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Negare il genere

27 novembre 2012

Ne abbiamo parlato anche in altri post.

Ne discutiamo fra noi.

E nel nostro piccolo cerchiamo di dare un modesto contributo.

Il genere.

Nella critica cinematografica, vivaddio, una sessantina d’anni fa ragazzi come Chabrol, Godard, Rohmer, Truffaut e Co. iniziarono a scrivere a chiare lettere sulle colonne dei Cahiers che il cinema hollywoodiano “di genere” (Hawks, Aldrich, Fuller, Ray), era autoriale quanto e più del cinema “di contenuti”. Questo ha fatto sì che la critica più avveduta abbia imparato (con più o meno ritardo) a evitare le follie dell’epoca, dove i recensori si permettevano di trattare Hitchcock da cialtrone del film di suspense. Certo ancora oggi nella critica quotidianistica (in quel che ne rimane, almeno) si possono cogliere castronerie assortite sull’action quanto sul fantasy, ma in generale la lezione dei “giovani turchi” ha fatto scuola.

Altrettanto non pare essere avvenuto nell’ambiente letterario, dove troppo spesso capita di imbattersi in pregiudizi duri a morire, nonostante l’incredibile obsolescenza delle distinzioni tra letteratura “alta” e “di genere”. Vero è che su questo ritardo tutto (o quasi) italiano agisce la mancanza di una tradizione pervasiva come quella anglosassone (nonostante le a ben vedere numerose eccezioni), ma che nel 2012 dobbiamo essere ancora costretti a sentire certe cose è davvero sconfortante.

Ultimi esempi. L’omaggio a Chiara Palazzolo cui abbiamo assistito qualche settimana fa alla Casa delle letterature. Dove, quando si passava dai commossi ricordi personali alle considerazioni sull’opera di una delle più significative firme del fantastico italiano, si coglieva sempre una sorta di imbarazzo a collegare i romanzi della Palazzolo alla letteratura cosiddetta “di genere”. Niente: a parte interventi balsamici come quelli di Gianni Romoli (che ha dovuto ricordare quella che dovrebbe essere una banalità, ovverosia la straordinaria fioritura dell’horror cinematografico italiano, da fine anni ’50 a inizio ’90) e Loredana Lipperini (che una volta di più ha dovuto rimarcare una evidenza a quanto pare per niente evidente, cioè che autori come Stephen King e Murakami lavorano a diverso titolo nel campo comune del macrogenere “fantastico”), era tutto un florilegio di distinguo, di excusationes non petitae, di “trascendimenti” del “genere”*, da cui emergeva in controluce la convinzione che quest’ultimo sia da identificarsi senza fallo con le sue declinazioni più cheap e “degeneri”, per cui chi scrive bene, chi coltiva ambizioni di “forma e sostanza” invece possa invece ascendere da quel limbo di natura ambigua verso le vette luminose della letteratura tout court. Laddove nessuno, immaginiamo, circonderebbe di tali iperboliche precauzioni qualsivoglia discorso sulla letteratura “mainstream”, in cui d’altronde immaginiamo si possa riscontrare un similare rapporto statistico tra capolavori e brutture.

Poi, proprio ieri, in una discussione a Fahrenheit sulle riduzioni per l’infanzia dei classici, un’ospite ha reiterato la stessa identica visione razzistica (riversata a egual titolo sulle opere e sui suoi fruitori) citando con nonchalance i soliti libri “di genere” come contentino per chi proprio non c’arriva, alle altezze della cultura – provocando l’immediata e benedetta reazione della stessa Lipperini in difesa del vil razza dannata e dei suoi, di classici.

Certo, ormai sono in arrivo generazioni più giovani e avvertite, che non badano al colore della pelle e della copertina dei libri, eppure noi, ingenui, continuiamo a stupirci di tali invincibili sclerotizzazioni del pensiero da parte di uomini e donne il cui pensiero dovrebbe essere vigile e scevro da tabù. A tal punto che ci sembra di rinvenire origini psicanalitiche in questa sindrome di negazione del “genere”.

* Categoria questa amata quant’altre mai anche dai critici cinematografici, applicabile indiscriminatamente a Kubrick o Tarantino, laddove il film “di genere” si trasforma come per magia in film “d’autore”. Si mette l’abito buono per entrare in società, insomma.

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