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N-NIMBY

7 luglio 2011

Uno degli argomenti che spesso torna, quando si parla di Tav, nucleare o altre “grandi opere” è l’infamous NIMBY. Not In My Back Yard. Fate quello che vi pare, o non fatelo, basta che non sia nel cortile di casa mia.

Non so. A me sembra, invece, che il problema sia un altro: che gli italiani, al contrario, si siano assuefatti a prendersi le peggio schifezze, nel proprio back yard. E che solo da non molto tempo qualcuno ha capito che nella difesa del proprio territorio è la difesa di ciò che siamo, dei nostri tratti somatici, di come sono e di come potranno essere.

L’altra sera siamo andati a un glorioso festival con sede a Isola del Liri, paese vicino Sora celebre per la sua cascata e per il gemellaggio con New Orleans. Tanta gente lungo il corso, concertini con chitarre e armoniche a bocca qua e là, e dulcis in fundo quei vecchi volponi blues-prog dei Colosseum che piazzano Valentyne Suite e Lost Angeles nella piazza gremita. Bello.

Peccato che per arrivarci, da Artena, bisogna attraversare il frusinate, che è a occhio una delle terre più martoriate di questa nazione, quasi al livello del casertano. Ovunque ti giri, scheletri di palazzine, di villette, di capannoni. Case finite buttate a caso nell’ambiente, senza un rapporto con quello che le circonda, monadi della casualità cementifera.

Ci diceva l’agente immobiliare che ci portò a vedere una prefabbricata in legno da quelle parti, tempo fa, che è terra di costruttori. Terra di palazzinari, per esser precisi, e di comuni che si vendono l’anima pezzi di sé per tirare su qualche euro. Come dovunque, peggio di dovunque.

Non è troppo tardi per tornare a prendersi cura del proprio territorio, invece di svenderlo, di condannarsi alla bruttezza, allo sfiguramento della propria identità. Come dice Mercalli, troppi sì sono stati detti, è ora di tirar fuori qualche deciso no, dalla scala gigante dei tunnel e dei ponti a quella minuta (o quasi) dell’urbanistica residenziale e commerciale.

All’improvviso ho visto la bruttezza che mi circondava. Non l’avevo mica inventata io, era lì da prima. Ma io ne ero stato salvaguardato dal filtro del comune menefreghismo. […] Come abbiamo potuto diventare ciechi al punto di trovare la bruttezza sopportabile? (Amélie Nothomb, Il viaggio d’inverno)

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