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Ex Libris 190 (gioia e tormento)

12 luglio 2015

Roma barocca

In un’epoca in cui prevalevano la estroversione e l’oratoria, Bernini fu la personificazione di questi due atteggiamenti dei quali cercò di recuperare gli aspetti positivi vivendoli con tutta la pienezza della sua umanità. Una operazione culturale come questa, basata sulla esclusione programmatica di ogni rinuncia, sulla decisione di accettare la realtà come essa è, non sfocia in una prospettiva di progresso, non si concreta in una battaglia e l’artista se ne accorge: teme il futuro e non lo desidera, pensa che in un mondo trasformato il suo messaggio di glorificazione del presente sia destinato ad esaurirsi. È la perfetta antitesi della posizione di Campanella che nel 1636 scrive a Ferdinando II de’ Medici: “Il secolo futuro giudicherà di noi, perché il presente sempre crucifigge i suoi benefattori; ma poi resuscitano i terzo giorno o il terzo secolo”. A questa amara certezza fa eco Borromini che anela, nella sua gelosa solitudine, quel futuro che solo potrà verificare la sua profezia:

e prego ricordarsi quando tal volta gli paja, che io m’allontani da i comuni disegni, di quello, che diceva Michel Angelo Prencipe degl’Architetti, che chi segue altri non gli va mai innanzi, ed io al certo non mi sarei posto a quella professione, col fine d’esser solo copista, benché sappia, che nell’inventare cose nuove, non si può ricevere il frutto della fatica se non tardi.

Raramente si incontrano nella storia dell’arte posizioni più difficilmente conciliabili: da una parte la convinzione che la vita va vissuta fino in fondo con impeto e abbandono, il culto della gioia di vivere, di sentirsi immerso nell’intreccio delle infinite forze naturali; dall’altra la convinzione che la vita si compie solo nel vigile, rigoroso controllo del proprio agire, che la vita è ricerca senza possibile conclusione, ipotesi in avanti verso nuovi orizzonti di conoscenza e di azione e che l’obiettivo del produrre e del sapere comporta, prima della gioia della scoperta, un lacerante tormento: ché, come dice l’Ecclesiaste, “chi aumenta sapienza aumenta dolore”.

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