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Always Trust Michael Mann

18 marzo 2015

Quando esce un film di Michael Mann, il bello (a parte la sensazione che sia sempre un Nuovo Avvento per le forme audiovisive) è che si chiamano  gli altri manniani, alcuni che magari non si sentivano da tanto tempo, per scambiarsi avidamente impressioni, idee, deliri; anche chi non scrive più si sente in dovere di dire la sua; qualche nuovo “fedele” viene nel frattempo conquistato alla causa (si celia, eh?, ché poi ci accusano davvero di essere una setta). Insomma, Mann agisce come un catalizzatore di energie ed emozioni come nessun altro regista oggi, e Blackhat rinnova e rilancia questa magia.

Per cui, sì, anch’io mi sono reso colpevole di un paio di pezzi: uno su “Mediacritica”, più asciutto, l’altro su “Point Blank”, più sbrodolato. Soprattutto, abbiam deciso, con la mia sorella di cinema Michela Carobelli, di tornare a unire le forze come ai bei tempi, per buttar giù una apologia scopertamente sentimentale e partigiana dell’ultima fatica manniana. Eccoci qui:

Ti toglie il fiato, Mann, come sempre, e ti restituisce energie che credevi perdute, come un guaranà filmico, un’iniezione di adrenalina concettuale. L’avevi lasciato a salutare un blackbird rinchiuso dietro le sbarre di una legalità asettica, tecnica, esiziale; torna per processare lo spazio concentrazionario di un eversore che legge Baudrillard e Foucault per penetrare l’eredità totalitaria di quella Weltanschauung.

Mann parla sempre di un tema dato, che scava con furore procedurale (qui la minaccia informatica globale) e d’altro. Parla di cinema (di rappresentazione che costantemente si interroga su sé stessa). Di sguardi (di cosa voglia dire guardare, essere guardati, in un mondo in perenne autoesposizione). D’amore, mai così vero, mai così necessario (dove lo sguardo che davvero taglia la cappa opaca della realtà è quello di chi ama). Dello smarrimento in un panorama interconnesso in cui le identità rimbalzano, si moltiplicano e vengono risucchiate in milioni di pixel per lasciarci nudi nella spianata di cemento e bytes del presente.

Quello che fa Mann per rivelarci la nostra condizione è non imporre un marchio pregiudiziale alla realtà, ma plasmare la propria visione direttamente nella sua creta; è sottrarre l’inessenziale e dilatare i tempi in cui incrociare sguardi, gesti, movimenti che veicolano sentimenti, paure, esitazioni come solo lui e Kathryn Bigelow sanno ancora fare a Hollywood. E il luogo di frontiera in cui stavolta pianta le sue tende da pioniere per capire dove tira il vento è quell’atavico, mitico crocevia tra oriente e occidente che è Hong Kong, là dove i ragazzi che entrano nel nocciolo del reattore nucleare di K-19 possono prendere per mano gli angeli perduti di Wong Kar-wai e piangerne le lacrime. La Hong Kong notturna e caotica di Johnnie To, in cui lasciarsi affascinare dalle geometrie dei corpi e dagli scavalcamenti di campo tra azione e abbandono, in cui devi sempre aspettarti l’inaspettato e gli eroi non muoiono mai. La Hong Kong degli addii di Peter Chan, delle scomposizioni futuriste di Tsui Hark e delle catarsi di piombo di John Woo.

Per poi fuggire ancora più lontano, verso una terra incognita fuori dalle mappe del cinema. Mentre Nick e Lien, devono trasformare in carne e materia da avvicinare e trapassare il loro avversario invisibile, Mann sublima come non mai il suo operare, identificandosi totalmente con i suoi last humans standing. “C’è tempo per piangere. Ora pensiamo a sopravvivere”. Gli amanti sopravvissuti alla fine di tutto ciò che li legava a un passato, a una storia, a una società, testano come Hawkeye e Cora in L’ultimo dei Mohicani, come Lenny e Mace in Strange Days, le possibilità di colonizzare sentimentalmente un nuovo mondo, dove contano (e parlano), dopo la catastrofe, solo i corpi, le emozioni primarie. Andare dritti allo scopo, questo conta, perché salvare sé stessi , fare i conti con la propria nemesi, immaginarsi un futuro, significa salvare l’umanità, darle un’ulteriore chance, traslarla in un altro formato. Qui e ora.

Amare è necessità in un mondo in cui ci si perde in frammenti di immagini, in cui tutto cambia alla velocità degli elettroni, in cui il punto di vista si perde di vertigine in vertigine. Non esistono più safe houses, la gente muore nell’indifferenza generale e solo gli occhi sbarrati nella morte sembrano in grado di afferrare un lembo di memoria, un istante prima del fade to black. L’amore è necessario perché in due ci si fa scudo e ci si protegge. Perché giustizia, vita e amore possono sovrapporsi in un’asse di mira che vada a solcare il caos, a svelare l’illusione. Allora sguardo, scopo, azione, si fanno unità. Moltiplicano il senso.

Allora non c’è che sopravvivenza, vendetta, fuga.

Speranza.

(Alessandro Borri & Michela Carobelli)

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