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Decrescita e hybris

28 febbraio 2012

Ieri “Il Post“, la testata on line di Luca Sofri che, oltre a proporre pezzi originali, “aggrega” articoli scelti da altri giornali e pagine web, pubblicava – nell’ambito di un dibattito in corso sullo scottante tema della decrescita – un contributo di Sandro Veronesi già uscito sul “Corriere della Sera”.

L’articolo di Veronesi è molto interessante, molto chiaro, molto ragionevole, direi, e per quel che la mia intelligenza limitata consente, lo condivido in toto. Ovviamente è discutibile, come ogni esposizione di idee, e vanno infatti a discuterlo criticamente diversi commenti sottostanti.

Quello su cui vorrei soffermarmi è il primo. Citando una frase in particolare (“l’introduzione dell’asbesto nei materiali da costruzione, cioè dell’amianto, è stata senza dubbio una grande innovazione, in termini di prestazioni coibentanti fratto costi di produzione — peccato però che ci fosse un altro problema.”), il commentatore non solo va ad accusare lo scrivente di “luddismo” – e vabbeh – ma si sente autorizzato a dargli papale papale del “fallito”.

Ora, a me l’affermazione di Veronesi pare incontrovertibile, da qualsiasi parte la si prenda: il concetto – per come lo interpreto io – è che l’idea di crescita, come si è sviluppata durante l’età industriale, ha anteposto il profitto a qualsiasi considerazione sul proprio impatto ambientale, e nella sua corsa inarrestabile ha scavalcato norme cautelative e semplice buon senso, provocando morte e distruzione nella popolazione umana e non umana.

Che una considerazione del genere possa essere tacciata di luddismo a me sembra quantomeno bizzarro: dire che un processo industriale ha degli effetti mortali, perché non si è valutata per tempo la pericolosità di un materiale in esso utilizzato, espondendo così operai e fruitori dell’amianto al suo influsso cangerogeno,  non vuol dire necessariamente puntare alla distruzione in toto dell’industria. Ma l’obiezione luddistica è un’opinione, e va rispettata.

Quando però, proprio per aver espresso un’opinione non condivisa, si va a qualificare qualcuno come “fallito”, allora è tutto un altro paio di maniche. Da una parte siamo sempre nel solito paradigma berlusconiano dell’insulto preventivo: chi mi critica è invidioso, chi mi attacca è comunista, chi vota in un certo modo è un imbecille, chi pensa in un certo modo è uno sfigato. L’uomo ha fatto un passo indietro, ma il virus che ha inoculato è in circolo, inarrestabile.

Dall’altra parte, mi pare di rintracciare in questo tipo di reazioni inconsulte una specie di riflesso condizionato, ahimé quanto umano, per cui chi osa affermare che forse è il caso di fermare la deriva metastatica del progresso e ripensare il nostro rapporto con la produzione, il commercio, il consumo, sta attentando alle magnifiche sorti dell’umanità in toto. Un atteggiamento che forse è il caso di superare, se si tiene davvero alla sopravvivenza della razza umana.

Ps Leggevo proprio ier sera su L’infinito di John D. Barrow una nota interessante, a tal proposito:

Steven Brams e Marc Kilgour hanno proposto un’interessante analisi basata sulla teoria dei giochi delle differenti strategie e conseguenze che si determinano in condizioni competitive in cui i giocatori adottano prospettive limitate (nel futuro) o illimitate. Quando i giocatori si dispongono a fare progetti per il futuro lontano sono più inclini alla collaborazione, mentre quando adottano una prospettiva più limitata agiscono in modo meno responsabile e meno morale.

Se la prospettiva è appiattita più che mai sull’oggi, il domani ce lo scordiamo proprio.

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