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Guardando Abbado

21 gennaio 2014

Guardatele – oltre che sentirle – sul tubo, le direzioni dell’ultimo Claudio Abbado. E confrontatele con qualche vecchio filmato del Maestro. In queste ultime spicca il rigore del gesto, la tensione alla perfezione, la severità di un direttore compreso nel fuoco dell’arte. Ma in quelle, negli ultimi lasciti di Abbado (dopo la malattia), c’è di più: c’è una grazia ultraterrena, un sorridente installarsi nel flusso del trascendente, e poi, quei silenzi finali da fermare il mondo intero quando sono da trasmettere i messaggi estremi di Tchaikovsky o Mahler.

C’è davvero da imparare su come condurre la propria vita, seguendo il percorso di quell’uomo che una volta ha detto di non avere paura di niente; perché in quelle immagini, in quei suoni, c’è la sicurezza non del dittatore da palco, ma di chi sa d’esser tramite di vibrazioni che tendono all’infinito, sulle quali la materia deve mollare la presa, sciogliendosi nel mare di musica.

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