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Gli ultimi 23 minuti di A Better Tomorrow III

5 novembre 2013

Gli ultimi 3 sabati in casa Borri-Graziani si è svolta una rassegna A Better Tomorrow. Re-visionare i fondamentali è sempre cosa buona e giusta, ogni tanto. Siamo così passati dall’iconocità assoluta e dalla forma ancora un po’ legnosa del prototipo alla scatenata follia del sequel, vero e proprio modello di tutto il seguente heroic bloodshed, dove per la prima volta Woo riesce a fondere e portare all’incandescenza tutti i suoi modelli (Chang Cheh e Peckinpah, Melville e Leone, Scorsese e Coppola). Per arrivare al gesto eversivo con cui nel prequel* Tsui Hark, trasportando l’azione nel Vietnam in guerra (lo stesso scenario in cui più o meno in contemporanea Woo realizzava il suo capolavoro assoluto Bullet in the Head) ribalta la mitologia maschile wooiana, facendo ruotare tutto il baricentro del film intorno alla mitologica Kit di Anita Mui.

Ma quello che a ogni visione riesce a impressionarmi, e commuovermi, senza fallo, è la macrosequenza conclusiva, quella in cui tutte le pulsioni storiche, sentimentali, cinetiche, desideranti vengono al pettine. Se dovessi spiegare a qualcuno che non lo sappia cosa sia il mélo, gli farei vedere BT3, pregandolo di concentrarsi su quei 23 minuti finali, dove è concentrato tutto lo sprezzo del pericolo del cinema di Hong Kong al suo apogeo, e dell’arte di Tsui in particolare, che non si perita di accumulare climax e scene madri buone per 3-4 film. Dove ci sono (SPOILER) tre uomini innamorati della stessa donna. C’è il vietnamita cattivo in cerca di vendetta e quello buono che deve ritrovare i genitori.  C’è il fedele servitore che spara alla persona sbagliata e il medico senza plasma per curare decine di bambini feriti. C’è una bomba a tempo e una cassa di munizioni. C’è un carro armato e una motocicletta. Ci sono agguati e duelli. C’è una città che sta cadendo e un ultimo elicottero da prendere. Ci sono atti di pietà e corse disperate. C’è il rosso del sangue e quello del tramonto. Ci sono pistole, mitra, bazooka. C’è un colpo di vento e una canzone di Anita. Ci sono le lacrime, inesorabili. Che arrivano sempre, come in una esatta reazione chimica, quando l’elicottero si alza sulla pista gremita, in quell’attimo di silenzio tra le fanfare sintetiche di Lowell Lo e l’arpeggio di The Song of Sunset, quando i capelli coprono il volto di Kit, a celare il trapasso, poco prima che Mark e Mun si rendano conto che l’irreparabile è accaduto, e le pale continuano a roteare nel cielo fiammeggiante…

* By the way, non è bellissimo che la sua media di voti su imdb sia 5,8?

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