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Ex Libris 107 (transestasi)

31 agosto 2013

Zen

Il mondo formale diviene mondo reale nel momento in cui non è più trattenuto, nell’istante in cui si cessa di resistere alla sua mutevole fluidità. Di qui la vera transitorietà del mondo, che è indizio della sua divinità, della sua reale identità con l’invisibile e l’incommensurabile infinità di Brahman. Questa è la ragione per cui l’insistenza indù-buddista sull’instabilità del mondo non è la dottrina pessimista e nichilista che i critici occidentali normalmente suppongono. La transitorietà è oppressiva solo per la mente che insiste nello sforzo di ghermire. Ma per la mente che si lascia andare e si muove col flusso dei mutamenti, che diviene – secondo la raffigurazione del buddismo zen – come una palla in un torrente montano, il senso della transitorietà e del vuoto si tramuta in una sorta di estasi. È forse questo il motivo per cui, tanto in Oriente quanto in Occidente, la transitorietà è così spesso il tema della poesia più profonda e ispirata, a segno che lo splendore del mutamento traspare anche quando il poeta sembra soffrirne di più.

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