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Rileggere Chiara

6 agosto 2014

Due anni fa se ne andava una delle nostre autrici preferite.

Loredana la ricorda così, puntando l’attenzione sui suoi libri. Uno scrittore continua a vivere attraverso le sue parole, del resto. Tanto più uno grande come Chiara.

Dicono che non ci sono scrittrici di gotico, in Italia. Come Loredana puntualizza, non è vero. C’è Chiara, c’è ancora, nei suoi libri.

Prendete un incipit come questo, di mirabile concentrazione e forza nell’impostare il tono narrativo:

In seguito, avrebbe sempre associato l’inizio della pena a quel rumore di cristalli infranti, che nella memoria si sarebbe ingigantito fino ad assumere le proporzioni di un assordante scoppio di mortaretti. Simile a quello che la terrorizzava nell’ingenuità dei suoi pochi anni, quando la mamma la teneva per mano alla festa del patrono, ridendo e consolandola delle sue paure. Né sua madre allora avrebbe potuto prevedere che Marella urlava nel terrore di un presagio che nessuna carezza avrebbe potuto alleviare. Perché, per quanti sforzi una madre possa fare, solo molti anni dopo, al largo del tempo dell’infanzia, l’intera questione avrebbe avuto il suo epilogo nel luminoso soggiorno della casa della figlia, in un arioso sabato di maggio, quando una pioggia di bicchieri sarebbe esplosa come un fuoco d’artificio sul lucido pavimento di ceramica.

Considerate la finezza con cui penetra nel cuore di una donna, di un rapporto, di una situazione drammatica:

Immobile come una statua, Amalia fissava la bara di sua figlia. Non riusciva a piangere. Non sapeva neanche come facesse a reggersi in piedi. Non mangiava e non dormiva da quattro giorni. Non pensava neppure da quattro giorni. E quasi non parlava, se non per pronunciare i pochi monosillabi di circostanza: sì, no, grazie. Accanto a lei, Piero piangeva. Suo marito riusciva a piangere. Un uomo alto dai capelli grigio ferro, chiuso in un cappotto blu scuro, che piangeva come un bambino. Da giorni. Amalia provava invidia e rabbia nei suoi confronti. Perché lei lo aveva capito subito che le cose non sarebbero potute andare diversamente. E lui non aveva voluto ascoltarla. Era arrivato, perfino, a prenderla in giro. A sorridere delle sue paure.

O il modo con cui riesce a rendere, con poche parole, la condizione miserevole di certi vecchi abbandonati, sempre all’interno di un contesto orrorifico che si apre a risonanze inaspettate:

Si sveglia di botto – al buio. Non ha idea di che ore siano. Di quanto abbia dormito. Se è ancora sera o è già notte. Dove sia finita la ragazza. Sa solo che è mezza congelata. Il dolore le martella il femore destro. E deve urinare.

Neanche a pensarci, di riuscire a scendere dal letto. E per andare dove, poi? Non ha idea di dove si trovi il bagno.

Chiude gli occhi. Coraggio, si dice, pensa solo a questo, Amanda. O chiunque tu sia – dopodiché rilascia i muscoli e sente il calore dell’urina tra le cosce. Che schifo che schifo che schifo.

Cerca di spostarsi per non rimanere distesa sulla chiazza bagnata – e tutto il mondo si riduce di botto al suo femore, e il suo femore a un inferno di dolore.

Urla, incapace di trattenersi – e perde i sensi.

Noi abbiamo già parlato di lei, diverse volte. Quel che vogliamo aggiungere qui è la raccomandazione di recuperarne i testi, quelli che si trovano in libreria o in rete, e quelli che non si trovano in biblioteca o nei mercatini. La trilogia di Mirta-Luna è certo la sua opera più celebre e celebrata, quella in cui più si è impegnata per creare una nuova mitologia fantastica con radici italiane, ma il capolavoro che ci ha lasciato è Nel bosco di Aus (di cui I bambini sono tornati, per ambientazione e tematiche, è una sorta di anticipazione “in minore”), dove padronanza strutturale e incandescenza stilistica giungono a un perfetto accordo. Mentre il suo primo libro, La casa della festa, quello di solito più dimenticato, andrebbe assolutamente riscoperto, perché lì sono i primi germi di una concezione di gotico famigliare contemporaneo che Aus avrebbe portato a compimento, e nel gioco di sottili nervature che prendono vita dall’unità di tempo-luogo-azione si celano preziosità dolci e maligne che sono puro Palazzolo touch. Tra l’altro, col coraggioso progetto di Gianni Romoli di un film da Non mi uccidere fermo al palo, sarebbe bello che qualcuno si accorgesse dei ricchi spunti cinematografici (gusto dell’intreccio romanzesco, atmosfere memorabili e suggestioni scenografiche) che La casa o Aus racchiudono. Sarebbe bello, per chi porta ancora nel sangue l’opera di Chiara.

2 commenti leave one →
  1. 8 agosto 2014 20:45

    Grazie per averne parlato, è una scrittrice che non conoscevo e adesso mi è venuta voglia di leggere i suoi libri. Spero di riuscire a trovarli.

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