Skip to content

We Can Be Together

9 aprile 2013

La Vale ha già parlato dell’ultimo (non per molto) libro di Loredana Lipperini, terza tappa, come al solito lucida e documentatissima, nel suo viaggio “dentro” la condizione delle donne in Italia (e non solo), in questo volger d’anni. Una carrellata per lo più agghiacciante sui ritardi culturali e legislativi di questo paese nel campo del gender.

Vorrei però qui soffermarmi su un aspetto specifico della trattazione, il rapporto della questione femminile con le istanze “naturaliste”.

Loredana rimarca giustamente il perpetuarsi di istanze reazionarie in certe frange del movimento ecologista: vedi l’appoggiarsi del percorso nella decrescita su schemi tradizionali di famiglia per cui la donna deve in ogni caso farsi carico da sola del peso di pratiche non ecologicamente impattanti. È vero: per opporsi alla logica insostenibile ed ecocida (quindi suicida) dello sviluppo, a volte si predica il ritorno nel solco della Tradizione (al singolare e con la t maiuscola), una mistica che evita di interrogarsi sul valore o disvalore delle tradizioni (al plurale e con al t minuscola), che sono plurime e di segno finanche opposto, quindi da valutare a sé per separarne il grano dal loglio. Dal vagheggiamento di un edenico stato di natura all’opzione Amish il passo è breve e il fondamentalismo in agguato.

D’altronde, il pericolo di queste derive retrive non deve portare al rischio opposto di far calare sulla mannaia su, poniamo, autoproduzione, pannolini lavabili, fasce portainfanti intese come prigioni della maternità. Perché alcuni di questi sono (tra gli) strumenti essenziali per uscire dalla spirale del consumismo, dal giogo delle multinazionali, dalla schiavitù del marchio, dalla diuturna guerra all’ambiente. Basta che il carico di responsabilità verso il proprio environment, che è del genere umano nel suo complesso, non ricada in toto, come sempre, sulle spalle delle donne e delle madri.

Quindi: serve uscire da una malintesa contrapposizione natura-cultura; e servono politiche sociali che pongano le basi di una parità effettiva, che schiodi ognuno da ruoli pre-determinati. Allora la parallela rivoluzione ecologica dei modi di consumo sarà responsabilità di tutte e di tutti, senza scuse.

Loredana descrive benissimo, tra le altre scaramucce tutte interne al fronte femminile, il muro contro muro di madri “naturaliste” e no. Bene, abbattiamoli, questi muri. Più in generale, aboliamo i compartimenti stagni tra chi lotta per un mondo migliore. Per esempio, mi lascia perplessa questa posizione di Elisabeth Badinter:

Non capisco come si possa dare precedenza alla biodiversità naturale piuttosto che all’uomo. […] La natura si evolve. Alcune specie scompaiono, niente è eterno. Non capisco il punto di vista catastrofista dei “portatori di verità” del naturalismo. Per quanto mi riguarda metto l’uomo al cuore di tutto, anche se non a ogni costo.

Non vedo qui dove sia il coraggio in uno statement che ribadisce (moderandolo solo col “non a ogni costo”) la vecchia (veterotestamentaria) e tuttora (variazione libero-capitalista) vincente ideologia del dominio dell’umano sul mondo (le cui forme poi si riflettono in quelle della sottomissione del femminile al maschile): laddove la perdita di biodiversità non sarebbe che un danno collaterale dal punto di vista dell’unico interesse legittimo, quello del sapiens. Visione antropocentrica che trascura un elemento decisivo: se perdita di biodiversità c’è sempre stata, la sua brutale accelerazione è dovuta al riscaldamento globale e alle attività antropiche senza controllo, vera e propria spada di Damocle sulla vita del pianeta in tutte le sue forme, compresa quella umana. E quel mettere “l’uomo al cuore di tutto” (separato per diritto divino o superiorità intellettuale dal resto della creazione o dell’esistente) ha provocato e provoca immani dolori e devastazioni

Allora forse bisogna smettere di farsi la guerra “tra poveri”, forse bisogna essere più generosi: indignarsi per la sottomissione della donna e dell’animale non umano; combattere la Violata di Ancona e la vivisezione; contrastare l’inferno dei CIE come la depredazione delle risorse terrestri come il dilagante “orgoglio” omofobo-razzista. Perché, in tutti i casi, si reitera lo stesso paradigma: la violenza del più forte sul più debole. E in tutti i casi, il meccanismo di difesa da parte dello status quo è simile: come del femminismo – ricorda Loredana – si tendono nella vulgata comune a sottolineare gli eccessi invece che le conquiste (quelle che diventano poi patrimonio della società intera), così è per l’ecologismo, l’animalismo e qualsiasi movimento si opponga alla logica dominante (ovvero: additate la pietra lanciata contro la vetrina ignorando la massa di persone e idee che sfilano dietro).

Come le donne dovrebbero unirsi per rivendicare diritti per tutte, invece di duellare tra di loro o di sparlarsi alle spalle (secondo la più classica sindrome della sinistra) così dovrebbero fare i movimenti, spesso autistici nelle loro rivendicazioni. Un esempio bellissimo, che molto apprezzai tempo fa (essendo questa una fissa ben nota ai frequentatori del nostro blogghino) fu uno status di Femminismo a Sud che invitava a evitare di qualificare molestatori e stupratori come “animali”, “bestie”, “maiali” et similia: un’ecologia di linguaggio che è anche di pensiero, perché è quantomeno bizzarro scagliarsi contro il sessismo perpetuando stereotipi specisti (cosa su cui insiste sempre anche Abbatto i muri: il femminismo dovrebbe “naturalmente” essere antispecista).

Ho un sogno: che i movimenti tutti, quelli civili, quelli femministi, quelli animalisti, quelli ecologisti, capiscano che in fondo la battaglia è una, e uniscano le forze per cambiare mentalità, modi di vivere, leggi. Che ci ritroviamo solidali quando c’è da dare battaglia e quando c’è da fare proposte. Una solidarietà laica, senza catechizzazioni o demonizzazioni.

We Can Be Together, cantavano i Jefferson Airplane quando l’utopia pareva a portata di mano, e oggi un po’ utopista vorrei esserlo anch’io, spiegando la volontà sulle ali dell’ottimismo, e cantarlo a gran voce con Grace, Marty e Paul.

Tear down the walls
Come on now together
Get it on together
Everybody together
We should be together my friends
We can be together

Advertisements
6 commenti leave one →
  1. Paolo1984 permalink
    9 aprile 2013 17:21

    fare la moralina “animally correct” a chi chiama “bestia” uno stupratore non è estremismo’ Vabbè..ma io non sono antispecista, mangio le bistecche senza sensi di colpa, quindi che ne so?

  2. 9 aprile 2013 19:07

    Estremismo evitare di spostare fuori dall’ambito del “maschile umano” la piaga dello stupro? Non è il caso di prendersi le proprie responsabilità? Dire che uno stupratore (o un omicida, o un pedofilo) è un “animale”, a me sembra erroneo concettualmente, oltre che sviante e auto-assolutorio (non è un uomo, non è uno di noi, è una bestia, gli uomini non fanno questo: laddove è proprio gli uomini che fanno questo con volontà e malizia, non le bestie). Insomma, è un modo di sottrarsi al confronto col male che è in noi, rigettandolo all’esterno, verso una bestialità anche qui malintesa. Se mi permetti, non penso sia una moralina, ma appunto una importante questione di ecologia linguistica e culturale.

  3. 9 aprile 2013 19:10

    (Calibano siamo noi, aggiungerei.)

  4. 9 aprile 2013 19:20

    Uno stupratore è una bestia tanto quanto uno strozzino è un ebreo. O uno che non paga mai è un portoghese.

    Essù, fatemi un’obiezione seria, una volta tanto, senza star sempre a tirare in ballo “moraline” e “anime belle” e tante, troppe cose che sento ogni giorno.

    Le cose si cambiano dal basso. E il cambiamento passa soprattutto dal linguaggio.

  5. Ale, Vale & Moka permalink*
    9 aprile 2013 20:12

    Che poi, lo sappiamo, sono definizioni incrostate nella lingua comune dall’uso tradizionale (ancora la famosa Tradizione), e spesso le si dice /scrive in automatico. Ma il linguaggio è fatto per evolversi, non per morire di consuetudine. Abbiamo davvero bisogno di dire ancora, mettiamo, “stupida come un’oca” (anche qui, sessismo e specismo, due al prezzo di uno). Per autocitarci (pardon) ancora una volta:

    Mettiamo al bando dal linguaggio quotidiano espressioni abusate e orrende del genere

    ammazzato come un cane (classico per i delitti di mafia)

    trattati come animali (riferito che sia a migranti, zingari o altri)

    sono bestie (per assassini, torturatori e simili)

    e così via. Perché squalificano anche i più nobili intenti, rivelando in filigrana un mondo di sopraffazione e disprezzo che dovremmo per sempre lasciarci alle spalle, in una visione complessiva della civiltà che non sia ghettizzata alla specie cui apparteniamo, ma rivendichi per tutti gli esseri viventi un rispetto e un’attenzione rinnovati.

Trackbacks

  1. Intersezionando | V(ale)ntinamente

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: