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Normalità e straordinarietà, giustificazioni e arroganza

30 maggio 2012

Sarà un post travagliato, e un’anticchia incazzato (ogni tanto concedetemelo, sennò scoppio).

Vorrei andare con ordine, quindi iniziare a elencare diverse opzioni, che saranno più o meno (e più o meno immediatamente) collegabili tra loro.

Iniziamo con le opposizioni.

Ecologista e no.

Ambientalista e no.

Vegetariano, vegano e no.

(Eh, vabbe’, per quest’ultima c’è il termine onnivoro, ma per il discorso che sto facendo non è pertinente)

Animalista, infine, e no.

Potrei esulare dall’aspetto eco-ambientalista ed entrare nel sociale, con femminista e no, ma anche razzista e no, estremista e no, gay e no.

Una categorizzazione che punta a denigrare, più che definire. Lo so, non è la realtà, non è una verità oggettiva. È come le cose vengono percepite. Definire determinate categorie rispetto alla “normalità”, dando loro anche una lieve connotazione negativa.

Cos’è la normalità?

Secondo la società mangiare carne è ormai la normalità. Non era la normalità cinquanta anni fa, se non per i ricchi. Oggi ringraziando gli allevamenti intensivi e l’alienazione del mondo naturale, è diventata la normalità. È talmente tanto normale, che quando dici “non mangio carne” susciti immancabilmente delle reazioni. Però il pesce lo mangi? Ma va, e perché non mangi carne? Per non passare ai peggiori, Ah, ma è contro natura. Ah, ma allora non dovresti mangiare nemmeno le povere carote. Il dichiarare di essere vegetariano suscita una reazione di inconsulto terrore alla minaccia della “normalità”. In fondo, nessuno va a indagare sui motivi per cui una persona ascolta solo musica colta, o solo pop commerciale. Nessuno va a dire ai fan della Pausini Ah, ma è contro natura ascoltare solo Pausini ed Eros. Chiunque bollerebbe questa affermazione tutt’al più come banale provocazione. Bisognerebbe piuttosto aprire una discussione su cosa sia “naturale” o no, dalla famiglia, alla società, agli stili di vita, allora sai che divertimento.

Passiamo ad altro. Ultimamente ci sono state diverse dichiarazioni, in televisione e sui giornali, da parte di eminenze ecclesiastiche, sul fatto che con i soldi che spendo per i miei randagetti potrei salvare i poveri bambini affamati nel terzo mondo. A parte che io non vado a sindacare su come il prete spende i suoi soldi (ma se proprio insistono, avete idea di quanto costi un calice da messa? Io sì. Costa tanto). Chiunque si infastidirebbe se andassi a dirgli (o a dirle) come spendere o non spendere il proprio denaro. Senza contare il fatto che io non posso, non posso assolutamente “salvare” i bambini poveri che muoiono di fame nel terzo mondo. Non sono dio, non sono un capo di stato, non sono un medico e salvare vite umane va oltre le mie capacità (e comunque, non mangiando carne, già do il mio contributo a ridurre lo spreco folle di risorse che è se non altro una concausa nello squilibrio alimentare globale).

Altro salto. La carità. Mi reputo una persona empatica. Mi reputo una persona fin troppo empatica. La madre che teneva in braccio la sua bambina catatonica, alla gastronomia nell’ipermercato, mi ha fatto piangere tanto quanto la madre gatta che continuava a portare il cadaverino della figlia nella cuccia. La mia compassione non cresce a seconda del presunto QI dell’essere che mi sta davanti, come troppo spesso mi capita di constatare. La mia compassione riguarda tutti, sapiens o no. Più per i no, però, giacché i sapiens hanno molti diritti e molte tutele (non tutti, non abbastanza, certo), i non sapiens no (a parte pochi fortunati).

C’è una cosa che mi manda in bestia, della gente cattolica e religiosa in genere. Si reputano tutti (o meglio, molti di quelli che conosco io) gli unici veri depositari della carità (oltre che della verità, ça va sans dire). Sono loro esclusive, la carità, l’amore. Solo loro sanno amare il prossimo loro come sé stessi. E sì, spesso e volentieri sono gli stessi che si danno la mano a messa e si parlano alle spalle sul sagrato. Sono quelli che mangiano agnelli a pasqua (sangue, morte e dolore per festeggiare una rinascita?), comprano uova da allevamenti intensivi, e se non c’è il maialino da latte al tuo matrimonio sei una pulciosa matta che non rispetta le tradizioni. Loro. I “normali”.

Quindi ecco che tutti gli -isti, che siano ambientalisti, ecologisti, vegetariani (seguaci del vegetarianismo), femministi, devono star lì a giustificarsi. Devono, agli occhi dei “normali”, spiegare il motivo della loro devianza. Tutto questo è arrogante e presuntuoso. Presumete che voi non -isti siate i normali. Solo perché per definirvi non avete termini. Come puoi dire “non animalista”, usando una sola parola? O “non ambientalista”? Inquinatore? Distruttore? Genocida?

Noi ci pensiamo fin troppo alle nostre azioni (grandi e piccole, quotidiane e no), a quello che provocano, a ciò che danneggiano. Qualche volta, come esercizio di carità, pensateci anche voi. Pensateci, se avete qualcosa di cui giustificarvi. Non stiamo qui a minacciare inferni, come voi. Siamo qui, tutti i santi giorni, a cercare di immaginare un modo di vita diverso, più giusto, più umano (provando finanche a dare a questo abusato aggettivo un senso nuovo), più compassionevole, senza confini di razza o specie, in cui i peccati (laici) sono la noncuranza, la superficialità, la presunzione.

Chi sono quelli strani?

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