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Il futuro, per esempio

12 marzo 2015

Magari vi siete accorti che da queste parti ci interessa certo cinema, che ci piace uno come, per esempio, Michael Mann. Ieri, per esempio, siamo stati all’anteprima del suo nuovo film, sempre al Maxxi. La temperatura stavolta era gradevole, metto subito in chiaro.* Mi ha parecchio disturbato il fatto che la copia fosse doppiata, ma almeno questo non è colpa di Zaha Hadid, quanto delle disgraziate politiche della Universal, che hanno fatto di tutto per affossare il film, tanto fanno i soldoni con le Cinquanta sfumature di beep, che gli frega. Quindi ci siamo dovuti sorbire i sedicenti doppiatori più bravi del mondo, pensate, l’allegria.**

Comunque Blackhat. Ieri notte su fb non ho potuto fare a meno di lasciare un commento a caldo, questo: “Avete visto un pezzo di cinema del futuro e non ve ne siete accorti.” La recensione sarebbe finita. Però mi dicono che dovrei un momento argomentare, sì, che questi giudizi un po’ tranchant non sono degni di una buona critica, e tutto il bla bla di contorno, e il confronto, e l’accogliere opinioni diverse, e così via. Dovrei per esempio accogliere l’opinione di un tizio (un critico, mi dicono) che definisce Mann “il coatto che si crede Bergman”? Ma anche no. Uno che afferma una cosa del genere mi dimostra solo che di cinema ne capisce meno di mio nonno carpentiere. Bergman. In caso, Antonioni (qui amiamo anche Antonioni).***

Io però non sono una critica, questo l’ho capito io molto tempo fa e magari voi se ci seguite ogni tanto. E Ale – che, lo ricordo, è l’autore della prima monografia al mondo su questo genio del cinema****, ogni tanto tiriamoci le pose, dai – avrà senza dubbio molte cose da dire su questo film e sull’opera in generale di Mann, che si rivela una volta di più precursore, sperimentatore, profeta di un linguaggio da troppi frainteso. Per cui la mia posizione resta quella di cui sopra.

Il tempo mi darà ampiamente ragione.

* Grazie a me che ho allertato l’esimio Mario Sesti, tengo a precisarlo. (NdAlessandro)

** Che poi il problema è il doppiaggio in sé, non l’amica Jun Ichikawa che provava a rendere Tang Wei. (NdAlessandro)

*** Il tipo esiste davvero, le sue iniziali sono F. A. e scrive tra le altre cose sul “Messaggero”. Ma del resto è in non buona compagnia. La prima recensione USA che lessi aveva garbage nel titolo, e il 5,5 di rating IMDB la dice lunga sulla ricezione generalista di Blackhat. Poi, sulle pagelle di “Film Tv” gli danno tutti 9 o 10, per capire la polarizzazione totale che il Mann digitale provoca. (NdAlessandro)

**** Tra l’altro vincintrice del premio per la copertina più brutta della storia, ci tengo a dirlo. Comunque sì, sto nel pieno del cono d’ombra manniano, appena riesco a uscire dalla trance e a organizzarmi le idee qualcosa butterò giù. (NdAlessandro)

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