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Di ex, storielle, romanzi incomprensibili e una domanda che mi faccio da dieci anni: perché?

7 febbraio 2014

Allora, succede che la settimana scorsa il mio legittimo ha finalmente letto un libro che da tempo lo incuriosiva, Il club Dumas, di Pérez-Reverte. Se volete sapere la sua opinione, l’ha affidata alla bacheca di Emma: la trovate qui.

Io invece l’ho letto dieci anni e mezzo fa. Lo ricordo bene, perché per me quello sarà sempre il romanzo di un mio ex che, per comodità, e per preservare la sua privacy, chiamerò d’ora in poi Fringuello.

Un fringuello qualsiasi, non il mio ex.

Fringuello frequentava la mia stessa facoltà, il D.A.M.S. – sì, quella facoltà per i cretini che non riescono a fare Lettere come tutti i normodotati.  Come sia avvenuto che mi lasciassi affascinare da lui, se non vi dispiace me lo tengo per me, mi sento già abbastanza scema così, grazie. Fatto sta che (nonostante preferissi la compagnia di un altro tizio, alto biondo e inquietante) mi sono ritrovata a frequentare il buon Fringuello. Era carino, dopotutto, e sembrava intelligente: leggeva Kavafis.

Una volta stavamo dalle parti di piazza Salerno, nemmeno so come ci fossimo finiti. Lui guidava un’orribile polo nera opaca, vecchio modello, quella che sembra un carro funebre in piccolo. Probabilmente avevamo pensato di prenderci un gelato da qualche parte, o forse no. Insomma, era autunno, ottobre o novembre. Parcheggiò, ci mettemmo a fare due passi, e lui prese a raccontarmi quello che faceva oltre a fingere di studiare per l’università. Commerciava in libri rari e antichi.

Qui mi suonò un campanello d’allarme, deboluccio, ma insistente. Non che abbia mai creduto a questa cosa, d’altronde mi pareva carino che qualcuno potesse inventarsi una panzana simile per me. Insomma, però, voglio dire, il contesto è importante, nel raccontare balle: se commerci in libri antichi e rari non dovresti avere così bisogno che ti presti ogni volta cinque euro per la benzina, no? Fatto sta che inizia a raccontarmi di questo tizio, inglese, che abita in un paesetto del viterbese, probabilmente Calcata (Fringuello non aveva *poi* così tanta fantasia, dopotutto, se per inventarsi un intellettuale che possiede libri antichi lo piazza a Calcata) (che per inciso adoro, ci andrei a vivere anche adesso, ma lui all’epoca non poteva saperlo, non gli parlavo mai delle cose che piacevano a me) (a parte scrivere, certo), e ha in casa una prima edizione del Don Chisciotte. Feci la debita faccia impressionata, “ma va, un Cervantes d’epoca, farai i soldi, da grande”. Ho pensato di dirgli anche: “figo, se continui così potremo permetterci un casale!” Me lo sono tenuto per me. All’epoca non mi interessavano ancora granché i casali, dopotutto.

Arriviamo al punto, che mi sono stancata di pensare a quello che diceva e faceva Fringuello: insomma, mi parlò del suo romanzo preferito, Il club Dumas, indignandosi anche quando candidamente gli dissi che no, non lo avevo letto. Pretese che lo leggessi, e pretese di leggere il mio romanzo (una mezza zozzeria che Ale conserva ancora, ma vabbe’, questa è un’altra storia). La volta dopo mi portò il libro e anche la raccolta di poesie di Kavafis.

Mentre leggevo Pérez-Reverte avevo come dei deja-vu. Sì, insomma, Fringuello mi aveva citato a memoria il romanzo. Sapeva brani interi a memoria, e li raccontava a me come fossero suoi. Il WTF raggiunse cime che mai avrei creduto possibili, nella mia poca esperienza di donna di mondo, non tanto per il fatto che mi raccontasse frottole (quello era assodato) quanto per aver insistito a farmi leggere il libro da cui attingeva. Cioè, bello mio: se vuoi rimorchiarti una ragazza spinocchieggiando, abbi almeno la compiacenza di non farle incontrare il tuo pusher. Cioè, io fingo di crederci, tu massaggi il tuo ego, e pace. Invece no. Così mi chiedo ancora oggi, di tanto in tanto (non è che ci sto a pensare sempre, eh, solo quando qualcuno mi ritira fuori Il club Dumas): ma perché? Ma che senso ha?

La mia faccia mentre leggo “Il club Dumas”

Vabbe’, poi è finita che Fringuello mi ha lasciato, ci sono stata male qualche giorno (cioè, mi dicevo, uno sfigato simile che molla me? Ma dove la trova una come me?), poi me ne son fatta una ragione e sono passata ad altro, che avevo una laurea da prendere.

La morale della favola è che se tu, giuovane uomo, vuoi incantare una ragazza inventando mondi fantastici, poi non devi sventolarle sotto il naso il copione, sennò la finzione non regge.

Sul romanzo ho poco da dire, lo ricordo così così, solo che quando lessi la fine rimasi come illustrato qui sopra, e per non far restar male Fringuello gli dissi “Sì, niente male, carino. Parliamo di Kavafis?”

Ah, il mio, di romanzo, non me lo ha più restituito. Ignoro cosa ci abbia fatto, anche se mi sento di escludere il rogo: quando sarò famosa magari se lo rivenderà davvero, tra un in folio latino e l’altro.

Ps: Oh, sul DAMS scherzavo, eh, chiaro? Ho frequentato il DAMS e mi ci sono laureata. Scherzavo.

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7 commenti leave one →
  1. 7 febbraio 2014 14:36

    Mi ti immagino con la faccia di quella sisa.

  2. 10 febbraio 2014 20:46

    Oddio morivo dal ridere leggendo. Ma tu, piuttosto, come hai fatto a non ridergli in faccia? Io davanti alla poesia di un tizio che sosteneva di averci messo un anno per scriverla e che era decisamente l’inizio e la fine di Autogrill di Guccini, sono scoppiata a ridere… però si era prima informato se mi piacesse Guccini e io avevo risposto di no, al tempo mi pareva un vecchio barbagianni che logorava il giro di do. (La domanda corretta che avrebbe dovuto fare era se conoscevo le canzoni di Guccini… l’italiano, questa lingua precisa…).

    Sul DAMS. Uhm, mi stupisce sempre. Sforna artisti meravigliosi, provinciali mitomani e maestrine frustrate. Chissà perché. Mi dà l’aria che uno entri con un talento e quella sia la prova di resistenza per farlo durare. Se sopravvive al DAMS, allora è un bel talento. Ce l’hai fatta, quindi vale di più della laurea!
    Piccola nota ridanciana. Anni fa una signora vantava una figlia laureata al DAMS, ma a me questa figlia pareva una che al massimo poteva ambire a un posto da centralinista statale,. Fino a quel momento avevo pensato che il dams fosse riservato a grandi talenti maledetti sul genere Alinovi, gente che l’arte la metteva in atto in tutti i momenti della vita. Vedendo la mia faccia perplessa, probabilmente, la signora si è dilungata a descrivere le qualità artistiche della figlia, grande conoscitrice d’arte secondo lei. E aggiunge “Tutti i quadri che hanno in casa li hanno comprati a prezzi d’affare, perché loro vanno in Valtellina!”
    “In che senso scusi, in Valtellina?” (e mi chiedevo quale movimento artistico mi fosse sfuggito…)
    Lei, da persona informatissima “Ma certo, perché in Valtellina costano meno! I pittori della valtellina costano meno!”
    Quindi ecco. Quando qualcuno mi dice ‘dams’ io mi chiedo sempre se sto per intrattenermi con Umberto Eco o con Flavia Vento.

  3. 10 febbraio 2014 20:48

    Però dai, come hai fatto a non ridere?!

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