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Abitare nello schermo

15 maggio 2012

Alla fine, rifletto, i film che più amo rivedere sono dei luoghi accoglienti, luoghi da visitare, e poi da (ri)vivere coi sensi, siano la casa di Arsenico e vecchi merletti o la città di Intrigo a Stoccolma.

Jean Renoir ricordava di essere “un citoyen du cinématographe”, un abitante di immaginifiche città srotolate e confuse nel buio della sala. Il fascino sta nel riconoscersi vittime della stessa allucinazione: un turismo visivo che ci fa abitare tutte le città della terra in “quella presenza dell’assenza” di cui il cinema, prima della grandi comunicazioni, ci ha rivelato la smisurata ampiezza. (Marco Bertozzi, L’occhio e la pietra)

Ma anche…

(A proposito di una foto di Charles Clifford): “questa fotografia antica mi commuove perché, molto semplicemente, è lì che vorrei vivere… Per me le fotografie di paesaggi devono essere abitabili, non visitabili… Il mio desiderio è fantasmatico, esso nasce da una sorta di veggenza che sembra portarmi avanti, verso un tempo utopico, o riportarmi indietro, non so verso quale regione di me stesso… Dinanzi a questi paesaggi prediletti, è come se fossi sicuro di esserci stato o di doverci andare. (Roland Barthes, La camera chiara)

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