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Unnerving Visions

19 novembre 2013

Lì per lì ci son rimasto male che Scorsese nella sua lista degli scariest films of all time non avesse messo Peeping Tom del suo amato Michael Powell.

Poi ho pensato che non si tratta di una classifica dei migliori horror della storia, ma dei film più spaventosi, e spaventanti, che è cosa diversa. Allora, se devo rievocare i film che più mi hanno fatto paura nella mia carriera di spettatore, citerei titoli visti per lo più durante l’infanzia, o poco dopo, in zona precinefila, quando davvero ci si poteva immergere nello schermo in sintonia totale con le sue vibrazioni. E allora:

The Body Snatcher (Robert Wise, 1945), una delle meravigliose produzioni di Val Lewton per la Rko. Il senso di minaccia quasi palpabile emanante dalle ombre della Edinburgo ottocentesca, il luccichio sinistro negli occhi di Boris Karloff, quella corsa in carrozza nella tempesta, mi hanno accompagnato a lungo.

The Mummy (Terence Fisher, 1959), la versione Hammer, contiene il momento filmico forse più unnerving che ricordi: quando uno degli archeologi che hanno profanato la tomba di Ananka è rinchiuso in manicomio, e l’infermiere prima di ritirarsi per la notte gli dice che se vuole chiamarlo deve suonare il campanello, ché anche se urlasse le pareti imbottite attutirebbero ogni rumore, e quando arriva Kharis a prendersi la sua vendetta, naturalmente, prende a urlare impazzito e dimentico, e a battere sulla porta, mentre la mummia, inesorabile, svelle le grate, entra…

La traccia verde (Silvio Maestranzi, 1975), non un film ma uno sceneggiato dei magnifici anni ’70 Rai: quella sigla col theremin sui cactus quasi alieni, quelle inquadrature di piante senzienti dentro interni ovattati, quell’atmosfera di tranquillo perturbamento dei sensi così preziosa, e tipica della tv gotica dell’epoca.

Gremlins (Joe Dante, 1984): ebbene sì, confesso, la progenie rettiliana di Gizmo mi ha sempre inquietato nel profondo dell’animo, e la scena nello store, col suo rutilante montaggio parallelo tra risate e spavento, è uno degli esercizi di trapasso di tono più entusiasmanti che conosca.

Ring (Nakata Hideo, 1998), probabilmente l’unico che da grande mi ha dato restituito certe sensazioni di brivido puro e immediato, quando lo vidi al Far East Film di Udine, in una sala letteralmente incatenata dall’incantesimo di un vhs, di uno schermo dentro lo schermo, di un fantasma di nome Sadako.

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