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(Ri)pensare il domani

28 ottobre 2011

In giorni come questi, mentre stiamo diventando 7 miliardi su un pianeta che è sulla via per esaurire le sue risorse (giorni simbolici, l’Overshoot Day, il 7 Billion Day, atti a ricordarci a che punto siamo, e dove stiamo andando), mentre non si fa che parlare di crisi e default, è bene aprire le orecchie, aguzzare la vista, concentrare mente e sensi, all’unisono.

Ci sono un paio di penne che leggo sempre con profitto, e oggi vorrei, come esercizio di riflessione, riportare qualche riga di loro articoli più o meno recenti, che mi pare ci dicano qualcosa di essenziale per pensare un nuovo futuro, liberato dal peso stantio di troppe parole e concetti vetusti cui i nostri neuroni sono sottoposti quotidianamente.

Adriano Sofri:

Da Ippocrate in poi, la crisi annuncia la rovina, o la convalescenza. Risuona un´unica invocazione: La Crescita! Però non occorre essere adepti della Decrescita per sentire che “la crescita” può voler dire cose diverse, e se ne volesse dire una sola, riprendere come se niente fosse dal punto cui eravamo arrivati, sarebbe impossibile e cieca. Eppure la crisi è la migliore, forse la sola, occasione per proporsi seriamente una conversione del modo di produrre e di consumare, e dei modi di vivere. Al contrario, i più sembrano pensare (ammesso che ci pensino) che il cambiamento di abitudini sia un lusso da tempi grassi, e che la crisi confischi le scelte alternative, o le riduca tutt´al più a divergenze sugli espedienti per passare la nottata: due scuole di chirurgia rivali, una che predilige l´operazione azzardata e riuscita (e il paziente morto), l´altra che prova a combinare bisturi e rianimazione. La chiamo conversione, perché di questo si tratta, di un cambiamento di vita, e non della sola riconversione da una produzione e una merce a un´altra produzione e un´altra merce. Che la conversione abbia un senso religioso non nuoce affatto, perché la posta è qualcosa di sacro, come il rapporto fra gli umani, le altre creature, e il pianeta. […] Viene un momento, nella esistenza personale e in quella del genere umano, in cui scelte e fatti compiuti accumulati sono così pesanti da impedire di “cominciare daccapo”, e anche soltanto di cambiare significativamente strada. Si vede che lo si deve fare, ma non lo si può più fare. Né per propria scelta razionale (la cosa più improbabile) né perché la situazione di necessità costringe. Siamo a questo punto?
Il feticcio della crescita indiscriminata ha, lui sì, portato già a una decrescita forzosa e mortificata, e tutt´altro che provvisoria. Molto prima del 2007 o del 2011 eravamo avvisati che stavamo vivendo ben al di là delle nostre possibilità. La Crescita – la scrivo maiuscola, in omaggio alla stranezza per cui tutti la pronunciano come se sapessero davvero che cos´è – è come la carota che penzola davanti al muso del somaro bastonato dal carrettiere. Il somaro sta per stramazzare, e il carrettiere lo bastona più di prima. Questa “decrescita”, recessione e impoverimento, si misura già sul metro di famiglie e individui che riducono i propri consumi, per necessità o paura del futuro. Vedremo come la restrizione si tradurrà in una modificazione nella scala dei desideri e dei valori. Che cosa, cioè, venga sentito come “superfluo”. (Mi viene in mente quella “riduzione dei consumi” che sperimentano città assediate decimate e affamate, come Sarajevo: e la commovente combinazione che in quegli stremi molte donne cercavano fra il pane e le rose). La nostra civilizzazione è questo, la scelta di qualcosa di preziosamente superfluo che, una volta che esista, diventa indispensabile, e preclude il rientro in altre possibilità – se non altro per l´energia che ha dissipato e per lo scarto ingombrante e inquinante che lascia. […] La crisi non è se non la velocità bruscamente vertiginosa che ha preso il guazzabuglio ingovernato che chiamiamo, ormai pigramente, capitalismo. Non si sa se ridere o piangere a sentire che “il sistema mondiale” andrà a fondo o no nel giro del prossimo mese, delle prossime settimane, delle prossime ore. Ma la crisi è la sfilata in cui il re col suo codazzo di cortigiani esce finalmente a mostrare ai sudditi la meraviglia del suo abito, e il bambino screanzato che non tiene gli occhi a terra esclama: “Ma è nudo!” Permette di guardare come un bambino – dopo essersi sfregati bene gli occhi, dopo una lunga pesante dormita – le cifre degli armamenti, o l´ingaggio daghestano di Eto´o, o le automobili ferme che abitano le città e ne sfrattano gli umani, e di esclamare che è una cosa da pazzi. Occorre coraggio per affrontare dentro la crisi l´idea di un altro modo di muoversi, di abitare, di impiegare il vento e la monnezza e il tempo, di imparare e insegnare. Ma è difficile che un paese come l´Italia (o come la Grecia, cui bisogna intanto volere bene) ne esca se non puntando a fare, meglio che sa, le scelte che la terra intera ha bisogno di fare – e qualcuno ha cominciato.

Guido Viale:

La crescita di cui parlano gli economisti – e di cui blaterano tanti politici – è la ripresa, accelerata, del meccanismo che ha governato il mondo occidentale nella seconda metà del secolo scorso e che oggi torna a operare, tra l’invidia generale, nei paesi cosiddetti emergenti (i quali hanno ritmi di “sviluppo” accelerati solo perché sono partiti da zero, o quasi); mentre da noi quel meccanismo è ormai irripetibile anche in paesi considerati “locomotive” del mondo. Vorrebbero tornare a moltiplicare la produzione di automobili, di elettrodomestici, di gadget elettronici, in mercati ormai saturi e gravati da eccesso di capacità (vedi il fiasco di Marchionne); di moda e di articoli di lusso in un mondo in cui i ricchi non sanno più che cosa comprare perché hanno già tutto e di più (mentre le produzioni a basso costo sono state delocalizzate in paesi emergenti; per cui ogni eventuale, quanto improbabile, aumento dei redditi da lavoro non avrebbe comunque conseguenze sull’occupazione in Occidente); di turismo in ambienti naturali sempre più degradati e – soprattutto: questa dovrebbe essere la “molla” della ripresa – di “Grandi opere”. Si tratta di un modello di impresa fondato su finanziamenti pubblici (spesso contrabbandati come finanza di progetto); su catene senza fine di subappalti (con conseguente corruzione, evasione fiscale, caporalato e mafia: non sono guai solo italiani); guasti irreversibili ai territori; inganni e violenze sulle popolazioni locali per imporre l’opera per poi, alla fine dei lavori, destinare all’abbandono territori e tessuti sociali degradati. Il TAV in Val di Susa ne è il paradigma. Per la protezione dell’ambiente, invece, niente. Dicono che per favorire il ritorno alla crescita va – “temporaneamente” – sospesa. Così si succedono i summit mondiali che non decidono niente, mentre il pianeta corre verso il collasso. Per l’equità – tra paesi ricchi e paesi poveri; tra ricchi e poveri di uno stesso paese; tra l’oggi e le generazioni future – meno ancora. […] Per far fronte alla crisi – che è innanzitutto crisi delle condizioni di vità della maggioranza della popolazione – valorizzando le risorse che territori, comunità e singoli sono in grado di mettere in campo – ci vuole invece una vera politica economica e industriale; che oggi non può che essere un programma di riconversione ecologica di consumi e produzioni, tra loro strettamente interconnessi. Non c’è spazio – né ambientale, né economico, né sociale – per rilanciare i consumi individuali: generazione ed efficienza energetiche, mobilità sostenibile, agricoltura e alimentazione a km0, cura del territorio, circolazione dei saperi e dell’informazione (e non della patonza) non possono che essere imprese condivise, portate avanti congiuntamente dai lavoratori, dalle loro organizzazioni, dalle iniziative comunitarie, dalle amministrazioni locali, dalle imprese legate o che intendono legarsi a un territorio di riferimento (rime tra le quali, i servizi pubblici locali: non a caso sotto attavvo). Le produzioni che hanno un avvenire, e per questo anche un mercato vero, sono quelle che corrispondono a questi orientamenti; ad esse dovrebbero essere riservate tutte le risorse finanziarie impiantistiche, tecniche e soprattutto umane che è possibile mobilitare. Questo è anche un preciso indirizzo di governance per prendere in carico la conversione ecologica. Sostituire un’economia fondata sul consumo individuale e compulsivo con un sistema orientato al consumo condiviso (che non vuol dire collettivo o “omologato”: la condivisione esige attenzione per le differenze e per la loro realizzazione) non può essere programmata in modo verticistico; né gestita con i meccanismi autoritari delle Grandi opere. La conversione ecologica è un processo decentrato, diffuso, differenziato sulla base delle esigenze e delle risorse di ogni territorio, integrato e coordinato da reti di rapporti consensuali, basato sulla valorizzazione di tutti i saperi disponibili. Una politica economica e industriale che si ponga questi obiettivi può anche affrontare, in modo selettivo e programmato, l’azzardo di un default: per non destinare più le risorse disponibili – e soprattutto quelle che si possono ricavare da chi le ha e non ha mai pagato – al pozzo senza fondo del debito pubblico. Ma certo questo richiede l’esautoramento di gran parte delle attuali classi dirigenti (e di molti economisti). L’alternativa non è dunque tra crescita e decrescita, ma tra cose da fare e cose da non fare più.

 

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