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These are the songs of my life: Before and After Edition (I)

11 maggio 2012

Ci stanno i Genesis “di” Peter Gabriel e quelli “di” Phil Collins, per quanto la semplificazione sia insufficiente a comprendere il passaggio, che è poi quello più generale dai tronfi  trionfi progressive all’impervio traghettamento di quelle sonorità attraverso la tempesta perfetta del punk per approdare alle luccicanti sponde pop degli Eighties. Comunque, tra i genesisiani, ci stanno quelli duri e puri che non vanno oltre The Lamb Lies Down on Broadway, gli hackettiani che reggono per i due album seguenti (che son perfettamente prog, tra l’altro, e in effetti semmai è la fuoriuscita di Steve il discrimine principale), quelli che tollerano la semplificazione del sound dei due ancor dopo, ma gettano la spugna con Abacab, e quelli che invece si aggrappano ancora agli sprazzi di classe di Genesis e Invisible Touch, e sopportano di tutto per strappare ai tempi nuovi addirittura le suitine fuori tempo massimo di We Can’t Dance. Non conosco nessuno che ha retto quando è arrivato quell’altro, questo è certo.

(Le mie due preferite: Gabriel Era/Collins Era)

Passando dai maestri ai loro allievi più celebri, ci stanno i Marillion “di” Fish e quelli “di” Steve Hogarth, e il discorso è più o meno simile. I talebani come l’amico Spiderman (di cui aspettiamo gli strali) chiudono la pratica nell’88, e chi s’è visto s’è visto, per gli altri il brand è più forte del cambio di facciata, e in effetti il caso di rinnovamento nella continuità del gruppo scozzese è uno dei più interessanti che si ricordino, i primi album hogarthiani sono in tutto e per tutto all’altezza dei precedenti, e i cinque prodi continuano ancor oggi (pur con discontinuità di risultati) a portare alto il vessillo di un prog contaminato e orgoglioso. Vale, per esempio, a cui li ho fatti scoprire io, e quindi è vergine delle battaglie ideologiche di qualche decennio fa, preferisce il piacione con l’H, pur apprezzando anche il bell’uomo col kilt. Il dibattito sulle scelte di campo è aperto.

(Le mie due preferite: Fish Era/Hogarth Era)

5 commenti leave one →
  1. 11 maggio 2012 15:16

    H è(ra) un figo, se lo può permettere, di piacioneggiare… Ma come ti dicevo giorni fa, non capisco il livore che leggo ancora sui commenti sul tubo: non è mica stato H che ha cacciato via il bell’uomo in kilt.

  2. spiderman permalink
    12 maggio 2012 17:16

    I talebani sono talebani e io lo nacqui!
    In effetti per quanto riguarda i Genesis, nessuno mi tocchi il periodo Gabriel nè il periodo Collins mentre invece il turnista non c’entrava niente … e si è visto!
    Per i Marillion, il mio comportamento è stato da amante tradito nonostante il piacione non c’entri niente come giustamente osserva Vale. Indipendentemente dall’amore tradito, è un fatto che fino al 1988 trattasi di capolavori, dopo il 1988 solo musica orecchiabile, talvolta semplice pop, a detta della stragrande maggioranza dei fan … ma è un talebano che parla!

  3. 13 maggio 2012 20:23

    La si aspettava con ansia.
    Immaginavo il suo punto di vista, epperò, epperò io vorrei davvero sapere cos’ha “Season’s End” in meno di qualsiasi album fishiano. D’accordo, “Holydays in Eden” è un album più poppeggiante, seppure a grandi livelli, ma “Brave” è un concept che non ha nulla da invidiare ai capolavori del genere, e “Afraid of Sunlight” contiene perle preziosissime. Dopo, concedo che il percorso si fa più accidentato, ma in tutte le prove, ascoltando con attenzione, insieme a canzoni più sfocate ci sono sempre cose notevoli da sentire, fino a tempi recenti.

    • spiderman permalink
      15 maggio 2012 13:58

      Quando il piacione si limita ai testi e Kelly/Mosley/Trewavas/Rothery si dedicano alle musiche, rimangono i Marillion (infatti i vinili che tu citi li ho), quando il piacione si butta sul pop ….
      Ma io sono talebalmente Fishiano e quindi poco imparziale!

  4. 15 maggio 2012 14:19

    Non lo sapessi…

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