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Ex Libris 101 (e la chiamano scienza)

13 luglio 2013

Lamento

Quel che è scioccante non è tanto il fatto che molti ricercatori non siano preparati a difendere l’uso invasivo degli animali quando la questione salta fuori (anche se non vale per tutti), ma il fatto che sono totalmente inconsapevoli che tale uso implichi dei giudizi di valore e l’adesione a determinate tesi. Per l’ideologia scientifica risulta più abominevole l’idea che la scienza sia coinvolta a livello fondamentale con i valori morali. In quanto riflesso del positivismo che lo animò e lo plasmò in origine, il senso comune scientifico considera le nozioni morali come qualcosa di “emotivo”, come una faccenda di opinioni e gusti soggettivi. In effetti, ho scoperto che è molto più difficile far ammettere agli scienziati che il problema legato all’uso degli animali nella ricerca è un problema morale affrontabile per via razionale, piuttosto che far ammettere loro che una data pratica è sbagliata una volta che abbiano accettato la rilevanza delle categorie morali nella discussione. Questo probabilmente accade perché non vedono le questioni morali come questioni razionali; la loro reazione a questi problemi tende spesso a essere emotiva e irrazionale e, di conseguenza, perfettamente complementare all’irrazionalismo che è diffuso in maniera endemica tra alcuni degli antivivisezionisti più radicali. Un tipico esempio di questa reazione è la risposta che  ricevetti durante una cena formale da un importante ricercatore medico che  mi chiede di delineare le mie preoccupazioni sulla ricerca animale. Io gli dissi che la mia preoccupazione principale era dovuta al fatto che molti scienziati non ammettevano neanche che  vi fossero delle questioni morali nel loro campo. Al che mi accusò, “lei e tutti quelli come lei”, di voler “imporre agli altri il loro modo di vedere le cose”. “La morale”, mi disse, è “in un Paese libero una faccenda di gusti”. Cercare di far passare una legge che potesse limitare la ricerca animale era “fascista” e “totalitario”. Certo, potevo avere le mie opinioni, ammise, ma non avrei dovuto cercare di imporle a lui. Continuò su questo binario a lungo, e la smise soltanto quando gli feci notare che lui stava “imponendo a me il suo modo di vedere le cose”, altrettanto inaccettabile in una democrazia.

***

Nella maggior parte dei casi, sebbene la scienza sia influenzata dai valori sociali e dal senso comune, oppone resistenza a questa influenza, in parte in maniera consapevole e in parte perché è talmente lontana dalla gente comune che non ne sa niente e si sente in soggezione nei suoi confronti. L’analfabetismo scientifico è endemico nella nostra società e perfino le persone molto ben istruite nei campi umanistici non si vergognano, anzi vanno quasi fiere della propria ignoranza nei confronti della scienza, come fece notare C.P. Snow molto tempo fa.
In questo modo, come ha dimostrato Feyerabend, la maggioranza degli scienziati si trova la strada sgombra per continuare a procedere senza preoccuparsi del riscontro della gente, incurante di prendere, anzi, la direzione opposta. Il fatto che la gente non riesca a comprendere la scienza limita le possibilità che questa venga indirizzata in maniera razionale, a danno ultimo della scienza e sicuramente anche della cittadinanza, che spesso reagisce troppo tardi e in maniera troppo remissiva, senza nemmeno rendersi conto che una grossa porzione della propria vita dipende proprio dagli esperti in questo campo, ai quale non ha mai dato il proprio consenso.

***

A una cena a cui presi parte qualche anno fa, mi sedetti accanto a un ricercatore medico di spicco che continuò a criticarmi per i miei tentativi di inserire l’etica nel campo della scienza. “Dopotutto”, dissi, “se è vero che sono le sole considerazioni scientifiche a governare le pratiche scientifiche, come mai non svolgiamo tutta la ricerca sui nostri bambini, che sono sicuramente modelli migliori, sia per gli stessi bambini che per gli adulti, di quanto non lo siano gli animali?”. Speravo di ottenere un consenso netto, da parte sua, sul fatto che sia sbagliato in generale svolgere sperimentazione sui bambini, qualunque sia il valore scientifico della ricerca, e che perciò era vero che l’etica limita la scienza. Ma rimasi deluso. Senza esitazione, rispose: “Perché non ce lo lascerebbero fare!”.

***

Mi viene in mente quando discussi con un collega in merito a una ricerca a cui mi stavo interessando. Ero orgoglioso dell’idea del mio esperimento, sia perché si trattava di un modo originale di studiare la coscienza animale, sia perché lo ritenevo profondamente non invasivo. Il mio collega mi fece notare come sarebbe stato molto più semplice se avesso temitp gli animali in stato di denutrizione (all’80% del peso corporeo secondo la pratica comune della ricerca psicologica), in modo da renderli inclini a una reazione più rapida (da notare che esistono delle ricerche che dimostrano come questa pratica in realtà alteri gli esperimenti sull’apprendimento). Nonostante la mia dedizione alla causa dei diritti animali, ero attratto da “tutto quanto fosse necessario a far sì che l’esperimento funzionasse in modo elegante”, ma fui in grado di resistere. Ora però posso comprendere meglio perché sia stato permesso far soffrire gli animali per la ricerca: non per crudeltà, ma piuttosto perché la sofferenza non viene presa in considerazione nell’eccitazione della ricerca, assieme a un’ideologia che indebolisce la forza di persuasione della riflessione morale all’interno dell’attività scientifica, nega l’importanza di attribuire sentimenti agli animali ed è accompagnata da pressioni di tipo pratico. Tutto ciò elimina dal sistema le verifiche e gli equilibri e neutralizza ogni esigenza di indagare sul piano etico quanto sia giustificabile la somministrazione del dolore e quando sia richiesto il controllo su di esso. A sua volta, entra a far parte del sistema educativo attraverso cui gli scenziati vengono formati, rinforzando il potere dell’ideologia e trincerandola ulteriormente, rendendo ancora più improbabile che la convenienza del risultato possa venire soppiantata da considerazioni etiche.

***

Praticamente ogni volta che mi ritrovo a discutere una qualsiasi di queste questioni con un gruppo di scienziati, mi scontro con un’alta percentuale di loro che continua a non voler ammettere che parlare di coscienza animale, di qualsiasi tipo, sia scientificamente possibile o legittimo. “Ci credo quando sono a casa”, mi disse una volta un etologo veterinario, “ma me ne dimentico quando entro in laboratorio”. “Le regole della scienza non ci permettono di parlare di coscienza animale”, disse un altro. “Se non ti piace, cambia le regole”.

4 commenti leave one →
  1. Paolo1984 permalink
    15 luglio 2013 17:36

    sarà superfluo ma ci terrei a dire che il fatto che uno scienziato sia favorevole alla sperimentazione animale non lo rende di per sè un immorale pronto a usare bambini come cavie

    • 15 luglio 2013 18:05

      Ovviamente (anche se qualcuno che non si pone problemi del genere c’è, a quanto pare). Il libro di Rollin, infatti, non è impegnato a demonizzare gli scienziati come persone, ma ad evidenziare come la costruzione intellettuale del “senso comune scientifico”, soprattutto con l’affermazione del comportamentismo, ha insegnato a sopprimere nei futuri ricercatori ogni riflessione sulla coscienza animale, autorizzandoli a operare sulle cavie senza considerare in alcun modo il dolore in tal modo provocato, e spesso senza conoscenze etologiche specifiche (che ai dubbi etici sulla pratica aggiunge i dubbi scientifici: cosa si può ricavare dal “lavorare” con animali su cui non si hanno precise nozioni? vedi le scorse settimane chi diceva che i topi liberati a Milano sarebbero morti uno due giorni dopo, fuori dall’ambiente asettico, e la cui accurata logica scientifica andava allegramente a ramengo appena si accorgevano che non era così, lasciando il posto all’irrazionalità più totale). Inoltre c’è la questione dell’ignorare le questioni valoriali alla base di qualsiasi scelta di operatività scientifica. La questione di quel che può essere oggetto di ricerca (scelta: come la si voglia chiamare, epistemologica, politica, morale) viene rimosso. Per un secolo (e oltre), nonostante Darwin avesse dimostrato la continuità filogenetica dell’animale umano con gli animali non umani, la questione della coscienza animale è stata accuratamente ignorata dal suddetto “senso comune scientifico”, non perché si sia dimostrata qualche fallacia nella teoria darwiniana, ma perché si sono affermati altri paradigmi operativi. Rollin affronta la questione eminentemente dal punto di vista morale, ma anche scientifico (ha senso sperimentare su creature a cui si nega una continuità comportamentale con l’umano?). Si può affrontare anche dal punto di vista politico, smontando la logica del dominio su cui (molta) scienza moderna è fondata. Basta che la si affronti, questa benedetta questione, e non si pensi che lasciare la mano libera agli scienziati (tipo: lasciare la mano libera al mercato) perché loro (e chi tira fuori i soldi per le ricerche) sanno cosa fare e noi siamo solo ignoranti retrogradi, sia la soluzione. La scienza si evolve, non è qualcosa di immutabile ed eterno, chiusa in una bolla di cristallo intangibile; è qualcosa che fa parte della società, e sta a tutti lavorare perché si evolva per il meglio.

  2. Paolo1984 permalink
    15 luglio 2013 18:40

    l’equivalenza scienziati-mercato non mi convince.
    Ma ci sono alternative scientificamente valide alla sperimentazione animale? E perchè la comunità scientifica non le adotta dato che escludo che gli scienziati siano tutti sadici e/o asserviti al mercato che godono a fare male agli animali?

  3. 16 luglio 2013 11:02

    Guarda, ti consiglio di cuore la lettura del libro di Rollin (che non è un animalista “folle”, ma uno scienziato ben introdotto nell’ambiente che descrive), pur se ha qualche anno alle spalle. Naturalmente gli scienziati non sono “tutti sadici” (come i soldati, in genere almeno, non godono nell’uccidere), d’altronde molti scienziati son stati educati (anche dalle citazioni estratte potrai arguirlo, ma nel volume gli esempi sono millanta) ad escludere dalla loro considerazione razionale problemi come quello della coscienza animale, e conseguentemente del dolore. Nel comportamentismo per esempio non esiste la descrizione di un’azione (che porterebbe sottotraccia la “pericolosa” ombra della coscienza che muoverebbe l’atto stesso) ma la descrizione di un meccanismo all’opera. Le cavie non sono individualità, ma numeri intercambiabili, e così via. A parte questo, c’è da considerare i finanziamenti alla ricerca (che non è libera e bella, ma come tutto a questo mondo condizionata dai soldi). Non sono uno scienziato, d’altronde ho sentito ricercatori che parlano delle alternative sempre più copiose alla sperimentazione animale. Se si iniziano a spostare i fondi, si sposteranno anche le forze attive nella ricerca, e sta già avvenendo, per fortuna. Ci sono resistenze, come in ogni cambiamento (pure qui: gli scienziati sono umani, nel bene e nel male, e in quanto tali spesso inclini al fossilizzarsi su schemi mentali acquisiti), ma spero proprio che la strada sia tracciata, verso un futuro di sperimentazione senza animali.

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