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Re-visioni manniane

16 aprile 2013

L’ho rifatto.

Sì, mi son rivisto Public Enemies dopo aver letto il libro di Bryan Burrough. Come al solito appena parte un film di MM, a qualsiasi numero di visione si sia giunti, il primo pensiero che batte in testa è che c’è il cinema hollywoodiano, da una parte, e quello di Mann dall’altra: un’altra lega, altre regole, altro livello di gioco.

Poi, ogni volta è come se un aspetto diverso pretendesse un’attenzione preminente. Dato che Mann surclassa tutti in tutto, la lista è lunga: potrà essere l’arte sottilmente destabilizzante della costruzione narrativa, l’utilizzo impareggiabile di sound & music, il lavoro amorevole e sfinente sull’attore, la padronanza documentaria delle procedure, l’icasticità del gesto quanto le infinite vie di fuga dell’inquadratura.

Stavolta, infatti, mi sono incantato sugli sfondi: l’azzurro di quel cielo incombente sulla prigione nell’evasione iniziale, chi ne ha visto qualcuno altrettanto bello, presente, immaginifico?; quei palazzi notturni di Chicago fuori dagli uffici dell’FBI, quale assoluto metafisico veicolano?; quelle luci su corridoi presaghi di morte, quelle ombre nei boschi insanguinati intorno a Little Bohemia…

E adesso, tutta l’aspettativa è per sapere cosa farà Mann con l’impressionante skyline e le vie brulicanti, i giorni e le notti di Hong Kong, di cui negli ultimi anni cantore massimo è stato Johnnie To. Acquolina cinefila a manetta.

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