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Di uomini e oche

5 novembre 2014

Giova ripetersi, persino ad nauseam (ultimamente ci pare di dire sempre le stesse cose, chiediam venia a chi ci segue con regolarità, bontà sua). Il casus belli attuale è il servizio di Report a proposito di una nota marca di abbigliamento, e in particolare la dinamica delle reazioni allo stesso, di cui per esempio si parla qui. A noi pare vi sia in atto, al solito, una doppia dissonanza cognitiva, che provoca di riflesso una polarizzazione reattiva ormai consolidata: da una parte (a destra o sinistra, fate voi) squillano la tromba gli animalisti modello basic, che vedono “solo” la tematica animale, scollegandola a forza dal resto del mondo (insomma, vedono i primi dieci minuti di trasmissione e poi spengono); dall’altra rispondono certi generici “progressisti” (?!?) che bypassano con nonchalance il problema per concentrarsi sulle tematiche umaniste, e quindi si collegano quando la storia delle oche, buona giusto per quegli scalmanati di “animalari”, è finita, e si entra in un territorio engagé più familiare e “comodo”. A entrambi, questo è il punto, sfugge il filo tenace che unisce sfruttamento animale (o, per essere precisi, degli animali non umani, destinati a tortura e morte), e sfruttamento umano (dal punto di vista salariale e dei più elementari diritti dei lavoratori).

Magari – classico, speranzoso nostro auspicio – se tutti, sui due fronti, uscissero dalle loro trincee (un po’ fangose, sì, ma più sicure della terra di nessuno lì in mezzo), si togliessero i paraocchi e provassero a cogliere le analogie, avrebbero un’idea più chiara di come il capitalismo avanzato avanzi di gran carriera anche nella degradazione dei suoi sottoposti, nella concezione usa-e-getta dei suoi materiali viventi. A tal fine, un’ottica antispecista e post-umanista aiuta ad allargare lo sguardo e a ragionare per inclusione e non per specializzazione, facendoci meglio comprendere la nostra posizione in questo mondo, e spingendo a lottare contro la fagocitazione nel meccanismo economico globale di tutti noi (intesi, trans-specificamente, come viventi). Il titolo della puntata, Siamo tutti oche, dimostrava di comprendere bene il fenomeno, citando con molta proprietà un reduce dai campi di concentramento nazisti. Non è infatti andando Al di là delle oche, come titola “Il post”, che si comprende il mondo in cui viviamo, ma prendendo coscienza che si parla Di uomini e oche.

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