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Ex Libris 103 (tradizioni)

27 luglio 2013

In direzione

L’avvento della cristianità indusse a mettere in discussione lo spettacolo dell’uccisione per puro divertimento tra gli uomini e, progressivamente, ma non certo ovunque, dello spargimento di sangue animale, ma non al loro [degli animali] sfruttamento: in molti luoghi non più uccisi in pubblico, cominciarono ad essere ridicolizzati e umiliati a tutto beneficio degli spettatori, per altro autorizzati a molestarli.
Ma in che modo può il richiamo alla tradizione e alla cultura giustificare maltrattamenti e ingiustizie contro di loro? Parlare di cultura significa far riferimento a quel vasto patrimonio di conoscenze, credenze, comportamenti, abitudini, costumi, convenzioni che vengono coltivati e tramandati da una generazione all’altra. La sua trasmissione è per sua stessa natura dinamica in quanto si attua attraverso gli individui, i quali cambiano a seconda della loro unicità e del contesto in cui sono inseriti, spinti inevitabilmente a elaborare nuovi comportamenti ogni qualvolta si troveranno in situazioni per le quali i modelli proposti dalla cultura di appartenenza non saranno più funzionali al loro benessere o alla loro stessa esistenza. Inoltre la cultura è composta dalla relazione di elementi intersecati in un rapporto di dipendenza reciproca: quando uno muta, è inevitabile che conseguentemente e più o meno significativamente mutino anche gli altri.
Non è poi da dimenticare che, in qualche modo implicito nel termine cultura, vi è quello di civilizzazione, nel senso che essa, nel suo divenire, si muove dagli impulsi primitivi in direzione di un progressivo affinamento dei costumi.
Tutte queste considerazioni, applicate all’ambito in oggetto, si riferiscono al fatto che se l’impiego degli animali in manifestazioni di vario genere ha una sua antica genesi in specifici contesti, la realtà si è nel frattempo infinitamente modificata. Si sta strutturando una diversa sensibilità nei loro confronti e sono andati sviluppandosi tanti movimenti, che, per quanto minoritari, sempre più diffondono la convinzione che gli animali siano portatori di diritti da rispettare, convinzione che di certo non ha scalfito l’immane violenza a cui essi sono sottoposti negli allevamenti, nei macelli e nei laboratori di vivisezione; ma questa violenza per essere tollerata deve essere assoggetata a una pressoché totale rimozione, favorita dall’inaccessibilità dei luoghi dove viene perpetrata, e comunque da convinzioni di necessità. L’abuso fine a se stesso, per divertimento, risulta totalmente anacronistico, una sorta di corpo estraneo in società che, almeno teoricamente, prendono le distanze dall’esibizione della violenza fisica.

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