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A Week End with Edgar, Clint & Michael

9 gennaio 2012

Ci siam concessi un fine settimana di schietto stampo hooveriano.

Con la visione di J. Edgar, ultimo fascicolo della Storia fantasmatica d’America a puntate secondo Clint.

Con la (doppia) revisione di Public Enemies, che già teneva in nuce l’altro, con gli sguardi furtivi tra pubblico e privato di Hoover e Tolson.

Mondi che si scontrano: se da un verso è sempre rinfrancante confrontarsi col periodare terso e ambiguo al tempo di Eastwood, dall’altro, non c’è niente da fare – la sublimazione dell’immagine allo stato gassoso operata da Mann ha un effetto di meravigliosa tossicità, e  – dopo, intorno – sembra che non possa regnare altro, nell’impero dei sensi.

I flashback di J. Edgar celebrano le esequie di un secolo, le fiammate dei Tommy Gun di Public Enemies illuminano il futuro del cinema.

5 commenti leave one →
  1. 10 gennaio 2012 13:17

    Da esperto del settore che parere ti sei fatto su J.Edgar? Io l’ho trovato un po’ macchinoso, da un certo punto di visto troppo cerebrale ad dire la verità forse ero io che durante il film smacchinavo nella mia testa per capire cosa volesse raccontare Eastwood, forse sono stata l’unica a non cogliere!
    Mi affido al parere dell’esperto per far luce sulla vicenda e comunque sappi che ho un fascicolo su tutti i vostri gatti e sulle loro relazioni bolsceviche e clandestine e che se non mi rispondi lo manderò alla Padania!!=^-^=

  2. 10 gennaio 2012 14:21

    Cedo prontamente al ricatto. Dunque, sul cosa voglia raccontare io direi che ci sono due agende al lavoro: da una parte Black in sceneggiatura che vuole continuare nella scia della sua controstoria gay Usa, dopo Milk; dall’altra Eastwood che fa suo il progetto e, plasmandolo, ne ricava un altro tassello nel suo disvelamento degli ingranaggi del potere, visto dall’altra parte dello specchio (vedi Potere assoluto). Quindi la paranoia del controllo e l’ossessione del rimosso di Hoover che si fanno cartina di tornasole per togliere il velo da decenni di storia americana, rispecchiando senza soluzione di continuità pubblico e privato (un grande dossier Hoover, quindi, quasi un’ultima nemesi dell’infinita teoria di dossier da lui fabbricati dietro lo schermo Fbi). E, alla fine, in profondo, un’altra ballata di spettri, come Mezzanotte nel giardino del bene e del male, di figure ai confini con la dissoluzione che lottano per mantenere un controllo sugli eventi, sulla cosidetta realtà, che invece sfugge sempre (e infatti i flashback “pilotati” da J.E.H., si rivelano inattendibili, inestricabili miscellanee di verità e fiction). Come sempre in Clint, trasparenza e ambiguità vanno a nozze, tutto sembra fluido e centrato, e tutto slitta verso l’opaco, le stratificazioni di senso, l’inconoscibile.

  3. 10 gennaio 2012 15:02

    Quindi quell’effetto che ho percepito era voluto! In effetti per tutto il film ho avuto la sensazione che Hoover fosse sempre in procinto di levarsi una maschera, anzi che portasse una maschera raffigurante il suo vero volto ma che “fingesse la verità” in modo esasperato senza mai mostrarla.
    L’espediente di scrivere su dettatura la propria biografia rende il tutto ancora più finzione, più mascheramento della verità, eppure è in quei racconti che si coglie lo spiraglio della menzogna.I flashback non filtrati da Hoover diventano ancora più ambigui e invece di far luce su tutto il resto aumentano il vortice di trasparenza e ambiguità.
    Mi rimane comunque il dubbio che vi sia una certa confusione non voluta, ma forse si tratta di un limite mio!!Grazie Ale

  4. 10 gennaio 2012 16:39

    Questa è la mia lettura, poi ognuno può vederla a suo modo, ovvio. Su “Micromega” on line trovi un’ottima recensione del mio amico Giona A. Nazzaro, che è uno dei maggiori esperti di Eastwood in Italia, e sa leggerlo benissimo, se vuoi approfondire.

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