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Di mamma ce n’è troppa

11 marzo 2013

Loredana Lipperini

Di mamma ce n’è più d’una

320 pagine, Feltrinelli.

Con questo saggio si conclude la trilogia dedicata da Loredana alla condizione delle donne. Dopo il viaggio nei territori di un’infanzia rigenderizzata e sempre più sessualizzata, l’excursus sulla difficoltà di vivere (letteralmente) per le vecchie, approdiamo ora nell’ambito più mitizzato, più ferocemente regolato e imprigionante nella vita delle donne: la maternità.

Perché diventare madre oggi è forse l’unica aspirazione che le donne (giovani e meno giovani) sembrano dover avere senza sensi di colpa, senza accuse di snaturare la propria essenza. Una scelta obbligatoria. Fare figli. E annullarsi per loro, perché il tuo corpo gli appartiene.

Lo scenario descritto da Loredana non è solo desolante, non è solo disperato (tanto più perché reale, basta affacciarsi alla finestra per rendersi conto di quanto sia vero). È agghiacciante.

Si parte con la mitizzazione del materno. Si prosegue con il matrimonio (passo importantissimo che ha lo scopo di stabilizzare la vita – ma quando, ma come, ma perché?). E poi tutto il florilegio sui miti (falsi) del parto. Basti citare la nostalgia di antico che permea certi fautori del parto “naturale” (come se il parto non fosse la maggior causa di morte delle donne, anche solo cento anni fa).

E se mi è consentito, devo purtroppo ritirare quanto dicevo in occasione dell’uscita dei precedenti volumi: il cambiamento lo vedo sempre più lontano, sempre più difficile. Perché non si tratta di prendere le donne e condurle (anzi, farsi condurre da esse) verso un futuro di libertà e parità. Si tratta di essere in pochi, pochi (maschi e femmine insieme) contro un oceano di insensatezza e folle allegria anti tutto: anti femminista, anti lavoro femminile, anti biberon e così via, un cocktail di idiozie populiste mescolate e servite ad arte, una gabbia dorata accettata con gioia dalle donne stesse, e imposta anche a chi in quella gabbia non vuole entrarci (per citare da uno degli interventi riportati nel libro).

Io davvero, sono terrorizzata.

Ho sempre detto che non voglio figli per la paura del parto. Non lo nego, io non voglio soffrire, non ne ho nessuna intenzione, non è nei miei piani. La sofferenza per me va evitata, sempre e comunque.

Ma adesso non si tratta più solo di cercare l’ospedale che mi farebbe partorire con l’epidurale (per esempio: Fatebenefratelli, sull’isola Tiberina, il 90% dei parti avviene con l’epidurale).

Io non voglio nemmeno allattare, non fa per me, non fa per me nemmeno fisicamente. Io non voglio alzarmi di notte perché il pupo urlante non ne vuole sapere di dormire. Io non voglio dover sorbire il contatto e le discussioni con le mamme dei compagni di classe del ragazzino. Soprattutto, io non voglio essere una “mamma”.

Mamma. Un termine che mi riempie il cuore di tenerezza quando penso a mia madre, parola che uso solo e solamente con lei, e che mi fa traboccare di fiele quando lo sento in ogni altro contesto.

Perché una pubblicità (pensata da uomini per altri uomini cui del materno non frega niente se non nella misura che porterà loro soldi) deve dirmi “mamma!”. Perché i dirigenti e le maestre della scuola devono interloquire con me usando il termine “mamma”? Non è un abbassamento, in un certo senso, un’addomesticamento del mito? Il mito tanto ostentato e foriero di potere della Madre creatrice. Siccome la Dea Madre è potente e fa paura, allora facciamola diventare mamma. Le mamme. Mi farebbe disgusto, essere additata nel gruppo indistinto delle “mamme”, quando in italiano il genitore di sesso femminile ha un nome ed è MADRE, e tu scuola, che fino a prova contraria (o alla prossima riforma disastrosa) sei un istituto statale, hai il dovere di usare la parola “genitori”.

Il potere della maternità, si diceva. Buona parte dei problemi di questo paese verrebbero risolti, dice Loredana, se ci fosse una reale cessione del potere, un po’ come in Svezia. Ecco, bisognerebbe cedere questo potere ai maschi. Sento già il coro, noooo, hanno già potere su tutto, mo’ pure questo? Sissignore, pure questo. Perché questo potere ha la puzza acida del latte andato a male, questo potere ha le stesse vie di fuga delle suore rinchiuse in convento (e quante contro la propria volontà?).

Date i figli agli uomini, ma non nel senso antico di partoriteglieli. Dateglieli in braccio, fate allattare loro, fateli cambiare a loro! Che la maneggino un po’ anche loro, la cacca che siamo costrette a mandar giù noi donne ogni giorno! Che siano loro a sentire le idiozie dei consigli di classe!

Ho finito.

No, non ho finito, in realtà

In realtà questo libro, da cui è partito tutto il mio discorso, è – credo – ancora più importante dei precedenti, ancora più c’è il bisogno, la necessità vitale di farlo girare, di trovare alleati anche e soprattutto tra i maschi (che mi dicono si assumerebbero ben volentieri la loro parte di “potere”). Loredana ha la capacità di far aprire gli occhi sulla realtà tangibile. Ha anche la capacità di far incazzare per bene.

So che sta lavorando su un nuovo libro, a quattro mani con Michela Murgia, stavolta.

In attesa della prossima incazzatura (non vedo l’ora di averlo, il nuovo Lipperini-Murgia!) comprate e diffondete Di mamma ce n’è più d’una.

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6 commenti leave one →
  1. Paolo1984 permalink
    24 marzo 2013 18:36

    sinceramente penso che una donna che vuole diventare madre non debba vergognarsi di niente così come una che non vuole, non c’è niente di male nè ad allattare al seno nè ad usare il biberon, ci sono tanti modi di essere brave mamme, bravi papà, bravi genitori, e non c’è niente di male se una donna non voleva, mai avrebbe pensati di e poi cambia idea, succede pure questo..quanto al termine “mamma” è uguale a “papà” non c’è niente di terribile a usarlo.
    Anche a me le polemiche sulla eccessiva “medicalizzazione” del parto mi lasciano interdetto: se una vuol partorire in casa, o crede nelle medicine alternative o quant’altro liberissima, ma il parto in ospedale è statisticamente il più sicuro e l’epidurale per chi la vuole si può fare solo lì.
    Quanto ai padri..il problema è che alcuni di loro questo “potere” lo chiedono anche con metodi discutibili (e non sempre con sincerità, secondo me) solo dopo la separazione. Perchè non c’è una associazione di padri lavoratori che chieda congedi di paternità accanto a quelli di maternità? Perchè molti esponenti del mio sesso si ricordano di avere figli 8se se lo ricordano perchè non è detto) solo dopo una eventuale separazione?

    • Paolo1984 permalink
      24 marzo 2013 18:54

      ci sono tanti modi di essere brave mamme, bravi papà, bravi genitori,”
      e vi sono anche genitori non bravi quando non indegni..genitori che trascurano gravemente i figli o al contrario li soffocano credendo di far bene, insomma non è facile…ovviamente di entrambi i sessi

      su paterno e materno e sul “potere della madre” che pure esiste mi sembra interessante anche quanto dice questo post, al di là della polemica con un’altra blogger che conduce:
      http://massimolizzi.blogspot.it/2013/03/laffido-dei-figli-nel-patriarcato.html

      per ricordarci che c’era un tempo in cui questo “potere” aveva dei limiti belli grossi, e che oggi, bene o male, sono stati fatti notevoli progressi nel diritto di famiglia

      • Paolo1984 permalink
        25 marzo 2013 01:01

        penso comunque che il blog Abbattoimuri abbia ragione o non tuttii torti quando affronta altri argomenti, non credo che ogni critica che fa ad una parte del femminismo sia errata, ma quando parla di separazione..qualcosa mi lascia perplesso

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