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Un par di cose dopo una re-visione di Alien

14 maggio 2013

La re-visione, dopo molto tempo, di Alien, qualche giorno fa, mi ha suscitato un paio di pensieri:

1) Ammazza se era bravo, all’inizio, Ridley Scott. Si stenta a crederlo oggi, dopo tanti film dimenticabili, ma i primi due titoli dello Scott superstite sono capolavori che resistono alla prova del tempo. I duellanti, nel suo coniugare lo splendore visuale da subito marchio di fabbrica a una verità storica quasi rosselliniana, a un viaggio oscuro nell’animo umano che lascia attoniti ed emozionati. Alien in quella saldatura tra horror e fantascienza che regge il confronto col premonitore Terrore nello spazio di Bava (recuperato anche lui a breve distanza). E – senza che Scott abbia il genio baviano della gratuità – le sue carrellate dentro il Nostromo rimangono cariche di suggestioni epifaniche che vanno ben oltre il cotè di esaltatore scenotecnico e illuminografico cui Scott si consacrerà con Blade Runner e Legend, e via via decrescendo di intensità e qualità, fino alle derive coatte gladiatorie

2) Ammazza che stupidaggini escono a Stephen King quando parla di cinema. Si sa, il buon Stephen storce il naso di fronte a Shining e invece gli piace 1408, quindi non fa troppo testo. Però, quando in Danse macabre parla del sessismo di Alien, toppa su tutta la linea. Non è vero che la Weaver nello scontro finale, poiché “ha indosso un paio di slip e una sottile T-shirt: è donna in ogni centimetro di pelle, e a questo punto perfettamente intercambiabile con una qualsiasi delle vittime di Dracula del ciclo di film della Hammer”. No, non c’è alcuna pruderie nel desabillè di Ripley, che è perfettamente giustificato dal contesto narrativo, ed esalta invece il suo eroismo: Ripley vince “nonostante” l’apparente vulnerabilità della sua T-shirt, non cela la paura ma ribalta lo stereotipo della scream queen, ponendosi a modello per le successive eroine di Cameron, Bigelow, Whedon. E meno che mai è vero che “allorché si mette alla ricerca del gatto dell’astronave” permetterebbe “ai maschi del pubblico di rilassarsi, guardandosi l’un l’altro negli occhi e dirsi a voce alta o per telepatia: ‘Beh, in fondo è soltanto una donna.'” Caro Stephen, il “porco maschio sciovinista” qui non è proprio Dan O’Bannon, ma i tuoi spettatori ideali ai cui occhi il salvataggio di Jones parrebbe una mossa da “donnicciole”. Laddove Ripley che abbandona l’astronave in via di distruzione con la cassetta di Jones in mano dimostra la sua incontestabile superiorità su tutta la schiatta di eroi tradizionali hollywoodiani (quelli sì per lo più maschi, bianchi e sessisti), coniugando coraggio e pietas come nell’action solo gli eroi hongkonghesi riusciranno a fare negli anni seguenti.

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4 commenti leave one →
  1. Paolo1984 permalink
    18 maggio 2013 14:15

    concordo in pieno. Adoro Stephen come scrittore ma quando parla di cinema meglio lasciarlo perdere. io non sarei nemmeno così sbrigativo nell’etichettare come “sessisti” gli eroi hollywoodiani nè le “scream queen”..(peraltro le poleiche sul “desabillè” sono ridicole, l’abbigliamento deve sempre essere in linea col contesto narrativo nè si può parlare di sessismo solo perchè un personaggio è più o meno “donna” qualunque cosa si intenda, in ogni centimetro di pelle”)

  2. 21 maggio 2013 10:08

    Beh, gli eroi classici del western o dell’avventura rientravano in una concezione molto maschiocentrica, rispecchiante d’altronde quella della società coeva, andata in crisi a partire dagli Anni 60. Vero è che per avere eroine all’altezza di quelle hongkonghesi o giapponesi Hollywood ha dovuto aspettare qualche anno.

    • Paolo1984 permalink
      21 maggio 2013 10:42

      bè sì andavano di pari passo con i cambiamenti della società.comunque mi premeva dire che fiml “al maschile” (qualunque cosa si intenda) non equivale a “maschilista”. Di solito sono molto perplesso riguardo a questo tipo di pur legittimi giudizi

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