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Morti di Fama – parliamone un po’

14 ottobre 2013

Questa non sarà una recensione. Non sarà nemmeno una segnalazione, dato che quella già è partita l’altro giorno, con l’aiuto cruciale di Moka. Ma mi scappa di parlarvi di questo breve e importante saggio su internet, e sul perché è necessario usarlo – internet – con parecchia cognizione di causa.

Internet è uno strumento, e come tale lo si può usare bene o male. Come tutti gli strumenti (tranne le armi. A me il discorso che le armi sono solo strumenti e non sono “cattive”, ma lo diventano a seconda dell’uso, da ai nervi. Le armi *sono* maligne, sono state inventate, ideate e costruire per uccidere. Vabbe’, fine rant contro le armi). Ma, come tutti gli strumenti (linguaggio compreso), tanto siamo noi a usarlo, tanto siamo usati dallo strumento stesso (dalla sua conformazione tecnologica, dai gesti che ci costringe a compiere e ripetere, dal paesaggio vitale e virtuale in cui ci inserisce). Si tende troppo spesso a dimenticare McLuhan.


Partiamo con un esempio a noi vicino. A noi Ale e Vale intendo: il mio modo di segnalare libri (quel che sto facendo insomma). Io non parlo molto dei libri che leggo e vorrei consigliare, chiunque abbia letto qualcuna delle mie “recensioni” lo sa. Non sono una critica, non ne ho proprio la forma mentis analitica e generalizzante. Quindi, quando devo scrivere qualcosa su un libro, tendo a parlare di me, del perché è piaciuto (o non è piaciuto) a me (in realtà, in questo caso non si tratta di cercare a tutti i costi un ruolo da protagonista, il mio è solo un espediente per farvi comprare – o prendere in biblioteca – quel libro. Piuttosto che dire sciocchezze su forma e contenuti, meglio usare la mia – trascurabile – esperienza, almeno è sincera). Se, come diceva qualcuno, l’atto critico è comunque una forma di autobiografia, non faccio che metterlo a nudo.

(L’egolatria, d’altronde, è uno dei sintomi lampanti della malattia da microfama. Il parlare sempre e solo di sé stessi. Il “me myself & I”. L'”io li conoscevo bene” che segue ogni scomparsa illustre, dove il soggetto rimembrante diventa protagonista e i deceduti da protagonisti del cordoglio passano al ruolo di spalla defunta).

Dunque, usare la mia esperienza vuol dire parlare di scrittura.

Una parte del libro esplora i modi di essere “scrittore” nell’era del web 2.0. Sono modi che non mi piacciono. Loredana e Giovanni riportano la regola aurea per gli adepti del self-publishing. Per avere successo devi passare il 20% del tuo tempo a scrivere e il restante 80 a promuoverti (su twitter, facebook e social vari). Di questo 80%, ne devi passare il 20% a parlare dei tuoi libri e il restante 80% a postare foto del pranzo e del gatto. Alla gente piace vedere le foto del gatto.

(in effetti, qui si postano un sacco di foto dei gatti. Ehi, sono già avanti col lavoro! Che culo!)

Il problema è che io sono nata in un epoca in cui non esisteva la microfama (o quantomeno, non era percepibile globalmente: comunque a microfama scolastica già me la cavavo male). O pubblicavi (non a pagamento) e finivi in libreria, e anche se non vendevi tanto avevi comunque la percezione di averlo fatto, no?, questo è il libro, quella la libreria. O non pubblicavi e pace, rimanevi letterariamente un signor nessuno. Non c’è nessun male in ciò. Non bisogna per forza essere famosi. Pubblicare a tutti i costi non può e non deve essere un diritto di chiunque, anche se pare che oggi lo sia.

Ed ecco che arriva lui, il suddetto self-publishing. Inutile che riporti tutto il discorso sul tema, il “dinamico duo” lo spiega bene. Io non sono contro, intendiamoci, per gli altri. Se uno vuole autopubblicarsi è liberissimo di farlo, e ci mancherebbe altro! Solo che non sceglierei mai questa strada. Non fa per me, sempre per quella questione della forma mentis pre-digitale, probabilmente. Piuttosto metto a disposizione gratis i nostri lavori sul sito (arriverà, il sito).

Perché le sirene del self-publishing hanno così tanta presa? Perché chiunque abbia installato un qualsiasi programma di videoscrittura ha il diritto di scrivere libri e pubblicarli: uno scrittore vale uno scrittore (poi, chi leggerà tutti questi libri? I colleghi no, che sono troppo impegnati a scrivere e promuovere i rispettivi libri, che hanno avuto il diritto di scrivere e pubblicare, e quindi…) (e naturalmente “non si leggono i colleghi, che altrimenti mi influenzano, e questo è un male”). Fino a una ipotetica, borgesiana coincidenza, in scala 1:1, tra lettori e scrittori.

Questa è la miniera d’oro da cui attinge amazon, che vuole a tutti i costi fare l’editore, ma alle sue condizioni. Non pochi romanzi, pagando autore e dipendenti, che vendano molte copie, ma moltissimi romanzi a costo zero che vendano pochissime copie. Ogni romanzo ivi caricato guadagna solo qualche dollaro, ma la somma resta comunque alta, considerando che sono milioni gli autori (quasi sempre) scartati dagli editori, che aspirano a successo e soldi senza passare per la mediazione di agenti ed editori, una ka$ta che è lì solo per fregare te povero autore.

(Piccola precisazione: no, non abbiamo ancora pubblicato; sì, finora ci hanno rifiutato tutti gli editori e gli agenti che abbiamo finora contattato; e no, non pensiamo che ci sia una ka$ta di editori corrotti che pubblicano solo i rettiliani in incognito sulla terra, pur se gli errori e le cantonate prese da molteplici esponenti a vari livelli del mondo editoriale li abbiamo ben presenti – solo che pensiamo che tra questo e lo sparare a zero complottista grillino su qualsiasi istituzione nella sua totalità ci siano diverse sfumature)

(questo mi ricorda una cosa che mi disse un poco importante assistente universitario incontrato anni fa. Mi disse: Graziani, tutti hanno un prezzo, anche tu. Boh, io il mio ancora non lo so, visto che al suo sventolarmi un 30 a un esame, gli feci una pernacchia. No, non voleva favori sessuali, voleva solo dimostrarmi che sono anche io, ahimé, corruttibile. Fallì. Mi tenni il 26)

(in effetti non c’entra niente col discorso – o forse sì?).

Per concludere. Sono ancora più convinta della bontà del mio piano: trovare una casetta con della terra, magari con un po’ di ulivi, prendere qualche gallina cui gentilmente chiedere qualche uovo, fare un orto, continuare a scrivere, migliorandomi come essere umano e come autrice. Tutto il resto non fa per me, grazie: troppo sbattimento per un pugno di mosche. Non mi piace stare sotto la sassaiola dell’ingiuria (cit. Esenin-Branduardi-Caparezza) di chi vuole la tua stessa microfama per sé.

Leggetevi questo libro (seguite anche il tumblr, se volete), poi mi direte.

Ps. Ah, nessuno ci paga per la semi-recensione, questa o altre, eh?, che a leggerlo viene qualche dubbio su un sacco di elogi di cui è prodiga la rete.

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