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Lottare come se la lotta avesse un senso

19 luglio 2013

Ho pensato a lungo se trascrivere questo mio sfogo anche sul blog.

Houston, we have a problem. No, tranquilli, io sto bene, Ale e i gatti stanno bene, non abbiamo intenzione di lasciarci, stiamo tutti bene.

Chi non sta bene è il mio entusiasmo. Non sono mai stata una persona che dimostra entusiasmo, attivismo e voglia di fare. Faccio quello che devo (che voglio) senza tanto chiasso. Ma c’era comunque, l’entusiasmo. Quando vedi una nuova trovata tecnologica che permette di – non so, per esempio – risparmiare tot emissioni di COne sono-ero contenta, pensavo, un altro passo avanti, evvai, continuiamo a lottare.

Sto leggendo questi giorni il libro di Mario Tozzi, Catastrofi. Quel che Tozzi dice, in sintesi, è che non sono le catastrofi in sé a far danno. Che dove succedono disgrazie orribili come lo tsunami del 2004, i terremoti nelle varie parti del mondo, le alluvioni, il problema, il problema grosso, è l’uomo stesso. Gli uomini muoiono (e gli animali, e le piante, e l’intero ecosistema) per colpa dell’uomo.

Che a Sumatra è arrivato l’uomo occidentale voglioso di spiagge bianche e scazzato di fare due passi in più che ha preso e distrutto le foreste di mangrovie che proteggevano l’isola da eventi come quello del 2004 (gli indigeni che sono rimasti all’interno lo sapevano bene, e per questo si sono salvati), che hanno gettato cemento lì dove non si doveva e che hanno costretto i poveracci indigeni a costruirsi capanne intorno agli alberghi. E quando la naturale conformazione del luogo, la faglia, scarica il suo potenziale energetico, la gente muore. Perché stava dove non deve stare.

Che se la gente muore in Campania, per le colate di fango, la colpa non è del fango, ma di chi ha disboscato quelle zone, di chi ha costruito, di chi ha reso quei posti una discarica abusiva, permettendo così al suolo di disgregarsi.

E poi i media parlano di disastri “naturali”. Di calamità. Di “non è colpa di nessuno”. Ma la colpa è di chi ha costruito lì. Di chi lo ha permesso. Di chi ha condonato gli abusi. Di chi continua a permettere che la gente viva lì, proprio lì.

In Islanda c’è una zona bellissima e pericolosissima, una zona molto fertile per via dei vulcani tuttora attivi. Vulcani che fanno solo il loro lavoro, esattamente come il Vesuvio. Solo che in Islanda la gente non muore. Perché? Perché non vanno a costruire dove non devono.

L’innalzamento delle temperature. Che le temperature si stiano innaturalmente alzando è un fatto, che i risultati di questo innalzamento saranno non meno che catastrofici è un altro fatto, che i governi e le multinazionali del petrolio tendano a minimizzare la cosa è un altro fatto ancora. Io non sono una complottista, non credo a un potere superiore che manovra le cose a suo vantaggio, ma credo che mafie, governi e multinazionali siano colluse in un giro di affari che mira a mantenere lo status quo e chi se ne frega se tra trenta, cinquanta o cento anni il mondo (umano) finirà.

Tozzi parla anche di uno scenario più ottimista, in cui il petrolio e il gas vengono via via abbandonati in favore delle energie alternative, ma penso che ciò non avverrà (e se avverrà sarà troppo tardi). Questo perché nonostante i cambiamenti, nonostante la gente si preoccupi sempre più per l’ambiente, nonostante incominci davvero a fare qualcosa di concreto, quelli che dovrebbero fare i passi che davvero contano, quelli che davvero produrrebbero un cambiamento significativo, sono i collusi di cui parlavo sopra. Basta solo pensare all’Ilva. Per poche migliaia di posti di lavoro (e a che prezzo, quel lavoro) stanno distruggendo una città intera.

Non sono nemmeno più avvilita. Sono passata al, come si dice, alla fase di accettazione, come i malati terminali.
So qual è la malattia, so che non ci stanno cure, ho sbraitato e cercato di combattere, non ce l’ho fatta. È arrivato il momento di rassegnarsi all’inevitabile. Questo non vuol dire che non continuerò a lottare, per il poco che posso fare, solo che non mi aspetto nessuna vittoria.

Lo so, lo so che le cose stanno cambiando.

Ieri accendendo la televisione sono capitata su un documentario in cui un ragazzo del Madagascar spiegava il motivo per cui stanno riforestando la loro parte di isola. Non per loro, perché gli alberi daranno i loro frutti fra ottant’anni, ma per chi verrà dopo di loro. Per i loro figli e nipoti, e per il resto del mondo. Quel ragazzo lo sa bene, che se pianta un albero sulla sua terra fa del bene a tutti. Io stessa ho aderito in passato a iniziative simili, per piantare alberi in zone di riforestazione.

Ma basterà, questo? Ale mi dice sempre che bisogna lottare come se la lotta serva a qualcosa. Come se, davvero, ogni mio gesto fosse capace di produrre un cambiamento visibile.

Io non lo so. Non smetterò certo di farlo solo perché ho perso l’entusiasmo.

Il problema è che questa cortina di nebbia nera che ho davanti agli occhi mi impedisce di gioire per cose come quel ragazzo che invece lotta per il futuro del pianeta sorridendo.

21 commenti leave one →
  1. 19 luglio 2013 12:39

    E lavorare come se il lavoro servisse. Ascolta il Bhagavad Gita e la Yourcenar!

  2. 19 luglio 2013 13:04

    A volte mi sento più stanca di quanto non sia realmente.
    Poi passa.

  3. 19 luglio 2013 15:18

    Vorrei riportare la risposta che mi ha dato un mio amico.

    Premetto che il mio stile di vita può essere considerato più ecologico della media. Non ho l’automobile, per esempio. Faccio la raccolta differenziata ma uso una concimaia per il materiale organico. Coltivo ortaggi senza usare alcun tipo di pesticida e teorizzo che la produzione di vegetali debba essere bassa. Rifiuto, insomma, anche quelle pratiche che sono considerate ecologiche ma il cui risultato è comunque il forzare la produzione.
    Ma mi rendo conto che questo posso farlo per me. Se dovessi commerciare, o anche semplicemente distribuire ciò che produco non potrei farlo senza sfruttare molto di più il terreno che posseggo.

    Detto questo alcune delle cose che hai scritto non mi trovano assolutamente d’accordo. Per esempio:

    “Che a Sumatra è arrivato l’uomo occidentale voglioso di spiagge bianche e scazzato di fare due passi in più che ha preso e distrutto le foreste di mangrovie che proteggevano l’isola da eventi come quello del 2004”
    A Sumatra la linea di costa si è spostata di trenta (se non di sessanta) metri. Nessuna foresta di mangrovie può proteggere il territorio retrostante in un caso di questo genere. Come niente e nessuno avrebbe potuto proteggere gli abitanti della costa occidentale di Java dall’esplosione del vulcano Krakatoa. Tra parentesi nelle zone investite da quello tsunami oggi c’è un parco nazionale.
    Non amo Tozzi, manipola le informazioni come gli pare. L’uomo ha colonizzato territori di tutti i tipi in tutto il mondo. Comprese aree estremamente pericolose (per noi) In questo modo ha esaltato gli effetti di molti tipi di disastri naturali. Oltre a inventarne alcuni nuovi di zecca. Tuttavia esiste una scala (si parla di frequenza: ci sono catastrofi che capitano tutti gli anni, le piene dei fiumi nella norma, che capitano ogni cinque, ogni cinquanta, ogni cento eccetera. Compresa la caduta di asteroidi come quello che estinse i dinosauri, che mi pare succeda una volta ogni cinquanta milioni di anni) Deve essere chiaro che, al di sopra di un certo livello, l’unica colpa dell’uomo diventa quella di esistere. Evitare di sottolinearlo significa far credere alla gente che basti un comportamento ecologicamente corretto per proteggerci dalle catastrofi. Non è così, si tratta di un’illusione.

    “L’innalzamento delle temperature. Che le temperature si stiano innaturalmente alzando è un fatto, che i risultati di questo innalzamento saranno non meno che catastrofici è un altro fatto”
    No, non sono fatti. In passato la temperatura è stata più alta che oggi, in qualche caso molto più alta, senza che questo portasse a particolari catastrofi. Quindi l’innalzamento delle temperature che si è avuto alla fine del novecento non può essere considerato innaturale, almeno finché non sarò provato che dipende dall’anidride carbonica prodotta dall’uomo. Cosa tutt’altro che dimostrata.
    A questo devo aggiungere almeno un’annotazione: l’aumento delle temperature, che ha riguardato principalmente le medie e alte latitudini dell’emisfero settentrionale, si è arrestato circa dodici anni fa. Da allora le temperature hanno oscillato ma sono rimaste sostanzialmente stabili. Vedere i grafici per credere.

    “quelli che dovrebbero fare i passi che davvero contano, che davvero produrrebbero un cambiamento significativo, sono i collusi”
    E dici di non essere complottista? Prendiamo un paese come il Giappone, del tutto privo di risorse energetiche e avidamente in cerca di qualcosa che alimenti il motore delle sue industrie. Cosa se non un oscuro complotto internazionale potrebbe trattenerli dall’utilizzare qualsiasi fonte di energia che abbia un prezzo almeno rapportabile a quello dei combustibili fossili? Si attaccano disperatamente al nucleare, ma i governanti di quel paese pagano un prezzo politico altissimo per questo.

    Il problema, secondo me, è che da una parte ci si lamenta dell’assenza di fonti d’energia non inquinanti, dall’altra si cerca di ostacolare qualsiasi progresso scientifico che possa arrivare a produrlo.
    Perché, per esempio, molti ecologisti si oppongono alla costruzione di pale eoliche? Perché, e qui so che farò arrabbiare parecchia gente, ci si oppone all’ingegneria genetica, che potrebbe permettere di aumentare la produzione diminuendo lo spazio occupato dalle coltivazioni?

    La realtà è che si sta diffondendo, in modo quasi subliminale, il mito della decrescita. Un mito deleterio. Io spero, e sono del tutto sincero, di essere morto prima che questo mito cominci a essere messo in pratica.

  4. 19 luglio 2013 15:20

    Ribadisco solo che no, non sono complottista, sono solo demotivata. (Del resto ho scritto queste cose proprio per cercare risposte come queste, per stimolare una discussione).

    E sono d’accordo su quanto dici della decrescita. E delle pale eoliche.
    Sul resto, prendo quello che mi si dice ci medito su.

  5. 19 luglio 2013 15:45

    Oddio, che quello della decrescita sia un mito deleterio, parliamone, discutiamone. Mi pare, alla fine, sia leggermente più deleterio l’abnorme, quotidiano consumo di risorse che ci contraddistingue. Poi, chiaro che se ti casca un asteroide in testa poco puoi fare, o se ti prende in faccia un tornado, addio. Qui stiamo parlando del costruire case sotto la bocca di un vulcano, o sul letto di un fiume, “colonizzando” appunto un territorio senza rispettarlo. La cosa è un’anticchietta diversa a mio parere. Sul fatto che non sia stata dimostrata l’origine umana del riscaldamento globale, non so, ogni tanto sento qualcuno dirlo, ma forse che la quasi totalità di chi studia il clima lo affermi, qualcosa vorrà dire. La cosa del Giappone non l’ho capita, sorry. Quanto alle pale eoliche, ok, sono favorevole, con discernimento, ovviamente, non spalmandole a caso sul territorio con la complicità mafiosa, come in Italia è facile succeda. E quanto agli OGM, beh, se significa affidare a qualche multinazionale la chiave di un po’ di sementi, non sarei proprio d’accordissimo, ecco.

  6. 19 luglio 2013 15:57

    A me la decrescita piacerà quando i suoi teorici la pianteranno di farla sul lavoro delle donne perché “è il loro ruolo naturale”.

  7. 19 luglio 2013 16:21

    Sì, infatti le teorizzazioni sulla decrescita (e chi le fa) sono a volte criticabili, nel loro agganciarsi a “tradizioni” non elaborate criticamente, e l’abbiam detto pure su questi schermi più volte, se non sbaglio, ma sparate come preferirle la morte sono francamente ridicole. Chiamiamola nuova sobrietà, chiamiamola come vi pare, la cosa evidente è che la crescita incontrollata in cui siamo immersi è, quella sì, un suicidio.

  8. 19 luglio 2013 21:49

    Nella sua versione più radicale la decrescita vorrebbe riportarci alla condizione di cacciatori/raccoglitori, ne esistono di meno radicali ma la base consiste sempre nell’arresto del progresso. La politica del no a qualunque cosa, o peggio ancora delle moratorie. Ma se non si fa nulla non si arresta nemmeno l’entropia. Cioè l’invecchiamento del territorio. Prendiamo i grattacieli. Purtroppo in Italia è facilissimo impedirne la costruzione, grazie al gran numero di autorità il cui assenso è indispensabile. Ma qual’è il risultato finale? Che si costruiscono case di cinque o sette piani. Di solito orribili. Ma un grattacielo di cinquanta piani occupa ospita gli abitanti di dieci palazzi di cinque piani in uno spazio dieci volte minore. Ed è molto più bello. Siccome la gente da qualche parte bisogna metterla è impossibile impedire che questo succeda. Inutile poi lamentarsi se via Gluk non c’è più, sono stati gli ecologisti a distruggerla!. E questo vale per un sacco di settori. Ci si oppone all’alta velocità, per esempio, con argomenti miopi, miopi in sensoi stretto, perché guardano da vicino senza riuscire a percepire il problema nella sua interezza. Che è che bisogna spingere in ogni maniera il trasporto su ferrovia, bisogna che le industrie ferroviarie crescano. Che poi la galleria che stanno costruendo serva a poco, come è anche possibile, è del tutto irrilevante: è l’universo ferroviario che deve essere incoraggiato, con tutte le contraddizioni che probabilmente avrà. Perché l’alternativa sono le automobili, i camion e le autostrade. Cioè l’orrore.

  9. 20 luglio 2013 09:47

    Beh, che gli ecologisti abbiano (o stiano) distruggendo l’Italia avrei qualcosa da ridire. Sulla rete ferroviaria mi troveresti d’accordo (sono pur sempre figlia di un ferroviere) se non fosse che quelli che vogliono fare la TAV in Val di Susa sono gli stessi che vorrebbero costruire un punte sospeso di oltre cinque chilometri su uno dei luoghi più sismici del paese, che con tutti gli accorgimenti antisismici del mondo (e non credo proprio che li userebbero) avrebbe comunque da affrontare onde alte. Sono quelli che volevano comprare dei reattori nucleari pronti per la discarica, e vivaddio che non ci sono riusciti, con questo paese che è instabile in ogni suo pezzetto. Sono quelli infine che hanno e stanno comprando dei caccia che mi dicono essere carcassoni, spendendo un sacco di soldi, perché oh, i caccia ci servono assolutamente, invece i canadair per lottare contro gli incendi (dolosi, sempre dolosi) no, non servono. Sono quelli che quando crolla una scuola si mettono a frignare sui poveri bambini morti, ma col cazzo che controllano e mettono in sicurezza gli edifici scolastici rimasti in piedi in modo da impedire una nuova San Giuliano di Puglia.
    Che poi ci siano esaltati che vogliono fermare il progresso lo so, lo vedo, ma non chiamateli ecologisti. Io sono ecologista e sono contro il nucleare, ma non contro le pale eoliche (certo, in questo paese è difficile essere a favore delle pale dopo che vedi in che modo mafioso le cose vengono gestite). Sono per il trasporto su ferrovia, ma mi chiedo anche che senso abbia produrre in Piemonte per trasportare merci in Calabria e viceversa.

    I grattacieli, beh, che dire, anche su questo. Belli, utili, certo, ma siamo si curi che qui non sarebbero l’ennesimo disastro? Costruiti senza tener conto delle norme antisismiche, in luoghi non adatti (come in Campania, letteralmente costruita su uno strato di fango) con materiali di scarto perché i soldi se li ciuccia qualche “bravo” imprenditore?

    Il problema di questo paese non sono gli ecologisti, ma quelli che guardano i loro interessi, e chi guarda i suoi interessi non è mai ecologista. (anche: incoraggiare l’universo ferroviario, altro discorso su cui servirebbero pagine e pagine di parole. D’accordo. Ma perché anche le contraddizioni? Se una determinata linea è inutile e/o dannosa, perché incaponirsi a farla, rovinando l’esistente ed esacerbando gli animi? Le soluzioni alternative ci sarebbero. Ci stanno sempre, soluzioni alternative. Solo che in questo dannato paese, o sei “ecologista” a modo loro, o sei un matto luddista anti-progressista che vorrebbe far tornare tutti sugli alberi. No, non ci sto.

    Ah, tanto per chiosare: amico Nanni, sei un ecologista anche tu, visto che ti fai l’orto e il compost, e non hai la macchina)

  10. 21 luglio 2013 19:28

    Certo che sono un ecologista, e più di molti altri che ne fanno una bandiera. Però mi sembra che tu generalizzi, tutto ciò che non ti piace sta da una parte, tutto ciò che ti piace sta dall’altra. Per me le ferrovie vanno incoraggiate e incrementate, punto. Non mi importa assolutamente nulla di chi spinge il progetto.
    Anche il ponte sullo stretto di Messina, purché serva anche per la ferrovia, a me piacerebbe, ma ho parlato con degli ingegneri che lavorano sui ponti e mi hanno detto che non è possibile. Al momento. Quindi stop, il ponte non si fa, il resto è solo speculazione economica.
    È comunque quello che dicevo all’inizio: niente massimi sistemi, ogni cosa valutata per gli effetti che da, quindi assolutamente sì alla TAV, sì ai grattacieli, sì ai gassificatori, almeno finché una nuova fonte di energia non sia a disposizione, eccetera.
    Soprattutto sì al progresso e nessun passo indietro.

  11. 22 luglio 2013 10:26

    Però, mi pare che anche tu massimalizzi. Intanto, la caccia all’ecologista è uno sport – assai in voga qualche anno fa, adesso per fortuna meno – quantomeno discutibile. L’ecologismo è un mondo assai variegato (come tutti gli ismi, come il femminismo o l’antispecismo o quant’altro), e congelarlo in formule stereotipate è una semplificazione non praticabile. Detto questo, con i loro inevitabili errori, molti ecologisti sono stati e sono un indispensabile baluardo contro, per esempio, il consumo indiscriminato del territorio che affligge questo paese più di ogni altro nell’Europa occidentale, ad opera di governi corrotti o lassisti, costruttori senza scrupoli o senza etica, mafie, singoli autori di abusi in nome dell’anarchia progettuale italiana. Poi, appunto per l’abbandonare le ideologie: sì ai grattacieli, e alla ferrovia, ok, ma fuori dalla logica (ideologica, pure quella, e guidata da considerazioni puramente economiche) della “grande opera”. Perché un grattacielo da solo non risolve il problema che sono le città come sono adesso, ovverosia meccanismi energivori, e per trasformarle in meccanismi intelligenti e virtuosi si deve arrivare a un ripensamento generale di tutti gli edifici, di cui si vedono adesso solo i prodromi: operazione certo meno immediatamente visibile e prestigiosa dell’edificio singolo sberluccicante firmato dall’archistar di turno. E perché una Tav da sola (oltre ai suoi spesso devastanti contraccolpi sul territorio, che non sono danni collaterali inevitabili) non risolve una situazione ferroviaria da pensare sempre nella globalità (e finisce sempre per risucchiare risorse che molto più proficuamente andrebbero riversate sul sistema nella sua interezza). Altrimenti, se si pensa che la Ferrovia con la F maiuscola è il bene, punto e non si discuta oltre, si continuerà come negli ultimi anni, con le linee di serie A da una parte (la “metropolitana” Roma-Milano di cui si vanta Trenitalia) e tutti gli altri treni (come quelli che prendo tutti i santi giorni) dall’altra, che sono tornati indietro di decenni (posso contare sulle dita di una mano le volte che arrivo in orario durante un anno), e così continueranno. La visione dev’essere sempre olistica (ecologica, eppunto). E progresso non sono solo “magnifiche sorti” e quel che segue, è anche ripensare sincreticamente una visione del mondo, con i mezzi tecnologici a disposizione (l’ideale non è qui l’età della pietra) ma abbandonando i paradigmi della conquista e dello sfruttamento propri del capitalismo e dei suoi figli post-moderni.

  12. 22 luglio 2013 16:40

    Naturalmente hai la tua parte di ragione, Ale, e non mi sogno minimamente di negarlo. Solo che mi sento costretto a massimizzare dal tipo di media che sto utilizzando. Normalmente utilizzerei un enorme numero di esempi, sperando di riscire a farmi capire, ma ora non me la sento.
    Per ora mi limito a far presente una cosa: c’è nelle tue parole una chiara ed esplicita condanna delle grandi opere. Perché?
    L’umanità ne ha sempre costruite e ne è stata orgogliosa, benché talvolta il prezzo sia stato molto alto. Dalle piramidi alle cattedrali hanno segnato la nostra storia. Che cosa è successo perché si trasformassero in qualcosa di deprecabile? Tempo fa leggevo della polemica sul grattacielo che si voleva costruire a Mestre (e che non si costruirà). Ad un certo punto un tizio, non ricordo esattamente chi fosse, si poneva la domanda sul perché si volesse costruirlo in quel punto. – Perché l’architetto vuole che sia visto! – Era la conclusione. E c’era in questa l’orrore e il disprezzo per l’idea che qualcuno volesse intervenire sul paesaggio lasciando un suo segno. Ora potevano esserci degli ottimi motivi per non costrire quell’edificio, ma cosa c’è di strano nell’idea che uno l’edilizia monumentale la realizzi perché tutti la possano vedere?
    E qui concludo. Non credo che continuerò questa serie di interventi. Siete stati gentilissimi a ospitarmi ma non mi sento a mio agio. Se capiterà continuerò a esprimere le mie posizioni sul forum, ma quello che penso va troppo controcorrente (ho appena scalfitto la suerfice di quello che considero il problema) per essere ospitato su di un blog di letteratura. Così vi ringrazio e vi saluto.

  13. 23 luglio 2013 10:19

    Gentile Nanni, se sei ancora in ascolto (non c’è proprio ragione di essere a disagio, da queste parti ci piace la dialettica, quando è espressa senza trascendere, come in questo scambio), ti dirò che, a proposito di grandi opere, sì, qualche problema con la hybris umana ce l’ho. Ma siccome qui si parla in particolare di Italia, espliciterò che quella che ho in mente è un’opera altro che grande, addirittura titanica. Solo che è un’opera (o meglio operazione) capillare, non centrata, reticolare, non gerarchica: in sintesi, rifondare il paesaggio italiano, quello che è stato soprattutto negli ultimi 60 anni oggetto di un attentato prolungato e devastante. Quindi: combattere lo sprawl dilagante buttando giù brutture, abusi, manufatti inutili e/o incompiuti; rappezzare il dissesto idrogeologico provocato dall’indiscriminata colata di cemento; rendere edifici e città davvero intelligenti e sostenibili (e antisismici); liberare le coste, i letti dei fiumi, le pendici di un certo vulcano; ma anche (andando sulle minuzie che non son tali) rifare da capo a piedi la sconclusionata segnaletica stradale. Trattare quindi il territorio finalmente come un organismo da rispettare, non una tabula rasa su cui far calare dall’alto opere e infrastrutture. Se si devono spendere dei soldi (a maggior ragione in un periodo in cui pochi ce ne stanno), a mio parere, questo sarebbe un loro utilizzo necessario e improcrastinabile. Stessa cosa per i trasporti: chiaro che fa più prestigio presentare frecce splendenti e velocissime, ma se il prezzo è abbandonare a sé stessa una rete ormai retrocessa a serie b (ogni volta che apro il sito trenitaja non riesco a capacitarmi del razzismo nella ricerca tra Le frecce in rosso fiammante e Tutti i treni in grigio anodino), beh, no, grazie.

  14. nannimalpica permalink
    25 luglio 2013 12:06

    Il mio problema non è con voi, è con il meccanismo di comunicazione asimmetrico tipico dei blog. In altre parole non ho voglia di fare propaganda. Mi piace discutere ma alla pari, non facendo proclami..
    Detto questo mi limito a domandarti: perché quello che dici tu dovrebbe essere in contrapposizione con quello che dico io? Le brutture sparse nel territorio sono dovute all’assenza di programmazione, sono una manifestazione dell’entropia trionfante. Se tutto è vietato alla fine verranno realizzati solo quei miniprogetti che riescono a sfuggire alle maglie del divieto generale. Seconde case, alberghi abusivi, strade che collegano località dove è stato costruito abusivamente eccetera.
    Invece va riqualificato il territorio, certamente. Ed è davvero un’impresa titanica, perché non si tratta solo di demolire quanto fatto senza controllo, ma anche, per fare un esempio, trovare un modo di proteggere i pendii una volta terrazzati e oggi abbandonati a se stessi per lo spopolamento delle campagne. Insomma, il territorio non va ripristinato – non c’è nulla da ripristinare, visto che è tutto antropizzato da millenni – ma riprogettato. E questo non è minimamente in contrasto con la realizzazione di grandi opere. Almeno non vedo perché debba esserci un contrasto.
    Per dire il grattacielo che non si farà a Mestre sarebbe servito anche a riqualificare un bel pezzo di territorio ridotto, attualmente in condizioni pietose. Ma niente, si preferisce che tutto resti com’è. E continui a deperire.

  15. Ale, Vale & Moka permalink*
    25 luglio 2013 15:40

    Eh, lo so, il meccanismo del blog è così, ma secondo noi si può comunicare proficuamente anche qui in calce, via. Comunque, sì, siamo d’accordo sulla progettazione, in contrapposizione alla svendita. Si intendeva ripristino nel senso di un’antropizzazione che torni a rispettare il territorio, non a violentarlo, ma anche nel senso di una riduzione radicale del consumo di suolo. E in presenza di una visione complessiva le opere prestigiose non sarebbero più le cattedrali nel deserto di cemento che oggi fatalmente rischiano di essere.

  16. nannimalpica permalink
    31 luglio 2013 07:20

    Solo una noticina. Sono venute a trovarmi mia suocera e mia cognata. Da Torino. Hanno preso il treno Freccia Rossa. Non so se tecnicamente sia considerato Alta Velocità, ma fa poca differenza, perché ci mette circa tre ore. Se ho capito bene.
    Ma la cosa più importante è che, fino a un paio di anni fa, avrebbero preso l’aereo. Ora, contando quanto ci vuole per raggiungere l’aeroporto e quanto per arrivare in città dall’areoporto, il treno è diventato conveniente anche in termini di tempo.
    Avete idea della differenza di energia consumata per passeggero da un aereo e da un treno?
    Ecco.

  17. 31 luglio 2013 10:37

    Sì, e siamo d’accordo. D’accordissimo.
    Mio padre era macchinista ferroviere.
    E a me viaggiare in aereo non piace per niente, meglio il treno.

    Certo, poi mi trovo a confrontare i servizi di Freccia Rossa (mio padre ha portato anche quei treni lì, allora, erano gli anni novanta, fecero un corso per aumentare i macchinisti abilitati) con quelli dei locali, che per carità: nessuno dice che la linea per Cassino deve avere treni che viaggino a trecento chilometri orari, eh. Ma visto l’alto numero dei passeggeri (clienti paganti un servizio che non c’è o fa schifo) non sarebbe meglio sospendere un momento il discorso TAV in Val di Susa (non sono sicura che questa linea sia voluta da tutti tutti tranne i “terroristi” noTAV) e pensare, non so, a rafforzare un po’ il servizio pendolare? Ad aggiustare i treni locali, a fargli dare una pulita, ogni tanto, ad aggiustare finestrini e aria condizionata, a farne passare uno o due in più, a controllare lo stato dei binari? Che non è che quelli che pagano per fare Valmontone-Roma a Roma-Valmontone valgono meno degli uomini d’affari o dei politici che si fanno giornalmente Roma-Milano-Roma.

  18. 31 luglio 2013 10:41

    Per dirti, giusto ieri stavo guardando un casale in vendita a Rocca Sinibalda. Sono novanta chilometri da Roma, e Ale fa il pendolare. La Sabina è collegata malissimo con Roma, e noi abbiamo escluso tutta quella zona proprio per non essere costretti a usare la macchina oppure fare un’odissea quotidiana (che comunque Ale già compie, per i motivi di cui dicevo sopra) per poter lavorare. Ed è anche, buffo no?, il motivo per cui i casali lì costano tanto poco. Potremmo fregarcene e prenderlo lo stesso, Ale andrebbe al lavoro con la macchina e sticazzi del resto, intanto avremmo il nostro bel casale a meno di duecentomila euro, quando in qualsiasi altra zona l’avremmo dovuto pagare anche il doppio.

    Non lo prenderemo.
    Proprio per il discorso che fai tu, col treno è meglio!

    Ma per favore (e mi rivolgo ai signori Trenitalia) pensate un po’ anche ai vostri clienti di serie B.

  19. 31 luglio 2013 18:36

    Sono mesi ormai che Ale esce dal lavoro prima delle cinque e riesce fortunosamente ad arrivare prima delle otto. Quando va bene. Quando va bene arriva anche alle sette e mezza. Ma si può passare sei ore al giorno per andare e tornare lungo un percorso per cui se i mezzi funzionassero ci si impiegherebbe al più tre ore? Un’ora e mezza ad andare e una e mezza a tornare?

    Certo che poi la gente non prende il treno.
    Certo che poi usano tutti la macchina.

  20. 3 agosto 2013 00:39

    Hai ragione, ma pensi che se non si facesse la TAV al suo posto si incrementerebbero le ferrovie locali?
    Semplicemente le ferrovie smetterebbero di esistere del tutto. È questo che vuoi?
    Invece finché esistono e accumulano plusvalenze qualche possibilità che si estendano anche a località secondarie c’è.
    Poche, ma non si sa mai.
    Se invece chiudono…

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  1. Il solito post inconcludente messo lì tanto per riempire lo spazio che wordpress gentilmente concede (a costo di annunci pubblicitari fastidiosi ma che noi non vediamo) | V(ale)ntinamente

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