Skip to content

L’ultimo assalto del generale Inverno

15 aprile 2011

Un raccontino buttato giù per un concorso a tema invernale.

Il generale guidò le truppe su per i tornanti che conducevano al Passo. La campagna era stata sensazionale, quell’anno, e ognuno, percorrendo il sentiero incastrato tra la svettante teoria di abeti, ne serbava dentro al cuore qualche ricordo prezioso: chi tornava a pianure imbozzolate in incantesimi di gelo, chi vedeva eserciti già gloriosi in balia di tempeste di neve. Altri disegnavano nella mente gli arabeschi di due paia di pattini a inseguirsi su un lago di ghiaccio, o immaginavano le coatte intimità di uomini intrappolati nei loro gusci di vita, costretti a confrontarsi con se stessi dalla morsa glaciale che li circonda.

Ogni frammento si legava all’altro in una catena subliminale, ma solo nella visione del comandante il tutto andava a ricomporsi in un Disegno grandioso e ciclico, solo lui aveva chiara la Strategia che da tempo immemorabile teneva in scacco Popoli e Regni, dettava lo svolgimento della Storia, si faceva creta di Racconti e Miti. In quelle iridi grigie giaceva un Potere che nessuna Tecnica poteva imbrigliare: Paura e Venerazione era ciò che il suo sguardo suscitava.

Ora quel celebre sguardo era puntato verso valle, dove il verde riconquistava posizioni su posizioni, preparando l’imminente passaggio di stagione. Tutta una musica di scricchiolii, e sgocciolamenti, e soffici cadute moltiplicantesi esponenzialmente – il suono del disgelo – rimbombava nella sua testa. Dietro di lui sentiva le schiere di valorosi soldati che quelle barricate di ghiaccio avevano eretto, tempo prima. Era il momento di congedarli, disperdere le loro strade fino alla prossima adunata. Che ognuno cercasse le proprie energie in cave ignote alle mappe, su vette ancora immacolate, là dove la materia circola in traiettorie eterne. Quanto al generale,  dopo un’ultima occhiata verso il pastellarsi del cielo, sarebbe scomparso nell’etere, e dall’etere sarebbe apparso il suo gemello australe, pronto a un’altra, di guerra, che avrebbe di lì a poco dilagato come valanga dai picchi andini.

E così, quella era la scena che si ripeteva – invisibile ad umani sensi, soli testimoni i tronchi secolari e le multiforme creature del bosco – sottilmente variata, da sempre, o poco meno. Eppure ogni volta, mentre la freccia del Tempo seguiva il suo corso, qualcosa mutava, impercettibile secondo i canoni delle generazioni. L’immenso esercito, che una volta assorbiva le perdite con la nonchalance di chi è legione, mostrava crescenti lacerazioni nelle sue fila. I guerrieri d’Inverno, terrore delle genti, erano sempre più stanchi e prostrati, come se a lungo andare il gelo che fu loro arma, i venti polari che ebbero ad alleati, si fossero infiltrati nella trasparenza delle ossa, minandole.

Così l’ora dell’adunata, mesi dopo, ogni volta slittava in avanti verso il solstizio, stringendo i tempi della campagna, e una crescente diserzione falcidiava le truppe. Gli ultimi decenni, poi, tuttò precipitò, non senza preavviso. I sintomi vagavano nell’atmosfera, celati nella meccanica delle perturbazioni, occultati come malvagi boccioli nell’abbraccio delle galaverne. I combattenti più fedeli cadevano via via, chi tradito da uno smottamento in un crepaccio appenninico, chi trafitto da un raggio di sole che spazza la grande nebbia padana. E mentre la progressione inesorabile travolgeva gli eroi che furono, i freddi eroi destinati alla polvere, in simpatia crollavano i gradi stalattitici del generale, e chi aveva sensi per comprendere subì lo spettacolo degradante: il capo supremo dell’esercito più temibile mai conosciuto, scalare all’inverso le tappe di una carriera che diede brividi agli umili e ai conquistatori.

Quando guarda giù, adesso, ancora una volta assiso all’esatto incrocio di latitudini e longitudini da cui dominò gli elementi e gli uomini, non è che un caporale circondato da sparuti reduci, comparsi dal nulla quali fantasmi di ere al capolinea. Inalano dall’aria il tepore persistente, mellifluo come un veleno. Sanno che il potere sfugge loro dalle dita, e altri presto lo erediteranno: i corpi dei nuovi eroi saranno di sabbia, calcinati gli orizzonti in cui iscriveranno le gesta da consegnare al futuro, aridi gli occhi e screpolate le labbra. Un altro mondo si prepara, e non sarà più loro.

Eppure, l’orgoglio ingemma le alabarde spuntate e i rugginosi fucili, mentre Inverno mira la distesa inondata di sole, senza espressione. Qualche scoiattolo, dall’intrico dei rami, osserva, sparisce nell’ombra. Il segnale della carica giunge improvviso. Un ruggito scuote la crosta della montagna e l’assalto ha inizio.

Nessuno ne scriverà la storia. Solo una eco, quasi impercettibile, raggiunge le orecchie di un viandante, che la scambierà per vuoto d’aria, fragile vertigine d’altezza. Due, tre fiocchi di neve cadono, prima di toccare il suolo si fanno acqua, vapore, nulla. Rimangono, sulla gobba del Passo, una fila di stalagmiti azzurrine, inscalfibili. Giusto un minimo enigma da consegnare ai posteri.

No comments yet

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: