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Ex Libris 172 (confluenze)

1 febbraio 2015

Cappello

Nella vita non c’è soltanto la Letteratura, andiamo, né il Successo, né la Fortunata Carriera, la Giusta Previdenza, il Savio ammiccare! Ah no! Miriadi sono le cose incompiute, i programmi stracciati, i calici rotti, gli ultimi champagne, i saluti educati, definitivi, gli addio-addio, le cartoline non arrivate, i capolavori sbagliati, le bollette della luce accumulate su uno scaffale accanto ai Mistici, ai Sublimi.
Vi è una verità di cose incompiute, degradate – o Umanità, o Realtà, o triste Bellezza! – dove più o meno tutto confluisce.

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12 commenti leave one →
  1. 3 febbraio 2015 21:17

    Bellissimo.
    Via, aggiungo anche questo alla lista dei libri da leggere.

    • 4 febbraio 2015 10:39

      Non so cos’hai letto della Ortese, Rita. Sicuramente la trilogia fantastica (Iguana, Cardillo, Alonso) è un must, anche per il discorso antispecista.

      • 4 febbraio 2015 16:53

        Non ho letto nulla di lei. Per motivi legati alla mia formazione ho sempre letto soprattutto narrativa straniera, dovrò in qualche modo colmare le mie lacune sugli autori italiani. Mi segno la trilogia allora.
        Grazie, siete una fonte preziosa di suggerimenti tu e Vale.

    • 4 febbraio 2015 15:11

      Questo romanzo in particolare, mi pare – ehm – particolare.
      A proposito di sperimentalismi, eh?

      • 4 febbraio 2015 15:55

        Il cappello piumato è un seguito/ripensamento di Poveri e semplici, apparentemente più tradizionale ma con una densa patina metanarrativa.

  2. 4 febbraio 2015 16:54

    Ottimo allora, i discorsi metanarrativi mi piacciono.

    • 5 febbraio 2015 11:34

      Beh, sì, l’intro del Cappello in questo è davvero notevolissimo. Per citare l’amica Emma Berenyi: “Il cappello piumato è in un certo modo un palinsesto: ossia una storia scritta sopra il testo, cancellato, di un’altra storia, le cui tracce tuttavia traspaiono fra le righe della nuova.” (Giuliano Gramigna) La vertiginosa introduzione dice (o nega?) tutto, e getta sulla narratrice l’ombra di una narratrice futura, e su entrambe vigila una narratrice ulteriore, la Ortese che sarà, e che verso la fine letteralmente sboccia da Bettina, quando sulle illusioni degli anni 50 si staglia un sole sull’orlo dell’esplosione nelle cui perturbazioni già si intravedono gli esiti cosmici della parabola della scrittrice.

      • 5 febbraio 2015 12:01

        Sì, c’è già chiaro e tondo, verso la fine, un discorso rivelatore, sulla sofferenza animale, di ciò che diventerà la sua opera. ^_^

  3. 5 febbraio 2015 11:37

    E prego, è un piacere condividere ciò che si ama. Guarda, la Ortese è davvero una delle più sorprendenti cantrici del superamento dell’umano: L’iguana è un palinsesto generatore di tutto il discorso, che poi trova il suo compimento artistico ne Il cardillo addolorato, il suo capolavoro, e la definitiva attestazione teorica in Alonso e i visionari.

  4. 5 febbraio 2015 11:39

    A proposito del discorso antispecista: Il dolore degli animali è oramai il primo dei miei pensieri, e giudico persino il “genio” da quel rapporto: se c’è o non c’è, con l’indignazione. Non è che non abbia altri due o tre pensieri-base (compagni di ogni ora – compagni di tutti), ma mi sembra che all’inizio di ogni affanno o terrore bisognerebbe cercare il peccato, che è l’assenza di innocenza, ma soprattutto di pietà per i più deboli. E cercare tante strade per la “pace”, come si fa nel mondo, senza prima togliere l’orrore della mancanza di pietà e di giustizia verso “loro” – che errore… La solidarietà col piccolo – nasce proprio dalla “visione” dell’immenso e inesplicabile in cui siamo annidati… Non mi duole quasi più di non scrivere, e di essere quasi nessuno. Che importanza ha? Se “io” non intervengo a favore della verità? (lettera a Guido Ceronetti)

    • 8 febbraio 2015 16:25

      Bellissima questa lettera.
      Quanto ha ragione…

      • 9 febbraio 2015 11:56

        E, a proposito di scrittrici visionarie, fuori dal tempo e perciò in anticipo su di esso, penso che fosse più o meno negli stessi anni in cui Marguerite Yourcenar diceva: “Spesso dico a me stessa che se non avessimo accettato, nel corso delle generazioni, di veder soffocare gli animali nei vagoni bestiame, o spezzarvisi le zampe come succede a tante mucche o cavalli, mandati al mattatoio in condizioni assolutamente disumane, nessuno, nemmeno i soldati addetti alla scorta, avrebbe sopportato i vagoni piombati degli anni 1940-1945. Se fossimo capaci di sentire l’urlo delle bestie prese in trappola (sempre per la loro pelliccia) e che si consumano le zampe in un disperato tentativo di fuga, saremmo certamente più sensibili all’immenso e assurdo tormento dei prigionieri comuni; assurdo, perché va in un senso opposto allo scopo, che sarebbe quello di migliorarli, rieducarli, far di loro degli esseri umani. E quando, in un splendido scenario autunnale, vedo uscire dalla sua automobile, al limitar del bosco per risparmiarsi la fatica di camminare, un individuo confortevolmente avvolto in un capo impermeabile, con una pinta di whisky nella tasca dei pantaloni e un fucile di precisione munito di cannocchiale per meglio spiare gli animali di cui, la sera, porterà la spoglia sanguinante assicurata al cofano dell’auto, dico a me stessa che quel brav’uomo, forse buon marito, buon padre e buon figlio, si prepara senza saperlo ai Mỹ Lai del futuro. A ogni modo, non è più un homo sapiens.”

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