito nel suo orgoglio, non si muove.
Passano i minuti.
L’uomo Bianco non si muove.
La donna Verde, che evidentemente doveva comprare le sigarette, sta tornando.
L’uomo Bianco non la vede, nemmeno quando lei gli passa davanti per entrare dal passaggio pedonale.
Aspetta che la sbarra si alzi, ristabilendo l’ordine dell’universo.

Fine 1: la donna Verde avverte il custode, che torna trafelato alla sbarra e la alza, ignaro delle regole che fanno girare il mondo.

Fine 2: il Padrone resta tutta la mattina davanti alla sbarra chiusa, ennesimo figlio di Godot.

Fine 3: il Padrone scende dall’automobile, e nulla sarà più come prima.