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Adozioni, gatti randagi, volontari e commenti (degli amici dei volontari)

12 ottobre 2011

È un bel po’ che penso a un post come questo. Ogni volta che ho provato a buttar giù due righe sull’argomento, però, mi vedevo sempre a cancellare quanto scritto… il tono non andava bene, le parole non andavano bene… Non va bene niente, quando di mezzo ci vanno creature innocenti, che dipendono dall’uomo.

E anche questo. “Dipendono dall’uomo”. Sarà vero, non sarà vero? Spesso i “non-animalisti” (chiamiamoli così per non star troppo a scervellarsi, questo è solo un post su un piccolo blog) mi dicono: “i gatti non hanno bisogno dell’uomo, se la sono sempre cavata da soli”. Una volta una tipa mi disse, riguardo la mia mania di sterilizzare, qualcosa come: “Ma sono migiaia di anni che sopravvivono bene, i gatti…”

No, non sono migliaia di anni che i gatti sopravvivono “naturalmente”. I gatti sono il risultato di una lunga domesticazione, e potete dire quanto volete, che i gatti sono indipendenti e tutto. La domesticazione c’è stata.

Così come i cani. Così come, per dire, l’intervento del naturalista che salva un cucciolo selvatico caduto in un burrone. Non mi piace quando mi si dice: è la natura, deve fare il suo corso, l’uomo non deve metterci mano. Perché sono millenni – questo sì – che l’uomo ci mette mano. Solo che quando lo fa per i suoi fini e comodi, tutto va bene – l’ha prescritto la Bibbia, no?, che il mondo animale, il pianeta intero, fossero al “servizio” dell’uomo, in una bella apologia della schiavitù benedetta dalla religione. Quando invece si interviene a favore del “non umano”, allora no, la natura deve fare il suo corso, tutti diventano improvvisamente garanti delle “leggi naturali”, persino i più incalliti sfruttatori della biosfera. Curioso, no? Fine premessa numero uno.

Allora, da qualche anno mi occupo di gatti randagi (e cani, se capita) prendendomi cura (cibo, sterilizzazione e medicine in caso di malattia, per non parlare di rifugi per la notte) dei mici della nostra colonia felina e del nostro paese in generale, e condividendo appelli.

Condivido appelli di associazioni, gattili e canili, oasi feline, volontarie, e privati che si sono trovati (per qualsiasi motivo, non sta a me giudicare) nella necessità di affidare gatti. Di mio ne ho affidati pochi, non è cosa che fa per me. Mi affeziono troppo. Ma cerco nel mio piccolo di sostenere chi lo fa.

Penso che permettere a una famiglia, magari con bambini, di tenere uno, due, tre gatti e convivere con lui/lei/loro, sia regalargli una bella vita. Alla famiglia, non ai gatti. Sì, ai gatti garantisci lo stesso una esistenza felice, ma è la famiglia che ricorderà, magari fra 15 o 20 anni, il micio con affetto. E magari i bambini cresciuti diventeranno a loro volta amanti dei gatti e si daranno da fare per migliorare le loro condizioni. È così che funziona (e fra un po’ approfondisco questa cosa). Fine premessa numero due.

Ora. Succede che io ho alcune amiche. Alcune buone amiche. Potrei fare i loro nomi veri, ma userò quelli del mio romanzo.

Due ragazze in particolare. Susanna ha 33 anni, siamo state amiche d’infanzia, io l’adoravo, ci capivamo al volo. Ci siamo perse di vista quando perse suo papà. Mi mancava e mi manca tuttora, Susy.

Elena ha più o meno l’età mia e di Susanna. L’ho conosciuta su web, e finora non l’ho mai incontrata dal vivo, ma ci facciamo un sacco di chiacchiere via chat. Lei mi chiede consigli, o me ne da, io la cerco se voglio sfogarmi, e lei si lagna quando le girano. È una gran bella persona, è spiritosa, soprattutto (usando un’espressione maschilista, ma non so come esprimerlo meglio) ha due attributi così.

Un giorno Susanna mi chiama sull’orlo delle lacrime. Una vecchietta che conosce vorrebbe adottare un siamese, ha sempre avuto un siamese, ma quando lei ha fatto una ricerca tra volontari e associazioni, anche per un micio non puro, l’hanno trattata male. Nonostante lei si fosse impegnata a firmare moduli o contratti, a rassicurare che in qualcunque caso la vecchietta e il micio non sarebbero rimasti soli. Niente da fare. Trattata malissimo. È finita che i parenti della vecchietta hanno comprato un cucciolo di siamese. Micio che starà bene, certo, ma lo sarebbe stato a prescindere.

Elena ha due bambini, una casa in campagna con un bel giardino. Il suo peccato è molto più grave, ed è quello appena dichiarato: i due bambini e il giardino, seppur grande. Come l’hanno trattata, i soliti volontari? Non meglio di quanto abbiano fatto con Susy. Male. I ragazzini sono il male. Il giardino è un postaccio pieno di trappole, e sicuramente tutti i suoi animali finiranno spiaccicati da quelle due macchine che passano lì vicino.

Elena non ha subito demorso. Ci ha provato diverse volte. Ha avuto più pazienza di quanta ne avrei avuta io stessa. Ma alla fine ha capitolato. Questa storia ha anche a che fare anche con il modo di fare di alcune persone (lagne varie, appelli strappalacrime, oddio oddio come faccio, e poi appena arriva un probabile adottante, sì, ma devi venire a prenderti il gatto tipo sul mio pianerottolo, che io non riesco nemmeno a uscire di casa). Fatto sta che Elena ha deciso che si metterà da parte i soldi per un cucciolo di razza, come lo ha sempre sognato.

Non credo ci sia nulla di male a preferire una data razza. Ale adora i setter. Io ho sempre pensato di volere un siamese (l’ho avuto per caso) ma mi piacerebbe tantissimo un devon rex, o uno sphynx. Conosco alcune persone che stravedono per le squamette, sì, quelle micie tricolori che nel paesi anglosassoni si dice portino fortuna.

Una persona può volere un gatto di un determinato colore per qualsiasi motivo. A mio padre per esempio piacciono rossi. Una volta che hai eliminato dalla lista i bastardi che li vogliono neri per i loro idioti riti satanici (sì, ancora stiamo messi così), non vedo che problemi ci siano nel chiedere – chessò – un micio bianco.

Invece mi tocca leggere, su facebook et similia, i commenti – spesso degli amici dei volontari, nemmeno dei volontari stessi, che vanno dall'”Ah, lo vuoi a pois, a quadretti?”, all'”Oh, vogliono il gatto su misura, ma perché non si prendono un pupazzo?”, per arrivare a una chicca come “me ne trovi uno con gli occhi azzurri, un metro e novanta, e il portafogli pieno?”

Commenti che – come direbbe Ale – ti fanno cadere le palle.

Uno chiede un micio bianco e l’esercito dei benpensanti si sputa metaforicamente sulle mani, distruggendolo.

A me non è piaciuto per niente il modo in cui hanno trattano Elena e Susanna, e non perché sono amiche mie. Non perché per loro metterei la classica mano sul fuoco, o garantirei a occhi chiusi per qualsiasi cosa. Non mi piace. Chiunque potrebbe stare al posto di Elena e Susanna. Le volontarie stesse. Penso alla mia passione quasi nuova, le orchidee. Penso, per assurdo, a una volontaria che voglia adottare un’orchidea, viene maltrattata perché magari ha casa rivolta a nord-ovest (come me).

Non è la stessa cosa? Magari un’orchidea non ha il vocabolario di espressioni vasto come un gatto, ma è altrettanto viva.

“Prenditi una pianta di plastica, tu che hai poco sole”.

Vorrei riprendere un momento il discorso dei ragazzini.

Quello di cui non si rendono conto alcuni, troppi volontari, è che la gente non la si educa a prediche. Se tu non dai un gatto a Elena perché ha due bambini, impedisci a questi due bambini di apprezzare l’affetto che può dar loro un randagio salvato da una brutta situazione. O di imparare a rispettarlo in quanto essere vivente con i propri pensieri e bisogni. È vero, i bimbi di Elena non ne hanno bisogno: hanno già tre cani e un altro gatto.

Se non le si educa “sul campo” da bambini, difficilmente da grandi le persone saranno (o potranno diventare) esseri umani migliori. Le prediche – ripeto – non hanno mai insegnato niente.

Conclusioni? Beh, le conclusioni sono che le persone come Elena e Susanna, gente come voi, come me, arriva  all’esasperazione e finisce per comprarli, gli animali. Con buona pace dei volontari che pensano che pagare un animale sia un’operazione demoniaca degna del peggior assassino*.

Un’altra conlusione è che i mici (e i cani) finiscono per restare nelle oasi, o venir adottati sempre dalle stesse persone. Così ci ritroviamo con volontarie che hanno tredici gatti, sei cani, un coniglio e la tartaruga di quel disgraziato del vicino, che non ce la fanno più, e nessuno chiama per il nuovo micio in stallo nel bagno piccolo.

O che chiedono soldi perché, appunto, non bastano più e la micia nuova deve essere sterilizzata. O finirà per tornare in strada, e non voglio. Voglio per lei una famiglia super che la ami come merita. Ma se ha un bimbo, o un giardino, o il balcone no, per carità.

(*pagare per un animale già. Io sono vegetariana, e non pago più per nessun animale. Volontarie, voi che mi dite? No? Non lo siete? Allora anche voi pagate per gli animali, che vi piaccia o meno.)

Ps Sì, è venuto fuori fin troppo in forma di sfogo, questo post, ma così premeva da dentro. Non ci sarebbe nemmeno da precisarlo, ma ad evitare equivoci è bene chiarire che non tutti i volontari/e sono così, ci sono un sacco di persone splendide che si sacrificano per il bene di tante creature. E c’è da dire che fare il volontario comporta una fatica psicofisica e una responsabilità notevoli, quindi essere cauti e attenti è cosa buona e giusta. Basta che questo non si trasformi in paranoia e isteria, autoconsegnandosi così allo stereotipo fin troppo diffuso che vede gli animalisti come matti fuori del mondo che amano solo le bestie e disprezzano l’umanità. Laddove vivere, come viviamo noi, al confine tra più mondi, non rinchiusi nella gabbia antropocentrica, aperti alla pluralità delle forme di vita, dovrebbe affinare la sensibilità e insegnare l’onestà. Almeno così a me pare.

4 commenti leave one →
  1. 14 ottobre 2011 11:19

    Condivido. Io non sono proprio una volontaria anche se ho a che fare un pò con adozioni e colonie feline. Per quanto riguarda il colore del gatto sono d’accordo solo in parte ovvero: è normale avere preferenze ma alla fine capita che in una certa situazione ti puoi innamorare anche di un gatto diverso da quello che volevi all’inizio (un pò come con le persone). Però davvero, ci sono certi che ti metterebbero alla gogna per aver espresso una preferenza! Oppure che ti fanno pressione, che ti costringono se non sei convinto dell’adozione! Ahimé, se da un lato ci sono persone davvero bravissime ce ne sono altre che sono diciamo “borderline”. Hanno vedute limitate, razionalità e coerenza pari a zero, fanno tutto d’impulso e soprattutto criticano. Sempre. Onestamente far vivere un gatto in una campana di vetro è impossibile. Il mio ragazzo per non rinchiudere in casa le sue gatte ha creato una rete incredibile che circonda il giardino e sulla quale non riescono ad arrampicarsi. Le gatte (sterilizzate) sono felici, possono andare in giro in ogni parte della casa e godersi anche un pò di aria aperta. Ma scommetto che a certe persone non andrebbe bene.

  2. 15 ottobre 2011 08:53

    “*pagare per un animale già. Io sono vegetariana, e non pago più per nessun animale. Volontarie, voi che mi dite? No? Non lo siete? Allora anche voi pagate per gli animali, che vi piaccia o meno.”

    ecco, da ripetere a tutti, sempre.
    il tuo sfogo è sacrosanto, e condivisibile. che palle la gente “perbenista per forza con le travi di un metro nell’occhio”.
    B.

  3. 16 ottobre 2011 10:37

    Alraune: certamente, il discorso del colore non dovrebbe diventare preminente quando si cerca un gatto, su questo la pensiamo uguale. Tu aspirante adottante hai delle preferenze, io vedo cosa posso fare, ma non è che puoi ordinarti il gatto “su misura”. C’è che le preferenze fanno comunque parte di noi, quello che mi da fastidio di più è il modo di alzarsi subito appena si sente “vorrei un micio … (aggiungere caratteristica a piacere)” come se fosse una cosa immorale (o trattare queste persone alla stregua degli eugenetisti nazisti).

    OT: come ha fatto il tuo ragazzo a mettere in sicurezza il giardino? Mi interessa davvero, visto che in un futuro più o meno probabile vorremmo trasferirci con tutti i nostri gatti, sia gli otto che gli Outer Cats che vivono qui fuori, in un casale con tanta terra… e ovviamente non potrei mai metterli in pericolo, visto che qui dove stiamo possono andare dove vogliono senza timore perché le macchine non arrivano qui in paese.

    Bibi, sì. Mi preoccupa che ci siano alcuni volontari animalisti (alcuni, ribadiamoli) così poco empatici… ma l’empatia dovrebbe essere il motore primario! Non la “oddio che pena mi fa”, o “mi metto a posto la coscienza perché da piccolo torturavo le mosche”… E l’empatia finisce che ce l’hai con chiunque, sapiens o meno che sia. Animale o vegetale, o anche – perché no – minerale.

    Grazie per i vostri commenti.

  4. Brisella permalink
    18 ottobre 2011 12:18

    Se fossi un uomo, dopo aver letto un post così ti chiederei immediatamente di sposarmi!!
    Hai ragionissima su troppe cose, in particolare io mi trovo quotidianamente a discutere sulla premessa numero uno, perchè in un ambiente pieno di cacciatori e con la cultura dell’animale a servizio dell’uomo (finchè ce la fa altrimenti lo sopprimiamo piuttosto che curarlo) io sono vista come la pazza che cura, accudisce e raccoglie gli animali.
    Non faccio parte di alcuna associazione, è una cosa che mi dispiace ma sono frenata dalla paura di trovare anche lì persone che sconfinano nell’assurdo nel verso opposto.

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