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Laicità eretiche (?!?)

23 aprile 2013

Non aprite quella porta, se militate nel partito di vegetariani, vegani e compagnia più o meno ortodossa che sta relegando noi, laici ed eretici partigiani del cotechino e della trippa, ai margini della società del buono, pulito e sano.

Lo scrive Enzo Vizzari sulla sua rubrica gastronomica de “L’Espresso”, e mi pare una perfetta esemplificazione dello scambio delle carte in tavola da parte di certa vulgata onnivora. Perché, sarà pur vero che l’Italia è il paese in percentuale più veg. dopo l’India, ma, anche se certe fonti riportano un iperbolico 10 per cento di italiani vegetariani e vegani, mi pare più verosimile il 6 per cento Eurispes, che, se non faccio male i calcoli, rimane sempre un tantinello distante dal 94 per cento di onnivori. Eppure, a quanto pare, per qualche strano fenomeno di distorsione percettiva qualcuno di quei 94 si vede circondato da quei 6. Magari sarà perché i vegetariani rompono un sacco i coglioni (come dicono a Tony Pagoda quando torna in patria) ma la cosa tende a farmi sorridere.

Mentre mi fa riflettere la patente di ortodossia applicata a una compagine quanto mai variegata com’è quella veg-animalista, contrapposta come si conviene al trasgressivo eroismo degli amanti della trippa. Un ribaltamento utile a far passare il palese messaggio: di là gli ayatollah della morale e della salute, di qua i laici (povera laicità, non si merita di meglio che essere sventolata per rivendicare il diritto a mangiare il cotechino?)-eretici (ops: e io che pensavo fosse l’alimentazione veg. a essere considerata alla fin fine eretica tanto dalla chiesa cattolica con le sue mattanze pasquali che dai nutrizionisti tradizionali)-partigiani (suppongo impegnati in una strenua resistenza sui monti mentre le bieche truppe veg. occupano militarmente le città).

Ora, non neghiamo che, a veder le cose dall’esterno, il movimento possa assumere i contorni di una setta unitaria. Bene, non è così: il movimento ha fin troppi volti e declinazioni. Ciò che lo può accomunare semmai è una raggiunta consapevolezza che quella veg. è la scelta più razionale da ogni punto di vista (economico, ecologico, etico, politico). E uso l’aggettivo “razionale” non a caso, dato che una delle accuse più in voga tra gli anti-animalisti è quella del “sentimentalismo” (accusa spesso mossa da pulpiti che col grimaldello della razionalità giustificano gli orrori della sperimentazione animale o della devastazione ambientale). Quanto a me, sono convinto che la riflessione razionale senza l’apporto empatico del sentimento si condanna alla sterilità concettuale, così come l’impeto sentimentale non temperato dal pensiero rischia l’inconsistenza emotiva.

E faccio del tutto mia, ancora una volta, una frase di Isaac Singer, che mi pare nella sua sintesi ancora illuminante e attualissima:

This is my protest against the conduct of the world. To be a vegetarian is to disagree — to disagree with the course of things today. Nuclear power, starvation, cruelty — we must make a statement against these things. Vegetarianism is my statement. And I think it’s a strong one.

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