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Ex Libris 193 (che vuole Dio da Yasha?)

9 agosto 2015

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Era strano, ma non appena veniva a trovarsi in una casa di preghiera, Yasha incominciava a fare un esame di coscienza. Si era alienato dai pii, questo sì, ma senza passare nel campo degli assimilati. Aveva perduto tutto: Emilia, la sua carriera, la salute, la casa. Gli tornarono in mente le parole di Emilia: «Devi avere una specie di patto con Dio, visto che ti punisce con tanta prontezza». Sì, il cielo lo teneva d’occhio attentamente. Forse perché non aveva mai smesso di credere. Ma che cosa volevano da lui? Quel mattino aveva compreso che cosa gli si richiedeva… che si mantenesse sulla via della giustizia, come avevano fatto suo padre prima di lui e, prima ancora, il padre di suo padre. Ora si trovava di nuovo in preda ai dubbi. Perché mai Dio aveva bisogno di quei caffettani, di quei riccioli sulle tempie, di quegli zucchetti, di quelle fasce? Quante altre generazioni ancora avrebbero disputato sul Talmud? Quante altre restrizioni si sarebbe imposto l’ebreo? Per quanto tempo ancora avrebbero aspettato il Messia, loro che già lo aspettavano da duemila anni? Dio era un conto, questi dogmi creati dall’uomo tutt’altra cosa. Ma si poteva forse servire Dio senza dogmi? In qual modo lui, Yasha, aveva finito con il trovarsi nella sua critica situazione? Quasi certamente non sarebbe stato coinvolto in tutte quelle tresche amorose e in altre follie se si fosse messo lo scialle frangiato e avesse pregato tre volte al giorno. La religione era come un esercito… per operare richiedeva disciplina. Una fede astratta conduceva, inevitabilmente, al peccato. La casa di preghiera era come una caserma; là dovevano adunarsi i soldati di Dio.

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